Premio Letterario 2004

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Anno 2004

La multiculturalità e la Calabria[1]

L’Università per Stranieri “Dante Alighieri” di Reggio di Calabria

L’Università per Stranieri Dante Alighieri, avendo sede a Reggio di Calabria, al centro di tutte le direttrici di traffico e di civiltà operanti nel Bacino del Mediterraneo è convinta che il modello europeo – che è, poi, un modello euro–mediterraneo, potendosi cogliere profonde suggestioni mediterranee anche presso i popoli europei non lambiti da questo mare – può essere utilizzato quale risposta alla più grande questione che il processo di mondializzazione suscita nell’era contemporanea: come si fa a convivere e collaborare pacificamente senza cancellare le differenze, ma anzi valorizzandole in quanto differenze. Piuttosto che parlare, come pretendono alcuni pensatori contemporanei, di una semplice coesistenza tra “stranieri morali”, tra loro non comunicanti, anche se gettati dalla sorte su di un’unica isola inospitale, è molto più costruttivo evocare la figura dell’arcipelago, in cui tante isole, ognuna con le sue caratteristiche, sono lambite però dello stesso mare e fanno parte di un medesimo insieme.

Nella prospettiva di quel che Giorgio La Pira definiva un “servizio al mondo”, l’Università per Stranieri Dante Alighieri di Reggio di Calabria, già prima in convenzione con l’Università di Messina, e successivamente al riconoscimento legale, come propria autonoma offerta formativa, a partire dal novembre del 2007, ha aperto i Corsi Universitari di Laurea in Scienze e Tecniche dell’Interculturalità Mediterranea, con due indirizzi di studio, uno per Mediatori Linguistico–Culturali, e uno per Docenti di Lingua Italiana a Stranieri.

Quale sia l’importanza della figura del Mediatore Linguistico–Culturale è sempre più evidenziato dalla costante e continua ascesa del numero di immigrati in Italia e dalle difficoltà comunicative che emergono tra le lingue e culture diverse, al punto da determinare molte volte gravi conflitti interiori ed anche situazioni di violenza e di sfruttamento. Queste circostanze si accentuano e si moltiplicano quando l’immigrato diventa anche utente delle strutture di servizio del nostro Paese: uffici pubblici, scuole, ospedali, consultori, centri di accoglienza, carceri etc. Quasi sempre il nostro operatore scolastico, sanitario, carcerario, o altro che sia, non è in grado di superare le difficoltà provocate alla sua professionalità dalla mancata conoscenza della diversa cultura e civiltà dell’utente immigrato.

Parallelamente, anche il Corso di Docenti di Lingua Italiana a Stranieri offre un titolo universitario, che diverrà sempre più ricercato nell’immediato futuro, non solo per chi intenda diffondere la lingua e la cultura italiana all’estero – venendo incontro ad una richiesta sempre più pressante in ogni parte del mondo, come viene segnalato dai responsabili degli Istituti Italiani di Cultura – ma anche per chi vorrà dedicarsi al compito di formare il personale delle scuole e delle università italiane, dove la presenza di allievi stranieri è in continuo aumento e si richiede per essi una metodologia del tutto particolare nell’insegnamento della nostra lingua e nel modo con cui farli accostare alla nostra cultura e civiltà.

 Salvatore Berlingò

[1] La brochure di quest’anno esordiva con un intervento del presidente Stefania Vasta Iuffrida di cui si riportano qui di seguito i punti relativi all’argomento: «Il tema “La multiculturalità e la Calabria”, scelto per questa ottava edizione, risulta argomento dibattuto nella nostra regione laddove sono state realizzate esperienze di contatto interculturale e posti in essere interessanti progetti di studio legati alla multiculturalità. Un dibattito sul futuro della Calabria non può prescindere dai fenomeni di scambio culturale di matrice mediterranea».

Storia dei paesi islamici a Reggio Calabria

1 novembre 2001: inizia il primo corso di Storia dei paesi islamici dell’area dello stretto. Un appuntamento carico quanto mai di significati e di aspettative dopo quanto era accaduto a New York una manciata di settimane prima.

