Premio Letterario 2005

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Anno 2005

La guerra civile calabrese: dalla battaglia di Maida alla fucilazione di Murat (1806–2006)[1]

[1] La brochure di quest’anno si apriva con un intervento del presidente dell’associazione, Stefania Vasta Iuffrida, di cui si riportano i tratti più salienti: «Quest’anno, essendo ormai prossima la ricorrenza del bicentenario della Battaglia di Maida, l’associazione ha scelto come tema La guerra civile calabrese: dalla battaglia di Maida alla fucilazione di Murat. La battaglia di Maida (4 luglio 1806). Se pure senza grandi conseguenze strategiche, essa contribuì ad intaccare l’idea dell’invincibilità terrestre di Napoleone, ad animare i calabresi nell’insurrezione, a costringere i francesi ad un lungo e dispendioso impiego di uomini e mezzi in uno scacchiere del tutto secondario del Mediterraneo. Il periodo e i fatti intercorsi da quella data alla fucilazione di Murat nel 1815 e alla completa restaurazione borbonica è sembrato un ottimo terreno di speculazione interdisciplinare non solo per gli storici di mestiere. Abbiamo chiesto contributi che illustrassero le posizioni attuali della storiografia, che vedessero la complessità dello spaccato storico nel suo insieme e che gettassero nuova luce su fatti e questioni più specifiche. L’idea di riaprire questo capitolo di storia non è scaturita solo da un desiderio di ricordare un fatto bellico in sé e per sé o di presentare una rassegna dei vari punti di vista della storiografia, ma anche perché dalle ceneri della battaglia tra gli eserciti regolari inglesi e francesi che vide testimoni–attori anche tanti calabresi possa nascere un’occasione di incontro culturale fra tre popoli diversi dell’Europa e del Mediterraneo. Se si vuole parlare di pace ogni occasione è buona».

La battaglia di Maida (1806): prospettive diverse per una nuova lezione di storia

Un titolo forte e provocatorio nei confronti della storiografia sedimentata, La guerra civile calabrese, stimola percorsi di ricerca tradizionali e innovativi, che ruotano intorno ad un evento, la battaglia di Maida del 1806, aprendosi a scenari mediterranei, chiudendosi a spaccati locali. Sedici studi, tredici dei quali componevano la brochure del 2005, più altri tre inediti giunti successivamente, sono qui brevemente introdotti e rappresentano altrettanti validi punti di vista su un periodo storico di eccezionale rilievo per la storia del Mediterraneo, di questa regione e di questo tratto di terra legato al nome di Maida. Sedici brevi lezioni per una storia che offre spunti vitali e per una ricerca che mostra sempre nuovi percorsi.

Apre la brochure del 2005 il contributo dello storico Vincenzo Villella che mette in rapporto la visione locale della Battaglia di Maida con la visione internazionale. In questo modo trovano giustificazione logica le strategie contrapposte degli inglesi e dei francesi nel Mediterraneo e si comprende quanto delicato fosse il passaggio di Maida da una parte all’altra dei contendenti e quanto giustificata fosse la mossa di Napoleone di riappropriarsi del territorio.

Il contributo di Ulderico Nisticò è attraversato dalla sentita necessità di rivalutare il peso che la storia calabrese del periodo rivoluzionario ha sul presente. Richiamando alla memoria la profonda spaccatura ideologica che trasversalmente taglia in due la società calabrese del tempo senza distinzione di classe e di ricchezza ma sulla base di idee, l’autore fa presente quanto tale spaccatura continui a perdurare nella società di oggi.

Il contributo di Salvatore Speziale passa attraverso tre livelli di memoria–conoscenza. Scaturisce da un ricordo personale legato ai suoi soggiorni di studio nel Regno Unito e al suo passato in Calabria, transita attraverso una “smemorata” memoria collettiva per giungere infine alla ricostruzione storica dei fatti di Maida, alla ricerca di sempre nuovi sentieri tematici e metodologici da percorrere.

Luigi Fusto traccia un quadro sintetico ma ben caratterizzante della carriera di Jean–Baptiste Franceschi Delonne (1767–1810), il generale francese che ebbe l’incarico di rioccupare Maida dopo l’insurrezione antifrancese. Il Fusto lo segue dagli esordi parigini alla campagna d’Italia e alla sua triste fine in Spagna alla giovane età di 43 anni.

Il lavoro di Rosina Giovanna Maione dimostra come attraverso fonti locali, spesso trascurate dagli storici, come i “Conti dell’Intendenza” del comune di Maida, o i racconti di testimoni locali, la storia ufficiale, la storia politico–diplomatica per intenderci, perda i suoi contorni netti e precisi per diventare più varia, più ricca di prospettive, in definitiva, più umana.

Originale anche il lavoro di Mirella Galletti, studiosa di ben altra area del mondo, che presenta una rassegna degli echi dei fatti di Maida attraverso la stampa della sua città: Bologna. Città che a quel tempo dobbiamo immaginare ben più lontana di oggi dalla Calabria: città appartenuta al pontefice e non ai borboni, integrata in un’altra realtà napoleonica, ma comunque attenta a quanto accade nella distante punta dello stivale.

Il breve contributo di Mario Gallo è basato anch’esso sull’uso di preziose fonti documentarie dalle quali l’autore fa scaturire una posizione di ricerca che lega fortemente la battaglia di Maida ai Vespri calabresi che scoppiano a Soveria Mannelli nella primavera del 1806 e si diffondono prontamente nell’hinterland.

L’intervento ad opera di Roberto Avati si basa sulla attenta disamina degli armamenti in dotazione presso i due eserciti che partecipano alla battaglia. Dal suo punto di vista la superiorità tecnologica rappresentata dal “Brown Bess”, il soprannome dato al fucile messo a disposizione dei soldati inglesi, sembra aver avuto la parte del leone durante la battaglia di Maida.

Il contributo a cura di Magali Lucchini, riferisce il modo in cui un testo francese d’inizi Novecento di Jacques Rambaud riporta l’eco, certamente sovradimensionato, della battaglia di Maida nel Regno Unito e il modo in cui gli uomini di Reynier, disorganizzati, impreparati e male posizionati, reagirono all’attacco. Grande vittoria o facile sconfitta?

Sulle ragioni dell’interruzione al sostegno del brigantaggio antifrancese e sulle cause della mancata continuazione della campagna inglese in Calabria si sofferma il contributo di Giovanni Iuffrida. Uno studio mirato che rivela come le strategie belliche e diplomatiche della Gran Bretagna mettono fuori gioco le iniziative locali.

L’intervento, di Lucio Leone, tratta la battaglia di Maida attraverso gli occhi della popolazione di Nicastro, antiborbonica e antifrancese, che era insorta in seguito al proclama del generale Stuart. L’autore indica inoltre alcune delle fonti utilizzabili per l’individuazione del sito della battaglia stessa.

Il breve intervento di Giuseppe Restifo cerca di inserire gli eventi bellici all’interno del contesto insurrezionale calabrese. Prova a leggere negli sguardi degli insorti una sorta di rifiuto della modernizzazione imposta dall’alto con la forza delle armi, rapportandolo all’attuale “esportazione della democrazia”.

Segue il contributo di Carmelina Gugliuzzo che propone di rileggere la storia di quel periodo partendo “dal basso”, evitando di ripercorrere le solite tappe e i soliti cliché dell’histoire–bataille per osservare più direttamente i calabresi, le loro dinamiche interne, le loro motivazioni, le loro forme organizzative, la loro sociabilità.

Il secondo intervento di Roberto Avati parte da uno spunto autobiografico per rivendicare il ruolo che svolsero con onore e con gravi perdite in seno all’esercito napoleonico gli arruolati calabresi, in campagne svoltesi in terre lontane come la Russia e la Germania e a dispetto della fama non certo lusinghiera di cui godevano le truppe della nostra penisola.

L’intervento di Salvatore Moschella, si basa su un’attenta disamina delle strategie di guerra impiegate dai due eserciti che si affrontarono a Maida e, in particolare, gli errori tattici del generale Reynier che consentirono agli inglesi di avere il sopravvento in pochi minuti del nemico, errori che, a detta di Napoleone stesso, vennero ripetuti dal proprio generale da lì a qualche anno.

Il contributo di Leopardi Greto Ciriaco chiude questa prima rassegna di studi dedicati alla Battaglia di Maida, sottolineando con chiarezza pari a concisione gli aspetti salienti di questa battaglia: lo schieramento in linea inglese a fronte del dispiegamento a colonna francese che determina sia l’estrema brevità dello scontro che la netta disparità delle perdite. Una nuova tattica di guerra viene impiegata nella piccola battaglia di Maida per essere reimpiegata in future battaglie.

