Premio Letterario 1998

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Anno 1998

Uomini illustri del “Feudo di Maida”[1]

Padre Giovanni Giacomo Tagliaferro

(Fine Cinquecento – 26 ottobre 1635)

Originario di Corigliano, dove era nato negli ultimi decenni del Cinquecento, G. G. Tagliaferro ebbe in Curinga una vera e propria patria dell’anima. A Corigliano, nel convento carmelitano dell’Annunziata, aveva portato a termine i propri studi ed aveva ricevuto l’ordinazione presbiteriale. Padre Alfio Licandro, venuto da Catania in Calabria per portarvi la “Riforma di Monte Santo” o del “Primo istituto”, lo conobbe nel 1630 restando colpito dalla sua austerità di vita e dalla rigorosa osservanza. Si comprende allora il motivo per cui, due anni dopo, quando gli ultimi penitenti del monastero basiliano di Sant’Elia di Curinga, Giovanni Maria Spagnolo e Bernardo da Messina, prendevano l’abito carmelitano ed offrivano l’eremo alla Riforma, il Licandro vi inviava Padre Tagliaferro che del nuovo convento sarebbe stato il primo priore fino alla morte.

Era proprio, infatti, della “Riforma di Monte Santo” (come della più nota Riforma di Teresa d’Avila e Giovanni della Croce) l’ideale del ritorno allo spirito ascetico e mistico del Carmelo delle origini, oltre alla proiezione missionaria.

[1] La brochure di quest’anno si apriva con un messaggio di Franco Papitto, allora corrispondente da Bruxelles del quotidiano La Repubblica, sulla rinnovata attenzione verso gli interessi storici e linguistici in Calabria che si registra negli ultimi anni.

A Curinga il Tagliaferro si dedicava all’ampliamento dei locali del monastero di Sant’Elia che avrebbe dovuto rendersi capace di venti presenze circa. Qui, in un arco breve ma intenso di anni, Padre Giovanni Giacomo Tagliaferro visse la prospettiva eremitica, coniugando creativamente contemplazione e compassione, nell’attenzione intelligente dei segni dei tempi, quali erano quelli post–tridentini, in cui emergeva sempre più forte l’esigenza della diakonia ai poveri. Per la popolazione divenne un vero padre e costituì per essa un punto di riferimento nei bisogni materiali e spirituali.

In Curinga – sottolineano ancora le fonti – egli diede molti segni di santità. La sua opera riformatrice puntò contemporaneamente sul cambiamento delle strutture e su quello delle coscienze. «Al pari della Riforma dei monasteri fu quella dell’anima», come testimonia il Fiore. Il quale, proseguendo significativamente informa che ciò «…egli fece con esemplarità dei costumi e con la santità della vita». Gli scarni dati documentali non sono insufficienti per convincersi che le parole con cui sempre il Fiore conclude il profilo biografico del personaggio: «…gloriosamente finì in concetto di uomo santo nel suo convento di Curinga (26 ottobre 1635)». Non sono una retorica chiusa di rito, ma l’eco di un sentimento della presenza del Dio vivente nella vicenda terrena e nella morte di un uomo che la propria ricerca dell’Assoluto aveva sperimentato come occasione di solidale accompagnamento di una popolazione di Calabria in uno dei momenti più amari e più tragici della sua storia.

Sebastiano Augruso

Bartolomeo Romeo (1681–1757)[1]

Nacque a Maida nel 1681. Orfano di madre, rimase sotto la cura del genitore che, dopo dieci mesi di vedovanza, si dedicò allo stato chiesastico. Fu buon uomo di chiesa ma anche ottimo genitore, dedicandosi con molta cura all’educazione fisica, morale e letteraria del figlio.

Bartolomeo apprese le lettere greche, latine ed italiane e la filosofia aristotelica. A ventuno anni si trasferì a Napoli, capitale del Regno, dove studiò giurisprudenza avendo come docente Giambattista Vico. Si laureò in Diritto civile e canonico.

Ritornò a Maida dove sposò Caterina Fabiani dalla quale ebbe vari figli. Divenuto sindaco dei nobili, nel 1743 si trovò a gestire l’epoca funesta della peste. Creato un cordone sanitario, fu inflessibile nei confronti del Principe di Bagnara, Carlo Ruffo, il quale, per sfuggire l’epidemia, desiderava trasferirsi nella cittadina.

