Premio Letterario 1999

3

Anno 1999

La piana di Santa Eufemia e il Lametino tra preistoria e storia[1]

La più antica frequentazione umana della Piana di Sant’Eufemia–Lamezia

Quella che è oggi la strozzatura delimitata dai mari Ionio e Tirreno e quindi dai due golfi di Squillace e di Sant’Eufemia–Lamezia costituiva un bacino tettonico sprofondato, occupato, ancora alla fine del Pliocene, da un largo braccio di mare. Successivamente, durante il Pleistocene (Quaternario), si assiste ad un progressivo e lento sollevamento, in atto ancora oggi, e quindi alla colmata della zona, risultato della combinazione delle azioni del mare e delle acque continentali. Tale processo ha dato luogo, in tempi e attraverso processi geologici diversificati, alla attuale conformazione del bacino del Corace a Est e all’ampia Piana di Lamezia a Ovest, corrispondente in gran parte al corso medio e basso dell’Amato. Il modellamento della Piana è durato diversi milioni di anni, attraverso un intenso terrazzamento sia marino che fluviale i cui processi, data la complessità dei fattori in campo, non sono sempre identificabili dal punto di vista cronologico. E’ bene precisare, quando si affronta il discorso sul Paleolitico, che ci si trova di fronte a tempi lunghissimi e che non può essere applicata in nessun modo la comune idea di continuità, che appartiene alla storia piuttosto che alla preistoria. E’, infatti, solo casuale che un unico sito, quello di Casella di Maida, testimoni per la nostra zona la presenza dell’uomo paleolitico, in momenti lontanissimi tra loro. Nel corso del Pleistocene, intorno a 700.000–500.000 anni da oggi è documentata la prima frequentazione umana dell’area. A Casella, la ricerca di superficie ed in seguito lo scavo sistematico di una porzione di deposito ha chiarito gli eventi geologici succedutisi nell’area ed ha permesso di identificare tipologicamente una industria del Paleolitico inferiore arcaico costituita da più di 400 strumenti (choppers e chopping tools, strumenti su scheggia), una campionatura dei quali è oggi esposta nel Museo archeologico lametino. Un gruppo di paleolitici, in numero di diverse decine di individui, sicuramente del tipo Homo Erectus, dovettero dunque scegliere di stazionare nel sito, allora a pochi metri dal mare, in un ambiente di tipo deltizio e che con ogni probabilità doveva consentire sia la raccolta di vegetali spontanei, sia la caccia di mammiferi di grossa e di media taglia. La presenza dell’uomo in questa zona abbastanza circoscritta della Piana è poi documentata dal rinvenimento in superficie di strumenti appartenenti al medesimo orizzonte culturale in prossimità di Casella ed in altre aree limitrofe.

Diverse centinaia di migliaia di anni separano questo evento da un’altra stazione preistorica, documentata sempre a Casella e frutto di ricerche di superficie, databile intorno ai 35.000–30.000 anni da oggi. L’industria, anch’essa visibile presso il Museo archeologico lametino, denota un processo di transizione verso forme e tipi più specializzati, fase tipica dei complessi iniziali del Paleolitico superiore di Facies Ulluzziana (la denominazione deriva dalla Baia di Uluzzo, nel Salento, Grotta del Cavallo).

L’ambiente in cui vive questo secondo gruppo di paleolitici risulta ovviamente molto modificato rispetto a quello descritto in precedenza. Durante tutto il Pleistocene Medio e Superiore gli effetti delle glaciazioni e della conseguente oscillazione della temperatura, hanno ormai modificato la morfologia del territorio ed il mare, grazie al progressivo sollevamento, è ormai arretrato di qualche chilometro. Non abbiamo indizi riguardanti la flora e alla fauna, ma possiamo immaginare che gli “uluzziani” di Casella continuassero a raccogliere vegetali e a dare la caccia a mammiferi di media e piccola taglia, come il cervo, il bisonte, il cavallo, il cinghiale, la capra selvatica e numerosi micromammiferi.