Salvatore Speziale

La battaglia di Maida 

La battaglia di Maida del 4 luglio 1806 non fu un grande evento bellico paragonabile a quelli contemporanei del periodo napoleonico come Marengo (14 giugno 1800), Ulm (20 ottobre 1805) e Austerlitz (2 dicembre 1805). Però non può essere neppure considerato un avvenimento militare casuale e sporadico, di pertinenza esclusivamente locale. Al contrario, va inserita a pieno titolo nelle strategie politico–militari europee del periodo napoleonico e, in modo particolare, dello scontro franco–britannico nell’area del Mediterraneo. L’Inghilterra con la sua marina controllava la Sicilia e la Sardegna. Nel 1800, con la conquista di Malta, si completò il suo sistema difensivo nel Mediterraneo. Anche per la Francia di Napoleone era importante l’area dell’Italia meridionale e della Sicilia: serviva come ponte per la progettata penetrazione nei Balcani e nell’Egeo.

La battaglia di Maida è stata chiamata con questo nome dagli inglesi, mentre i francesi parlano di battaglia di S. Eufemia, in quanto lo scontro fra i due eserciti avvenne nella parte orientale della piana.

Maida sfatò il mito dell’invincibilità dell’esercito napoleonico sulla terraferma ma la conseguenza immediata più importante della vittoria inglese fu che essa rappresentò il segnale della generale rivolta antifrancese. Infatti, subito dopo la battaglia, le campane di tutte le chiese suonarono a lungo e i falò fiammeggiarono sulle colline, diffondendo la notizia da un villaggio all’altro.

Si scatenava la caccia ai francesi e ai loro sostenitori nonostante l’invito a trattare bene i prigionieri e la promessa di ricompensa contenuti nel bando di Stuart. A Nicastro la locale guarnigione francese fu costretta ad abbandonare precipitosamente la città in rivolta, mentre si innalzavano le bandiere e i vessilli borbonici e la gente, sospinta da un’orda di criminali, correva all’ospedale massacrando tutti i soldati francesi che vi erano ricoverati. Dappertutto imperversava l’anarchia.

Per i superstiti dello sconfitto generale francese Reynier i giorni successivi furono un vero e proprio calvario. Si ritiravano verso nord, pensando che gli inglesi li inseguissero. Invece i britannici si diressero verso sud. Ma contro di loro si scatenò la rivolta dei calabresi che presto divenne generalizzata in ogni angolo della regione. Era la stessa corte borbonica che da Palermo fomentava e sosteneva finanziariamente l’insurrezione.

Però Napoleone non tollerò la disfatta di Maida e diede ordine al fratello Giuseppe Bonaparte di riscattare subito quella sconfitta bruciante e di vendicare quella vergogna. Fu dato incarico al generale Massena di recuperare immediatamente le Calabrie senza badare ai mezzi e ai costi. La regione fu posta in stato di guerra e ben 14 mila uomini furono subito mobilitati dal Massena che partì da Napoli. Seguirono i drammatici anni del cosiddetto decennio francese fino alla fucilazione di Gioacchino Murat (13 ottobre 1815) e poi gli anni ancora più bui della restaurazione.

La notizia della vittoria di Maida fu accolta in Inghilterra con grande soddisfazione e sui vincitori piovvero medaglie e riconoscimenti. Le due Camere votarono ordini del giorno di compiacimento e di elogio. Nei discorsi di ministri e deputati il nome di Maida fu associato a quello delle più famose battaglie della storia nazionale inglese. Giorgio III conferì a Stuart il titolo di duca di Maida ed ai principali comandanti furono concesse speciali decorazioni. Fu anche coniata una medaglia commemorativa.

A conferma del grande entusiasmo per la vittoria e dell’importanza assegnatale dalla storiografia inglese, il nome di Maida fu dato a due strade di Londra: una la Maida Vale (tra Kilburn High Road e Edgware Road), l’altra la Maida Avenue.

Vincenzo Villella

Insurrezione come guerra civile

 La Calabria ha molto da guadagnare in consapevolezza di se stessa e in immagine di fronte agli altri se, ricorrendo il secondo centenario della grande insurrezione contro Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, saprà riconoscere a quegli eventi lontani ma non finiti la fosca dignità di guerra civile.

Tra il 1806 e il 1815 si scontrarono in Calabria due visioni della vita e del mondo, e anche due partiti interpreti di interessi diversi e contrastanti. Dalla parte borbonica, si collocò il mondo antico, la comunità fatta di religione, tradizione, identità particolari di ceti e persone, economia di sussistenza, disordine e consuetudine; dall’altra, una cultura sostanzialmente materialista o spiritualista, il bisogno di innovazione, la tendenza all’uniformità, l’economia di produzione e mercato e la proprietà privata, l’ordine centralistico fondato su norme scritte e l’interesse concreto di mettere le mani sulle terre ecclesiastiche e demaniali. Sono i «due secoli l’un contro l’altro armato» che si affrontarono in tutta Europa, dovunque giunsero le armate napoleoniche, e dovunque i popoli, o parti di essi, si opposero in nome dell’indipendenza e della conservazione.

Pertanto non si può applicare all’evento calabrese alcuna aprioristica analisi sociologica: non si collocarono dall’una o dall’altra parte due “classi”, ma si compì da ciascuno una scelta secondo o le circostanze, o il singolo modo di vedere la vita e le cose. Gli eredi dei combattenti dei due fronti continuarono e continuano in qualche modo a manifestarsi a vicenda avversione, timore, disprezzo. La Calabria degli ultimi due secoli è dunque figlia di quegli anni, e capire cosa accadde allora è la chiave per comprendere il nostro presente e prevedere l’avvenire. Anche i contemporanei, se vogliono, possono dividersi per inclinazioni e passioni: ma, dopo duecento anni, farebbero meglio a studiare la storia piuttosto che esaltarla o condannarla acriticamente.

Quei lontani fatti meritano di essere raccontati pure per il loro valore, e divenire oggetto di letteratura, teatro, cinema. Altrove canterebbero poemi e girerebbero film a decine su episodi come la battaglia di Maida, i Vespri di Soveria, l’assalto di Genialitz a Cosenza, l’assedio di Amantea (e padre Michele Ala, cappuccino e capobanda, a dir la Messa sulle mura in faccia ai Francesi), la difesa di Crotone, il rogo dei libri per mano di Santoro Re Coremme, la strage di Parenti, l’inganno del destino che portò Murat a morire in Calabria.

E meritano memoria anche quei calabresi che, portatori di idee e interessi diversi, scelsero di schierarsi con la rivoluzione: gli Ambrosio, gli Amato, gli Arcovito, i fratelli Pepe, e quanti impararono alla dura scuola degli uomini di Napoleone il mestiere delle armi, da molto tempo dimenticato in Italia, e lo insegnarono alle generazioni venture.

La cultura calabrese deve affrontare questo tema, riscoprendo fatti scordati, cercando documenti inediti, ripubblicando vecchi testi, traducendo quelli stranieri, e soprattutto accettando il dialogo e non rifiutando tesi e interpretazioni, quand’anche nuove e provocatorie. Le pubbliche autorità devono cogliere questa occasione, favorendo ogni intelligente manifestazione di rievocazione e studio.

Ulderico Nisticò

Ricordi londinesi, memoria collettiva e memoria storica 

«Maida Vale. Mind the step! Mind the door!».

Quante volte, da studente e da studioso, viaggiando sulla “Bakerloo line” della metropolitana londinese passavo dalla stazione di Maida Vale e sentivo la voce che annunciava la fermata e invitava i passeggeri ad osservare le basilari norme di prudenza: «Stazione della Valle di Maida. Attenti al gradino! Attenti alla porta!». La mia mente correva immediatamente a Maida, agli amici più cari, agli ulivi centenari, testimoni silenziosi, al suo presente e al suo passato.

Quante volte, senza sapere il perché di quel nome, studenti, turisti e lavoratori immigrati calabresi saranno passati da quella fermata, forse per andare alla stazione più rinomata di Wembley, sede del famoso stadio londinese, e non, mi auguro, per andare al Maida Vale Hospital for Nervous Diseases. Quante volte invece avranno letto quel toponimo scorrendo la “London underground pocket map”, alla ricerca di un percorso più agevole per raggiungere Edgware Road, Regent’s park, Oxford Circus, Piccadilly Circus o infine, Waterloo Station, quasi al termine di questa stessa linea sotterranea.

Proprio una linea sotterranea collega Maida e Waterloo: tutte e due sono stazioni metropolitane londinesi, tutte e due sulla “Bakerloo line”, tutte e due luoghi di battaglie peraltro legate al periodo napoleonico, tutte e due gloriosi ricordi dell’esercito del Regno Unito e triste memento delle disfatte dell’esercito francese. Ma l’una, Maida Vale, si trova in direzione del capolinea di nordovest, l’altra, Waterloo, è quasi al capolinea di sudest. Non importa qui tanto il fatto che le due stazioni risultano invertite di posizione rispetto alla geografia del continente. Interessa invece che l’opposta posizione lungo il tragitto metropolitano sembra riflettere l’opposta presenza nel ricordo dei più. Una è famosissima, l’altra è dimenticata. La memoria collettiva gioca brutti scherzi.