Polo di Reggio Calabria dell’Università di Messina: due nuovi corsi di laurea al passo con i tempi, Docente di italiano a stranieri e Scienze e tecniche dell’interculturalità mediterranea (più semplicemente mediatore linguistico–culturale). Un centinaio di studentesse e studenti “costretti” a seguire: una studentessa musulmana, una di origine ebraica, qualche cristiano–protestante del nord dell’Europa, un gruppo cristiano–ortodosso proveniente dalla ex–Jugoslavia e una maggioranza cristiano–cattolica di origine italiana e spagnola. Osservanti, laici, indifferenti, atei. Studentesse e studenti dai 18 ai 50 anni, dagli appena diplomati ai lavoratori al secondo corso di laurea. Tutti immersi nella cronaca, bersagliati dalle immagini terrificanti dell’11 settembre. Tutti lontani dalla storia. Tutti allontanati dalla storia, come si vuole che sia.

Una sfida allora, parlare dell’imprescindibile conoscenza delle origini dell’islam per capire il mondo attuale nel momento in cui i media, seguendo pedissequamente un sentiero ben preciso indicato da noti politologi, opinionisti e scrittori occidentali, continuano ad affermare che l’11 settembre 2001 deve essere considerato come momento “assoluto”, che il passato non può fornire risposte e motivi, che la storia ha iniziato un nuovo corso, sul vuoto in cui si ergevano le torri gemelle.

Una lotta dunque, criticare l’appiattimento dei punti di vista, l’azzeramento della visuale al solo elemento eclatante, all’evento in sé, privo di un prima e di un dopo: il “rattrappimento” della storia. La storia come successione di eventi eclatanti, da prima pagina, anzi, la cronaca che diventa storia, una storia costretta a smentirsi quotidianamente sotto i colpi di altri eventi. Che futuro può avere?

Una prova difficile quindi, parlare di storia di una civiltà che non segue le categorie concettuali, la visione del mondo, le periodizzazioni proprie della nostra. Una civiltà che non ha un “Medioevo”, sebbene qualcuno parli di “Medioevo” del mondo islamico per indicare quello che nell’altra sponda del Mediterraneo succedeva durante il nostro “Medioevo”, oppure, in senso peggiorativo, per indicare un perenne “Medioevo” in cui vive il mondo islamico sempre uguale a se stesso, sempre rivolto al passato. Una civiltà che non vive gli eventi più significativi del nostro passato come noi li abbiamo sempre immaginati con la complicità di storici poco obiettivi: l’assoluta marginalità delle crociate nella loro storia, ad esempio.

Un’impresa quanto mai ardua, tracciare le linee principali della civiltà islamica (religione, diritto, tradizioni…) e della sua storia attraverso cinque continenti e quindici secoli in sole 40 ore di lezione. Mettere in discussione il rassicurante, permeante e impermeabile eurocentrismo di cui tutti ci siamo nutriti sui banchi di scuola e sui banchi da lavoro e proporre una visione alternativa, seducente ma anche disorientante: la realtà multiforme e variegata dell’“islam” plurale, che si realizza diversificandosi nel tempo e nello spazio.

Un vero azzardo, parlare di tolleranza religiosa, di rispetto delle differenze etniche, di convivenze interreligiose realizzate nel passato nel mondo islamico, un vero rischio parlare di prospettive di pace da intravedere nel futuro, quando la legge della forza, dell’imposizione, della prevenzione e del rifiuto assoluto, legittimato da molti dopo quell’11 settembre, sembra oscurare le menti di chi governa i governi ma non sempre i cuori della gente, sembra invitare tutti a parlare solo di guerra.

Ecco perché a Reggio Calabria La Storia dei paesi islamici è stata[1] La Storia dei paesi islamici dall’avvento dell’islam all’oggi. Un insegnamento aperto al dibattito, a chi vuole creare “ponti” tra i popoli, a chi vuole sapere, a chi vuole capire, a chi la pensa in maniera diversa. Soprattutto aperto a chi pensa.