Sviluppata è ormai l’organizzazione sociale ed il tipo di stazionamento in capanne e accampamenti abitati da gruppi numerosi di individui. Come per le industrie, anche dal punto di vista antropologico questa fase iniziale del Paleolitico Superiore risulta essere di transizione: è molto probabile che tipi umani diversi, il più antico Neanderthal ed il più recente Cro–Magnon, siano per un certo periodo coesistiti, come non è da escludere che sia stato quest’ultimo la causa dell’estinzione dei neandertaliani.

Antonio Milano

[1] La brochure di quest’anno era preceduta da una lettera aperta di Vincenzo Iuffrida indirizzata alle maggiori autorità politiche, amministrative e universitarie affinché si dotasse la provincia di Catanzaro di una Facoltà di Scienze umanistiche allo scopo di arricchire «l’offerta delle possibilità di studio per i giovani, riproponendo quelle opportunità che per i loro antenati, fino ai primi anni del Novecento, era rappresentata dall’Accademia Letteraria».

Il Neolitico

Sono sempre più numerose le notizie di rinvenimenti, dovuti ad appassionati ricercatori, che vanno ad arricchire le già cospicui conoscenze sul Neolitico della piana e dei primi rilievi e contrafforti prospicienti lungo il versante meridionale del medio e basso corso del fiume Amato. L’ambito geografico comprende la Piana di Curinga e di Acconia, una delle aree meglio indagate in Italia meridionale (ricerche di Ammerman), le cui evidenze costituiscono un importante riferimento per la comprensione delle vicende culturali del periodo.

Le testimonianze più antiche sono caratterizzate dall’aspetto culturale di Stentinello. Le datazioni radiocarboniche ottenute nella zona attestano che tale aspetto è presente sin dall’inizio del V millennio A.C., quindi già in un momento alquanto antico del Neolitico meridionale, per perdurare fino ai primi secoli del millennio successivo. Oltre che alla lunga frequentazione dell’area, l’alta densità degli insediamenti scoperti fa pensare alle vantaggiose condizioni che l’ambiente potesse offrire.

In alcuni insediamenti della Piana di Acconia sono state verificate capanne a pianta quadrangolare. Erano costituite da un’intelaiatura di pali integrata con canniccio, come è possibile evincere dalle impronte lasciate di questi elementi sull’intonaco argilloso di tamponatura. I semi di orzo rilevati ci danno indicazioni su una delle possibili specie coltivate.

Il sito di Stentinello si distingue per una produzione ceramica ben caratterizzata. Se quella più ordinaria, decorata con semplici impressioni, si ricollega per diversi aspetti alla più ampia tradizione impressa del primo orizzonte del Neolitico meridionale, è la produzione della ceramica più fine che rende ragione dei tratti peculiari dello stile. Essa rappresenta, in effetti, uno dei più raffinati esiti del filone della ceramica impressa, basato su un complesso quanto barocco sistema decorativo, non di rado sottolineato da incrostazioni di sostanze coloranti, il cui effetto sintattico richiama curiosamente quello dei nostri centrini.

L’industria litica presenta un repertorio legato alle attività di base. Nell’area di Piana di Curinga, come più in generale sulla costa tirrenica calabrese, che costituisce una testa di ponte per le Eolie, è l’ossidiana di Lipari che costituisce di gran lunga il supporto più importante. La produzione è orientata soprattutto all’ottenimento di tratti di lama e piccole lame utilizzate ora come coltelli, elementi di falcetto, ora come raschiatoi. La grande qualità di questo materiale fa pensare come probabilmente potesse essere indirizzata non solo all’uso locale, ma ridistribuito in direzione del versante ionico e delle aree più settentrionali.

Nel Fondo Casella, non lontano dallo scalo di S. Pietro a Maida, la frequentazione si protrae nel Neolitico. Il tipo di decorazione della ceramica non esclude che la stazione sia stata frequentata nel periodo di Stentinello.