La memoria storica, creata, arricchita, rivissuta sia da storici locali che da storici del Mezzogiorno e del Mediterraneo, può ovviare a questo inconveniente. Non si vuole però invitare gli storici solo a ricordare ai più un evento bellico del passato calabrese che ha coinvolto due delle maggiori potenze dell’Ottocento, a ripercorrere le tappe della battaglia, a capire le ragioni e le conseguenze per il mezzogiorno e per gli equilibri euromediterranei. Sarebbe opera sicuramente utile ma per molti versi adempiuta. Non si intende quindi spingere gli studiosi soltanto ad approfondire e diffondere aspetti politico–militari legati a quel tragico 4 luglio del 1806, la storia dei tanti Stuart e dei tanti Reynier. Si desidera altresì stimolare l’esplorazione di sentieri finora poco battuti. Sentieri lungo i quali troviamo non solo francesi e inglesi che si studiano, si temono e si scontrano, ma anche e soprattutto i calabresi stessi, con le loro aspirazioni, con le loro delusioni, con il loro tentativo di inserirsi in un gioco più grande di loro, con i loro poveri mezzi, con le loro sofferenze. Con il disprezzo addosso da ambo le parti.

In questo modo, la storia di quel tempo può sembrare ancora viva, portatrice di ancora nuove conoscenze o di vecchi scenari che si ripetono, dove c’è da egemonizzare, dove c’è da resistere.

Salvatore Speziale

Franceschi Delonne: il generale che rioccupò Maida dopo l’insurrezione del 1806

Generale di cavalleria, piccolo e sbilenco, intrepido e pieno di fuoco, Jean–Baptiste Franceschi Delonne nacque a Lione il 4 settembre 1767 e quando scoppiò la rivoluzione francese faceva lo scultore. Il 6 settembre 1792 venne eletto a Parigi Sotto–luogotenente della Compagnia delle Arti. Dal 1792 al 1799 servì nell’Armata della Mosella, in quella della Sambre e Meuse, in quella del Reno e del Danubio. Fece la Campagna d’Italia (1800). Nominato colonnello nel 1803, partecipò con la Grande Armata alla battaglia di Austerlitz, venendo promosso subito dopo generale di Brigata.

Nel 1806 partecipò alla conquista del Regno di Napoli; durante la battaglia di Maida comandava i “Cacciatori” al centro dello schieramento, a fianco del comandante in capo Reynier. Nel corso della spedizione per la riconquista delle Calabrie (dopo la sconfitta di Maida ed il ritiro a Cassano), fu Comandante della Cavalleria.

Gli inglesi – vincitori – partiti da Maida il 16 luglio, lasciarono la città praticamente senza governo. Per la sua posizione strategica, Maida divenne obiettivo degli insorti calabresi della zona, comandati dal sacerdote Giuseppe Papasodero di Centrache. Il Papasodero, coadiuvato da una massa indisciplinatissima, organizzata (si fa per dire) dal Brigadiere borbonico Cancellieri, si propose di occupare Maida, di noti sentimenti filofrancesi. Durante la prima occupazione, avvenuta il 15 marzo, infatti, i francesi erano stati oggetto di palese simpatia; i loro feriti del 4 luglio erano stati assistiti e curati, ed il 5 settembre erano stati ricevuti «in modo da non potersene meglio» (Epistolario Costanzo del 9 settembre 1806).

Il Papasodero venne sconfitto una prima volta il 6 settembre da Reynier che passava da Maida per raggiungere Massena. Partito Reynier, la situazione si ripresentò tal quale. Gli insorti calabresi, attestati a San Pietro, il 15 successivo si apprestavano ad attaccare nuovamente Maida. Ma qui si trovava la colonna di Franceschi Delonne, in procinto di raggiungere Catanzaro, nella prospettiva di essere rimpiazzata da 400 uomini provenienti da Pizzo e da Nicastro. Franceschi fa finta di uscire da Maida; Papasodero vi entra. Franceschi torna sui suoi passi coadiuvato dalle sopraggiunte colonne di Pizzo e Nicastro e rioccupa una volta per tutte la città, dopo circa due mesi di interregno.

Il 23 settembre parte da Nicastro e sulle alture di Soveria mette in fuga un gruppo di briganti; pernotta a Scigliano ed il 24 è a Cosenza. Il 4 ottobre assale Gasperina, dove riceve una delegazione di Petrizzi che promette fedeltà. Raggiunge quindi Taverna e fa bruciare Cicala che lo aveva accolto a fucilate. Il 6 è di nuovo a Maida, dove evidentemente si sente al sicuro, per far riposare le truppe; ma un ordine di Massena lo spedisce d’urgenza a Catanzaro che deve essere liberata dall’assedio di 500 uomini della massa di Leonetti. E’ ancora a Maida, intorno al 9 novembre, da dove ordina al Comandante della Piazza, don Giuseppe Farao, di scarcerare l’arciprete di Girifalco. Nella primavera del 1807 è a Napoli, aiutante di campo di re Giuseppe. Sposa la figlia del Ministro della Guerra generale Mathieu Dumas, che nelle sue memorie lo ricorderà come «uno dei più distinti (generali) per il suo valore ed i suoi talenti». Nell’anno successivo segue Re Giuseppe in Spagna.

A fine giugno del 1809 il maresciallo Soult inviò Franceschi a Madrid per informare il Re delle gravi difficoltà dell’armata. Ma appena iniziato il viaggio, Franceschi venne fatto prigioniero dalla banda di “El Capuchino”, così detta perché comandata dal cappuccino Padre Giuliano di Delica. Per Franceschi ebbe inizio una via crucis interminabile, che si concluse a Cartagena (Murcia), nelle cui carceri morì di febbre gialla il 23 ottobre 1810: aveva 43 anni.

Luigi Fusto

Le pagine nascoste

Testi e faldoni addormentati tra gli scaffali polverosi di una biblioteca o un archivio, se sapientemente risvegliati sono capaci di raccontare storie di un passato lontano, che sorprendentemente affascina e stupisce. E’ l’altra faccia della medaglia, l’altra parte della Storia che si affianca a quella “canonicamente” conosciuta. Quella Storia, cioè, tratteggiata di scontri armati, dispute tra potenti, beghe politiche, che da sempre attraggono e rapiscono le menti. Nello specifico, della “nostra Storia”, di tutti gli antefatti che portarono alla “Battaglia di Maida”, del 4 luglio 1806. La caduta del Regno di Napoli, la fuga dei Sovrani a Palermo. L’invasione della Calabria da parte dell’esercito francese. Le cronache, che ripetono degli innumerevoli disagi causati alle popolazioni dai soldati, fino alla loro sollevazione. Il copioso spargimento di sangue, da ambo le parti. Insurrezioni, rivolte, esecuzioni sommarie, bande di briganti organizzate, per scacciare i francesi dalle proprie terre. Bandi e proclami distribuiti segretamente per aizzare e fomentare gli animi. Fino allo sbarco, nel Golfo di Sant’Eufemia, dell’esercito inglese, il 30 giugno e il successivo scontro in campo aperto, con la schiacciante vittoria dei Britannici – la prima sulla terraferma – contro un esercito francese incapace di fronteggiare il nemico.

Esiste cioè, una storia nascosta tra i ripiani polverosi che ci racconta di gente comune e di una classe politico–borghese accomodante, almeno in apparenza, che cerca di salvaguardare il proprio status, favorendo e aiutando il nemico–invasore e incoraggiando allo stesso tempo la liberazione da questi.

E’ quanto si legge, ad esempio, nei “Conti dell’Intendenza” del comune di Maida, in cui risulta venga fornito ogni sorta di conforto alle truppe francesi. Vi si trovano Atti concernenti vetture comunali messe a disposizione di ufficiali e messaggeri, rifornimenti di ogni tipo, vettovaglie, “oglio”, lenzuola e materassi, carta e inchiostro, nonché l’affitto di abitazioni per l’acquartieramento delle truppe.

Contemporaneamente, dai racconti di testimoni oculari (Fabiani e Majorana), si evince che è la popolazione stessa di Maida ad intervenire in primis nei momenti cruciali dello scontro. Partecipa al trasporto dell’artiglieria britannica prima, alla sepoltura dei morti, al soccorso e all’accoglienza dei feriti dopo, indistintamente dell’uno o dell’altro esercito. A Maida viene ospitato il Generale inglese Sir John Stuart e, in una lettera, un ufficiale svizzero ferito e prigioniero, dopo il suo trasferimento a Monteleone, ringrazia personalmente il medico che lo ha curato e la famiglia che lo ha accolto. E ancora molteplici potrebbero essere gli esempi.

