Premio Letterario 2006

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Anno 2006

Il fronte mediterraneo nell’età napoleonica: La Calabria 1792–1815 e la battaglia di Maida: 4 luglio 1806

I saggi del Convegno internazionale sulla Battaglia di Maida

I 33 contributi che seguono sono la sintesi delle relazioni che gli studiosi convenuti a Maida hanno tenuto nel corso del convegno internazionale del 7 ed 8 luglio 2006 Il fronte mediterraneo nell’età napoleonica: la Calabria 1792 – 1815 e la battaglia di Maida: 4 luglio 1806.

Il bicentenario della Battaglia di Maida è stato l’occasione per interessare la popolazione locale alla conoscenza della propria storia, per invogliare i giovani alla ricerca ed allo studio e per richiamare l’attenzione degli storici di professione su di un particolare avvenimento, non del tutto marginale, nel quadro degli accadimenti e degli scontri armati che hanno caratterizzato il decennio francese.

I testi prodotti prospettano una realtà analizzata da molteplici angolazioni e visuali. Vi sono spunti interessanti di riflessione e di ricerca che vogliamo offrire all’attenzione di un vasto pubblico. I saggi, per questo motivo, saranno pubblicati anche in inglese e saranno presentati a Londra presso il municipio di Westminster, allo scopo di accrescere le conoscenze, con uno scambio di informazioni ed un confronto di studi sull’argomento.

Per la disponibilità ad organizzare l’incontro con docenti inglesi e per la presenza ai lavori del convegno di Maida ringraziamo il console britannico per l’Italia meridionale, il professore Michael Burgoyne.

Un particolare ringraziamento va tributato al prof. Saverio Di Bella – Presidente del Comitato scientifico – ed ai tanti docenti e studiosi che hanno prodotto i saggi e le relazioni. Queste ultime, una volta pubblicate, saranno presentate oltre che a Maida anche presso la Facoltà di Lettere dell’Università Federico II di Napoli.

Se e quando ciò sarà possibile, si adempirà l’impegno assunto anni addietro dall’associazione “La Lanterna” e dal compianto presidente Vincenzo Iuffrida per una rievocazione che contribuisse ad accrescere l’informazione, la consapevolezza, la conoscenza dei luoghi e la loro valorizzazione.

Spiace che le istituzioni non abbiano dimostrato di apprezzare l’intento. Sempre prodighe di solenni impegni, sempre avare di risorse, sprecate per finanziare l’effimero.

Leopardi Greto Ciriaco

Bicentenario Battaglia di Maida - (1806-2006)

Il bicentenario della Battaglia di Maida 1806–2006: le ragioni di un convegno

I risultati scientifici del Convegno sulla Battaglia di Maida (4 luglio 1806), che vide le forze armate di Napoleone sconfitte per la prima volta in campo aperto dalle truppe inglesi e napoletane, consentono di valutare con obiettività e serenità un avvenimento la cui memoria è gelosamente custodita in Inghilterra e che in Italia è stato sepolto nell’oblio.

Non a caso. L’Inghilterra a Maida ha sperimentato tecniche di combattimento che le avrebbero consentito di contrastare anche sulla terraferma le armate napoleoniche. Perciò la vittoria di Maida è la dimostrazione che le truppe francesi della rivoluzione e di Napoleone non sono imbattibili in campo aperto. La vittoria di Maida è l’inizio di una svolta militare che avrebbe portato alla vittoria di Waterloo, il trionfo dell’Inghilterra, la tomba militare di Napoleone.

Il silenzio sulla vittoria di Maida in Italia è stato viziato da un pregiudizio che ancora non è morto del tutto: le armate napoletane dovevano essere quelle dell’ammuina o dello sfacelo di fronte al nemico: disorganizzate, mal dirette, vili.

Così conveniva per grettezza d’animo e miopia politica ai vincitori che hanno scritto la storia del Risorgimento.

Dava fastidio una tradizione militare che è fatta certo di sconfitte, ma anche di vittorie e di fulgidi esempi di eroismo.

Dava fastidio riconoscere il diritto e la capacità di iniziativa del popolo anche sul piano militare.

Si è preferito perciò bollare come brigantaggio la ribellione popolare e la guerriglia vittoriosa contro la prima invasione francese nel 1799 e ancora come brigantaggio la seconda insurrezione contro Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat dal 1806 in poi. Perdente.

Ma con pagine di eroismo di cui un popolo deve rivendicare con orgoglio la memoria perché il coraggio è un valore prezioso e gli eroi vanno ricordati con onore e rispetto, anche quando hanno combattuto sotto altre bandiere, per diversi ideali, con una diversa visione del mondo.

Maida è un esempio prezioso come cartina di tornasole per capire l’errore gravissimo che si è consumato nel condannare all’oblio una vittoria preziosa: a) le truppe anglo–napoletane sono guidate da un generale nato nelle colonie che avrebbero creato gli USA e che aveva scelto l’Inghilterra e la fedeltà al Re preferendoli al nuovo Stato; b) nella battaglia hanno un ruolo decisivo, accanto agli inglesi ed ai soldati di varia origine che militano sotto le loro bandiere – polacchi, corsi, maltesi – i reggimenti siciliani, napoletani e calabresi.

Soldati di un esercito regolare, fedeltà a un Re legittimo, alleati sicuri dell’Inghilterra. Valorosi e vincenti. Da ricordare, non da dimenticare.

Il Convegno li ricorda e apre nuovi orizzonti sull’importanza del fronte mediterraneo per capire i segnali di crisi presenti nell’impero napoleonico al momento del suo apogeo, ben prima della campagna di Russia.

Sono, infatti, le rivolte popolari e la guerra di guerriglia scatenate nel Regno di Napoli nel 1806 e in Spagna nel 1808 a logorare irreparabilmente ed a dissanguare le armate imperiali.

Ed anche a insegnare loro che la guerra può essere un calvario feroce disseminato di scontri tra gruppi poco numerosi ma motivati e agguerriti che creano mini vittorie e ostilità diffusa tra la popolazione: la rivoluzione può essere rifiutata da un popolo e i suoi eserciti possono essere giudicati come invasori e occupanti, non come liberatori.

Dei valori rivoluzionari quello che viene riconosciuto è il diritto alla rivolta; su tutto il resto le differenze sono abissali e la contrapposizione è feroce.

Il Convegno sulla battaglia di Maida fa i conti con la storiografia del passato ed apre nuovi orizzonti alla ricerca. È stato perciò un momento proficuo che ha sia raccolto che seminato.

Un grazie a chi lo ha voluto e realizzato ed a chi ne ha consentito il successo partecipandovi.

Saverio Di Bella

Legioni polacche combattono a Maida nelle file dell’esercito francese

La presenza delle Legioni polacche sulla penisola italiana si ricollega direttamente ad una situazione particolarmente difficile nella storia del mio Paese. Questo periodo viene contraddistinto da un forte indebolimento e successivamente dalla cessazione dell’esistenza delle strutture statali indipendenti e, di conseguenza, dalla schiavizzazione della nazione polacca; ma allo stesso tempo corrisponde al rafforzamento dell’identità nazionale ed al rifiorire dei sentimenti ed atteggiamenti patriottici impregnati di speranza nella riconquista della libertà da parte della Polonia, dopo che nella II meta del XVIII secolo, per gli accordi tra Prussia, Austria e Russia, i territori Polacchi erano stati occupati e spartiti.

Poiché i polacchi non si sono mai arresi all’idea che il loro paese fosse cancellato dalla mappa dell’Europa dell’epoca, quasi subito, dopo la Terza spartizione della Polonia (anno 1795), sono nate le prime organizzazioni di cospirazione volte a riconquistare la sovranità. Già nel 1796 è stato firmato a Cracovia il segretissimo atto della Confederazione che preannunciava la lotta contro i tre spartitori al fianco della nazione francese. Molti polacchi sostenevano allora che la via per la libertà passasse proprio attraverso la Francia, poiché la rivoluzione in atto in quel paese era vista con grande ostilità dai più grandi paesi europei, comprese le tre potenze spartitrici. Da qui la prospettiva di un’alleanza con la Francia che, in quanto avversaria delle monarchie assolute, era già oggettivamente un alleato della Polonia. I patrioti polacchi si sono pertanto rivolti alle autorità francesi con la proposta di creare reparti militari polacchi in Francia, per la quale, d’altronde, risultava comodo disporre di nuove unità militari. Da lì gli attivisti politici polacchi sono stati rimandati in Italia, dove, al comando dei reparti francesi c’era il generale Napoleone Bonaparte.

Egli dette il suo appoggio all’idea di creare dei reparti militari polacchi, tuttavia non volendo fino in fondo coinvolgere la Francia nella complicata Questione Polacca, ordinò che il relativo accordo venisse firmato con il governo della Repubblica Lombarda, piccolo stato nel nord Italia creato sotto il protettorato francese. L’accordo fu stipulato tra il governo lombardo e il generale Jan Henryk Dabrowski nel 1797.

Così create, le Legioni, da un punto di vista formale, appoggiavano la Repubblica Lombarda, mentre in realtà prestavano servizio sotto il comando della Francia.

Nell’organizzazione delle Legioni venne applicato il modello francese, inclusa una disciplina democratica dei rapporti interni. Vennero abolite le pene corporali ed ai militari privi di nobili origini furono assicurati avanzamenti di grado; venne inoltre introdotto l’insegnamento del leggere e dello scrivere.

Sin dal 1797 le Legioni hanno partecipato a tutte le battaglie italiane. Nel settembre 1799 è stata creata la Legione sul Danubio. Dopo la pace firmata con l’Austria a Luneville nel 1801, il valore delle Legioni polacche per la Francia diminuì in modo significativo. Una parte degli ufficiali presentò le dimissioni, mentre i soldati furono inseriti in tre brigate dell’esercito francese, due delle quali furono inviate da Napoleone all’isola di Santo Domingo (oggi Haiti), dove era scoppiata la rivolta degli schiavi. I durissimi combattimenti e l’insopportabile clima tropicale causarono la sconfitta della spedizione. Dei circa 6 mila soldati polacchi ne tornarono in Europa soltanto alcune centinaia.

La terza brigata ha invece partecipato ai combattimenti sul territorio della Penisola contro il corpo di spedizione inglese e ciò che ne rimane è stato più tardi annesso all’esercito del Principato di Varsavia. Sono stati proprio quei polacchi a formare la brigata Peyri nel corpo del generale Reynier, che ha preso parte alla battaglia di Maida.

Michal Radlicki

La cartografia, il territorio e la battaglia di Maida

All’alba dell’Ottocento l’impaludamento del litorale lamentino pagava anche le conseguenze del sisma del 1783, che aveva prodotto sconvolgimenti idrogeologici tali da cambiare il corso dei fiumi, creare stagni, laghetti e pantani.

C’era dunque, forse, una ragione geofisica dello sbarco di Fra Diavolo ad Amantea e del generale inglese Stuart nella parte nord della piana: lì le colline si addossavano di più al litorale e l’impaludamento verosimilmente era minore che a sud, dove c’era il sistema fluviale dell’Amato e dei suoi tributari e ancora più a sud quello dell’Angitola. Com’è noto, gli inglesi, dopo aver stabilito una testa di ponte al bastione di Malta (vicino il villaggio di S. Eufemia), presero facilmente Sambiase e Nicastro, dove raccolsero dei rivoltosi come irregolari.

I francesi di Reynier, invece, presero posizione sulle modeste colline ai piedi di Maida e da qui secondo i piani, parte delle truppe avrebbe dovuto muoversi verso le colline di Sambiase per aggirare la sinistra del contingente inglese che si supponeva fosse fermo a S. Eufemia. Ma gli inglesi non volevano combattere con il mare alle spalle, né volevano restare ad ammalarsi di malaria lungo il litorale.