Frammenti ceramicidi tipo stentinelliano sono stati rinvenuti nei pressi di Girifalco (collezione Tolone, segnalazione Tucci). E’ un dato di rilievo in quanto nel periodo in questione le scelte insediamentali sembrano orientarsi soprattutto lungo le arie costiere, pericostiere e lungo i margini delle valli. La frequentazione di queste aree più interne, situate a maggiore altezza, potrebbe riflettere una maggiore diversificazione nelle attività economiche (maggiore incidenza della pastorizia rispetto all’agricoltura, forme di transumanza, particolare importanza delle attività venatorie, etc.).

Almeno in quattro dei siti ricognitivi nell’area di Piana di Curinga sono emersi elementi ceramici relazionabili con lo stile di Serra d’Alto. E’ uno stile anch’esso di lunga durata, interessando buona parte del IV millennio A.C. Attualmente i dati disponibili non danno migliori indicazioni circa il significato storico di queste presenze; se cioè siano elementi cui corrispondono veri livelli culturali in un mutato rapporto con il territorio (occupazione maggiormente sparsa e diversificata), o se siano, invece testimonianze di un artigianato pervenuto all’area da altri centri produttivi, quali prodotti di scambio, in ambito della stessa tradizione stentinelliana.

Alla penuria di elementi di Serra d’Alto nella Piana di Curinga corrisponde una frequentazione delle genti della cultura di Diana–Bellavista (fine IV–inizi III millennio A.C.) altrettanto intensa che nel periodo di Stentinello. Il suo affermarsi in Italia meridionale indica un notevole grado di omogeneità culturale cui corrisponde il massimo della diffusione dell’ossidiana di Lipari. Il repertorio ceramico comprende fogge corredate da particolari anse e prese “a rocchetto”, variamente conformate.

Particolare importanza assume il rituale funerario attestato, oltre che da singole tombe, da veri piccoli sepolcreti. Attualmente l’unica testimonianza in Calabria è rappresentata dalle tombe rinvenute nella contrada Caria di Girifalco, scavate alla fine del secolo scorso da Lucifero. I due vasi che erano a corredo della tomba II sono nel più antico stile Diana–Bellavista, mentre il vasetto bulbiforme che la Tomba I ha restituito insieme allo strumentario litico, foggia spesso correlata al rituale funerario, mostra avere i caratteri degli esiti finali dello stile di Serra d’Alto, che persiste ancora quando la cultura Diana–Bellavista si era pienamente affermata.

Giuseppe Nicoletti

Il Lametino antico e tardo–antico

Un ambiente naturale fatto di monti selvosi, di dolci colline e vallate verdeggianti solcate da innumerevoli torrenti. Un fiume, l’Amato, che raccoglie la maggior parte delle acque e che nel volgere dei millenni col suo corso via via disteso nella massa dei detriti alluvionali depositati ha dato forma e consistenza ad una pianura litoranea vasta e fertile. Un golfo ampio e profondo in corrispondenza della foce dell’Amato, che il gioco dei venti e delle correnti rendeva approdo pressoché obbligato di quanti solcavano con le loro primitive imbarcazioni le acque del basso Tirreno, cui il corso del fiume offriva una facile via di penetrazione verso l’interno, verso le aree montane retrostanti e soprattutto verso lo Ionio, oltre il breve istmo. Queste le ragioni di idoneità naturale all’insediamento umano che hanno favorito in ogni epoca lo sviluppo di comunità sui terrazzi quaternari del lametino. Non a caso, dunque, la tribù di Enotri che a partire dalla media età del bronzo aveva preso possesso della pianura, circondandola con i suoi villaggi in prossimità dei torrenti o degli affluenti dell’Amato dell’una e dell’altra sponda, era indicata dai Greci del VI secolo A.C. con la denominazione complessiva di Lametinoi, dal nome del fiume, come sottolinea l’autore che ne conserva memoria, lo storico–geografo Ecateo di Mileto.