Tutto ciò, però, non deve essere visto come sintomo di ipocrisia e doppiezza, potrebbe essere letto invece come un segno dei tempi, forse una salvaguardia della tranquillità, ma non è solo questo. Bisogna leggervi dentro un fervore di intenti, una dedizione naturale all’accoglienza, una grande passione che anche in seguito, come la storia ci racconta, caratterizzeranno la gente di Maida.

Rosina Giovanna Maione

La battaglia di Maida nella stampa bolognese

 La “Gazzetta di Bologna” era un bisettimanale che usciva dal 1805 con corrispondenze dalle varie città italiane, da alcune capitali europee e Costantinopoli. Bologna era stata occupata dalle truppe napoleoniche nel 1796 e ancora nel 1800. Nel giugno del 1805 Napoleone e Giuseppina, novelli sovrani del Regno d’Italia, ebbero una calorosa accoglienza nella città felsinea che plaudiva al rinnovato spirito. Il giornale non cita la battaglia di Maida, ma è interessante esplorare la risonanza degli eventi calabresi del 1806 a Bologna ed anche il linguaggio usato.

«NAPOLI 18. Luglio. Le notizie delle Calabrie portano, che parecchie popolazioni di quelle due Provincie si erano rivoltate, tratte a ciò dallo sbarco di poche Truppe Inglesi. I Briganti scorrevano in massa sotto il comando di la Marra, e Pan di grano. I Generali Reynier, e Verdier, essendosi mossi con le loro Truppe, hanno disperso i briganti: tutti quelli, che sono stati presi con le armi alla mano, hanno subito la pena dovuta ai loro misfatti: que’ paesi, che hanno alzato lo stendardo della ribellione, sono stati messi a ferro, e a fuoco. Il Generale Reynier trovasi ora col suo Quartier generale a Catanzaro. L’altro Generale Verdier ha eseguite le stesse operazioni, ed è stato secondato vigorosamente da molti popoli, che hanno prese le armi per difendersi. Il Quartier generale di Verdier è a Cassano. Quanto agl’Inglesi, essi non si sono molto avanzati, anzi si tengono trincierati sul lido del mare» (n. 63, 8 agosto 1806, pp. 498–499).

«NAPOLI 25. Luglio. […] Oltre alle divisioni di Lecchi e Duhesme che sono rientrate nel Regno, è in marcia il Corpo del Generale Molitor, e il resto dell’Armata del Maresciallo Massena. Montano a circa 25. m. Uomini. […] La Divisione del General Reynier mantenendosi tuttora in Catanzaro e in Cotrone [antico nome di Crotone], ha disperse quelle masnade di assassini, e ha fatto dei movimenti attivi ed ingegnosi per piombare addosso agl’isolani. Ma questi, dopo aver secondo il solito acceso il fuoco nella Provincia, si sono imbarcati di nuovo».

«Altra di NAPOLI 27. Luglio. Nelle Calabrie sono seguiti orrori tali, che fanno fremere l’umanità e il pudore. Il povero Vescovo di Cosenza è stato crocifisso, e trafitto replicatamente con lance e spade finché spirasse l’anima. Il degno Prelato non aveva altro delitto che di essersi portato incontro a S.M. il Re Giuseppe quando passò per Cosenza nel suo giro per le Calabrie. […] Al primo romore eccitatosi nelle Calabrie i più ricchi possidenti di quella Provincia, i Principi, i Marchesi parte di moto lor proprio, parte invitati si sono portati alla testa de’ migliori e più affezionati Cittadini per sedare il tumulto, e sottomettere colla forza delle armi gl’insorgenti. Il General Verdier ha un Corpo di 10. m. Uomini d’Infanteria e 2. m. di Cavalleria. In breve tutto sarà portato al dovere, né basteranno gli Inglesi sbarcati in quelle parti a proteggere gli scellerati, dopo di averli sommossi colle loro Ghinèe, e animati colla loro presenza».

«Altra pure di NAPOLI 1. Agosto. […] Assicurasi che varie Deputazioni dei Paesi insorti siansi dirette qui per domandare perdono al Re essendo rientrati nell’ordine, che la Calabria citeriore siasi quietata, e che gli Inglesi trincierati in Amantea siano disposti a guadagnar il mare» (n. 65, 14 agosto 1806, pp. 513–515).

«Altra pure di NAPOLI 18. Agosto. Parlasi di una sanguinosa azione seguita nelle Calabrie. Secondo alcuni la battaglia debb’essersi data a Valle S. Marco, e secondo altri a Campodanese. Alcune migliaia di Briganti debbono avervi perduta la vita. Gl’Inglesi temendo l’avvicinamento delle nostre Truppe vannosi fortificando nella Calabria ultra» (n. 68, 26 agosto 1806, p. 547).

«Altra di NAPOLI 16. Agosto. Le notizie della Calabria portano, che tutto il Paese da Lauria fino a Cosenza è rientrato nell’ordine. […] Il General Reynier occupa tutto il Paese fino a Cotrone. Il Generale Verdier dev’essere a Cosenza, ove trovasi il Maresciallo Massena» (n. 70, 2 Settembre 1806, pp. 553–554).

«NAPOLI 22. Agosto. […] Jeri giunse il Corriere dalle Calabrie: le notizie recate di colà ci presentano da un lato gli orrori commessi dai nemici in que’ luoghi, dall’altro disinganno de’ Popoli, che sono stati trascinati ciecamente al precipizio. Si è saputo, che i capi della rivolta delle Calabrie, che avevano concertata col nemico della vicina isola la rovina della loro patria, sono i nominati: Gio. Marincola, Gio. Mirabelli di Nicola, Claudio di Luca, il medico Francesco Salvadore, Antonio Palmieri, un tale Antonio Ferrari, che si caratterizzava Marchese, ed il padre Ala. il detto Ferrari è al presente nelle forze: gli altri si sono salvati con la fuga» (n. 73, 12 Settembre 1806, pp. 578–579).

«COSENZA 10. Settembre. Gli ultimi sforzi degli Inglesi nelle Calabrie erano rivolti a sostenere un residuo di Truppe Napolitane e di ribelli. Il Gen. Reynier che si era inoltrato nel centro della ulteriore Calabria, ha incontrato un Corpo di 3.000. uomini fra Nicastro e Monteleone, e lo ha pienamente sconfitto. Il Gen. Verdier ha distratti quelli che si erano raccolti presso Amantea. Sonovi ancora delle piccole bande d’assassini e di sedotti, i quali con improvvise apparizioni travagliano un paese e si ritirano nelle montagne; ma le stesse loro scorrerie li distruggono poco a poco, e la stagione che si avanza rendendosi sempre più molesta agli abitatori dei monti accelera la loro distruzione» (n. 77, 26 Settembre 1806, p. 610).

 Mirella Galletti

Dai vespri calabresi della primavera del 1806 alla battaglia di Maida

Nella ricerca storica, la consultazione delle fonti bibliografiche è di fondamentale importanza in quanto indispensabile alla definizione del contesto di riferimento di ogni avvenimento. Quando però l’indagine affonda tra la documentazione d’archivio si scopre, talvolta, qualche testimonianza che consente un collegamento tra fatti non soltanto apparentemente lontani geograficamente ma anche indipendenti sotto ogni profilo.

La battaglia di Maida è notoriamente conosciuta come uno dei numerosi scontri avvenuti nel periodo napoleonico tra la flotta inglese e l’esercito francese; il suo esito positivo per i britannici, a futura memoria, ha impresso una marcata impronta nella toponomastica londinese.

L’esame di un rapporto redatto il 20 aprile 1806 a Messina sulla scorta delle notizie riferite da Rosario Nicastri, filoborbonico scappato dalla sua città di origine (Scigliano, in Provincia di Calabria Citra) e rifugiatosi in Sicilia, consente di mettere in relazione – quasi come causa ed effetto – la rivolta antifrancese che nella primavera del 1806 ha coinvolto le popolazioni del comprensorio del monte Reventino (posto nell’alto lametino e più precisamente a cavallo tra la Provincia di Calabria Citra e la Provincia di Calabria Ultra).

Riferisce, infatti, l’esule Rosario Nicastri a Cancellieri la forte opposizione che, preso l’avvio dall’episodio dei vespri scoppiato a Soveria Mannelli il 22 Marzo, ha rappresentato un serio ostacolo, forse l’unico, all’occupazione del Regno di Napoli da parte dell’esercito napoleonico.

Le perdite e le difficoltà dell’esercito di occupazione trovano ampio riscontro nei rapporti degli ufficiali francesi, custoditi negli Archivi di Parigi e resi consultabili in opere monografiche quali quelle autorevolissime del Rambaud e del Mozzillo.