Salvatore Speziale 

Modelli multiculturali vissuti in Calabria

Nella storia della società calabrese i flussi migratori hanno scritto un capitolo di estremo interesse; in genere le ricerche si sono soffermate sulle correnti “in uscita”, su coloro che dalla Calabria andavano via oppure vi ritornavano dopo un periodo più o meno lungo, dando vita al fenomeno degli “americani”. Ma sulla regione – e in sempre maggior misura nei tempi più recenti – si sono indirizzati anche flussi “in entrata”, per i quali gli studi sono inferiori in numero.

Eppure i modelli messi in campo sono tutt’altro che disprezzabili. Ad esempio, il modello endoculturale, apertamente xenofobo, appare a un primo sguardo scarsamente praticato nella storia calabrese. E bene hanno fatto la società e le istituzioni nei secoli a rifiutarlo, in quanto destinato al fallimento e comunque autolesionista poiché proietta un’ombra razzista anche all’interno della stessa comunità devota a quel modello.

I calabresi hanno preso atto nei tempi passati e col tempo che uomini e donne migrano da sempre e che nessuna “muraglia” – sia essa fatta di pietra sia costruita con i corpi – è mai riuscita ad arrestarne il flusso. Per anestetizzare la xenofobia e il razzismo si afferma così il modello multiculturale, un modello di accoglienza, che non va però idealizzato. In esso, infatti, si declama il culto della convivenza, ma ciascuna comunità viene spesso relegata in spazi separati o tenuta ai margini. La declamazione “democratica” spesso nasconde anche una “capitalizzazione” della rendita di posizione dei “locali” rispetto ai “nuovi venuti”. Gli emigrati calabresi negli Stati Uniti conoscono benissimo il funzionamento di questo modello, che li ha utilizzati come manodopera a basso costo e “volenterosa”, tenuta nei quartieri delle Little Italies, addirittura solo in certe strade, oppure nelle baracche dei cantieri delle grandi opere.

Ci manca a oggi una serie di studi che mettano in comparazione questa esperienza storica, vissuta dagli emigranti calabresi, all’interno del modello multiculturale che ancora informa diverse società occidentali – non solo gli Stati Uniti – da una parte e, dall’altra, l’esperienza degli immigrati “forestieri” giunti alle sponde calabresi. Convivenza non sempre vuol dire eguaglianza e il fatto di poter perpetuare lingua e cultura della società d’origine potrebbe anche significare una sorta di passo del gambero, con la memoria e la nostalgia che fungono da viatico per il nuovo, duro cammino nella terra straniera.

In ogni caso quel che accade in Calabria non può – oggi – mai essere disgiunto dalla richiesta forte che, nel mondo della globalizzazione, alla libera circolazione dei capitali e delle merci si accompagni sempre la libera circolazione di donne e uomini.

Giuseppe Restifo 

La scuola: un ponte verso il mondo arabo–islamico 

A livello educativo, in una società sempre più multietnica e multiculturale, dove le diversità sembrano scontrarsi più facilmente che incontrarsi, si pone la necessità di promuovere presso le nuove generazioni l’accettazione delle differenze, degli atteggiamenti e dei punti di vista dell’Altro. Che questo “Altro” sia straniero, di un’altra religione o semplicemente una persona che la pensa diversamente da noi, poco importa. Dalla percezione negativa dell’“Altro” può, infatti, scaturire l’indifferenza, la paura, l’intolleranza o addirittura il razzismo; al contrario, una percezione positiva può suscitare un incontro nuovo, un cambiamento, un avvicinamento.

Per conoscere meglio l’“Altro”, l’Istituto Tecnico Commerciale Statale “V. De Fazio” di Lamezia Terme partecipa da anni ad iniziative culturali organizzate da enti pubblici, associazioni private e altri istituti scolastici atte a favorire la crescita sociale e civile dei propri allievi e docenti e, quindi, della comunità lametina. Nell’ambito di tale spirito di collaborazione è stata bene accolta la proposta della Commissione Straordinaria del Comune di Lamezia Terme di fare assistere degli alunni allo spettacolo Le crociate viste dagli arabi, rappresentato al Teatro Grandinetti della nostra città dalla compagnia Schegge di Nordafrica, di Genova. Affinché la partecipazione a tale iniziativa non costituisse solo un’occasione isolata, ma anche un’opportunità di reale approfondimento, numerosi alunni, prima dello spettacolo, hanno svolto ricerche tramite internet e testi specialistici. Il materiale trovato è stato distribuito affinché tutti gli alunni venissero a conoscenza dell’evento e coloro che avessero deciso di partecipare disponessero di materiale utile sul mondo arabo–islamico. L’iniziativa ha avuto senz’altro un impatto positivo. Lo spettacolo, infatti, è stato seguito con interesse da alcune centinaia di alunni e da numerosi docenti. Decine di essi, inoltre, hanno partecipato ad un interessante ed animato incontro–dibattito con gli attori e gli organizzatori della rappresentazione presso la sede del nostro istituto.