Ai Lametini è probabilmente da riferire, oltre a cocciame sparso, anche l’antichissimo e cospicuo tesoretto di monete argentee di Sibari e di Corinto ritrovato nella frazione di Acquafredda, sulle alte pendici del monte S. Elia, lambito dal torrente Bagni. Una prova dei rapporti di scambio e di amicizia precocemente allacciati con le città greche deal regione, prima ancora che il territorio lametino diventasse esso stesso sede di un insediamento coloniale ad opera dei Crotoniati. La città greca che ci sorse prese il nome di Terina dalla sorgente e dalla ninfa relativa, preposte ad assicurare alla nuova comunità l’una l’elemento vitale, l’altra la necessaria protezione divina. Il rapido splendore raggiunto, frutto di intensa utilizzazione delle risorse del territorio di cui Terina assunse l’epinomia assoggettandone ed in qualche misura assorbendone la popolazione precedente, si riflette nell’accuratezza artistica della sua monetazione, come delle oreficerie del cosiddetto tesoro di Santa Eufemia, nonché nella serie minuziosa di prescrizioni contenute nella tabella testamentaria di un ricco terineo, restituita dall’area urbana.

Uno splendore che si offusca appena a seguito della conquista bruzia della città poco dopo la metà del IV secolo A.C., che non intacca né la capacità monetaria (per quanto per lo più limitata a serie bronzee), né l’attività economica e commerciale (che appunto richiedeva l’emissione di numerario). Nonostante la limitazione delle sovranità, la vita in Terina sembra aver continuato a svolgersi secondo i modelli consueti, rafforzata sul piano demografico dall’apporto bruzio all’interno del tessuto urbano o nelle fattorie sparse su balze collinari costiere e lungo la valle dell’Amato, sin quando, verso la fine della Seconda guerra punica, per non lasciarla cadere intatta nelle mani dei Romani, Annibale non impose la distruzione della città, difficile da difendere per la sua posizione amena ma, ahimè, poco munita.

Della comunità di Terina si perdono così le tracce alla fine del III secolo A.C., ma gli insediamenti umani disseminati nel territorio e le relative attività produttive proseguono, via via riorganizzate in età tardo–repubblicana e imperiale dai nuovi proprietari delle terre secondo il modello romano delle villae. Queste erano delle vere e proprie aziende agricole di varia estensione, attrezzate per la lavorazione e la commercializzazione dei prodotti del suolo e del luogo, dotate anche di ambienti confortevoli e più o meno lussuosi per i periodici soggiorni dei padroni, ed anche per questo preferibilmente ubicate su ameni e panoramici terrazzi marini o lungo le principali vie di transito.

Probabilmente all’interno delle villae più grandi e meglio dislocate lungo tali percorsi andarono sorgendo in età tardo–antica i primi luoghi di culto cristiani, nuovi poli di aggregazione insediativa che, ristrutturandosi come comunità organizzate localmente, restituirono a poco a poco un assetto urbano al territorio. In età bizantina amministrazione civile e religiosa si concentrano nel sito ben difeso di Neòkastron, ma tutto il territorio lametino rimase disseminato di nuclei insediativi minori e di monasteri. L’abbazia benedettina divenne dopo il 1057 il monastero basiliano di Santa Eufemia e nel 1094 il vescovo latino Enrico mise termine alla connotazione greca della diocesi neocastrense: ma greche restarono o furono create altre strutture monastiche, come, ad esempio, quelle dei Santi Quaranta Martiri, di San Nicola de Flagiano, di Santa Maria di Carrà, di Santa Venere di Maida e dei Santi Anagiri di Cortale ed altre.