Il rapporto di Cancellieri all’Ammiragliato inglese (custodito a Londra nell’Archivio dell’Ammiragliato) consente di ipotizzare quanto segue: il comando della flotta inglese – venuto a conoscenza delle difficoltà incontrate dai francesi nel territorio centrale della Calabria – decide lo sbarco nel golfo di Sant’Eufemia. La flotta inglese, d’altra parte, è nota per la sua agilità di movimento e per la capacità di mordere improvvisamente l’esercito francese sulla terra ferma e di ritirarsi rapidamente sul sicuro mare

La battaglia di Maida, quindi, è – secondo questa ipotesi di ricerca – la logica conseguenza dei vespri calabresi che, scoppiati a Soveria Mannelli, nella primavera del 1806 si sono diffusi prontamente nell’intero comprensorio montano del Reventino, da Platania a Serrastretta, da Decollatura a Motta Santa Lucia, da Conflenti a Martirano.

Il ritiro in mare delle forze inglesi vittoriose nella battaglia di Maida e la rinuncia all’inseguimento di un esercito francese battuto ed in precipitosa e disordinata fuga, rappresentano la conferma dell’intenzione di alimentare la rivolta popolare in un contesto sfavorevole e rischioso per le forze napoleoniche.

Mario Gallo

La strategia vincente

Secondo le versioni dei cronisti francesi la battaglia di Sant’Euphemie iniziò con i francesi che marciavano su due file verso il nemico e gli inglesi che, dopo i primi colpi, si ritirarono attirando i nemici in un punto dove sui lati nelle boscaglie erano nascosti cannoni e reparti di fucileria. Al fuoco di questi la prima linea degli attaccanti fu decimata: in 25 minuti i francesi ebbero 2.000 uomini fuori combattimento tra cui 46 ufficiali, ed a nulla valse l’impeto della cavalleria francese lanciata contro le batterie.

Furono dunque le scariche di fucileria che decisero la battaglia o meglio fu l’utilizzo strategico da parte degli inglesi di reparti di tiratori scelti, armati con i fucili migliori, addestrati a colpire soprattutto gli ufficiali.

Il fucile degli inglesi rappresentava l’evoluzione dei modelli a pietra che a partire dal 1730 avevano accompagnato le truppe di sua maestà in tutti i continenti, si trattava, infatti, del modello India Musket, ovvero di quel fucile costruito da fabbriche private per la compagnia delle Indie, la cui produzione venne requisita per sopperire al fabbisogno dell’esercito nazionale.

L’arma fu costruita in 3 milioni di esemplari ed era caratterizzata da una lunghezza totale di 139 cm, una canna liscia di 100 cm, un calibro di 19 mm, un peso di 4,34 Kg ed una baionetta triangolare di 45 cm di lunghezza che si innestava a calza sulla canna.

Il fucile si distingueva immediatamente dal rivale francese per lo scodellino dell’innesco in acciaio solidale alla piastra e dal cane, che nei modelli antiquati era a collo di cigno e che dal 1810 fu costruito a doppio collo. La potenza dei colpi era paragonabile a quella di un odierno calibro 44 Magnum.

Ma il nome che lo identificava più comunemente era quello di “Brown Bess” ovvero “Bess la bruna”, forse in ricordo di Elisabetta I. I grognards francesi chiamavano il proprio mousquet d’infanterie, “An IX” con il soprannome di clarinetto da cinque piedi.

La sigla dell’anno derivava dal fatto che nel 1801[1], il ventuno del mese piovoso, Napoleone Bonaparte aveva emanato il regolamento di produzione delle armi militari e quindi fissato le caratteristiche del fucile che venne prodotto fino al 1820, per totale di due milioni di esemplari, in diverse manifatture, compresa quella di Torino.

Il fucile era lungo complessivamente 151,5 cm, la canna era di 113,7 cm con un’anima liscia di 17 mm di diametro per un peso di 4,3 Kg; la calciatura era in noce ed il bacinetto dell’innesco in ottone. Le palle raggiungevano una distanza di 900 metri ma il tiro era efficace fino a 250 metri, la potenza della palla era comunque tale che a 157 metri attraversava un pannello di legno di pino spesso 26 mm. La baionetta di tipo triangolare era lunga 405 mm e si innestava sulla canna, con un attacco a calza e ghiera soprattutto per consentire la difesa durante le cariche della cavalleria.

Le migliori pietre focaie, infine, erano quelle “bionde” di produzione francese che, comunque, diventavano inservibili dopo circa 50 colpi.

In definitiva il clarinetto era tecnologicamente superiore alla “Brown Bess” ma, come anche Napoleone ebbe modo di ricordare, l’esito della battaglia dimostrò che era più importante l’addestramento all’uso dei fucili che la quantità e la qualità degli stessi.

 Roberto Avati

«Un débat devant le monde»

«L’Angleterre triompha de cette première victoire sur l’armée issue de la Révolution, avec d’autant plus de bruit qu’elle s’y attendait moins. Les deux Chambres votèrent des félicitations: aux Lords, Grenville déclara qu’il ne connaissait pas dans les annales de l’Angleterre de succès plus honorable, et, aux Communes, le ministre de la Guerre, Windham, rappela les noms de Crécy, de Poitiers, d’Azincourt. Des distinctions spéciales furent créées: sur les boutons d’uniformes, le nom de Maida; aux chefs, une médaille commémorative en or, la première qui ait été frappée pour une victoire continentale. Dans le pays, ce fut un enthousiasme “indescriptible”. L’orgueil national considéra par ce seul coup “la supériorité de courage et de discipline” des troupes anglaises comme définitivement établie, et il semblait que le destin eut choisi, pour l’éprouver, cet adversaire même qui l’avait publiquement dénigrée. Des publications parurent qui invitaient l’Angleterre à développer largement son armée de terre et à multiplier les expéditions continentales, pour ruiner l’ennemi sur son élément.

Cette bataille, secondaire par elle–même, eut donc un retentissement énorme, d’autant plus qu’il y avait accalmie en Europe: “Nulle part on ne se bat, les regards sont sur nous”. Les journaux étrangers la commentèrent vivement. La confiance qu’elle inspira aux troupes anglaises eut sa conséquence directe en Portugal et en Espagne. Leur tactique, si simple grâce à l’efficacité du tir et au sang–froid du soldat, a reçu là sa consécration et il n’y a pas si grande distance entre le futur comte de Maida, assistant au combat et spectateur intéressé et le “duc de fer” à Waterloo, se bornant à répéter que l’ordre était de tenir jusqu’au dernier homme.

Une défaite aussi complète, succédant à tant de confiance, jeta les troupes de Reynier dans un profond découragement. Le général désespérait de les retenir en cas de nouvelle attaque et les témoignages s’accordent à les montrer démoralisées à un degré surprenant chez des troupes aussi éprouvées. Un officier croit que l’on n’aurait pu les rallier s’ils n’avaient été arrêtés par l’apparition des paysans armés, qui avaient attendu sur les hauteurs l’issue du combat et descendirent alors “en poussant des cris effrayants”, pour piller et harceler les vaincus.

 Une panique, la seconde nuit après la bataille, dans le camp sous Catanzaro, prouve suffisamment le désarroi : “Vers minuit, rapporte un officier des Suisses, nous dormions profondément, lorsque tout coup un cri effroyable s’éleva de tout coté: les brigands! Les Anglais! Et une terreur panique se répandit dans toute l’armée. Chacun s’éveilla en sursaut, sans savoir où courir. Comme la chaleur était extrême, la plupart avaient retiré leurs vêtements et ce fut terrible de voir les Polonais se jeter sur les armes des Français, les Français sur les nôtres et nos soldats à droite et à gauche sur celles qu’ils purent trouver. On se tirait les uns sur les autres sans se connaître. Tous criaient: nous sommes perdus, et tout le monde s’enfuit de la hauteur vers la mer sans savoir pourquoi. Ce tumulte dura environ un quart d’heure…”. Il y aurait eu quelques morts et nombre de blessés».

(Estratti da: Jacques Rambaud, Naples sous Joseph Bonaparte, Librairie Plon, Paris, 1914, pp. 79, 81)

Magali Lucchini

Strategie belliche e diplomatiche della Gran Bretagna

Nell’ambito del lungo conflitto anglo–francese, la battaglia di Maida rappresentò un evento significativo nella strategia politico–militare, non solo per i riflessi nel contesto territoriale regionale, ma anche e soprattutto nel quadro più generale del Mediterraneo e dell’Europa per i successivi tentativi di Inghilterra e Francia di ritrovare nuovi equilibri.