Come in un effettivo work in progress le discussioni successive e il bilancio positivo dell’iniziativa hanno costituito un forte stimolo ad approfondire, all’interno dell’istituto, la conoscenza della civiltà islamica, facendo svolgere alla scuola il compito di mediare tra diverse culture, di animare un continuo, produttivo confronto fra differenti modelli, di svolgere la sua funzione di “ponte” tra culture. A tale scopo si è ritenuto opportuno organizzare degli incontri–dibattiti nei mesi conclusivi dell’A.S. 2003–2004, in modo che la tematica trattata potesse essere “letta” nelle sue implicazioni storiche, politiche, religiose e culturali.

Gli argomenti: Islam tra fede e politica, Il mondo islamico e la letteratura italiana, I musulmani in Calabria, L’Italia coloniale e il mondo islamico e L’Islam nella società di oggi, sono stati trattati dai professori Francesco Vescio, Rosa Spena, Vincenzo Villella, Francesco Mastroianni e Pino Gullà, docenti del nostro istituto. Il tema Cultura araba e cultura occidentale, negli specifici interventi: Ancora Eurocentrici. No, grazie, L’integrità delle tradizioni religiose tra integralismo e integrazione e Sguardi che non si incrociano: cultura occidentale e cultura araba prima e dopo la “nahda”, è stato affrontato da Giuseppe Restifo, ordinario di Storia Moderna, Dario Tomasello, docente di Storia dell’islam e Salvatore Speziale, docente di Storia dei paesi islamici, tutti e tre dell’Università degli Studi di Messina. L’impegno dei relatori e l’attenta partecipazione di alunni e docenti hanno fatto sì che le tematiche sviluppate diventassero oggetto di vivaci dibattiti che spesso si prolungavano oltre le ore stabilite spingendo i presenti ad ulteriori approfondimenti bibliografici.

Attraverso questa esperienza certamente è cambiato molto per gli alunni e i docenti del “De Fazio”, che hanno seguito i seminari, nell’approccio con le problematiche che oggi l’islam pone al mondo intero. Infatti, gli incontri sono stati vissuti come momenti di sensibilizzazione, educazione e discussione delle problematiche della convivenza tra culture diverse e, i tempi lunghi, hanno consentito uno scambio fattivo di idee a dimostrazione del grande interesse suscitato. Sarebbe auspicabile, quindi, che nel territorio lametino si organizzino in futuro attività simili per consentire ad un più vasto pubblico di interessarsi a questioni così vive e cruciali all’inizio del nuovo millennio. In ogni modo il discorso è avviato…

Costanza Falvo D’Urso e Francesco Vescio

Integrazione e intercultura

La presenza di immigrati nel lametino è un fenomeno in continua crescita ed ogni giorno aumentano le richieste di permessi di soggiorno e le istanze di ricongiungimento a familiari già presenti nel nostro territorio da parte di quelli rimasti nei paesi di origine.

La nostra è una società multiculturale, multietnica o pluriculturale che impone l’apertura verso una nuova mentalità, verso nuovi principi educativi. Tra le tante istituzioni che si adoperano a migliorare la qualità dell’integrazione, la scuola riveste un ruolo primario quale agenzia educativa che forma le generazioni future, siano esse italiane o straniere. Molti sono gli istituti scolastici che accolgono studenti immigrati e fra questi anche l’Istituto comprensivo statale di Gizzeria che ha il privilegio di essere uno degli istituti con il più alto tasso di alunni immigrati della nostra regione. Nei plessi di Gizzeria Lido e Mortilla, infatti, si concentra il maggior numero di stranieri presenti sul territorio, in particolare marocchini, che in Calabria sono circa 5.000. Per difendere i diritti dei marocchini sono sorte da alcuni anni diverse associazioni, tra cui una che ha proprio sede legale a Gizzeria Lido, che, insieme alla moschea ed al mercato, rappresentano il fulcro della cultura araba in Calabria.