Giovanni De Sesti Sestito

Maida tra Medioevo ed Età moderna: alcune annotazioni

Dopo la riconquista bizantina della Calabria (IX sec.) anche Maida, o Mag(h)ida nella forma greca, dovette svolgere un ruolo di particolare rilievo nel controllo della via istmica, unitamente a Tiriolo e Nicastro. Ruolo che trova conferma anche dalla posizione assunta all’interno di quel quadro di riorganizzazione dei territori da poco conquistati operato dai normanni.

Il Kastron bizantino, ricordato talvolta dalle fonti come Castrum Maydanum, collocato in posizione elevata nel versante occidentale dell’altura, doveva essere munito di opere di fortificazione.

Anche se le imponenti trasformazioni edilizie che hanno interessato il centro storico, soprattutto in età contemporanea, hanno cancellato buona parte delle testimonianze antiche, non mancano elementi utili a ricostruire, sebbene in maniera non dettagliata l’impianto bizantino.

Per quanto riguarda le strutture abitative, la presenza di grotte, oramai ridotta a poche unità, nella zona ora detta La Portella e nota fino al Settecento come la contrada della Laura, testimonia l’esistenza di soluzioni edilizie già ampiamente attestate in coevi contesti calabresi quali Rosarno, Gerace e Santa Severina. Tali grotte si sviluppavano significativamente intorno all’area del Castello.

Da collegare sempre all’impianto bizantino sono le fosse (silos) di varie dimensioni scavate nella roccia, finalizzate alla conservazione delle scorte di grano. Tali fosse, riutilizzate e ampliate nel corso del tempo, erano ancora in uso nel secolo scorso.

Per quanto riguarda l’ambito religioso, un posto di particolare rilievo assume la chiesa dedicata a S. Sebastiano, un santo particolarmente caro alla Chiesa orientale. Si tratta di un edificio sacro, ancora per niente investigato, che racchiude nelle forme architettoniche innumerevoli indizi utili ad una sua più precisa collocazione cronologica e culturale. Accanto a questa chiesa, ed a quella con il titolo protopapale di S. Maria Cattolica, merita di essere ricordata quella scomparsa, ma pur sempre localizzabile, di S. Nicola dei Greci. Ad essa si aggiunge, a partire dall’età normanna e per le esigenze del culto cattolico, quella di S. Nicola de Latinis.

Durante il periodo bizantino fu grande l’interesse anche per le campagne. Il ritrovamento in tutto il territorio di Maida di numerose monete – tra le tante ne segnaliamo una dell’imperatore Giovanni Zimiskes (924–976) – lascia pensare all’esistenza di piccoli insediamenti finalizzati alla messa a coltura dei terreni. Un apporto notevole all’organizzazione del territorio venne inoltre garantito dalla presenza di alcuni centri monastici. Tra questi ricordiamo quelli di S. Pietro, di S. Elia e di S. Michele.

In Età normanna assumerà particolare importanza il monastero basiliano femminile di S. Veneranda, riccamente dotato dal conte Ruggero. Alcuni scavi eseguiti negli anni Cinquanta hanno evidenziato la sua estensione su di un terrazzo roccioso esistente fuori dalle mura di cinta di nord–ovest, in prossimità della Porta Vecchia.

Nonostante il ruolo di rilievo avuto da Maida in età bizantina e normanna, non si conserva nessun elemento di fortificazione riferibile a queste fasi, e le più antiche opere esistenti, quali ad esempio le mura di cinta presenti nel rione Le Costiere, devono essere riferite all’età angioina.

Nella seconda metà del XIII secolo, a seguito degli scontri in atto tra gli angioini e i partigiani degli svevi, vennero potenziate le strutture difensive calabresi. In tale contesto è da collocare la ricostruzione del castello di Maida ad opera del barone Egidio da Santoliceto, che ne aveva ricevuto il governo da Carlo d’Angiò unitamente ai casali di Cortale e Curinga.

A ricordo delle opere di difesa angioine rimangono, oltre alle citate mura di cinta, la torre circolare rasata presente a sud–est dell’abitato, ed una porzione di muratura messa in luce nel corso degli scavi condotti nel castello, nel 1994, dalla Soprintendenza archeologica.