Da una parte, infatti, il successo dell’armata britannica funzionò, a livello regionale, da incoraggiamento per la rivolta calabrese, che assunse la forma di un brigantaggio più violento e agguerrito, tale da imporre un’attenzione militare più dispendiosa e difficile, con impiego di uomini e ingenti mezzi, dall’altra funzionò come cassa di risonanza internazionale di un territorio – fino a quel momento soprattutto vissuto come periferia del regno – soltanto sfiorato, nei secoli precedenti, dagli eventi politici ed economici più rilevanti. Inoltre, esso segnò il tentativo di trovare, tra le due nazioni in guerra, la via della pace e nuove strategie politiche ed economiche.

A livello regionale, la stampa e gli intellettuali stranieri iniziarono ad occuparsi con descrizioni più minuziose, partecipate e comunicative, del paesaggio e delle condizioni sociali delle popolazioni locali, dedicando pagine importanti. Anche le opere d’architettura e le infrastrutture locali si animano di una presenza nuova in rivoli di trasmissione di esperienze illuministe: la cosiddetta Via Regia, che attraversa il territorio di Maida, assurge a luogo principale di transito di truppe, corrieri, uomini di scienza e di letteratura, che lasciano tracce indelebili della loro presenza e l’alone del loro sapere. A sottolinearne l’importanza europea, questo itinerario viene riportato sulle cartografie riguardanti l’intera penisola e, in particolare, ne l’Itinéraire d’Italie ou description des voyages par les routes les plus fréquentées et des principales villes d’Italie, di Pierre e Joseph Vallardi del 1828 e sulla Nuovissima guida dei viaggiatori in Italia di Epimaco e Pasquale Artaria del 1834.

L’intitolazione di un’importante via di Londra, Maida Vale, è la testimonianza più citata e non rappresenta che un aspetto dei riflessi di lunga durata di una battaglia che è anche il preludio della violenta reazione francese, con condanne sommarie, esecuzioni capitali nelle strade e nelle piazze, nonché azioni dimostrative di inaudita ferocia. Tra i brigands – termine con cui i francesi accumunavano sbrigativamente delinquenti comuni e coloro i quali si opponevano alla loro idea di libertà e di giustizia –, venivano compresi gli insorti, che, per non essere passati per le armi, furono costretti ad adottare gli stessi metodi che venivano usati contro di loro. Sono ben documentati i risultati delle inchieste del 1810 condotte da parte francese, generalizzanti e con l’esclusione di qualsivoglia eccezione: «Gli abitanti sono barbari, e sanguinarj, inclinati alla rapina, al brigantaggio, ed alla insubordinazione». E l’esito, favorevole agli inglesi della battaglia di Maida, ha svolto – nel bene e nel male – un ruolo importante, tanto che, per qualche anno ancora, dopo il 1806, molti insorti si illusero di poter respingere le armate straniere che con la forza e il terrore avevano occupato il regno. Del resto le garanzie di protezione da parte del generale inglese John Stuart, in seguito all’esito della battaglia, avevano avuto notevole ripercussione in tutta la Calabria. Buona parte della regione reagiva e i ribelli calabresi, già esortati alla rivolta dall’appello inglese, si dirigevano verso Napoli, convinti che la loro marcia verso la capitale poteva essere protetta da forze inglesi che tenevano sotto il controllo la costa tirrenica.

Ma gli inglesi, che avevano sostenuto la rivolta delle popolazioni calabresi ed armato i ribelli, rimarranno estranei al fermento che agitava il regno dopo la rotta subita a Maida dai francesi e l’appello alla rivolta del generale inglese. Le disposizioni impartite al comando inglese in Calabria erano perentorie: rinunziare a fare leva sulla vittoria. Charles James Fox, che dopo la morte del ministro William Pitt il Giovane, assunse la direzione deal politica estera inglese, mirava, infatti, ad un’intesa con Napoleone. La presenza inglese nel Regno di Napoli avrebbe ostacolato le trattative già iniziate, per cui il generale Stuart, attenendosi alle direttive centrali, abbandonò gli insorti e si ritirò con tutto il potenziale bellico nelle basi siciliane. Sicché, abbandonati da chi li aveva spinti alla ribellione e all’azione, coloro che avevano creduto nelle promesse degli inglesi si trovarono improvvisamente, a seguito della politica di avvicinamento alla Francia, a combattere da soli contro un nemico senza scrupoli. E i francesi consapevoli che la forza militare e il terrore fossero i soli strumenti necessari per mantenere sotto controllo la regione, contribuirono a segnare, in contraddizione con le coeve importanti riforme amministrative locali, i destini sociali regionali.

Giovanni Iuffrida

Nicastro antifrancese

La battaglia di Maida rappresenta senz’altro uno degli eventi più importanti tra quelli accaduti nella nostra piana, che in qualsiasi epoca ha sempre coperto un ruolo importante nella storia regionale.

All’alba del primo luglio 1806, una piccola flotta britannica raggiunse il Golfo di Sant’Eufemia e sbarcò un corpo di spedizione in corrispondenza del Bastione dei Cavalieri di Malta.

Nei due giorni successivi gli inglesi ebbero tutto il tempo per consolidare le loro posizioni nella marina di Sant’Eufemia e il Bastione di Malta, scelto come centro delle operazioni, venne circondato «da una trincea semicircolare, rinforzata con sacchi a terra, che appoggiava le estremità al mare». La flotta, che stazionava non lontano dalla spiaggia, rappresentava una buona copertura in caso di un improvviso attacco nemico.

Il proposito era quello di infliggere eventuali perdite e sollevare la popolazione locale, cui, infatti, il comandante inglese Stuart rivolse un proclama che incitava alla rivolta. L’appello fu accolto con entusiasmo dalla maggior parte della popolazione di Nicastro, che durante gli avvenimenti del 1799 era stata ostile alla repubblica, manifestando il suo attaccamento alla corona borbonica.

Nicastro, probabilmente nella stessa giornata del primo luglio, fu protagonista di un tragico avvenimento. Appena si fu allontanata la piccola guarnigione di soldati polacchi di stanza in città, alcuni scalmanati assalirono l’ospedale civico, trucidarono tutti i soldati francesi in esso ricoverati e si impossessarono delle loro armi. Vano risultò l’intervento del barone D. Domenico Statti volto a calmare gli animi.

La sera del 3 luglio i due schieramenti erano già l’uno di fronte all’altro. Osservando le «luminerie» di Nicastro, il generale francese Reynier, certamente per vendicare l’eccidio di qualche giorno prima, avrebbe esclamato: «Dimani batteremo gl’Inglesi, e dopo dimani brugeremo Nicastro».

Il giorno dello scontro, 4 luglio 1806, dai balconi, dalle finestre, dai tetti delle proprie case la popolazione nicastrese tentava di seguire le fasi della battaglia, non tanto per semplice curiosità quanto per la grande trepidazione da cui era assalita: la temibile minaccia del Reyner, infatti, non aveva tardato a raggiungere i nicastresi grazie agli amici di Maida.

Dalla direzione del fumo e dal rumore delle artiglierie la gente cercava di capire quale esercito prevalesse sull’altro quella fatidica mattina. Temendo la vendetta francese, molti si tenevano pronti alla fuga. Nel frattempo venivano allontanati il più possibile dalla città le donne, i bambini e gli infermi e si cercava di mettere al sicuro quanto si possedeva di prezioso.

Ripartiti gli inglesi e ritornati a Nicastro i francesi, questi «per solo esempio» – scrive lo storico nicastrese Maruca – «fucilarono un giovane imprudente dell’età di quindici anni… il quale si era fatto vedere in piazza con armi prese ai francesi».

Le fasi dei combattimenti sono descritte in una cartina topografica preziosa perché contemporanea all’avvenimento. Fu pubblicata dallo Stuart subito dopo la battaglia: l’originale si conserva a Napoli, nell’Archivio Borbone. L’autore manifesta una buona conoscenza dei luoghi, che sono indicati in modo particolareggiato e realistico. Un’analisi attenta di questo documento e una comparazione con una carta topografica dei giorni nostri può aiutarci a individuare con una sufficiente approssimazione il campo di battaglia che, si tenga conto, i nicastresi riuscivano a vedere in prospettiva dalle loro case. L’individuazione dell’autentico teatro dello scontro è forse possibile, ma richiede una ricerca sistematica quanto fortunata, con il ritrovamento di indizi certi sul terreno indagato.

Lucio Leone

La “democrazia” e le baionette

Erano “cafoni”, “selvaggi”, “canaglie”: tutti li volevano però dalla loro parte, gli insorti calabresi del 1806. Sulla loro testa si svolgevano gli avvenimenti della “storia grande”, si intrecciavano i desideri di rivalsa dei Borboni fuggiti da Napoli a Palermo, le ciniche strategie inglesi, la “grandeur” napoleonica tesa alla conquista della Sicilia.