Come tutti sanno, le cose andarono diversamente: c’è chi dice che fu Fra Diavolo a indurre lo Stuart ad attaccare per primo; sta di fatto che il comandante inglese, dimostrandosi buon conoscitore del terreno, non puntò direttamente su Maida, perché avrebbe dovuto attraversare l’Amato e perdere tempo tra melme ed acquitrini. Protetto alle spalle dalla flotta – che contribuì a dare l’impressione che gli inglesi avrebbero anche potuto imbarcarsi e non combattere – Stuart procedette in due file lungo il litorale fino alla foce dell’Amato, dove piegò verso l’interno, lasciando il fiume alla propria destra, con lo scopo di impadronirsi della strada per Monteleone e raccogliere altri irregolari che colà convergevano.

Apparentemente Stuart dava un vantaggio tattico ai Francesi, consentendo loro di sfruttare il terreno in discesa per venire giù velocemente dalle colline di Maida, attraversare l’Amato e lanciarsi all’attacco con una poderosa onda d’urto. In realtà lo spostamento dei reparti da monte a valle non fu compiuto sincronicamente perché c’era da attraversare un terreno umido e insidioso che rallentò la marcia, con il risultato che sul campo le truppe si schierarono un po’ distanziate tra loro e ciò si rivelò un errore tattico che ebbe il suo peso nel corso della battaglia. Altro errore tattico commesso dai Francesi fu quello di avanzare in blocchi compatti allo scopo di sfondare le linee con scontri alla baionetta; gli inglesi si difesero opponendo linee lunghe e sottili di fucilieri, che potevano sparare anche sui fianchi del nemico e, soprattutto, ebbero l’accortezza di far fuoco a portata di tiro sicura.

Gli inglesi fecero buon uso dello spazio naturale su cui si svolse la battaglia: essi, di fatto, ebbero l’intelligenza di scegliere il campo, perché, oltre a non avere il fiume alle spalle, poterono schierare i reparti a giusta distanza e, sfruttando l’ampiezza del sito pianeggiante, poterono snodarsi in linee lunghe e distese in modo da formare un fronte di fuoco largo e avvolgente. Questo schieramento identifica una tattica difensiva basata su una linea lunga e frontale di reparti di fucilieri disposti su più file: gli inglesi lo applicarono sistematicamente nelle guerre coloniali dell’Ottocento sia in Africa che in India.

I francesi affrontarono il combattimento con supponenza e dando scarsa importanza alla geografia dei luoghi: una leggerezza insolita per l’esercito di uno Stato che si avvaleva di un famoso Ufficio Topografico Nazionale diretto da ingegneri militari e tra i più attrezzati d’Europa. Probabilmente erano convinti della loro invincibilità su terraferma. Gli inglesi, al contrario, si rivelarono pragmatici e prudenti: si schierarono in maniera da sfruttare al meglio il sito e soprattutto combatterono con alle spalle due eventuali vie di fuga, la strada per Monteleone e il mare, dove la flotta aspettava a ridosso della costa e poteva raccogliere i superstiti in caso di sconfitta.

Domenico Trischitta

Il paesaggio geografico e sociale

Le violente trasformazioni del quadro geografico di fine Settecento, intrecciandosi con la congiuntura politica degli anni immediatamente successivi, con delitti e vendette, determinano sostanziali conseguenze paesaggistiche strutturali.

Il contesto fisico in cui si svolge la battaglia di Maida è ancora fortemente caratterizzato dagli effetti devastanti del terremoto del 1783. Proprio in seguito a questo evento sismico iniziano a diffondersi le prime puntuali rappresentazioni grafiche del territorio (Saint–Non, Rizzi–Zannoni, etc.). Ma è dal Plan of the Battle of Maida, rappresentato cartograficamente, e da alcuni coevi documenti inediti, che si può restituire il paesaggio in cui si svolge la battaglia.

Si tratta di un territorio per la maggior parte di proprietà dell’antico Baliaggio di Sant’Eufemia, i cui fondi rustici sono descritti in un documento di inizio Ottocento. Un aspetto interessante consiste nella differenziazione funzionale dell’area centrale della Piana: le operazioni militari in sostanza si sviluppano nel corridoio compreso tra gli antichi corsi fluviali del Sant’Ippolito e dell’Amato, cioè nell’area meno praticabile per la presenza di acquitrini; mentre le azioni più violente del brigantaggio locale sono localizzabili nel Bosco di Sant’Eufemia e nell’area di Condò. La presenza dei briganti è uno dei motivi che prelude all’adozione di misure di rigore e ad ampie e sostanziali trasformazioni territoriali, quale l’abbattimento dello stesso Bosco e l’ampliamento e miglioramento dell’antica strada regia che delimita ad est il pianoro di Campolongo. Proprio quest’ultimo spazio rurale è caratterizzato dalle importanti trasformazioni colturali avviate dal principe Ruffo di Calabria a partire dalla fine del Seicento e poi completate nel corso del Settecento, e che costituiscono ancora oggi un’unità paesaggistica importante non solo dal punto di vista estetico ma anche sociale ed economico. Si può affermare, anzi, che queste trasformazioni colturali, ben evidenziate anche nella planimetria di mano inglese, costituiranno l’inizio della metamorfosi del paesaggio rurale che nell’Ottocento investirà l’area collinare e pedemontana di buona parte della Piana di Sant’Eufemia.

Nella storiografia, soprattutto dei grandi eventi, generalmente si trascura l’analisi del contesto fisico e sociale che, di fatto, condiziona qualsiasi azione umana, fino a determinarne anche i caratteri e i comportamenti. Il ripetersi a breve distanza l’uno dall’altro di terremoti e alluvioni genera nella popolazione una difficoltà di metabolizzazione della negatività, cristallizzando un senso di inutilità dell’opera umana rispetto all’imponderabilità dei fenomeni naturali. Questo atteggiamento di subordinazione, di costante minaccia dell’evento naturale, riveste un ruolo importante nel rapporto tra l’uomo meridionale e il territorio, visto come sintesi di natura e azione antropica.

Se a questo quadro si aggiungono le continue aggressioni degli uomini, le convulse vicende politiche di fine Settecento e inizio Ottocento: la repubblica partenopea, i fatti del 1799 e i numerosi episodi locali di violenza connessi a questi riferimenti storici, si può ben immaginare quale possa essere l’atteggiamento, non tanto delle poche frange politicizzate e legate agli interessi economici e alla tutela dei privilegi ottenuti dai Borbone o dalle promesse dei francesi, quanto dell’uomo comune, molto distante dagli eventi politici ma assai più vicino alla fame e ai problemi della sopravvivenza. La battaglia vissuta dall’uomo comune è, infatti, quella vista con gli occhi annebbiati dalla fame e dalla paura suscitata dal clima di violenza instaurato dai francesi, dai briganti e dai loro manutengoli: è una popolazione, dunque, accerchiata dal terrore.

In questo quadro geografico, sociale e psicologico si colloca la battaglia di Maida.

Giovanni Iuffrida

La battaglia di Maida nelle relazioni dei viaggiatori stranieri in Calabria

«La battaglia è perduta, colpa nostra» scrive nella lettera del 12 agosto 1806 l’ironico e schietto umanista Paul Courier, uno dei pochi scrittori che non assume un atteggiamento “di parte” a proposito della battaglia di Maida celebrata, descritta o semplicemente citata da molti dei viaggiatori stranieri recatisi in Calabria.

Dal 1806 al 1914 personaggi di nazionalità diverse quali Keppel Craven, Craufurd Tait Ramage, Duret De Tavel, Joseph Anderson, Francois Lenormant, Horace Rilliet, Augustus J.C. Hare, Philip Elmhirst, Lubin Griois, James Grant, Nicolas Phillips Devernois, Joseph Viktor Widmann danno il loro contributo perché non venga perduta la memoria della battaglia di Maida.

Alcuni viaggiatori però ritengono più opportuno non fare alcun riferimento all’evento, come Dumas e Du Camp, i quali visitano la Calabria rispettivamente nel 1842 e nel 1860 e, pur dedicando molto spazio alla città di Maida non scrivono un rigo sulla battaglia.

Nella descrizione dell’evento bellico da parte di coloro che vi parteciparono o nel commentarla si riscontrano tematiche comuni ai viaggiatori, tematiche che talvolta sono quasi stereotipi. Il clima sfavorevole rappresentato dal caldo eccessivo e dalla conseguente condizione malsana delle paludi presenti nella zona teatro della battaglia è un elemento ricordato da Griois, Desvernois e De Tavel il quale afferma che sarebbe bastato «lasciar agire il clima» per vincere.

Uno stereotipo utile a giustificare la sconfitta è quello che contrappone lo slancio e impetuosità dei francesi alla freddezza degli inglesi; Devernois sottolinea il «carattere suscettibile e focoso dei francesi» e gli fanno eco anche Anderson, Griois e Lenormant i quali aggiungono che i francesi erano certi della vittoria, «ben visibili, mentre avanzavano sfrontatamente e con sicurezza, aspettandosi evidentemente che potevano, e volevano, sconfiggerci» (Anderson) e «animati da quello slancio che gli fa presagire il successo» (Griois).

L’enfasi sulla brevità della battaglia viene posta sia dagli inglesi che dai francesi cui «un quarto d’ora è bastato ad assicurarne la disfatta» (Griois) e la descrizione del magnifico paesaggio che si presenta davanti agli occhi di entrambi gli eserciti ricorre nei resoconti più dettagliati.

Anderson, Griois e Grant nel corso dell’accurata e partecipata narrazione che si riferisce ai momenti antecedenti la battaglia si soffermano a riflettere sul sangue che verrà inevitabilmente versato; scrive Grant: «noi non potevamo non pensare al sangue che doveva scorrere prima che quel sole glorioso che ci illuminava si rituffasse nella marina».

Per quanto riguarda il popolo calabrese i viaggiatori esprimono giudizi contrastanti poiché sia i francesi che gli inglesi li considerano loro alleati, ma hanno in comune la tendenza a dar loro poco spazio. La Calabria e i calabresi sono sullo sfondo, i protagonisti sono i due eserciti stranieri, protagonista della narrazione è la battaglia di Maida.

Maria Rosaria Costantino

La Calabria nella lotta anglo–francese in età napoleonica: la battaglia di Maida

Dalla ricostruzione della dinamica della battaglia emerge con chiarezza che lo scontro di Maida, pur essendosi svolto sulla terra ferma, dipese nella sua essenza e nei fatti dalla lotta ingaggiata sui mari da Inglesi e Francesi: il Mediterraneo vi gioca un ruolo centrale, quale cerniera tra Oriente e Occidente. Il Mediterraneo, per la sua stessa natura eteroclita, è un insieme di vie marittime e terrestri, un crocevia di strade poste in collegamento tra loro, uno snodo di singolare importanza per l’entroterra e le città. E nello svolgere un ruolo privilegiato per la circolazione – esprimendo una complementarietà delle montagne e delle pianure, della terra e del mare col rilevarne l’interna, profonda unitarietà – costituisce esso stesso un sistema di cui è facile comprendere la valenza e la veste di funzione storica.

L’Italia, asse mediano del Mediterraneo, sdoppiata tra un’Italia volta a ponente e una volta a levante, rivestiva e riveste una posizione geografica determinante per il controllo sul Mediterraneo. A Napoleone non poteva certo sfuggire una tale cosa, e nemmeno ai suoi avversari.