Romeo patì una lunga prigionia nel castello di Scilla ed in altre carceri della provincia. In queste penose disgrazie provò sollievo nello studio e nella poesia. Purtroppo molte sue opere andarono disperse ed altre distrutte perché la moglie, temendo che potessero essergli di danno, le diede alle fiamme.

Uscito dal carcere da innocente, per intercessione del viceré di Napoli e privo delle sue opere, non appena si riebbe da un colpo apoplettico si diede alla composizione di un poemetto in latino dal titolo: Bartholomei Romeo Patricii Maydani Meladonis libri duo. Poemation elegiacum, in quo Mayde ortum, stemma, statum, delicias et opes describuntur, et celebres suos cives memorantur.

Il poemetto si componeva di due libri composti rispettivamente di 276 e 295 distici. Ricco di notizie tratte da fonti archivistiche, il Romeo descriveva anche avvenimenti a lui contemporanei, come la visita fatta da Re Carlo III a Maida il 12 febbraio 1735, le risorse del territorio: la pesca del tonno, l’abbondanza della cacciagione ma anche la coltura dell’olivo, della vite e della canna da zucchero. Bartolomeo Romeo, conclude Vito Capalbi nella sua biografia, fu associato nel 1737 all’Arcadia con il nome di Filemono Depranio. Visse a lungo sempre dedicato alla letteratura e terminò i suoi giorni in Maida il 22 maggio 1757.

Michelangelo Romeo

[1] Il contributo è stato pubblicato nella brochure del 2003.

John Stuart Conte di Maida (1759–1815)

Comandante delle forze terrestri di S.M. siciliana Ferdinando di Borbone, fu l’artefice della prima, grande vittoria terrestre che l’armata britannica riuscì a riportare contro quella napoleonica.

Lo scontro avvenne nella pianura di Maida compresa tra il mare, la riva sinistra del fiume Amato e le collinette soprastanti e si consumò nel volgere del mattino di venerdì 4 luglio 1806. Settemila francesi comandati dal generale Reynier, abbandonata la posizione favorevole, scesero incontro al fuoco di linea inglese. Subirono, dunque, una sconfitta catastrofica ed umiliante per poi disperdersi in direzione di Catanzaro e di Crotone dando spazio alle rivolte popolari antifrancesi in tutto il Meridione. A fine luglio gli inglesi presero anche «Crotone con tutti i numerosi suoi attrezzi e magazzini, e con 600 prigionieri», obbligando il Reynier a ritirarsi precipitosamente verso Taranto con ulteriore grave perdita di uomini e pezzi di artiglieria.

Nei due mesi successivi alla battaglia di Maida, lo Stuart ebbe la «consolazione di osservare la totale espulsione de’ Francesi dalle provincie». Tale merito gli valse il solenne encomio di Sua Maestà britannica ed il titolo di Conte di Maida di cui orgogliosamente si sarebbe fregiato in ogni suo documento. A Londra gli inglesi dedicarono a Maida un viale ed un quartiere e coniarono medaglie d’oro commemorative per i 13 comandanti di battaglione, accostando il nome di Maida a quelli di Crecy, Poitiers, Azincourt, vittorie decisive della storia d’Inghilterra.

Militare di forte personalità e di sprezzante fierezza, non capì e comunque non condivise la conduzione politica e militare delle operazioni, le tante beghe politiche e personali della corte e della regina “Charlotte”. Ecco perché avrebbe voluto lasciare il posto già all’indomani della battaglia e ritirarsi in Inghilterra. Nominato comandante generale in capo dell’armata britannica in Sicilia, collezionò i successi della presa di Procida e di Ischia che coronavano quelli già rifulsi a Yorktown, Valenciennes, Lincelles e Minorca, ma restituì l’alta decorazione dell’Ordine di San Gennaro che Re Ferdinando di Borbone gli aveva conferito nel 1810.

Nell’Archivio Borbone di Napoli, è conservata una sua lettera datata Messina, 13 marzo 1811, ultima attestazione della sua presenza nell’isola e una delle ultime della sua esistenza. L’Enciclopedia Treccani dice, infatti, che, nato nel 1759 nella colonia americana della Georgia, mori a Clifton nel 1815.