Nei mari attorno alla Calabria, nel Mediterraneo, si dipanavano i disegni egemonici dell’Inghilterra imperialista, della Francia imperiale e dell’imperatore russo; scontri tra grandi potenze che annodavano la penisola calabrese alle “piccole” isole maltesi e ioniche, alle grandi isole siciliana e sarda, alle coste adriatiche e a quelle tirreniche. Era il fianco sud della grande partita europea, fra Napoleone e le coalizioni che di volta in volta si opponevano al suo prorompente primato: la Calabria è solo un frammento in questo enorme scacchiere. Ma ha una sua particolarità.

Per la prima volta si opponevano a Napoleone non grandi potenze e scettri e corone, ma “miserabili” di una regione rustica. «Questa è una guerra della povera gente», scriveva al tempo il generale inglese Stuart; a maggior ragione quindi non andava incentivata, né sostenuta, ma, se possibile, solo strumentalizzata. Questo è il ragionamento politico anglo–borbonico che tiene dietro all’osservazione di Stuart e questo sembra essere il quadro della battaglia di Maida: scontro fra “regolari”, con le divise e i comandanti. Gli appelli alla popolazione sembrano esser funzionali ad una strategia propagandistica, che d’altronde fa a sua volta parte integrante della guerra nuova che si va combattendo per le contrade d’Europa. Ma i proclami dell’una e dell’altra parte non sono destinati alla maggioranza della popolazione, anche per il puro dato materiale dell’analfabetismo di massa. Quegli editti e quei proclami, che oggi sono diligentemente conservati in archivi e biblioteche, erano diretti alle élites della regione; la parte popolare agiva con altre modalità di comunicazione e secondo altri schemi bellici, che non erano quelli classici.

Quella che in Spagna sarà chiamata la “guerrilla”, era già guerriglia in Calabria, “piccola” guerra di irregolari, di banditi e di briganti (secondo la “classica” iconografia dettata dai primi viaggiatori stranieri nella regione destinata a reiterarsi nell’Ottocento), di cafoni e di selvaggi. Questi “strani” calabresi reagivano a chi aveva sostituito i vecchi Borboni dicendo di portare libertà, fraternità e uguaglianza, ma sulla punta delle baionette. Bizzarra vicenda quella del rapporto fra i Francesi e i Calabresi, con i primi che affermano la modernità dei principi rivoluzionari e la possibilità di riscatto popolare e i secondi che ne contestano modalità e imposizioni.

La vicenda sarà destinata a ripetersi per altre parti d’Europa e addirittura – su altri scenari mondiali – fino ai giorni nostri.

Giuseppe Restifo

“Guerra civile” o “resistenza”?

Storia dal basso: questo, e non da ora ma dal tempo dello storico inglese Edward Thompson, sembra essere il percorso per trarsi fuori dall’histoire–bataille, dalla semplice storia delle battaglie, fatta di condottieri e statisti, di sovrani e imperatori. Allora, proprio prendendo spunto dalla battaglia di Maida, tanti altri interrogativi si possono porre, che riguardano non l’“alto”, ma il “basso”, non solo i generali con le medaglie, ma anche i soldati semplici e, ancor di più, quelli che non vestivano nessuna divisa ma che pure, pian piano, assumiamo abbiano fatto anche loro “la storia”. Non sappiamo se l’espressione «la guerra civile calabrese» sia abbastanza esplicativa sotto questo profilo, perché il periodo sembra piuttosto mostrare una “resistenza” di calabresi a non–calabresi, ma egualmente si può prendere in carico l’impegno di provare a fare storia dal basso.

La vicenda calabrese peraltro è comparabile con altra vicenda, quella di Malta, che la precede di otto anni: la rivolta dei contadini, che si protrae nell’isola mediterranea dal 1798 al 1800. Anche in quel caso la nuova storiografia ha dovuto “combattere” con l’histoire–bataille, con l’esaltazione del genio napoleonico, con la narrazione della grandezza della marineria inglese, con il triste racconto del declino del Sacro Ordine dei Cavalieri. Storie di persone di rango, di Nelson e della Francia, che si avviava ad essere imperiale, dello zar e del Pontefice, che doveva procurare nuove protezioni ai Cavalieri di S. Giovanni: l’umile contadino maltese – così come capiterà agli umili insorgenti calabresi – quasi non esiste in quella tradizionalissima storiografia.

Quando le manifestazioni antifrancesi vengono prese in considerazione, infine, si appiccica loro sempre l’etichetta della “ribellione spontanea”, del moto per offesa alla religione o alle donne, quasi seguendo da vicino il cliché dei Vespri siciliani. Soltanto da poco tempo ci si comincia a chiedere se dietro quell’apparente “ingenua spontaneità” ci sono forme organizzative, caratteri e aspetti di sociabilità urbana o rurale. La domanda è complessa, perché di sociabilità si è cominciato a parlare con Agulhon in Francia qualche decennio fa, ma in Italia quegli spunti si sono tradotti in ricerche sui salotti ottocenteschi e sulle prime forme “partitiche”; si è andati in avanti nel tempo, e non indietro, verso l’ancien régime.

La battaglia di Maida del 1806 e tutto l’intorno dell’insorgenza calabrese ci interpellano e ci chiamano a nuove ricerche sulla storia sociale della regione. A fermarsi alla storia militare soltanto, peraltro, si corre il rischio di una forte attenuazione del significato della battaglia stessa: lo dimostra la discussione a proposito del libro di Frederick C. Schneid, il quale insiste nell’affermare che l’intero conflitto in Calabria non sarebbe altro che una “nota a pie’ di pagina” nella larga tessitura delle guerre napoleoniche.

 Carmelina Gugliuzzo

I calabresi in Russia e Germania nel 1812 e nel 1813[2]

Nel 1807 Napoleone scriveva al fratello Giuseppe «Non vi entri in capo di formarvi un esercito napoletano, vi abbandonerebbe al primo pericolo, vi tradirebbe per un altro padrone. Fate tre o quattro reggimenti e mandatemeli, io con la guerra darò loro disciplina coraggio e sentimento d’onore». A sfatare questa sua opinione ci pensarono, nella notte del 17 novembre 1812, i veliti e le guardie d’onore agli ordini del generale calabrese Florestano Pepe, che scortarono la sua slitta mentre abbandonava i brandelli dell’armata di Russia. La scorta per non venir meno al regolamento indossò la grande uniforme, senza alcuna altra protezione dal freddo; a Vilnius alla fine di questa tragica prova di disciplina giunsero soltanto 30 uomini dei 300 che erano partiti. Questo distaccamento faceva parte della divisione giunta a Danzica in ottobre, comandata dal generale D’Estrées, formata da due brigate agli ordini dei marescialli Rossarol e D’Ambrosio e composte dal 5°, 6° e 7° di linea, due compagnie di marinai, due battaglioni di veliti a piedi, due squadroni di veliti a cavallo, tre squadroni di guardie d’onore ed una compagnia d’artiglieria per un totale di 8.107 uomini e 1.097 cavalli.

Tra i veliti si trovava un mio antenato, Gian Carlo Avati, di lui si tramanda che morì a Koningsberg e che fu decorato, in effetti accanto all’atto di nascita del registro parrocchiale ho trovato l’annotazione “velito”. Ma molti altri furono i calabresi che parteciparono alla campagna nel nord Europa, alcuni ottennero anche la Legion d’onore: come il tenente Scipione Sartiani da Reggio, ferito il 21 maggio 1813, alla battaglia di Wurschen, e morto il 31; il tenente dei granatieri Enrico Licastro da Delianuova, ferito il 30 agosto del 1813, alla battaglia di Greiffemberg, nuovamente ferito il 18 ottobre alla battaglia di Leipzig e morto il successivo 1 dicembre; il sergente maggiore Francesco Pepe di Cinquefrondi ed il capitano Belsito da Pizzo distintisi nella battaglia di Bautzen che costò ai napoletani del 4° leggero, sopraggiunto nel frattempo, 500 uomini e 15 ufficiali; nello stesso combattimento fu ferito gravemente il generale calabrese D’Ambrosio e si distinsero i capitani Camillo Scioti e Michele Scrugli, mentre tra gli effettivi del 5° di linea risulta il capobatteria Filippo Guarasci. All’assedio di Danzica parteciparono oltre 3.200 napoletani, l’assedio iniziò il 22 gennaio 1813 e durò per 11 mesi. Si distinse il sottotenente Luigi Cefaly da Cortale, che il 24 marzo fermò un contrattacco del nemico. Di lui il D’Estrées scrisse «Cet officier a montré le courage et le sang froid qu’exigeait une pareille circonstance». Il 3 settembre si fecero onore il tenente Francesco Calcaterra da Dasà ed il sergente Sinopoli di chiare origini calabresi. Ma gli assediati decimati dal tifo petecchiale e dal freddo, persa ogni speranza di aiuti da Napoleone, accettarono la resa ed il 2 gennaio lasciarono la città. Murat nel frattempo aveva cambiato alleanza e quindi ai 1600 superstiti napoletani fu permesso di raggiungere Napoli dove arrivarono il 7 agosto accolti dal Re e dalla cittadinanza. Con questi uomini Murat volle formare il 12° reggimento nei ranghi del quale troviamo il tenente Calcaterra, il tenente Francesco Scalese da Placanica ed i sottotenenti Cefaly e Nicola Marzano da Monteleone.