La Calabria, gigantesco ponte (strategicamente e naturalmente “gettato” tra la Sicilia e il continente, ancor più geodeterminante per la vicinanza alle porte marine dell’isola di Malta e dello stretto di Messina, separata da una lingua di mare da un’isola, la Sicilia, posta a cavaliere del Mediterraneo occidentale e, assieme porta – con le isole Jonie – per l’Oriente) costituiva un territorio di scontro tra le due potenze straniere, ognuna delle quali espressione di interessi opposti e al tempo stesso convergenti (il predominio dell’una sull’altra). Ma era anche la regione in cui si mescolavano interessi locali di rilievo e dove però le popolazioni locali rivestivano un ruolo non certo comprimario. La sollevazione delle popolazioni calabresi contro i Francesi – dopo averli prima accettati nella speranza di un miglioramento e poi rigettati a causa delle loro violenze – trascolorò nella guerra civile, nella lotta senza quartiere tra le opposte fazioni, assumendo i caratteri di una guerra sociale (come avrebbe osservato lo Stuart «(è) la guerra della povera gente… contro la classe più elevata»), potentemente coadiuvata dal brigantaggio e conclusasi con l’opera di sottomissione del “terribile” Massena e con la feroce repressione del Manhes.

Irretite dalle asperità dell’événementiel, esacerbate dalla violenza delle armi e fomentate dalla corte borbonica – in esilio in Sicilia e desiderosa di revanche, soprattutto la Regina Maria Carolina – le popolazioni scatenarono una violenta reazione che, più che di stampo legittimista, in una provincia tartassata e subissata, presenta i caratteri di una rivolta contro i nuovi venuti e trae le sue radici dall’humus politico e sociale. A ciò contribuì potentemente anche il configurare con i Francesi il volto di certa borghesia arricchitasi e ancora in fase di ascesa economica con lo sfruttamento degli eventi politici favorevoli.

L’occupazione francese non era un cambiamento di dinastia; essa costituiva un cambiamento di leggi, di costumi, di principi ma – ahimè!– portato sulla punta delle baionette. Ma non fu la fortunosa, o fortunata, conquista delle Calabrie da parte dei Francesi, con tutti i drammi profusi a piene mani da Memorie del tempo, né la repressione del brigantaggio: a configurarsi è la vita organizzata delle province calabresi che i Francesi hanno sottratto a un secolare isolamento e a un’arretratezza economica e amministrativa inconfutabile, per avviarla a una modernizzazione di forma di vita sociale più consona ai tempi a venire.

Rosella Folino Gallo

La Battaglia di Maida del 4 luglio 1806 nel contesto storico e sociale della Calabria

La battaglia di Maida del 1806 s’inserisce nella storia moderna non solo per gli equilibri militari e politici d’Europa, ma per la storia della Calabria, da secoli campo di battaglia di eserciti stranieri senza che mai i suoi abitanti ricoprissero ruoli significativi. Solamente i vecchi baroni si alleavano di volta in volta con chi permetteva loro di perpetuare il loro antico predominio sociale. Il panorama storico risultava dominato da sanguinosi duelli tra le maggiori potenze europee.

La Calabria viveva agli albori del XIX secolo realtà economiche ancora avvinghiate a strutture feudali e l’estrema labilità del suo tessuto sociale ne faceva ideale terra di conquista. L’unica risorsa economica di sussistenza rimaneva la terra. Dalla terra scaturivano attraverso il duro e quotidiano lavoro dei Bracciali i frutti della sopravvivenza di tutti anche se il sistema limitava fortemente lo sviluppo produttivo delle terre. I prodotti agricoli rappresentavano non solo il sostentamento naturale, ma erano anche merci apprezzate per l’esportazione. Il commercio avrebbe quindi potuto rappresentare una significativa forma di economia se solo ci fossero stati strade e porti agibili: seta, vino, uve e oli giungevano in Inghilterra il più delle volte per metà guasti. La Calabria era ricchissima di boschi e nei primi anni del 1800 rappresentava l’area regionale a più alta densità boschiva del meridione. Ma anche l’enorme patrimonio di legname appariva irrimediabilmente come una risorsa malissimo amministrata e quasi per nulla utilizzata. Ma in Calabria cominciava a trovare spazio il dibattito culturale e sociale europeo basato sulla polemica antifeudale e sulle prime riflessioni di economia politica che avevano preso avvio dalla Rivoluzione francese.

La Rivoluzione francese innestò anche uno sconvolgimento militare in tutta Europa e nel bacino del Mediterraneo. Nei mari attorno alla Calabria si scontrarono presto inglesi e francesi. Nel febbraio del 1806 i Francesi occuparono militarmente Napoli mettendo in fuga il sovrano borbonico Ferdinando IV e mossero verso sud. In Calabria furono numerose le rivolte popolari antifrancesi. L’Inghilterra diede inizio allora ad una serie di approdi militari sulle coste calabre. Il 30 giugno una flotta inglese, al comando di Sir John Stuart, approdò sulla baia di Sant’Eufemia e si inoltrò lungo la pianura verso Maida. Sulle alture attorno a Maida stazionava il generale napoleonico Reyner con cinquemila uomini e sei cannoni. L’impatto fu allora inevitabile. lo scontro avvenne la mattina del 4 luglio: una battaglia rapida che scompaginò le linee francesi costringendo i soldati napoleonici alla fuga. Gli inglesi rinunciarono all’inseguimento e concessero ai francesi di riorganizzarsi e di ricevere rinforzi: infatti, nello stesso mese di luglio rioccuparono quasi tutta la Calabria. La battaglia di Maida fu simbolo dello scontro di due mondi: da una parte vi erano le nuove idee giacobine, fondamento di civiltà e democrazia, dall’altra le forze reazionarie e conservatrici di decrepiti ordini sociali. Ma la storia non è mai semplice e netta: i francesi vollero imporre con la forza quelle idee originando solo ostilità nei calabresi e gli inglesi si trovarono sul fronte opposto solamente per motivi politici e militari legati alla loro profonda opposizione ai disegni egemonici napoleonici. Basti pensare al ruolo inglese durante la spedizione dei Mille e a quello che rappresentò Londra per uno dei padri mistici della nostra unità: Giuseppe Mazzini.

Salvatore Piccoli

La Battaglia di Maida nell’archivio Bonelli e la guerriglia antifrancese

La Battaglia di Maida è un avvenimento non molto conosciuto, se non agli addetti ai lavori ed agli appassionati di storia calabrese ed io stessa ne ho appresa l’esistenza allorché, sfogliando tra le carte di una famiglia, ho scoperto un diario scritto da un antenato e che ho pubblicato agli albori della mia carriera universitaria. «Alli principi di marzo 1806 scese nel Regno una formidabile armata francese comandata da Giuseppe Bonaparte»: così un galantuomo di Girifalco, borbonico di sicura fede, don Raffaele Bonelli, vissuto tra la presa della Bastiglia ed il crollo del Regno delle due Sicilie nel 1860 inizia a descrivere l’evento in Memorie da leggersi e regolarsi a ben vivere di mio figlio Pietrantonio.

Lo scritto è una miscellanea di pensieri ed esposizione di fatti (dal prezzo delle patate, al racconto dei terremoti e delle epidemie di colera; dalle gesta dei briganti come Pane di grano, e Benincasa, alla schietta e primitiva esultanza per la pioggia che era riuscita a salvare, appena in tempo, un raccolto; dal racconto particolareggiato della sommossa del 1848, vaticinata dalla Società “Unità” con il suo capo Magno, alla sopravvivenza dei vecchi diritti feudali; dal messaggio di Garibaldi alla gente del sud, alla diligente annotazione delle tomolate di terreno coltivate a grano) che hanno il precipuo compito di consigliare, ammaestrare il figlio maggiore ed erede Pietrantonio.

Ma vi è anche la seguente annotazione: «... nella nostra Calabria era situato un corpo d’armata di circa 12000 uomini comandato dal generale Rogier che era posto in linea fino a Reggio e prima dell’anno 1806 del mese di luglio; approdò nel Golfo di Sant’Eufemia l’armata navale inglese e sbarcò una divisione di truppe comandata dal generale Stuart ed al 4 luglio di detto anno nella marina di Maida dette battaglia alla marina francese che era comandata dal generale Rogeri uomo esperto nell’arma; alla vista dell’armata inglese successero emozioni in molti paesi della Calabria, sostenuti dagli inglesi si sollevarono e successe la rivolta e nuovamente li calabresi si dettero agli eccidi, saccheggi e rapine. Li francesi della marina di Maida si ritirarono in Catanzaro, ma le truppe di massa li inseguirono e furono costretti attaccandosi ogni giorno colla massa, ritirarono in Crotone…».

Reynier non era uno sprovveduto; era un generale di esperienza, padrone della tattica militare; ma fu costretto a ritirarsi con le sue truppe ormai allo sbando, meditando su una battaglia combattuta e perduta e su una rivincita che solo il tempo e gli aiuti inviati in Calabria, alla guida del generale Massena, avrebbero risolto a suo favore.

Nel frattempo, però, era esplosa in Calabria la rivolta contro i francesi, fomentata dagli inglesi che avevano pianificato una strategia di logoramento dell’esercito di Napoleone, alla scopo di impedirgli di passare lo Stretto ed invadere la Sicilia; perciò, impiegando denaro e promesse di aiuto, mobilitarono le masse popolari, che si lanciarono contro i resti delle truppe sconfitte a Maida, non risparmiando neanche i feriti. Il piano inglese prevedeva quindi non una guerra, ma la distruzione sistematica, oltre che degli uomini, anche di viveri e mezzi di trasporto. Le masse popolari in armi si sarebbero dovute trasformare, come almeno inizialmente si verificò, in una spina nel fianco dell’esercito napoleonico.

Non una guerra, quindi, ma una guerriglia; veri e propri atti terroristici caratterizzati da imboscate, dalla rapidità dell’attacco e dalla fuga degli attaccanti dopo l’azione, sortite veloci contro le posizioni francesi, impedendo i rifornimenti, con lo scopo di fiaccare e disperdere le forze nemiche che avrebbero dovuto volgere ad una umiliante ritirata. Perciò gli inglesi non risparmiarono mezzi e promesse, stringendo patti, possiamo dire, anche col diavolo, i numerosi capibanda che scorazzavano “santificati” all’epoca della Repubblica napoletana, nel 1799, dal Cardinale Ruffo.

Ernesta Bruni Zadra

Quell’uom dal fiero aspetto

Se c’è un personaggio del nostro sud capace di conquistarsi una fama mondiale che si protrae a duecento anni dalla morte, questi è il colonnello Michele Pezza, meglio noto come Fra Diavolo. A costruirgli attorno una sorta di leggenda nera ci ha pensato una storiografia faziosa, figlia della propaganda filo francese che aveva interesse a dipingerlo come un brigante sanguinario. La sua vicenda umana ci racconta invece ben altra verità. Ed é giusto ricordarla, nel bicentenario dell’impiccagione che a soli 35 anni pose fine alla sua carriera d’indomito guerrigliero legittimista.

Alimentò sin da fanciullo la leggenda, quando le sue marachelle gli fruttarono la trasformazione in Fra Diavolo del nomignolo Fra Michele dovuto all’abitino da frate indossato per esorcizzare una malattia. Il carattere generosissimo, ma irascibile lo rese responsabile di un duplice omicidio commesso forse per difendersi in una rissa o forse per salvare l’onore di una fanciulla.