La cospicua presenza di allievi stranieri è un problema scolastico rilevante che impone nuove metodologie e strategie didattiche al fine di formare quel modello di cittadino che realizza una vera integrazione politica e culturale nel pieno rispetto delle diversità. L’educazione interculturale, quindi, diventa mediazione tra culture diverse, accettazione delle diversità come risorsa e confronto produttivo e non riduttivo, promozione delle capacità di convivenza, superamento dell’etnocentrismo. Il cammino non è facile, ma certamente non sarà vano se l’obiettivo principale diventerà la valorizzazione delle culture d’origine degli studenti stranieri nella loro singolarità e globalità. Gli alunni sono diversificati e allora la scuola dovrà cercare sempre più di creare una comunità aperta in cui ciascuno possa trovarsi a suo agio. La disponibilità ad arricchire la sensibilità pedagogica viene recepita positivamente dagli allievi italiani per cui la pedagogia interculturale può veramente diventare più funzionale in quanto mette in comunicazione soggetti “diversi” e “lontani”. Così colui che viene educato interculturalmente in modo equilibrato, accetta l’“altro” avendo consapevolezza della propria diversa identità culturale. Molto resta ancora da fare ma l’apertura degli orizzonti culturali promossa a scuola può fare superare le barriere e gli ostacoli che ancora si frappongono per un’autentica integrazione su tutti i livelli.

Elisabetta Saladino

Incontri Mediterranei: un ponte tra culture

Ventisette anni fa[2] nasceva in Calabria una rivista destinata ad avere una lunga storia: Incontri Meridionali. Nasceva grazie alla favorevole congiuntura di interessi di un editore calabrese e di un gruppo di studiosi, storici per la maggior parte, dell’Università di Messina. Una rivista aperta sia in senso disciplinare, sia in senso geografico. Aperta quindi agli apporti di tutte le scienze sociali, così come a tutti i legami che il Meridione d’Italia intratteneva con il mondo mediterraneo ed extra–mediterraneo. Aperta inoltre non solo ai grandi nomi della storiografia, dell’antropologia, dell’economia, della demografia e della sociologia, sia italiani che stranieri, ma anche alle piccole e importanti promesse che cercavano di mettersi in luce nel corso dei decenni di vita della rivista stessa.

Qualche anno fa, nel 1999, la rivista ha mutato in parte il nome e in parte la sostanza: con rinnovato entusiasmo è nata Incontri Mediterranei. Questo mutamento di nome è un segno indubitabile del tempo che cambia, e dei nuovi obiettivi che specialisti di un’ampia gamma di discipline hanno posto dinnanzi a loro. Il Mediterraneo, con tutte le sue somiglianze e diversità, con il suo bagaglio di violenti contrasti e di aspirazioni pacifiche, con tutti i suoi centri e le sue periferie, con tutti i suoi “Mediterranei”, diventa il target degli studiosi che intervengono periodicamente o sporadicamente con le loro pubblicazioni scientifiche. Il Meridione d’Italia, Calabria e Sicilia in primo luogo, appare così, come in effetti è, uno dei centri del Mediterraneo più interessanti da seguire nel suo secolare interagire con gli altri centri e le altre periferie. A metà strada tra l’Europa continentale e l’Africa settentrionale, fra Gibilterra e i Dardanelli, nel bel mezzo dei “nord” e i “sud” del mondo, divisa tra l’Occidente e l’Oriente, questa parte d’Italia cerca di riscoprire, dopo tempo immemorabile, una sua vocazione mediterranea destinata ad avere la meglio sulle mode effimere che tuttora, tuttavia, cavalca.