Per i limiti imposti non mi è possibile indicare altri combattenti i cui cognomi sono di stretta assonanza calabrese e per i quali ho in corso ulteriori indagini. Comunque, ritengo opportuno precisare che questa mia ricerca sarà dedicata alla memoria del velite Giancarlo Avati e di tutti i suoi coetanei che non fecero più ritorno in Calabria, autentici protagonisti della storia, a cui nessuno ancora ha reso onore.

Roberto Avati

«Nessuno ha imparato nulla da Maida»[3]

Fu questa l’esclamazione dell’Imperatore francese nell’apprendere la sconfitta di Reynier a Busaco dopo il suo attacco con 14 colonne alle forze di Wellington, ben ricordando il grave errore commesso dal generale francese alcuni anni prima, a Maida, nell’ordinare l’attacco nel medesimo assetto tattico. Infatti, a rendere ancor più interessanti i contorni di questa importante battaglia, ad oltre un secolo dalle tesi proposte dal grande storico inglese Sir Charles Oman, che si pronunciò a favore dell’attacco dei francesi in colonna, tesi accettate e condivise dalla storiografia ufficiale mondiale, nell’ultimo ventennio, alcuni storici, due tra tutti, James R. Arnold e Richard Hopton, con loro saggi, lo hanno energicamente rimesso in discussione, tanto da innescare, fatalmente, un meccanismo di revisione storica. Se lo scontro iniziale di Maida, secondo le nuove tesi, fosse avvenuto con entrambi gli schieramenti in linea – Brigata leggera del Kempt, non più di 800 uomini disposti su due ranghi, contrapposta ai due battaglioni del 1° reggimento di fanteria leggera, 1600 uomini disposti su tre ranghi – pur tenendo conto che le file inglesi aprirono il fuoco da fermo e pur considerando che si trattava di truppe di eccellenza ben addestrate al tiro, non si potrebbe negare che anche il reggimento francese, in quanto di fanteria leggera, era di qualità e in più, in netta superiorità numerica. Partendo da queste inconfutabili premesse, come si possono giustificare le enormi differenze di perdite tra i due schieramenti? Tutto ciò non può che portare ad una sola conclusione: l’attacco iniziale effettuato dall’ala sinistra del Compere, avvenne con i battaglioni disposti in colonne pesanti di divisione, perché solo tale assetto può giustificare perdite nel rapporto di 1 a 14. Infatti, le colonne, rispetto alla linea, presentavano un duplice svantaggio: subivano maggior danno dal fuoco di artiglieria e sviluppavano un minor volume di fuoco di fucileria. La verità storica è che i francesi, nelle loro battaglie, muovevano contro il nemico arditamente in colonna. Ma a Maida, per la prima volta, non riuscirono nel loro intento perché gli inglesi, loro avversari, non si lasciarono intimidire e, forti del loro addestramento, della loro disciplina e della loro tempra, aspettarono gli assalti a piè fermo schierati in due righe in assoluta immobilità e impressionante silenzio e, mirando con calma e freddezza, all’unisono aprirono il fuoco da breve distanza, scaricando due micidiali e precise salve di fucileria da meno di 100 e a 20 metri. A questa seconda tempesta di fuoco, i sopravvissuti, letteralmente in preda al panico, gettarono i fucili e fuggirono. La vittoria premia chi distrugge nel nemico la determinazione a resistere e il fuoco è insostituibile nella distruzione morale. La conseguente rotta non può essere fermata da nessuno: non esiste più Patria o Imperatore che tenga!

Certo, il Reynier, poteva meglio utilizzare e con più convinzione i suoi volteggiatori, tra l’altro presenti in gran numero (cinque compagnie considerando la sola Brigata Compere), nella schermaglia iniziale avvenuta lungo il greto del Lamato, prologo alla battaglia vera e propria. Se avesse impegnato più compagnie rispetto alle due che utilizzò, oltre a poter insidiare con più incisività il fianco destro scoperto della Brigata leggera, sicuramente avrebbe impedito il rientro in formazione di gran parte delle forze che il Kempt aveva saggiamente distaccato per il contrasto, riducendo così di un terzo il potenziale di fuoco sviluppabile dalla Brigata leggera nell’imminente scontro con le colonne del 1° leggero. Ma, assieme ai tanti errori commessi quel giorno, il Reynier commise anche questo, con il risultato che perse la battaglia in un quarto d’ora.

Salvatore Moschella

La linea vincente[4]

Obiettivo di questo mio breve intervento è di focalizzare l’attenzione su di un aspetto particolare della battaglia di Maida, quello relativo al felice esito della tattica posta in campo dal comando militare inglese ed agli errori dell’avversario.

La durata dello scontro fu eccezionalmente breve (R. Hopton arriva a misurare la durata in quindici minuti), elevatissimo il numero di morti e feriti, enorme il divario dei caduti fra i due eserciti.

Pur tenendo conto dell’esito comune a tutte le battaglie, laddove i vinti soccombono e sono due volte vittime, il numero dei morti e dei feriti francesi è veramente elevato, specie in considerazione del fatto che del tutto esiguo è il numero dei borbonici e degli insorgenti (ammesso che questi ultimi abbiano combattuto e non se ne siano rimasti a guardare, come afferma lo Stuart).

I dati ufficiali inglesi parlano di 1.300 caduti francesi successivamente bruciati sul campo di battaglia, 510 feriti morti “nei nostri spedali” e di un numero considerevole di prigionieri polacchi e svizzeri cui fu concesso di arruolarsi nei corpi esteri nonché di altri prigionieri mandati in Francia ed in Malta. Le perdite inglesi: 41 morti e 261 feriti.

Quale evento può aver condizionato le sorti della battaglia da farla durare pochi minuti quando sul campo si fronteggiavano 6.000 inglesi contro 7.000 uomini dell’invincibile Grande Armée?

Non fu un attacco di sorpresa. Lo Stuart, sbarcato sera del 30 giugno sulla spiaggia di Sant’Eufemia ed inoltratosi nella pianura per ispezionare i luoghi, si scontrò con un distaccamento di circa 400 francesi e polacchi. Lo sbarco non prese quindi alla sprovvista i francesi che sera del 3 luglio se ne stavano sopra una collina boscosa verso Maida.

Il successo si deve a scelte tattiche: la linea contro la colonna di sfondamento francese ed alla ferrea disciplina che allenava i soldati inglesi a sparare sul nemico a distanza ravvicinata. Da parte francese mancò un qualsiasi ostacolo allo sbarco e nocquero gli ordini del generale Reynier di abbandonare la posizione favorevole sulla collina e di andare alla baionetta: «Le général renouvela en même temps l’ordre exprès de courir sur l’ennemi à la baïonnette sans tirer un coup de fusil».

Gli inglesi, disposti in linea, aprirono un fuoco micidiale contro le colonne francesi creando varchi tanto profondi nelle colonne da incutere il terrore e quindi una disordinata fuga.

Sulla precisione dei numeri i pareri sono contrastanti ma l’enormità del divario resta indubitabile. Attendere il nemico impavidamente fino alla distanza di pochi metri non solo consentì una micidiale precisione di fuoco ma, nel caso in specie, un duplice effetto psicologico: quello di confermare al nemico che anche gli inglesi erano per lo scontro alla baionetta e, successivamente, quello di seminare il panico.

La positiva esperienza di Maida portò Wellington ad utilizzare abbondantemente la tattica delle scariche di fucileria con i soldati schierati in linea durante la guerra d’indipendenza spagnola.

Quattro anni dopo Maida, a Busaco, sugli omonimi monti del Portogallo centrale, le forze anglo–lusitane comandate dal duca di Wellington sconfissero le forze di Massena delle quali Reynier comandava il II corpo d’armata. Anche qui linea contro colonna. Le perdite francesi, tra morti e feriti, furono di 4.500 uomini contro i 1.250 inglesi.

 Leopardi Greto Ciriaco

[1] N.d.C. IX anno del calendario rivoluzionario francese che inizia nel 1793.

[2] Questo contributo non era stato incluso nella brochure del 2005 in quanto giunto oltre il tempo limite.

[3] Questo contributo non era stato incluso nella brochure del 2005 in quanto pervenuto oltre il tempo limite.

[4] Questo contributo non era stato incluso nella brochure del 2005 in quanto pervenuto oltre il tempo limite.

 

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