Datosi alla latitanza, ottenne la commutazione della pena in 13 anni di servizio nel corpo dei fucilieri di montagna. Coinvolto nella ritirata delle truppe napoletane allo scoppio delle ostilità con la Francia, decise di combattere a modo suo con un gruppo di volontari nel bel mezzo della gola di S. Andrea, presso il paese natale. Di fronte alla sua micidiale ed inedita tattica fatta di fulminei colpi di mano e di altrettanto subitanee scomparse, gli invasori reagirono saccheggiando Itri e massacrandogli il padre. Fa parte del mito il giuramento di vendicarlo che Fra Diavolo avrebbe pronunziato sulla tomba, mentre è realtà il filo da torcere che dette al nemico tagliandone di fatto le comunicazioni da Terracina a Capua.

L’eco delle sue gesta preoccupò la Francia ed entusiasmò la corte borbonica e gli stessi inglesi. Nella successiva controffensiva di Ruffo che scacciò i francesi dal regno, Fra Diavolo guidò l’ala sinistra dell’esercito del duca di Roccaromana fino a Roma. Liberò Velletri, Marino ed Albano dall’incubo del sacco nemico. Nominato colonnello, visse gli anni seguenti angustiato dai creditori, a causa degli impegni che aveva contratto in favore dei suoi uomini durante la guerriglia.

Alla seconda invasione napoleonica Fra Diavolo tornò a praticare la guerriglia ai danni dei francesi impegnati nell’assedio di Gaeta. Richiamato a Palermo, partecipò alla spedizione della flotta inglese nel golfo di S. Eufemia del luglio 1806. Mentre risulta che galvanizzò i difensori di Amantea, non trova riscontro la versione che, dandolo presente pure a Maida, gli attribuisce il merito di aver spinto l’incerto generale Stuart ad attaccare vittoriosamente battaglia. Provò poi ad armare le masse di Terra di Lavoro, collegandosi con la resistenza delle Marche e degli Abruzzi. Costretto a tornare ad Itri, dopo strenua lotta dovette ritirarsi tra i monti.

Da allora la sua Legione della vendetta venne braccata da ogni parte, perdendo gradualmente i suoi effettivi. La fortuna ormai aveva voltato pagina perché Fra Diavolo non riuscì a difendere neanche Sora, che aveva fortificato. Da ultimo rimase del tutto isolato dai compagni, in una zona non conosciuta e con un’ingentissima taglia sul capo. Disarmato e scalzo, venne arrestato a Baronissi per la delazione del farmacista cui s’era rivolto per una ferita. La sete di rivincita dei Bonaparte non gli perdonò i tanti scacchi subiti. E così, dopo un processo sommario, alle ore 13 dell’11 novembre 1806, il più grande guerrigliero del Regno di Napoli dovette subire a piazza Mercato l’oltraggio della forca, che si riservava ai comuni criminali. Poco prima aveva respinto l’offensiva proposta di passare al nemico.

Gaetano Marabello

La battaglia di Maida nelle vicende rivoluzionarie del Risorgimento

Richard Hopton, nel suo saggio intitolato The Battle of Maida. 1806. Fifteen Minutes of Glory (Pen & Sword, London, 2002) giustamente, inquadra la battaglia di Maida all’interno dei due avvenimenti più importanti relativi alla Terza Coalizione: la vittoria di Nelson a Trafalgar, che pose fine a qualsiasi pretesa francese di poter sfidare gli inglesi sul mare, e Austerlitz, che stroncò qualsiasi speranza per gli eserciti della Coalizione di annullare l’ambizione di Napoleone nell’Europa continentale. Infatti, – sostiene Hopton – malgrado le schiaccianti vittorie di Napoleone a Ulm e Austerlitz, per gli alleati «ci fu un barlume di luce in tutte quelle tenebre: la battaglia di Maida. La sola vittoria conclusiva ottenuta dagli eserciti della Terza Coalizione […]. Fu una piccola battaglia, con 11.000 combattenti in tutto, combattuta su una spiaggia lontana dal centro dell’Europa. Essa non può essere vista, in senso stretto, come parte della storia della Terza Coalizione che era stata dichiarata morta 6 mesi prima con la pace di Presburg. Ma Maida era un figlio di questa alleanza, sebbene un figlio postumo».

Nel valutare la battaglia, Hopton riporta due commenti. Il primo è quello di William Windham, segretario alla guerra, il quale, nel ricevere la notizia della vittoria inglese, asserì, certamente esagerando, che essa aveva la stessa grandezza di Poitiers, Crecy e Agincourt negli annali della storia militare britannica. Il secondo giudizio è quello del Times il quale forse era più vicino alla verità quando pubblicò la notizia sotto il titolo «Glorious Victory».

La battaglia di Maida, sottovalutata dai “grognards” napoleonici che quasi con disprezzo hanno parlato de «l’affaire de Sainte Euphemia» come «la bataille d’un quart d’heure», non merita – conclude Hopton – l’oblio storico. Essa, infatti, mostrò come sconfiggere i potenti francesi e, come tale, presagì i trionfi della guerra peninsulare. A sostegno della sua tesi Hopton riporta l’osservazione di Charles Oman il quale afferma: «la poco ricordata calabrese battaglia di Maida fu un giorno che fece epoca nella storia militare britannica. Sulla pianura sabbiosa dell’Amato 5.000 fanti in linea ricevettero l’urto di 6.000 in colonna e inflissero loro una delle più grandi sconfitte».

L’importanza della battaglia di Maida nella storia militare è stata ben messa in evidenza da Piero Pieri nella sua Storia militare del Risorgimento (Einaudi, Torino, 1962, p. 14). Secondo Pieri la battaglia di Maida segnò «il trionfo dell’azione tattica distruttiva dell’arma da fuoco contro l’azione tattica risolutiva dell’arma bianca».

Per i francesi la battaglia di Maida rappresentava l’opportunità di punire definitivamente gli inglesi per la loro temerarietà, «buttandoli a mare» e – come ha scritto Hopton – aggiungere Sir John Stuart alla lunga lista di generali che avevano tentato, ma avevano fallito, nello sfidare la potenza della Francia sul continente europeo.

Per l’Inghilterra, invece, il piccolo esercito di Stuart, giunto a S. Eufemia dalla Sicilia, rappresentava in questa parte remota dell’Italia meridionale l’ultima speranza di un orgoglio che poteva essere salvato dal disastro definitivo. Questo piccolo esercito rappresentava la speranza di poter mettere qualche limite alle ambizioni continentali di Napoleone. Rappresentava anche – come ipotizza Hopton – la possibilità di mostrare che gli inglesi non erano soltanto una nazione di marinai e che avevano un esercito di terra degno di questo nome.

Ecco perché Stuart poté vantarsi di una vittoria autentica: in due ore aveva eliminato oltre 3.000 francesi, mentre tra le sue truppe i morti erano stati solo 45 e i feriti 283.

La notizia della vittoria fu ricevuta in Inghilterra con grande compiacimento e giubilo. Perfino la House of Lords e la House of Commons votarono ordini del giorno esprimenti soddisfazione per l’evento ed elogio per i combattenti. Il nome di Maida fu associato a quello delle più famose battaglie della storia nazionale inglese. Il Re Giorgio III conferì a Stuart il titolo di duca di Maida ed i principali comandanti ricevettero speciali decorazioni. Venne coniata una medaglia commemorativa e strade e viali presero la denominazione di Maida.

Vincenzo Villella

Il Regno ed il Re 

Assunto di questo intervento è che le genti meridionali sono state per otto secoli fedeli al Regno, anche se non sempre fedeli al re che di volta in volta regnava.

Per questa ragione un mutamento di dinastia non apparve altro che un avvicendarsi di persone, al più di partiti, mai un dubitare della natura statale del Regno.

Tuttavia le vicende del Meridione non furono affatto serene e, come accadde del resto a tutti i reami d’Europa, vi si può individuare una continua, strisciante guerra civile, sia pure indefinita e mutevole, che ebbe inizio già con i primi avventurieri normanni. Per questa ragione, le tendenze centrifughe furono sempre altrettanto forti degli intenti dei sovrani di accentrare poteri e amministrazione.

Anche nel Meridione si possono individuare dunque le costanti della storia europea di quei secoli: il re tenta di sottoporre a sé tutti i sudditi; i feudatari cercano di abusare delle loro funzioni; le città e i borghesi sono, in genere, dalla parte del re.

Tralasciando troppo remote ragioni, la genesi degli eventi del 1799 e del 1806–1815 va ricercata proprio nei due secoli del viceregno, che possono distinguersi in due distinti momenti.

Gli eventi del 1647, noti come la Rivolta di Masaniello, sono un vero scontro di classe, segno dell’inquietudine dei ceti popolari. Difatti, nel 1708, divampando in Europa la guerra di Successione spagnola, Napoli e Sicilia passano a Carlo d’Austria, poi Carlo VI imperatore. Forse quell’Italia confederata era soluzione migliore della violenta e soffocante piemontesizzazione del 1860.

Il Reame meridionale si poneva come egemone dell’Italia e vindice della sua libertà.

Gli ultimi decenni del decaduto vicereame castigliano avevano segnato momenti di trascuratezza amministrativa, di cui avevano approfittato i feudatari, i cui “abusi”, cioè l’arrogarsi poteri regi, vennero subito repressi. La politica estera dei due regni fu improntata alla massima indipendenza possibile, fino a negare il vassallaggio della Chiesa per Napoli; e una flotta attiva difese le coste dai pirati barbareschi.

Come ai tempi degli Svevi avevano chiamato gli Angiò, con le conseguenze che sono note, ai tempi dei Borbone un partito timoroso dell’autorità regia attirò altri re francesi, sebbene questi, nel 1798, si facessero chiamare repubblicani. Ma nel 1806 cadde anche la finzione, e il loro capo si intitolò re, del resto Napoleone era già da due anni imperatore. L’eterna storia: un re contro un altro re.

La corte borbonica di Palermo, impegnata a difendere l’isola dalle minacce di Murat, e in subbuglio interno che porterà alla costituzione del 1812, poté poco, al di là della rioccupazione di Crotone per qualche mese del 1808, e della spedizione di Philipstadt fino a Mileto. I re di Gran Bretagna sono di origine tedesca. Per le popolazioni, dunque, o almeno per uno dei loro partiti, poteva venire deposto un re della dinastia di Borbone ed elevato, al suo posto uno della neodinastia dei Bonaparte o dei Murat. Continuarono a ritenerlo così anche i “patrioti” del 1820 e del 1848. Averlo scordato nel 1860 nel nome di un ingenuo o callido entusiasmo unificatorio, è forse la causa prima di tutti i mali del Meridione.

Ulderico Nisticò

Appartenenza e senso di fedeltà alla corona nel Regno di Napoli in età spagnola

Le rivoluzioni, le rivolte, le sommosse, le congiure e qualsiasi altra forma di insubordinazione nei confronti del potere costituito hanno sempre attratto in misura considerevole l’attenzione degli storici, pronti a rilevare ed indagare qualsiasi elemento di rottura, tendente ad introdurre ogni sorta di modificazione in seno agli Stati e alle relative società del passato. Dal punto di vista storiografico, è superfluo sottolinearlo, ciò risulta del tutto naturale giacché è proprio ponendo l’attenzione verso fenomeni del genere che si possono cogliere le motivazioni e le reali spinte che hanno portato le società e gli Stati ad evolversi dinamicamente verso forme di progresso.

Se dunque l’attenzione verso “l’eccezione” è stata nel tempo alta e costante, quella verso “la regola”, al contrario, raramente è apparsa adeguata e significativa. Così, diversamente dagli studi su rivoluzioni e rivolte, abbondanti e significativi, la produzione di ricerche sul consenso, la fedeltà e la lealtà alle proprie istituzioni non sempre si è rivelata all’altezza delle aspettative: anche gli studi sul Regno di Napoli in Età moderna non fanno eccezione, confermando in modo inequivocabile tale tendenza.