L’apertura al mare, e a tutto ciò che lo circonda, implica pertanto una disposizione positiva nei confronti dell’Altro, una spiccata tendenza all’incontro, un forte desiderio di abbattere barriere fisiche e mentali: implica necessariamente la visione di un mare che unisce più che dividere. Questa posizione di pensiero si traduce in vari modi nella vita pratica della rivista: essa vuole raccogliere contributi di taglio interdisciplinare e multidisciplinare, abbattendo le barriere che tradizionalmente dividono i saperi; essa vuole essere un punto di incontro e di discussione per studiosi di formazione quanto mai eterogenea, provenienti da centri di studio sparsi in tutti i continenti; essa vuole essere dunque un vero ponte tra culture diverse, tra religioni diverse, tra mondi diversi.

Questa rivista, inoltre, essendo nata a cavallo del secondo e del terzo millennio, trancia, di riflesso, anche le barriere temporali oltre che quelle spaziali. Da una parte penetra il passato con il suo sguardo e, dall’altra, proietta la sua mente verso il futuro, nella ferrea convinzione che i fatti del presente debbano trovare la loro radice nella realtà storica e che le loro conseguenze non possano non protrarsi a lungo nel nostro futuro. Chiara è dunque l’opposizione all’attuale tentativo di ridurre la Storia, con la “S” maiuscola, a mera cronaca, a superficiale racconto di eventi che si susseguono a ritmo incalzante impedendo qualsiasi analisi scientificamente valida. Questa rivista rivendica quindi il proprio tempo, anzi i propri tempi di analisi, la propria libertà di pensiero di fronte alle idee dominanti e alle mode fugaci, con la consapevolezza del fatto che una conoscenza approfondita del passato costituisca un fattore imprescindibile per costruire un futuro migliore. Un futuro di rispetto, di diversità, di pace.

Salvatore Speziale

[1] N.d.C. Nella prima edizione il verbo “essere” era al tempo presente. L’insegnamento è stato abolito nell’A.A. 2007-2008 a favore di insegnamenti ritenuti dall’Università più utili alla formazione di futuri mediatori e docenti.

[2] N.d.C. Adesso 35 anni fa.

Da nord a sud e da sud a nord: un Mediterraneo della circolarità migratoria

Paesi remoti, nomi esotici, fisionomie diverse, ragioni dolorose, tragedie devastanti si presentano ai nostri occhi e alle nostre orecchie nel turbinio quotidiano delle notizie quasi sempre nefaste di naufragi o di violenze, suscitando sorpresa, commiserazione e partecipazione, ma spesso rifiuto, timore e sconcerto. Miserie materiali e morali purtroppo si confondono spesso e pericolosamente sotto una luce mediatica volta a produrre sensazioni e non riflessioni, semplificazioni e non articolazioni. Tunisini, marocchini, albanesi, curdi, palestinesi, cingalesi, nigeriani e rumeni: sembra troppo difficile distinguerli, ascoltarli e capirli mentre è molto più facile “com–prenderli” sotto l’etichetta “extra–comunitari”, anche se molti di essi non lo sono più.

Il fenomeno migratorio è presentato prettamente come frutto del mondo d’oggi, di un mondo spaccato in due dalla linea della ricchezza e della povertà, del benessere e del malessere, della democrazia e della tirannia, e viene generalmente recepito come tale. Ciò spinge solo pochi a dubitare se la nostra memoria storica sia naturalmente corta, o volutamente selettiva dato che rivisita in modo spesso mitizzato, edulcorato e parziale solo le immagini, gli stereotipi e i topoi delle grandi migrazioni transoceaniche, o rivede con autocommiserazione le migrazioni verso il mitico “nord”, e, infine, ricorda solo l’Italia povera e onesta, afflitta da mille miserie e mille sfortune, in cerca di lavoro duro ma ben fatto.

Innumerevoli cose sembrano volutamente cadute nell’oblio: ad esempio, il fatto che nel corso dei secoli l’Italia ha sempre costituito una meta da raggiungere per migliaia di profughi politici e di semplici coloni. Basta ricordare l’antica presenza greco–bizantina, che mantiene ancora vive le sue ricche tradizioni e la sua lingua in vari centri della Calabria, o la plurisecolare presenza albanese, che si perpetua nelle comunità arbreshe, in Calabria e in Sicilia, per non parlare dei catalani di Alghero o dei liguri nell’isola di San Pietro e nella penisola di Sant’Antioco in Sardegna.