Resta da dire che nei giorni immediatamente successivi alla battaglia fissò nel palazzo Vitale di Maida la sede del quartier generale; due guardie scozzesi, con il caratteristico gonnellino, montavano la guardia ai lati del portone. Da qui, per smorzare l’odio antifrancese e salvaguardare la vita dei soldati in fuga, in data 7 luglio 1806, emise un magnanimo proclama che così chiudeva: «Per ogni soldato prigioniero, che condurrete all’Armata Britannica salvo e sano, vi prometto ducati sei, e per ogni uffiziale ducati venti di ricompensa».

Finita la battaglia e allontanatisi vincitori e vinti, rimasero a Maida i feriti di entrambe le parti, tutti curati ed assistiti dai medici e dalla popolazione. I registri dei morti di S.M. Cattolica di Maida attestano la sepoltura nella chiesa di un soldato polacco; l’archivio comunale conserva la richiesta di contributo del dottore Valente che utilizzò il corredo delle figlie per fare bende e fasce per i feriti. Ma questa è un’altra storia.

Leopardi Greto Ciriaco

Giovanni Cervadoro (1782–1835)[1]

Nacque a Maida il 25 agosto del 1782 da Francesco Cervadoro e Angela Lanatà. Il padre aveva ricoperto tra il 1773 ed il 1776 le più alte cariche cittadine: da Deputato ai Fatti Buoni (Opere di beneficenza), a Deputato all’Annona, a Sindaco del Popolo.

Giovanni Cervadoro studia in seminario e, terminato il suo corso di studio, viene ordinato sacerdote e quindi nominato Canonico della Collegiata di S. Maria, la più importante delle Chiese di Maida.

Animato da grande passione per la libertà e la democrazia, vede nella società segreta della Massoneria lo strumento utile per la realizzazione dei suoi ideali e giovanissimo vi aderisce.

Ardente e carismatico diventa l’animatore della Loggia “La Fratellanza Italiana”, fondata a Maida su ispirazione dell’abate Jerocades e di cui era segretario Luigi Fabiani, l’eroico patriota trucidato dalle bande reazionarie nel 1806.

Nel 1811 fonda una nuova loggia di rito scozzese che in onore all’antico nome di Maida, “Melania”, viene chiamata “I Filadelfi Melanici”, e con la quale tiene i contatti con tutti i patrioti della regione.

Nel 1820 introduce a Maida la Carboneria e diventa il Gran Maestro della vendita “I Conservatori della Libertà” ed il punto di riferimento dell’attività cospirativa di altre tre “vendite” a Maida e a S. Pietro a Maida, alle quali partecipava il fior fiore della gioventù maidese tant’è che in un rapporto della polizia del tempo si legge: «A Maida è carbonaro anche San Francesco».

Denunciato al Vescovo di Nicastro, malgrado il ricorso presentato dalla Municipalità di Maida, viene arrestato e condannato, mentre in segno di solidarietà ed a testimonianza della stima unanime di cui godeva il Canonico Cervadoro, Sindaco e Decurioni si dimettono dall’incarico.

Giovanni Cervadoro, infatti, non fu solo per Maida un ardente patriota, ma soprattutto un profondo democratico educatore. Si deve a lui la prima scuola pubblica, aperta a tutte le classi sociali, retta da “Stabilimenta” in cui in piena parità sono elencati i diritti ed i doveri dei discepoli e del professore, dove le pene corporali sono bandite e le piccole pene pecuniarie sono devolute in beneficenza. In questa scuola Giovanni Cervadoro insegnava ai giovani maidesi i grandi ideali di libertà ed uguaglianza e quell’amor di patria che negli anni successivi tanti onoreranno da patrioti e da soldati.

Francesco Cervadoro

[1] Il contributo è stato pubblicato nella brochure del 2003.

Andrea Cefaly (1827–1907)

Andrea Cefaly, nato a Cortale il 31 agosto 1827, fu pittore fecondo e geniale, fervente patriota e uomo politico animato da nobili ideali umani e sociali.

Appena ventenne, partecipò ai moti liberali del 1848 e combatté, nei pressi di Curinga, contro le truppe del generale Nunziante, inviato dal Borbone a reprimere i movimenti insurrezionali calabresi.