Il contributo, così, sebbene in forma preliminare, si è proposto di indagare quali furono le reali motivazioni che spinsero, salvo rare eccezioni, la stragrande maggioranza della popolazione del Regno di Napoli a rimanere sostanzialmente fedele alle proprie istituzioni e alla Corona spagnola per oltre due secoli, fra gli inizi del Cinquecento e quelli del Settecento, anzi a sentirsi parte integrante del sistema spagnolo che, conscio della diversità dei popoli che lo costituiva, fu più rispettoso di quanto si possa immaginare di istituzioni e tradizioni dei regni e delle popolazioni che si trovò a dominare.

In questa ottica il punto di riferimento naturale appare il pensiero e l’opera del filosofo spagnolo tradizionalista Francisco Elías de Tejada (1917–1978) che, alla visione classica e consolidata dalla storiografia italiana di una Napoli in crisi, resa schiava dagli Spagnoli e incapace di qualsiasi vivacità, contrappone quella di un Regno di Napoli che, all’interno del sistema spagnolo, mantenne intatte le proprie istituzioni e la propria cultura partecipando a pieno titolo e condividendo le imprese dei sovrani spagnoli in difesa della fede cattolica e di una visione del mondo a cui altre e nuove, nel corso dell’Età moderna, venivano a contrapporsi prepotentemente.

Il pensiero napoletano di quel tempo, con le sue talvolta originali idee in materia di organizzazione statuale, si trovò in perfetta sintonia con la politica internazionale della Spagna, a conferma del fatto che il regno meridionale era portatore di una visione, forse discutibile, ma sicuramente “altra” rispetto a quella che si stava affermando e consolidando nell’Europa del tempo.

In considerazione di ciò, di questa diversità napoletana, fenomeni come la sconfitta della Repubblica Partenopea o la durissima opposizione delle popolazioni meridionali all’invasione francese e a taluni cambiamenti imposti dagli occupanti, potrebbero confermare, a posteriori, l’inadattabilità del Regno di Napoli a modelli, certamente innovativi, ma elaborati altrove e indubbiamente estranei al sentire comune delle popolazioni meridionali.

Vincenzo Naymo

“Dies irae”: crudeltà e terrore nella guerra civile calabrese

Lo studio delle guerre civili in età contemporanea, dalla rivoluzione francese ad oggi, ci dice a chiare lettere che in esse vi è un eccesso di violenza, alimentato dal fatto che le motivazioni ideali del conflitto armato danno libero corso a esplosioni di rancore, invidie e vendette private. La violenza privata e criminale, in altri termini, approfitta della guerra, al cui riparo essa cerca di nobilitarsi, moltiplicandosi e potenziandosi. Ma è, peraltro, la stessa guerra civile a produrre un surplus di violenza, non conoscendo essa alcun confine tra belligeranti e non belligeranti e prefigurando, dunque, il carattere di “guerra totale” dei conflitti del XX secolo.

Ciò che accade in Calabria dopo la conquista napoleonica e in specie dopo la battaglia di Maida, che costringe alla rotta l’esercito francese, rientra appieno nella categoria delle guerre civili. Ancor prima che dilaghi l’insurrezione antifrancese, si riscontrano episodi di violenza in cui è evidente che lo scontro ideologico tra Francesi e Borboni, Modernità e Tradizione, Laicismo e Religione, è puro e semplice pretesto. È il caso di Soveria, dove una precoce insorgenza nasce come reazione «all’oltraggio di una giovane del luogo» commesso da un ufficiale francese; soprattutto è il caso di Pedace, dove l’insorgenza altro non è che l’assalto sanguinoso ad una famiglia del luogo da parte di vecchi nemici locali, col risultato del successivo saccheggio da parte francese.

Questi fatti si moltiplicano dopo la sconfitta francese di Maida. Il punto di non ritorno è costituito forse dagli avvenimenti di Lauria, dove gli insorti massacrano un battaglione polacco. Subito dopo, il borgo è messo a sacco dall’esercito francese, che riduce uomini e cose ad un cumulo di macerie in fiamme. La vendetta, ad opera dell’insorgenza, non si lascia attendere: a Longobardi, per iniziativa del “capomassa” De Micheli, si fa strage anche di donne e bambini, buttati poi a mare, con l’intenzione palese di colpire a morte i nemici personali dei “massisti” e le loro famiglie.

Ancor più eloquente è un massacro narrato da P. L. Courier. L’ufficiale–letterato racconta che quando i francesi giunsero a Cassano molti abitanti, viste le divise rosse di un battaglione svizzero, li scambiarono per inglesi e corsero loro incontro, abbracciandoli e ringraziandoli per aver scacciato quegli scomunicati dei francesi. Questi ultimi, decisero in seguito di fucilare in piazza cinquantadue cassanesi “filoinglesi”, ma successe incredibilmente che questi «furono eliminati dai loro compatrioti, dai calabresi nostri amici, dai buoni calabresi di Giuseppe, che chiesero come un favore di essere utilizzati in quella carneficina».

Di fronte ad episodi del genere diventa indiscutibile che è la guerra civile, più che l’opposizione ai francesi, la causa delle violenze, di una violenza che covava endemicamente nelle strutture primarie della società locale, dominata «da opportunismi, da ambizioni, da profondi rancori personali, da sordidi interessi privati, da un’ineluttabile brama di vendetta […], in una terra barricatasi da secoli in indistruttibili pregiudizi ed inesorabili costumanze» (Caldora).

Giudizi condivisibili, purché non implichino l’attribuzione delle forme estreme di violenza ad una ferocia primitiva e atavica, dalla quale la civilizzazione ci metterebbe al riparo. Se così fosse, la violenza e la crudeltà tipiche delle guerre civili riguarderebbero solo le periferie arretrate del pianeta o gli strati inferiori del mondo evoluto. La storia del XX secolo ci dice purtroppo che le cose stanno diversamente, che la crudeltà e il terrore non sono sempre altrove, ma germogliano anche nel cuore delle civiltà.

Vittorio Cappelli

Misogallismo del popolo calabrese dalla spedizione del Ruffo ai fatti di Maida

Dalla spedizione del Ruffo alla battaglia di Maida fino alla fucilazione del Murat fu tutta una rigogliosa esplosione di odio che mai i calabresi avevano manifestato nei confronti di tanti altri eserciti invasori.

Da dove nasceva la carica di odio del popolo calabrese nei confronti dei francesi? Forse una plausibile risposta può venire più dall’esame della strategia egemonica messa in atto dalla Francia rivoluzionaria che dall’improbabile risveglio delle coscienze delle masse popolari, risveglio che semmai è da ricercarsi nel versante opposto, tra le schiere di quanti si immolarono per un sogno di libertà combattendo a fianco delle forze francesi non sempre coerentemente leali con i patrioti locali.

Negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione del 1789, la Francia inaugura in Europa una sorta di “imperialismo ideologizzato” con il quale, sulla scorta di principi universali di libertà e di uguaglianza, il nuovo Stato si erge a difensore dei diritti naturali dell’umanità. Esportare la democrazia diventa quindi per la Francia quasi un obbligo contratto con tutti gli uomini della terra, obbligo da onorare con ogni mezzo.

Da questo momento la conquista di un paese non deve essere giustificata da più o meno legittime pretese di diritti dinastici ritenuti usurpati strategie, ma dalla consapevolezza di dover liberare i popoli dall’oppressione morale e politica esercitata per secoli da regimi dispotici.

Le conseguenze derivanti dalle due contrapposte politiche di intervento al fine di estendere la diretta egemonia nei riguardi di un altro Stato sono divergenti e generano reazioni diverse.

Se infatti il nuovo assetto politico conseguente all’occupazione di un territorio in nome di presunte rivendicazioni dinastiche non alterava in genere i rapporti di classe, né tanto meno incideva in modo radicale sull’esercizio dei privilegi tradizionalmente riservati alle classi dominanti, la conquista compiuta in nome di alti principi che esaltavano la libertà e l’autodeterminazione dei popoli obbligava la Francia ad esercitare una capillare intromissione nelle pieghe stesse della vita politica, sociale ed economica del paese “liberato” finalmente dalla tirannide.

Individuati pertanto i regimi “canaglia”, quegli Stati cioè dove era negata ogni forma di libertà, la Francia si assume il compito di esportare la democrazia con la forza delle armi per venire incontro alle istanze di rinnovamento manifestate a suo giudizio da nutrite schiere di “patrioti” operanti nell’ambito di contesti politici liberticidi.

Uno dei territori più favorevoli a legittimare un intervento armato in nome dell’immortale triangolo della ragione (libertà, uguaglianza, fratellanza) fu ritenuto il Regno di Napoli dove la monarchia borbonica aveva nel corso degli anni scontentato quasi tutte le classi sociali e anche le stesse alte gerarchie della Chiesa e lo stesso Papa.

La Francia intende liberare il Regno di Napoli dalla tirannia borbonica e per ben due volte, dal 1799 al 1805, manda i suoi eserciti a portare a compimento quel nobile mandato. Ma la Francia napoleonica non si accontenta di occupare un territorio, lo vuole pure amministrare, vuole rifondare un nuovo stato, vuole in altri termini governare e per fare ciò deve colpire interessi enormi, sovvertire gli ordinamenti esistenti, intaccare vecchi privilegi, offendere diritti usurpati, proporre un nuovo ordine e impegnarsi con ogni mezzo alla sua realizzazione.

Scatta, è ovvio, la reazione. Solerti libellisti “laici” e confessionali fomentano l’odio contro l’invasore demonizzato come un nemico di Dio e della “Madre Chiesa”, un procacciatore di martiri, un bieco sovvertitore di caste unioni consacrate dal matrimonio. L’esercito della Santa Fede, i lazzari napoletani, i briganti e i manutengoli di ogni contrada del regno hanno finalmente il loro catechismo civile e religioso. Lo devono soltanto applicare contro l’invasore e i suoi fiancheggiatori.

Francesco Tigani Sava

Riflessi della spedizione del 1809 nella Piana di Gioia Tauro e in Calabria Ulteriore

 Nell’estate del 1809 Ferdinando IV convinse il generale Stuart ad organizzare una spedizione navale contro il continente. Le truppe francesi lasciarono la parte più meridionale della Calabria per Monteleone in modo da accorrere nel punto dove sarebbe avvenuto lo sbarco più massiccio. Alcuni paesi furono quindi preda delle bande di briganti che approdarono facilmente. Altri paesi, armi alla mano, si opposero a simili orde, tra questi Polistena dove il comandante della guardia civica Manfré fu ucciso dai briganti provenienti dal vicino paese di Cinquefrondi, la dura reazione dei francesi che seguì e commentata dal parroco di Cinquefrondi, nel libro dei morti della parrocchia, con la seguente espressione «da civitate nostra posta confinibus accusatus contra extulissa cervicam», accusa confermata nel registro dei morti, presso l’Archivio di Stato di Reggio Calabria dall’annotazione «venne in questo comune la truppa estirpata contro il brigantaggio e contro coloro che di tanto venivano imputati, volge il suo furore ed in tale stato di cose morirono i seguenti cittadini…» e segue l’elenco di trenta morti.

Un cosi triste bilancio non trova riscontro in nessun altra occasione nella provincia; a motivazione possono considerarsi le accuse in una lettera, rinvenuta nei conti comunali del vicino paese di San Giorgio Morgeto, del 10 luglio, del comandante la colonna mobile del 20° reggimento Colin, «il comune da sicuro asilo ai briganti, il governo si aspetta che tutti i cittadini si armino di valore e di coraggio per distruggere gli assassini, ma se un sol brigante penetrerà nel comune voi esperimenterete tutto il rigore della licenza militare, mi lusingo che vi uniformerete perfettamente a questi miei sentimenti per non darmi il dispiacere di venire all’esecuzione degli atti di rigore».