Le pesanti distruzioni subite dal castello per eventi naturali e, soprattutto, per la realizzazione al suo interno di un ampio serbatoio idrico, poi demolito, non hanno consentito di documentare le più antiche fasi d’uso della sommità collinare. Di un certo interesse invece quanto rinvenuto negli ambienti esistenti all’interno delle monumentali strutture aragonesi supersiti. Una piccola fornace, sistemi di canalizzazione, piani pavimentali e materiali ceramici, danno testimonianza dell’utilizzo dell’area tra XVI e XX secolo e della sua trasformazione da castello in dimora signorile ed infine in carcere.

Ripercorrendo in sintesi le vicende storiche a partire dall’età angioina, occorre ricordare il passaggio del feudo di Maida, nel 1331, dai Santoliceto ai Marzano. Dopo un breve periodo di demanialità, agli inizi del Quattrocento, e fino alla metà del secolo, la città passò in mano alla potente famiglia dei Caracciolo.

Nel nuovo periodo di demanialità, sancito da Ferdinando d’Aragona, si collocano il miracolo operato nei pressi dell’abitato da San Francesco di Paola, il potenziamento difensivo e la concessione, da parte del futuro re Federico d’Aragona, di importanti privilegi alla comunità.

Mentre tra la fine del XV ed il XVI secolo si assiste ad un continuo avvicendamento di famiglie nobili, agli inizi del XVII secolo i diritti feudali vennero acquisiti da Marcantonio Loffredo che ottenne, nel 1605, il titolo di Principe di Maida. Durante il suo principato, e precisamente nel 1638, una forte scossa di terremoto provocò ingenti danni in tutta la Calabria centrale. Anche la sua residenza, il Castello di Maida, fu fortemente danneggiata. Significativo, è a tal proposito, quanto riporta una cronaca del tempo, sofferta narrazione degli effetti del sisma, e del crollo dell’emblema di un’epoca: «In Mayda cascò bona parte del Castello del Principe, buona parte della Chiesa matrice, et alcune poche case, fra le quali la mia».

Francesco Antonio Cuteri

I cognomi del Feudo di Maida

Questo sintetico contributo prende in esame dal punto di vista linguistico la zona dell’ex feudo di Maida e ne registra gli attuali cognomi, che permangono come relitti linguistici e nello stesso tempo documentano le origini e la microstoria comune di queste località. Difatti, essi sono per lo più peculiari della zona e riconducibili per i loro tratti arcaici, attraverso la mediazione del dialetto, al latino, al francese antico, all’arabo, allo spagnolo e, in modo più massiccio, al greco classico e bizantino. Notevole risulta l’apporto onomastico della comunità albanese, che ha dato il suo contributo anche con cognomi di formazione greca, che starebbero a testimoniare la presenza dei greci tra gli albanesi insediatisi in queste zone.

In questo contesto geografico, come in tutta la Calabria a sud di Tiriolo, d’importanza straordinaria per la formazione del lessico fu il contributo ellenico e l’onomastica e la toponomastica sono un’ulteriore conferma del lungo perdurare della lingua greca. Dai documenti notarili risulta che ancora alla fine della dominazione bizantina il greco era la lingua ufficiale e dominante nel territorio di Catanzaro e Reggio Calabria e la sua dispersione nella Calabria meridionale avvenne molto tardi e lentamente: cominciò nel secolo XI e ancora non è conclusa.

D’altra parte, poiché la formazione dei cognomi è databile tra l’ultimo Medioevo e l’inizio dell’Età moderna e la loro fissazione è rigida ed assoluta (l’immutabilità dei cognomi è sancita dalla legge), la loro storia si risolve in storia di fatti socioeconomici e geografico–antropici.