E’ una memoria, la nostra, che non conserva il ricordo della duratura presenza italiana, forzata e volontaria, in Africa, lasciando soltanto qualche traccia nostalgica ed edulcorata della vicenda coloniale in Libia e nel Corno d’Africa. Eppure, al di là del recente colonialismo, e al di là delle colonie stesse, la presenza italiana in quelle terre è cospicua, duratura e fruttuosa. Vale la pena rammentare gli empori che veneziani, genovesi, amalfitani e pisani creano in vari punti del Mediterraneo: la Tabarca dei Lomellini di Genova e il fondaco dei veneziani a Costantinopoli ne sono validi esempi. Così come bisogna ricordare il numero sempre crescente di diplomatici, commercianti, viaggiatori, medici e sacerdoti che trascorrono buona parte della propria vita sull’altra sponda. Infine, non si devono dimenticare coloro che per motivi politici, giudiziari ed economici chiedono asilo in terra d’islam e l’ottengono in base al principio della protezione dei credenti nel Dio unico (dhimma). Alcuni di essi, bistrattati in patria, fuggiti in “terra di Barbaria”, si convertono, intraprendono la guerra di corsa, diventano comandanti di flotte, bey e pascià.

Ciò che, però, va ancor più evidenziato, è lo straordinario flusso migratorio di persone comuni che trovano vantaggioso migrare stagionalmente o stabilmente in terra musulmana, soprattutto dopo il trattato di Aix–la–Chapelle del 1818 che sancisce la fine della schiavitù dei bianchi in gran parte dell’Africa mediterranea. Migliaia di siciliani, calabresi, sardi, veneti…, i più poveri tra i poveri, cercano il loro paradiso o la loro via di fuga a sud: pochi nel regno del Marocco, tanti nell’Algeria francese, tantissimi nel protettorato tunisino, alcuni nella reggenza di Tripoli (saranno numerosi nella successiva Libia), moltissimi in Egitto, diversi nel crescente fertile e parecchi nella regione di Istanbul. Altri scendono più a sud e cercano fortuna lungo le coste dell’Africa nera fino a raggiungere il Capo di Buona Speranza.

Nel corso di 150 anni, migliaia di italiani, viaggiando sulle navi della compagnia Rubattino, la stessa della spedizione dei Mille, trovano un modo più o meno dignitoso di vivere in Africa: agricoltori, pescatori, minatori, muratori, commercianti, avvocati, medici, infermieri… Contemporaneamente, le barche dei pescatori del trapanese, che recentemente hanno favorito il flusso dei disperati verso nord, trasportano poveri sventurati e profughi politici, fianco a fianco di renitenti alla leva, evasi, fuggiaschi, ladri e assassini italiani verso sud: il caso della Banda Giuliano è uno dei più interessanti da attenzionare[1]. La storia si ripete, solo che cambia più volte direzione e, gli interventi raccolti in questa parte del libro devono farci ricordare, capire e riflettere su tutto questo: la longue durée serve anche a questo.

Questa sesta ed ultima sezione, come il titolo ampiamente illustra, Lo specchio della storia: migrazioni del passato e migrazioni del presente, mira a porre in risalto la circolarità del fenomeno migratorio in un mirror game tra le due sponde del Mediterraneo, tra le due dimensioni del passato e presente. Ben 17 contributi sono stati raccolti in due annate consecutive e assolutamente speculari: i sette contributi del 2008, sotto il titolo Specchio della storia: le migrazioni mediterranee da nord a sud, pongono al centro dell’attenzione i viaggi della speranza, quasi del tutto cancellati dalla memoria collettiva italiana, degli emigrati verso l’Africa mediterranea dal XVIII secolo in poi. I dieci contributi del 2009, invece, sotto il titolo Specchio della storia: le migrazioni mediterranee da sud a nord, si concentrano sui percorsi certamente più noti delle migrazioni recenti verso l’Europa e l’Italia in particolare, mettendo in luce tutte le dinamiche e le problematiche drammaticamente ad esse correlate.