Nel 1860, all’annunzio dello sbarco di Garibaldi in Calabria, si mise alla testa di una falange di cortalesi e li condusse al campo di battaglia, ancora una volta nei pressi di Curinga, contro le truppe borboniche del generale Ghio. Col grado di capitano dei garibaldini seguì il generale della Camicie Rosse a Soveria Mannelli, fino alla battaglia del Volturno e all’assedio della fortezza borbonica di Capua.

Dopo essere stato consigliere provinciale dal 1871 al 1875, fu eletto deputato al parlamento nella XII e XIII legislatura (1876–1880), militando nelle file dell’estrema sinistra.

Dedicò ogni sua attività al bene della Calabria, con una lotta assai dura che sostenne con la parola, con gli scritti, ma soprattutto con alcuni suoi pregevolissimi dipinti, quali Modo di viaggiare in Calabria, La Calabria senza strade, La reazione della province meridionali, Notizie dall’America. Con queste ed altre opere, egli pose la sua arte al servizio di una causa di progresso e di civiltà umana, additando al governo i problemi della popolazione calabrese e mettendo in risalto le piaghe di una terra ignorata e oppressa. Altre sue opere sono ispirate a motivi patriottici, come La battaglia del Volturno (esposta alla Mostra d’Arte di Firenze nel 1861 ed acquistata da Vittorio Emanuele II), Bivacco di Garibaldini, Garibaldi ad Aspromonte, Allegoria patriottica, Bruto che condanna i figli e La morte di Spartaco.

La grandezza dell’artista assume, tuttavia, particolare rilievo in quei suoi dipinti che, non dominati da interessi politici e sociali, acquistano carattere di universalità, e sono veri capolavori, come La tradita, che si trova a Parigi, nel museo del Louvre, Il cavadenti, Paesaggio silano, Danza albanese, La morte di Raffaello, e numerosi altri, fra ritratti, soggetti sacri o raffiguranti personaggi e scene della Divina Commedia, che testimoniano la ricchezza e l’alta qualità del suo talento artistico.

Morì a Cortale il 2 aprile del 1907.

Raffaele Barilà

Un medico d’altri tempi: Antonio Catalano di San Pietro a Maida (1860–1951)

Nato a Francavilla Angitola il 31 agosto dell’anno 1860, svolse per oltre mezzo secolo a San Pietro a Maida l’attività di medico, mediando la solida cultura scientifica con le sue immense doti di umanità e altruismo.

A San Pietro a Maida la sua presenza fu attiva in ogni campo del sociale. Fu medico condotto dapprima e ufficiale sanitario in seguito, sempre instancabile tutore della salute sia fisica che morale della sua gente, immancabilmente pronto ad offrire il suo aiuto a chi ne avesse bisogno. Non a caso soleva ripetere una frase che meglio di qualsiasi altra rende il carattere e l’atteggiamento di Antonio Catalano nei confronti della sua professione e della sua gente: «Quella del medico è una missione, come quella del prete».

Questi alti ideali egli trasfuse anche nella sua attività di amministratore pubblico, palesando sensibilità ed impegno e prodigandosi in ogni maniera e circostanza per la soluzione dei numerosi e complessi problemi incontrati dalla comunità maidese. A suo merito vanno ascritte tra l’altro, una serie di opere quali: la costruzione dell’edificio scolastico, la ristrutturazione della sede municipale, il restauro della facciata della chiesa abbaziale e l’affidamento alle religiose dell’asilo infantile P.A. Sgrò, di cui fu uno dei benefattori assieme alla moglie Francesca Vocatello.

Encomiabile maestro di vita, icona dell’operosità cristiana, rifulse per l’evangelico amore con cui si prodigò verso i giovani ai quali dedicò sempre tutte le attenzioni possibili, al fine di suscitare in loro nobili sentimenti e solidi principi etici e morali.

Fu anche ideatore e presidente della lega dei reduci combattenti “Cesare Battisti”, che ebbe come scopo precipuo quello di mantenere sempre vivo lo spirito patriottico nonché di rispondere ai bisogni delle famiglie disagiate a causa di malattie o di povertà.