Già intorno all’Ottavo secolo i tria nomina latini erano stati sostituiti dal nome unico (forse per influenza del sistema onomastico greco) ma, per evitare la confusione che si creava per le frequenti ripetizioni (si vedano i nostri nomi propri), fu unito un ulteriore distintivo, che diventò ereditario a partire dalla fine del IX secolo, prima nelle famiglie nobili e più tardi nel ceto borghese ed infine presso i contadini. Questo divenne il nuovo cognome, che poteva avere diverse origini: 1) nome personale, 2) soprannome di vario tipo, 3) epiteto (etnico, toponimi, patronimico e matronimico nome di mestiere), 4) nome composto. I cognomi della nostra zona svelano in particolare le distinzioni semantiche comuni ma anche le antiche origini e l’apporto massiccio della civiltà greca: ad esempio i suffissi – “adi” ed “oni” dal greco “ades” ed “ones” tipici della Calabria meridionale e sconosciuti nel resto d’Italia sono molto frequenti (Ieradi, Zungrone) ed hanno valore patronimico.

Sono altre spie di un’estesa grecità: i suffissi “à” corrispondente al greco “as” (italiano “éto”) e “ace” (greco “akion”) presenti numerosi nella onomastica e toponomastica (Conace, Grecorace, Mellace). Ancora il suffisso “iti” (greco “ites”) applicato a nomi di luogo ha indicato la provenienza (Azzariti, Satraniti). Dall’indagine compiuta utilizzando l’elenco telefonico dei cinque Comuni del Feudo di Maida si è giunti alla conclusione (provvisoria) che la lingua greca ha lasciato le tracce più profonde, perché di molti cognomi è immediatamente riconoscibile l’etimologia; altri, pure se corrotti, sono riconducibili all’origine greca. E’ inoltre molto interessante notare che parecchi cognomi sono registrati in forma quasi identica nell’onomastica greca attuale.

La mappa odierna onomastica appare così configurata (si riportano pochi vocaboli a titolo d’esempio):

  1. Cognomi di derivazione latina: Aiello (agellus = piccolo campo), Ierardi (genitivo di Gerardo), Iuliano (da Giuliano).
  2. Cognomi di derivazione francese: Billotta (Bilotte), Ceravolo (incantatore di serpi), Gugliotta (ago), Iuffrida (Jaufré), Petitto (piccolo), Stranges (straniero).
  3. Cognomi di derivazione spagnola: Frustaglia (forse scartocci della spiga di granturco), Serrao (della serra), Zaccone (villano).
  4. Cognomi di derivazione araba: Ielapi/Ialapi (scudo), Vavalà (Abdullah = servo di Dio).
  5. Cognomi di derivazione greca: Arcuri (orsacchiotto), Barilà (barilaio), Cefaly (testa), Caccavari (calderaio), Chiefalo (testardo), Cannistrà (fabbricante di canestri), Calò (bello), Catozza (porcile), Chiriaco/Ciriaco (del signore), Conace (piccola culla), Cucé (chicco), Crisafulli (pianta d’oro), Dattilo (dito), Dastoli (maestro), Galati (latte), Lagani (ortaggi), Leuci (bianco), Melandro (uomo nero), Pluja/Pujia (venticello), Spanò (sbarbato), Zangara (calzolaio).
  6. Cognomi di derivazione albanese: Bubba, Braganò, Fruci, Nosdeo, Pallaria, Reto, Riga, Trino.
  7. Cognomi comuni e circoscritti alla zona e spesso derivati dal dialetto: Azzariti (da Azzaru, quartiere di Cortale), Ascone (sterile), Vatalaro (parolaio), Bardascino (ragazzo), Calvieri, Zarola, Zullo (masso), Muscimarro, Scamardi (insolente).

Marilena Pacileo

Sezione II

Santi, beati e martiri di Calabria 

La santità e la Calabria nella storia

Il fatto stesso che l’invito a scrivere sui santi, beati e martiri di Calabria e sulla figura di San Francesco di Paola abbia immediatamente ricevuto una calorosa accoglienza presso gli appassionati studiosi prevalentemente calabresi, specialisti di teologia, di storia delle religioni, di letteratura insieme ad appassionati cultori della propria terra, è la cartina di tornasole che fa comprendere almeno due aspetti legati non solo alla religiosità calabrese, ma anche più in ampio raggio, a quella mediterranea.