Anche a Bagnara il comandante della guardia civica fu ucciso dal brigante Fica ma in una rissa per la spartizione del bottino, l’assassino venne decapitato dai suoi compari che portarono la sua testa mozza in giro per il paese, nei conti comunali di Bagnara è riportata la seguente annotazione «16 giugno dato alla truppa inglese quando venne per liberarci dell’infame capo Fica pane, vino ed un prosciutto ducati 5,35». Un’altra cruenta zuffa si verificò a Palmi dove, il 4 luglio, nel libro parrocchiale sono annotate le morti di Agostino Vizzari, della moglie e del rivale Giuseppe Rotundo alias Volpe. Angela Valente ricorda che il Vizzari era stato graziato dai francesi per fare la spia in Sicilia ma che contemporaneamente era al servizio degli inglesi.

Un altro ufficiale della guardia civica di Monteleone, fu ucciso dal famoso Bizzarro ma la sua morte venne vendicata con l’uccisione del cugino del brigante tale Speziale alias Cossari, cosi per come si evince nei conti comunali di Pedavoli dalla giustificazione di spesa di 80 carlini per la vettura con cui il capitano della guardia civica, Rechichi, portò la testa a Palmi. A Varapodio i briganti uccisero il sindaco De Felice ma nonostante ciò l’Intendente chiese alla povera moglie che fine avessero fatto i libri dei conti comunali. Il generale Parthennaux, nel ritirarsi ritenne opportuno far saltare il castello di Scilla subendo dopo l’accusa di Murat di aver danneggiato un così strategico bene.

Della scellerataggine degli irregolari si resero conto anche gli inglesi che tentarono di arginare la loro ferocia con veementi proclami dello Stuart e del Martin e con una taglia di 200 pezze per la cattura di Francatrippa e del Bizzarro. Alcuni dei briganti sbarcati furono uccisi, altri ritornarono in Sicilia, ma la maggior parte rimase in Calabria rinvigorendo quelle effimere formazioni che soltanto con la repressione del Manhes furono distrutte; a tal proposito mi sembra opportuno ricordare che Murat diede pieni poteri al Manhes dopo l’uccisione di un altro comandante della guardia civica di Polistena, Lombardi, che sorpreso nel bosco di Rosarno dal Bizzarro fu squartato ed i suoi resti dati in pasto ai cani. E’ quindi nostro dovere esaltare il coraggio dei calabresi di allora riconoscendo, tristemente, come la loro genia si sia oggi persa a tutto vantaggio dei discendenti di quanti essi combatterono.

Roberto Avati

La Terra dei briganti. Memorie elitarie e subalterne delle insurrezioni calabresi

Il brigantaggio ottocentesco, pre e post unitario, una delle più tipiche quanto controverse manifestazioni delle classi subalterne, è stato considerato per lungo tempo come una protesta selvaggia e brutale delle popolazioni meridionali e i suoi principali protagonisti sono stati descritti o come eroi oppure come delinquenti spietati e feroci, a seconda dei punti di vista degli osservatori, data la demonizzazione postunitaria dell’intera vicenda e la sua strumentalizzazione filoborbonica.

Non sorprende, quindi, che per lungo tempo anche stimati studiosi di storia del Mezzogiorno abbiano espresso un giudizio fortemente negativo sulla vicenda del brigantaggio meridionale ritenendola una delle pagine da espellere dalla storia nazionale e da relegare esclusivamente nelle cronache criminali.

Appare abbastanza evidente, da queste brevi considerazioni, che per inquadrare il fenomeno del brigantaggio meridionale adeguatamente e per effettuare una riscrittura della sua storia, un racconto di fatto omesso dalla storia ufficiale del Mezzogiorno d’Italia, vi è bisogno di una nuova griglia concettuale e interpretativa, che tenga conto della mentalità e della politica delle classi subalterne, che proprio a partire dalla fine del Settecento, sia per le sue condizioni di sfruttamento e di disagio sociale, sia per il mutato clima politico e culturale, inizia a manifestare i primi segni di auto coscienza della sua natura di classe.

In queste considerazioni, che non hanno la pretesa di essere esaustive ma rappresentano un primo momento di riflessione, cercherò di esaminare il fenomeno del brigantaggio, in particolare calabrese, attraverso l’esame della letteratura, che possiamo definire amena, e cioè quella produzione culturale, nazionale e regionale, colta, popolare e semipopolare, prodotta sul brigantaggio soprattutto nel periodo post unitario che contribuì notevolmente a diffondere quel mito dei briganti. L’intento è quello di verificare in che modo si sviluppò nell’immaginario collettivo la rappresentazione dei briganti, la cui figura quasi sempre è stata liquidata come avulsa dalla realtà storica, e a seconda dei punti di osservazione, come si è detto, esaltata o demonizzata dalle classi egemoni.

Da quanto emerge dalla produzione letteraria, generalmente il brigante appartiene a classi sociali subalterne, costretto alla macchia per rispondere a una qualche violenza subita e a farsi giustizia da sé, risulta sempre difensore degli umili e avversario dichiarato delle classi egemoni.

Questa tradizione eroica del brigante ribelle si fissa nell’immaginario borghese europeo, individuale e collettivo, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, e si deve ai grandi scrittori Schiller, Byron, Scott, che nelle loro opere consacrarono una rappresentazione sociale del brigante tipica dell’eroe romantico: contrapposto alle istituzioni sociali e all’ordine vigente. Questa percezione, seppur in maniera più colorita e con un’adesione psicologica molto più intensa, traspare in parte anche tra i narratori popolari, in particolare in quelli che raccontavano le “storie brigantesche”, un genere che, alla pari dei cantari, dei lunari, degli almanacchi, delle vite dei santi e delle canzoni, appartiene al patrimonio culturale delle classi subalterne meridionali.

Nei racconti popolari si assiste pertanto ad una circolarità tra cultura colta e cultura popolare, dove però il brigante è considerato un uomo del popolo, che seppur conduce una vita riprovevole ed esecrabile, comunque ne condivide lo stesso sistema di valori. Ed è proprio questa condivisione, che molto spesso nella realtà rispecchiava un appoggio materiale da parte delle singole comunità ai briganti, a determinare quell’adesione sentimentale e psicologica del lettore/ascoltatore con il racconto.

Daniele Casanova

Intellettuali per la rivoluzione: Antonio Jerocades e la massoneria alla marsigliese

Il Mezzogiorno ed in particolare la Calabria, nella seconda metà Settecento, sono caratterizzati, da un lato, da una profonda arretratezza, dall’altro dall’esigenza di radicali trasformazioni proposte, per lo più, da intellettuali che fanno propri gli ideali riformisti e rivoluzionari provenienti dagli ambienti illuministi europei.

Tra questi emerge con forza la figura dell’abate Antonio Jerocades di Parghelia, “voce solitaria e nuova” in quel periodo, il quale denuncia l’arretratezza della Calabria dove «il sapere non si estende al di là della pedanteria. L’educazione e la cultura tradizionali gli appaiono come “Erculee colonne piantate a vista della gioventù studiosa per far sì che sbigottita volga indietro lo sguardo”. La scuola e la cultura, invece, devono essere strumento fondamentale per la liberazione dell’uomo, per la “costruzione” di un nuovo sapere, di una nuova società, per l’apprendimento di “un chiaro catechismo cristiano e civile».

Per realizzare questo “progetto”, nel 1768, pubblica a Napoli, dopo averlo sottoposto all’attenzione di Antonio Genovesi, il Saggio dell’umano sapere ad uso de’ giovanetti di Paralia. Uno scritto di pedagogia e di didattica tra i più moderni ed avanzati per quel periodo storico.

Nato a Parghelia (allora Paralia) nel 1838, studia nel seminario di Tropea, luogo culturale non eccelso, ma ha come maestro Andrea Serrao, futuro vescovo di Potenza, assassinato dalle truppe sanfediste del cardinale Ruffo. E’ qui che apprende «i primi elementi dell’umano e del divino sapere, e mosso dalla fama di Martorelli e di Genovesi venni a Napoli ad ammirar quei due valenti in filologia e filosofia e con essi loro mi strinsi in familiare e soave amicizia».

A Napoli conosce e frequenta la migliore intellettualità progressista e insegna economia e commercio, filologia e filosofia all’Università.

L’abate di Parghelia è un intellettuale impegnato che viaggia per l’Italia e l’Europa. Frequenta spesso Marsiglia dove, tra l’altro, vive «una folta colonia di mercanti parghelioti». E’ nella città francese che conosce direttamente uomini e idee della massoneria che gli appare come l’organizzazione politica che può cambiare il mondo e avere un ruolo determinante per il rinnovamento del regno di Napoli.

Ne Le Parabole dell’Evangelio, nel Paolo e ne La lira focense, ma anche in altre opere, sottolinea sempre il ruolo culturale e politico della massoneria ed il possibile, anzi necessario, legame massoneria – cristianesimo, nonostante l’ostilità della Chiesa di Roma, perché tutt’e due hanno come sostrato il concetto di fratellanza.

Ne La lira focense, l’opera più diffusa e conosciuta di Jerodades, scritta in versi, è chiaro il messaggio politico, così come la necessità della lotta contro i tiranni, perché solo dopo la loro sconfitta possono trionfare la libertà e la verità. Fonda logge massoniche ed è in continuo contatto con Marsiglia e le varie realtà rivoluzionarie. Introduce in Calabria la “massoneria alla marsigliese” che poi si diffonde nel resto del regno di Napoli. Le due logge di Tropea e di Catanzaro dipendono direttamente dalla loggia madre di Marsiglia.

Agli inizi degli anni Novanta la massoneria si propone obiettivi rivoluzionari. Ciò anche per merito dell’abate Jerocades che ritiene giunto il momento di passare dalla fase riformista a quella rivoluzionaria.

Nel 1799 combatte per la rivoluzione; nonostante la malferma salute e le continue persecuzioni, è uno dei protagonisti di quella straordinaria esperienza rivoluzionaria.

Condannato al carcere, poi esiliato in perpetuo, nel 1801 torna a Parghelia. Segregato nella “casa dei liguorini” a Troppa, muore il 19 novembre del 1803 senza mai rinnegare le proprie idee, nonostante le pressioni di ambienti ecclesiastici e politici.

Antonio Bagnato

Donne e Risorgimento in Calabria

Un aspetto interessante del fenomeno del Brigantaggio è quello connesso alla realtà femminile. Lo studioso Valentino Romano ha raccolto numerose testimonianze che riguardano il dramma delle brigantesse. «Il fenomeno del brigantaggio approda nel Parlamento che, lungi dal preoccuparsi di tentare – con una saggia politica di riforme sociali – di rimuoverne le cause, sceglie la via della repressione, adottando una legislazione speciale, la legge Pica, che instaura il terrore nei territori occupati, la fucilazione sul campo, lo stupro delle donne dei ribelli». In questo contesto matura il dramma delle “brigantesse”, che è dramma della rottura dell’equilibrio familiare, dramma di madri senza più figli, di ragazze orfane dei genitori, di vedove: è dramma di donne disperate che, ribaltando un ruolo stereotipo di rassegnazione e sudditanza, si dimostrano capaci di affiancare con coraggio i propri uomini e partecipare attivamente alla rivolta contadina.