Tra i soci del sodalizio, in numero di trenta, doveva alitare sempre lo spirito di fratellanza e di aiuto reciproco: «come si era stati uniti in trincea di fronte al barbaro nemico, tra il rombo dei cannoni e la pioggia di bombe degli aereoplani, così anche in pace, ritornati in famiglia, doveva continuare quello spirito di corpo, di disciplina e di abnegazione, che aveva determinato il trionfo delle nostre armi con lo strepitoso successo di Vittorio Veneto».

Di lui restano anche diverse opere letterarie e scientifiche: le prime sono rivelatrici della sua alta cultura umanistica (commento al “De Officis” di Cicerone; commento su “Pier delle vigne” di Dante Alighieri), le altre sono strettamente legate a situazioni concrete di natura socio-medico-sanitaria: il colera (Il colera in rapporto alla scienza ed al governo); il carbonchio (Le cure delle affezioni carbonchiose con le iniezioni endovenose ed endospleniche); l’igiene (I microorganismi patogeni in rapporto all’igiene ed alle affezioni ed alla terapia).

Particolarmente incisiva ed importante fu poi la sua costante attività di missionario per limitare i danni della malaria, autentico flagello endemico, che ebbe il suo epicentro proprio nella piana lametina, provocando migliaia di morti e paralizzando per diversi decenni tutte le attività lavorative, in primis quelle agricole, con gravissime ripercussioni su tutta l’economia territoriale e regionale.

Concluse la sua vita il 25 giugno del 1951 lasciando un vuoto incolmabile nella gente che lo aveva amato.

Pietro Gullo

Giovan Battista Dattilo (1868–1954)

Nacque a Jacurso, in provincia di Catanzaro, il 12 dicembre 1868, ultimo di dieci figli, e rimase orfano all’età di un anno. Completate le elementari, non poté proseguire gli studi per aiutare la madre, Caterina Quattrocchi, nella gestione della rivendita di sali e tabacchi.

A vent’anni partì per la leva militare vivendo sulla sua pelle ed anche illustrando in un diario il dramma dei giovani, costretti ad abbandonare per tre anni le famiglie ed il lavoro e prospettò modifiche all’organizzazione della ferma stessa. Si congedò con il grado di sergente e riprese gli studi, esortato da un amico magistrato. Trovò in se stesso un potenziale volitivo eccezionale che gli consentì, da autodidatta, di conseguire la licenza ginnasiale a Vibo e quella liceale al Galluppi di Catanzaro. S’iscrisse quindi alla facoltà di Giurisprudenza di Napoli laureandosi con il massimo dei voti. Superato il concorso, entrò nei ruoli dei magistrati di tribunale. Alla fine della prima guerra mondiale, ricoprì l’incarico di presidente di varie commissioni arbitrali dirimendo controversie di carattere agrario nel territorio dei Castelli Romani, con un equilibrio che valse ad evitare l’insorgere di conflitti tra ex combattenti, che reclamavano l’assegnazione delle terre incolte, ed i relativi proprietari. Successivamente, espletato il servizio di giudice presso il tribunale di Roma, fu destinato a Trapani con le funzioni di Procuratore del Re per debellare la delinquenza mafiosa. Promosso, fu trasferito a Roma quale Presidente di sezione di quel tribunale ed in tale città continuò a svolgere la sua carriera fino al grado di magistrato della Corte suprema di Cassazione.

Negli anni successivi continuò ad esercitare l’attività di carattere giuridico come Presidente della Commissione legale dell’Ente comunale di assistenza di Roma e come Presidente della Guardia ostetrica della stessa città.

Nota distintiva della vita di Giovan Battista Dattilo fu la vocazione ad aiutare i bisognosi ed i poveri, specie se si trattava dei suoi compaesani, nutrendo per il suo paese sentimenti di profondo legame affettivo e di nostalgia. Fu lui a risolvere la secolare controversia tra il Comune di Jacurso ed il Principe Pignatelli per i terreni della montagna Contessa.

Morto a Roma il 19 dicembre 1954, lasciò scritto agli eredi di destinare una somma a favore delle famiglie più povere di Jacurso dove volle essere sepolto vicino ai suoi cari ed alla sua gente.

Pietro Dastoli

 

premio 1998

premio 1998 - 2

 

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