In primo luogo, questo vivo interesse è un chiaro segnale di quanto sia forte e sentito tra la gente di Calabria il sentimento religioso e l’aspetto devozionale rivolto ad alcune figure chiave della santità in generale e da quelle originatesi nella regione stessa, in particolare: San Francesco di Paola, San Gioacchino da Fiore, San Nilo da Rossano, per citarne alcuni. Un sentimento intenso e drammatico che lega intimamente il passato al presente, i santi del medioevo a quelle figure in odore di santità che nel passato prossimo, con Don Mottola, e fino ai nostri giorni, con Natuzza, hanno catalizzato il rapporto con la santità in questa terra.

In secondo luogo, lo scandaglio storiografico e la ricerca di fonti coeve, che si sono subito mostrati significativi elementi comuni delle ricerche raccolte, rivelano insieme ad un lodevole rigore filologico e ad una comprensibile ansia agiografica, un velato desiderio di radicare nel proprio territorio la presenza, il pensiero, l’operato, la vita di quei santi. Ricollegandosi alla prima sezione di questo volume, Il territorio, la sua memoria e la sua storia, viene spontaneo chiedersi se non sia altrettanto forte quanto il sentimento di devozione verso i santi e di rispetto verso i grandi uomini del passato, il desiderio di riscattare la propria terra rappresentandola attraverso una narrazione agiografica. Una forma di autorappresentazione in cui l’aspetto saliente è dato dalla “reciprocità” di sentimenti ricercata e sottolineata, nella relazione santo-territorio sviscerata in più contributi, come il seguente su Don Mottola, scritto per mano di Don Vincenzo Rimedio, già vescovo di Lamezia Terme: «Da sottolineare la sua “calabresità”. Testimonianze autorevoli presentano Don Mottola in questi termini: «è stato mosso da due amori, Gesù Cristo e la Calabria con la sua gente sofferente, ingiustamente umiliata per secoli». Un amore non retorico ma impegnato per la sua terra».

Un meccanismo di “riappropriazione” dei santi originari della Calabria o che in quella terra hanno vissuto e operato, di radicamento nel proprio territorio, di valorizzazione del proprio passato, che fa da contraltare, da un lato, alla condizione di degrado del presente e, dall’altro, alla portata universale dei loro messaggi. Quest’ultimo punto è evidente fin dai dieci contributi del primo nucleo del 2001, Santi di Calabria, ma ancora di più nei nove contributi del 2007, San Francesco di Paola: dalla Calabria all’Europa, al mondo, dedicati esclusivamente alla figura di San Francesco di Paola in commemorazione del quinto centenario della sua morte.

Un altro aspetto interessante che accomuna i testi raccolti è dato dall’esame, a volte molto puntuale e filologicamente attento, dei principi di fede e delle norme di comportamento, espressi da quelle stesse figure di santi, beati e martiri, da San Francesco di Paola, in particolare, al quale è dato maggiore spazio e risalto. Risulta subito palese lo sforzo di recupero e di attualizzazione di quei principi espressi in tempi certamente lontani, dal Medioevo all’Età moderna, che sembrano però trovare immediata collocazione nei vari campi del sociale, del pedagogico e del politico nei tempi nostri. Gli autori, anche in questo, rivelano l’esistenza un feedback ideale continuo che dal passato conduce al presente in una ricerca di nuovi-antichi punti fermi che purtroppo sembrano essere smarriti nella società in cui viviamo. Un tentativo, l’ennesimo, di guardare indietro non solo per comprendere il passato ma anche per ridefinire il presente, un tentativo di legare la dimensione locale a quella universale dei propri santi e della propria visione della santità.

 

premio 1999

premio 1999 - 1