E’ difficile attribuire una data di nascita al brigantaggio femminile, ma una prima significativa figura femminile di Età moderna può essere individuata in Francesca La Gamba, nata a Palmi nel 1768 e attiva nel decennio di occupazione francese (1806–1816). Francesca, filandiera di professione, madre di tre figli, divenne capobanda, spinta da un’incontenibile sete di vendetta contro i francesi che l’avevano colpita negli affetti più cari. Rimasta vedova del primo marito, dal quale aveva avuto due figli, convolò in seconde nozze. Avvenente d’aspetto ed esuberante nel carattere, attirò le mire di un ufficiale francese che, invaghitosene, tentò – forte della sua posizione sociale – di sedurla.

Respinto dalla fiera Francesca il militare pensò di vendicarsi in maniera terribile. Notte tempo fece affiggere un falso manifesto di incitamento alla rivolta contro l’esercito francese di occupazione ed il mattino successivo fece arrestare i figli della donna, accusandoli di essere gli autori della bravata. Alle suppliche di Francesca, l’ufficiale fu irremovibile: i giovani subirono un processo sommario e furono fucilati. Francesca, pazza di dolore, si unì ad una banda di briganti che operava nella zona, dismise gli abiti femminili ed indossò quelli dei briganti. In breve fornì prove di ardimento tali da divenire il capo riconosciuto della banda stessa, seminando ovunque il terrore. I francesi si accanirono nella caccia della donna, fino a quando un loro drappello cadde in un’imboscata tesa da Francesca. Tra i soldati fatti prigionieri la sorte volle che ci fosse proprio l’ufficiale suo nemico. Con una coltellata Francesca gli strappò il cuore e lo divorò ancora palpitante.

Nell’orrore di questa vicenda, pure caricata di colore dal mito, possono leggersi le ragioni che hanno spesso indotto tranquille popolane meridionali a trasformarsi in Erinni vendicatrici: la prevaricazione degli occupanti, il loro disprezzo per gli affetti feriti, l’irrefrenabile ansia di vendetta suscitata nei popoli conquistati. Crollato il mondo familiare intorno al quale si è costruita a fatica una pur misera esistenza, la vendetta femminile si dimostra ancor più feroce di quella maschile. Si tratta di fenomeni tuttavia limitati che fanno da contraltare a tanti episodi di rassegnazione e di pianto: costituiscono un’eccezione, insomma, non già la regola.

Appare dunque azzardato il tentativo di attribuire autonomia assoluta al brigantaggio femminile preunitario. Forse sarebbe più corretto parlare di una “questione dentro la questione”. E questo non sminuisce il ruolo delle donne nella rivolta contadina. Anzi, lo amplia e agevola la comprensione dell’intera questione delle classi subalterne meridionali.

Caterina Capponi

Preti e rivoluzione: l’orazione eucaristica per le Vittorie di Sua Maestà recitata in Monteleone il 24 agosto 1799

Nella rivoluzione napoletana del 1799 il ruolo della Chiesa e degli ecclesiastici fu senza dubbio molto importante. La Chiesa fu chiamata a svolgere un vero e proprio ruolo di supplenza allo Stato: si offrì come il solo, intollerante cemento ideologico, riuscì a coagulare intorno a sé masse rurali, ceti poveri o spaventati dalla rivoluzione.

E’ appena il caso di ricordare in proposito la figura e l’opera del cardinale Fabrizio Ruffo per la riconquista del Regno e la diretta partecipazione di numerosi ecclesiastici alla controrivoluzione, in particolare di tre preti, Cimbalo, Apa e Sacchinelli, che presero parte agli avvenimenti della Repubblica Napoletana.

“Altare” e “Trono” furono i cardini della controrivoluzione, su questi il Cimbalo fondava la società. Fin dalle prime pagine della sua opera sono presenti, e con insistenza e frequenza, il “Trono”, la tradizionale concezione del potere regale, direttamente ricevuto da Dio, il ruolo subalterno e passivo del popolo..

Alla “Sagrosanta Religione” affiancava l’altro sacerdote, che partecipò all’impresa del Ruffo, l’arciprete Francesco Apa, «il Regno ed il Trono, che l’Onnipotente Dio con occhi benevoli ha sempre riguardato, pria di tutto ponendo in salvo il nostro amabilissimo Re Ferdinando IV, colla tenerissima nostra Madre Regina Maria Carolina, e l’intiera Augusta Real Famiglia».

La rivoluzione era «causa – scriveva il terzo ecclesiastico, l’abate Sacchinelli – di sciagure, di ribellione, di tumulti e di anarchia; era anche origine di disordini, di rovina, di insidie alla religione, al Trono e all’ordine promulgato». Attaccamento alla religione, desiderio di salvare le proprietà, la vita e l’onore delle famiglie, entusiasmo, castighi tra i più severi, ricompense avevano giustamente, e con successo, armato la mano dei controrivoluzionari.

Anche a Monteleone, il 4 agosto del 1799, alcune settimane dopo la conquista di Napoli da parte dell’Armata della Santa Fede, furono celebrate «solenni Feste per le felici Vittorie di Sua Maestà, essendo sindaci gl’Illustrissimi Signori D. Gio. Battista Ceniti, e D. Domenico Siliato»; nella chiesa di S. Leo Luca, abate e protettore della cittadina, fu «recitata un’orazione eucaristica dal Rev. D. Gio. Francesco Di Alessandria».

Il breve lavoro, molto organico e chiaro, con una copiosa presenza di citazioni latine tratte dai Sacri Testi, è articolato in un’introduzione e in cinque brevi parti.

Il sacerdote stabilisce un paragone tra la liberazione del Popolo di Israele, oppresso dal tirannico Governo della “furibond’Atalìa”, e «una nuova straniera non men furibonda, ed irreligios’Atalìa, che avea occupato il nostro Regno, e del Regal Trono, e Regia possanza illegittimamente investitasi, in contribuzion ci avea messi, ed in ischiavitù». Segue un’appassionata lode di «Fabrizio cardinal Ruffo, nato alle grand’imprese».

Il sacerdote riflette su un’orrida visione della rivoluzione, si sofferma sui passati pericoli, «le più nere immagini, ed orrorose di perfidie, di tradimenti, di calunnie, e minacce, di straggi, di ferite, di sangue; eppur tutto ciò, anzi che scemare, fa crescere la gioja, e nuovo lustro aggiunge all’odierna solennità, e più visibile splendore».

E’ finalmente giunto «il giorno della salvezza, del Regno di Dio, i satelliti tutti della vera Tirannia, dell’oppressione, dell’empietà fuggono sbigottiti».

La potestas Christi stende, ormai, il suo scettro sul Regno, signoreggia Ferdinando, sorge la bell’Aurora, si mettono in fuga le tenebre. Sotto il Re «goderemo della vera libertà Cristiana».

Mario Casaburi

La resistenza calabrese all’occupazione francese (1806/1813) e sua incompatibilità con l’agiografia risorgimentale italiana

Perché nei nostri libri di storia non vi è traccia della battaglia di Maida? Eppure essa fu l’unica vittoria militare della Terza Coalizione contro Napoleone! E ancora, perché nei nostri libri di storia non vi è traccia delle insorgenze popolari calabresi contro gli invasori francesi e delle stragi di inermi civili da questi commesse?

La risposta a tutto questo non è poi così difficile da trovare se studiamo con attenzione il periodo 1796-1815 che vide l’Italia invasa dai rivoluzionari francesi e successivamente dalle armate imperiali napoleoniche.

All’invasione seguirono intense insorgenze controrivoluzionarie che si svilupparono da nord al sud della penisola, assumendo fin da subito il carattere di resistenza armata, spontanea e duratura. Queste insorgenze sono taciute dalla storiografia ufficiale, alla pari di quelle antiunitarie del 1860-1880, in quanto incompatibili con l’agiografia risorgimentale.

Infatti, tutti sappiamo che il concetto di “nazione Italia”, ovvero il Regno d’Italia, nasce nel 1796 con la costituzione, avallata da Napoleone, della Repubblica Cispadana, con tanto di tricolore ed esercito cui furono aggregate la Lombardia, Venezia e poi altre province minori. Capitale del regno fu Milano. Sappiamo anche che il Regno d’Italia fu sotto Napoleone uno stato vassallo “modello” che fornì numerosi contingenti militari che combatterono contro Austria, Due Sicilie, Prussia, Spagna, Russia, Inghilterra etc. La lealtà del Regno d’Italia verso Napoleone fu e si protrasse imperterrita anche dopo la morte del noto “Ei fu” di accorata “manzoniana” memoria.

Con il Congresso di Vienna, Milano perse le prerogative di capitale ma rimase centro propulsore di un’Italia ideale che poi sarà compiuta con il noto “Risorgimento”, sotto la corona dei Savoia–Carignano con ampia regìa francese ed inglese.

Ma tornando rapidamente agli eventi in oggetto possiamo così riassumerne la cronologia:

Il 27 Dicembre del 1805 Napoleone ordinò al Massena di invadere il sud d’Italia con un corpo d’armata formidabile composto da tre eserciti, uno al comando del Massena stesso, il secondo sotto il Reynier e il terzo formato da italiani del Regno d’Italia sotto il generale Lechi.

A Campo Tenese (9 marzo), l’esercito delle Due Sicilie fu sconfitto dal Reynier ma una gran parte di soldati si disperse sul territorio calabro–lucano, sviluppando una efficace resistenza armata.

Il 12 maggio la flotta inglese si impadronì dell’isola di Capri e di Ponza.

Il 29 giugno Michele Pezza occupò Amantea.

Il 6 luglio 1806 a Maida l’esercito anglo–borbonico sconfisse quello francese infliggendogli perdite rilevanti.

La fuga di Reynier fu disastrosa, il suo ridotto esercito, braccato dai partigiani del Regno delle Due Sicilie, compì numerose rappresaglie contro l’inerme popolazione.

In questo contesto nacque la generale rivolta calabrese e lucana.

La reazione popolare, forte, diffusa e parte organica di un piano generale di insurrezione armata fu trasformata e riportata nei diari militari francesi come aggressione gratuita del popolo verso i soldati della Grande Armée. Paesani ladri, paesani guerrieri, paesani assassini… e così i cittadini meridionali «sont tous des brigands!».

«In questo modo la resistenza popolare calabrese fu svuotata di qualsiasi ideale patriottico», esattamente come accadde sessant’anni dopo con l’invasione piemontese.

Domenico Iannantuoni

Animi inquieti nella Calabria Ulteriore

«Mi tira sig. (sic!) il vedere l’oppressioni delle povere genti che si vedono alla giornata assassinate, e privi di poter faticare». A scrivere, nel 1809, all’Intendente di Calabria Ultra è D. Antonio Miceli, guardia civica di Gizzeria. «Io Sig. la supplico abilitarmi di una ventina di persone per andare in traccia contro detti assassini, e spero mantener la tranquillità alli territori suddetti, come ne’ mesi passati ho fatto». Questo civico sta chiedendo all’Intendente di concedergli un manipolo di uomini armati per contrastare degli assassini, dei briganti che si erano macchiati di omicidi e soprusi contro la povera gente. Dopo che i briganti, nei mesi precedenti, ebbero ucciso il comandante della guardia civica di Gizzeria, Antonio Miceli ne assunse il comando e con un contingente di uomini si diede alla caccia dei banditi. Dunque, Antonio Miceli è, forse, un ligio e convinto sostenitore dell’ordine pubblico? Dopotutto era suo dovere dare la caccia ai banditi.

Quello che colpisce, in fondo, leggendo le sue parole, è la convinzione che sembra caratterizzare il suo lavoro. Ed anche una sorta di rabbia per le condizioni in cui versa il territorio del suo paese, a causa del banditismo. Per diverso tempo, lungo tutto il XIX secolo e buona parte del Novecento la comunità di Gizzeria ebbe grande considerazione di Miceli e del suo operato. Il Tenente civico Miceli di Gizzeria riuscì a stanare il brigante Parafante nella boscaglia di Migliuso, nei pressi del comune di Amato, ove fu ucciso. L’accaduto risale al luglio del 1811. Ma più che per la caccia ai briganti venne ricordato per la sua attività durante gli anni successivi del Risorgimento.