Lo stesso gioco di specchi tra il passato e il presente migratorio mediterraneo è stato volutamente al centro di un ciclo di dieci incontri con illustri docenti italiani e stranieri, realizzati dalla Prof.ssa Laura Faranda presso l’Università La Sapienza, tra aprile e maggio 2012, dal titolo Transiti, memorie, sguardi sull’Africa mediterranea, che ha visto la collaborazione del sottoscritto. Un interessante effetto di ribaltamento delle prospettive, di sorpresa e di interesse, è stato osservato negli occhi degli studenti del Master in Religioni e Mediazione culturale e i Dottorandi in Storia, Religione e Antropologia della Facoltà di Scienze umanistiche, Lettere e Filosofia, Lingue e Patrimonio de La Sapienza ai quali gli incontri erano rivolti[2].

La doppia, anzi tripla conferma, della nevralgicità di questo gioco di specchi spazio-temporale, attraverso le due annate e il ciclo di incontri, non fa che rendere inequivocabilmente chiaro come i fenomeni migratori del Mediterraneo abbiano sempre avuto un carattere ciclico legato alle congiunture economiche, commerciali, politiche e religiose. Così come rende chiaro il fenomeno di assoluta fuga dal passato e di sorda chiusura nel presente che contraddistingue gran parte della società italiana e, gran parte della sua classe politica. L’assenza di una cultura e di una memoria delle migrazioni porta ad una politica migratoria legata al contingente, stretta dagli interessi di parte, frustrata dalle rivendicazioni dei poveri italiani, bloccata dalle paure della diversità, minata dai tentennamenti identitari: una politica dell’emergenza di cui fanno le spese maggiori le aree cerniera del Mediterraneo, Sicilia e Calabria prima di tutte.

Salvatore Speziale

[1] I documenti storici e le testimonianze orali raccolte in questi anni in Italia, in Francia e in Tunisia, che confluiranno in un lavoro sull’emigrazione italiana in Africa, rivelano fatti, relazioni e connivenze sorprendenti tra la Sicilia e la Tunisia a livello di coperture date ad elementi mafiosi o banditi. Un caso eclatante è dato, appunto, da appartenenti alla Banda Giuliano che fuggono in Tunisia dopo i fatti di Portella della Ginestra grazie alla complicità di pescatori del trapanese e si distribuiscono nelle campagne tunisine grazie all’appoggio di familiari e amici (fonti dell’Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri Italiano, degli Archives Nationales de Tunis, del Ministère des Affaires Etrangères de Paris).

[2] Incontri: S. Fedele (Univ. Messina), Rifugiati italiani in Africa tra ‘800 e ‘900 (17 marzo); G. Calchi Novati (Univ. Pavia), Le frontiere del colonialismo (30 marzo); M. Petricioli (Univ. Firenze), Oltre il mito, l’Egitto degli Italiani (1917-1947), J.J. Viscomi (Univ. Michigan), Gli italiani in Egitto nel II dopoguerra (13 aprile); F. Cresti (Univ. Catania), Gli italiani nella Libia coloniale (1911-1943)(23 aprile); A. Hénia (Univ. Tunisi), Sociétés citadines en Tunisie à l’époque moderne, comme “sociétés d’appel” (27 aprile); R.Y. Catalano (ambasciata Marocco), Vite allo specchio. Un secolo di donne e uomini italiani in Marocco (28 aprile); B. Scarcia Amoretti (La Sapienza), Gli altri ci guardano: la percezione dell’Occidente nel mondo musulmano (4 maggio); S. Finzi (Univ. Tunisi), La comunità italiana e il processo di democratizzazione in Tunisia (11 maggio); S. Speziale (Univ. La Sapienza), Benvenuti al sud? Lavoratori, rinnegati, esuli politici e clandestini verso l’Africa Mediterranea (XVII-XX secolo) (18 maggio); L. Faranda (Univ. La Sapienza), Susanne Taïeb e il presagio dell’etnopsichiatria: un’ebrea tunisina alla scuola di Antoine Porot (21 maggio).

 

premio 2004