«Intanto accorsero li Signori Luigi Baldaja, Raffaele Schipani, il primo nipote ed il secondo figlio di Nicola ed incominciarono a maltrattare i piantoni e quindi bastonarli disarmali e coi loro stessi schioppi tirarongli dei colpi che fortunatamente andarono a fallire… accorse Domenico figlio di Giovan Battista e nipote di Nicola e bastonò uno de’ soldati di linea… che era col percettore ed osservò in faccia a costui che non avrebbe fatta più fare la percezione in Squillace». Questo episodio narratoci dai documenti dell’Intendenza di Calabria Ultra accadde nella Squillace del 1811. Il caso diviene più interessante per la riflessione storica se si aggiunge che i genitori di questi stessi ragazzi parteciparono, in prima persona, al moto repubblicano di Squillace, arrivando ad erigere l’albero della libertà. Nella prima restaurazione la famiglia diviene vittima della vendetta sanfedista. La vicenda suggerisce una riflessione su un governo tanto agognato da una certa parte dei ceti medio–alti del Regno ma che nella realtà, spesso, deluse le stesse classi sue promotrici – o buone parti di esse.

I due casi ci mostrano se pur nella loro limitatezza di contesti, aspetti ed umori di quel decennio nell’istmo di Catanzaro sulla cui sella siede tra gli altri, proprio Maida. In entrambe le situazioni possiamo osservare mutamenti di scenari nel giro di pochi anni. Quali intenzioni – ove vi fossero – quali spinte e quali interessi stanno dietro alla vita di Antonio Miceli e alle prese di posizione di due generazioni della famiglia Schipani di Squillace? È palese che, in molti casi, la società calabrese che visse l’età della Rivoluzione e il Risorgimento si mostrava spesso irrequieta e pronta a sollevarsi, anche se priva di un disegno unitario e coordinato, retto da salde convinzioni.

Salvatore Bullotta

Il brigantaggio antifrancese in Calabria tra il 1779 ed il 1810: movimento reazionario o guerra popolare di liberazione?

L’analisi degli eventi svoltisi in Calabria tra il 1799 e il 1810 mette in luce il legame tra brigantaggio e insurrezione, considerando il primo non tanto come fenomeno criminoso ma come unico strumento a disposizione delle masse contadine per un loro riscatto economico e sociale. Così nel 1799, di fronte all’affermarsi dell’ideale repubblicano, i contadini formarono un fronte reazionario, unendosi alle bande sanfediste del cardinale Ruffo e combattendo per difendere il regime borbonico.

Essi identificarono la partecipazione al moto sanfedista con la lotta contro i proprietari terrieri (a loro volta sostenitori dell’ideale repubblicano). Tale lotta sfociò in insurrezione nel 1806, con l’arrivo dei francesi in Calabria. Il brigantaggio era l’unica speranza di resistenza popolare contro un esercito di occupazione. Esso assunse anche un carattere politico in quanto fu “opposizione allo straniero invasore” e ai gravami di varia natura che esso imponeva. Le bande dei briganti, pur essendo gruppi eterogenei e indisciplinati, compivano azioni di disturbo e di guerriglia con assalti ai reparti francesi e costringendo alla fuga intere divisioni (come nel caso della battaglia di Maida).

Solo attraverso lo stato di guerra e la dura repressione francese si riuscì a stroncare, anche se non definitivamente, la coraggiosa resistenza di un intero popolo alle armi straniere.

Non bisogna dimenticare che un invasore segue sempre i dettami della sua primaria necessità, cioè quella di dominare i popoli sottomessi in ogni aspetto della loro vita. Certamente i “giacobini” furono portatori di valori e principi ispiratori della Rivoluzione francese, fonte di progresso civile. La loro suddetta necessità però, li portava a controllare, attraverso le istituzioni delle “municipalità”, interi paesi del meridione con un patto non scritto tra i “notabili” del luogo e i loro rappresentanti militari, un ceto nobile–borghese che veniva coinvolto nell’amministrazione dei territori assoggettati o in via di occupazione e l’indistinta massa dei contadini, braccianti, proletari che vedevano gli odiati “galantuomini” vestire i panni dei liberali. Questa adesione dei notabili, nella maggior parte dei casi fu formale, perché impedì qualsiasi provvedimento che potesse suscitare interesse da parte del “popolo”. Così nel 1799 si ebbe il primo e tragico tentativo di affermare nuove istanze politiche e sociali, il cui epilogo mostrò il grave stato di disgregazione cui era pervenuta alla fine del Settecento la società meridionale tutta.

La spedizione sanfedista valse a mettere in luce il fatto che non solo esisteva un profondo divario tra il ceto dirigente e la classe popolare, ma che una frattura divideva le varie frazioni del ceto “borghese”, incapace di un’azione unitaria. L’evento realista è indicativo perché costituisce uno dei primi momenti di protesta sociale che condurranno la società calabrese a forme più evolute di coesistenza politico–sociale. Come sarà significativa la Battaglia di Maida del 1806 in cui scoppieranno tutte le contraddizioni di una società ferma ancora al feudalesimo come stratificazione sociale e distribuzione delle ricchezze.

Gli uomini di Napoleone non incontreranno resistenza a conquistare tutto il Regno fino allo scontro nella pianura maidese dove l’esercito più potente d’Europa subì una sconfitta cocente in una conquista che sembrava facile. Al di là degli episodi militari, è significativo il fatto che, subito dopo Maida, in ogni paesino della Calabria, la gente insorge e non c’è posto in cui i francesi non siano costretti a difendersi dagli assalti e dalle imboscate dei briganti. Il seguito è storia nota, passa per la definitiva occupazione francese della nostra regione, le leggi speciali, la dura repressione, gli arresti ingiustificati e i processi sommari.

La creazione di un fronte proprietario e borghese durante l’invasione, la formazione delle “guardie civiche” nei mesi successivi alla battaglia non nascevano solo dalla paura di un rinnovato sanfedismo ma rappresentava una scelta di campo. Questo dato è importante per valutare la reale natura dell’insurrezione popolare (o brigantaggio?) e i suoi effetti sull’intera società meridionale. Quel conflitto somigliava a una guerra dei poveri contro i ricchi.

A Maida si assiste alla rapidità della formazione delle guardie provinciali il cui nerbo era prevalentemente borghese. Questa forza non era certo autosufficiente ma dava alla presenza francese un carattere diverso dall’occupazione militare mentre forniva motivi di adesione all’appello realista.

Giovanni Cefaly 

Il decennio francese nella memoria e nelle tradizioni orali[1]

«Sugnu de Santu Nicola, lu sapiti.

Soprannome Colacchiu su chiamatu.

Vorria mu sacciu de chi paisi siti;

Vorria ‘nu pocu mu su’ rispettatu.

“Tu nde teni sajimi e suppressati?”

Ed eu nci dissi: “Fati chi bboliti,

La cascia è aperta e vi nde pigghiati”.

Mugghierima. chi stava cota cota,

Singa mi facia de la ripata.

“Cittu, migghieri mia, ca si ssi vota,

Non ti la jetta sciocca la trempata!”.

Poi nc’era unu cu ‘nna scimitarra,

Paria lu Cummissariu de la guerra!

“Cittu, mugghieri mia, ca si nci sgarra,

Ti fa cadire cu la faccia ‘nterra”.

Quandu vinneru poi li Nazionali

a mia mi nde mandaru nsini nsini

ca li caddari mi li sbacantaru.

Pe’ mala sorte furu cosentini».[2]

Sanguinari, feroci, vendicativi, violenti, briganti, superstiziosi, bestie feroci: così vengono descritte le popolazioni calabresi dai viaggiatori impegnati nella spedizione francese e nelle relazioni ufficiali.

Ma cosa pensavano i calabresi, i contadini, i “briganti” dei loro osservatori, dei soldati e degli ufficiali francesi? Come li consideravano? Non è facile dare una risposta. I contadini analfabeti, si sa, non hanno lasciato relazioni scritte per gli storici di oggi e l’etnografia si riferisce soltanto alla contemporaneità, raccoglie voci in presa diretta. Tuttavia anche dalle relazioni ufficiali possiamo tentare di conoscere il giudizio, il punto di vista, le emozioni, i sentimenti di chi è stato osservato e giudicato, interrogato e, magari, giustiziato. La disamina critica delle fonti ufficiali ha un’efficacia ancora maggiore se vi accostiamo altri documenti, fonti di tradizione orale, in qualche modo riportabili all’orizzonte e alla sensibilità popolare o comunque ad una tradizione che si fondava sull’oralità più che sulla scrittura.

Non esiste molto per il periodo francese, tuttavia un canto popolare di S. Nicola da Crissa (inserito tra i canti narrativi e aneddotici da Raffaele Lombardi Satriani, nel III volume dei Canti popolari calabresi, pubblicato nel 1932) e di cui ho raccolto una versione negli anni Settanta del Novecento apre spiragli davvero illuminanti per capire il punto di vista delle popolazioni. L’autore del canto, un contadino benestante, che componeva farse e «cacciava storie» rivela un forte senso della dignità e dell’appartenenza e si rivolge ai francesi che vengono da fuori con orgoglio ed esigendo rispetto.

Caterina Martino (1875–1966), nipote del contadino autore del canto, e poi una sua figlia Bosco Caterina (1896–1993) – i cui racconti ho ascoltato tra gli anni Sessanta e novanta – «ricordavano» in particolare: il comportamento violento dei soldati francesi, «metà animali e metà cristiani e rubano le sopressate», fanno razzia di ogni cosa e vanno alla ricerca di belle ragazze, tenute nascoste dai genitori; la minaccia di un ufficiale di mettere a ferro e fuoco il paese; l’intervento miracoloso di S. Nicola che, percuotendo di notte a sangue con il suo bastone l’ufficiale, salva il paese. Siamo in presenza di un punto di vista delle popolazioni che è asimmetrico rispetto a quello degli invasori. La verità ufficiale degli invasori, che si presentano come liberatori, viene ribaltata da quanti si sentono oggetto di oppressione e di violenza.

Le due donne custodivano anche memoria delle gesta del brigante Vizzarro (Francesco Moscato) di Vazzano, che nel territorio di S. Nicola aveva uno dei suoi più famosi nascondigli. Nelle relazioni delle autorità francesi Vizzarro è descritto come un animale sanguinario, un feroce uccisore di innocenti, torturatore e cannibale, ma questi aspetti truci non emergono nelle narrazioni popolari, che privilegiano la simpatia per una persona che diventa brigante feroce per necessità, perché ha subito un’ingiustizia.

Dal racconto di Caterina Bosco viene fuori anche una diversa considerazione del brigante: non una assoluzione, ma una diversa una differente valutazione dei fatti, un’altra prospettiva. Il medico Alfonso Garcea, che cura il Vizzarro gravemente ferito, e viene indicato nelle relazioni ufficiali francesi come un incauto sostenitore del brigante, dal ricordo delle due donne appare un uomo buono e generoso, costretto a “destreggiarsi” (come l’autore del canto) tra briganti e soldati, diversamente violenti. Per popolazioni costrette, sotto minacce e ricatti, a continue scelte di campo, che non condividevano, la simulazione, la dissimulazione, la furbizia, la sagacia, l’ironia si configurano come delle strategie di difesa e di sopravvivenza, delle elaborazioni mentali e culturali che consentivano di mantenere una loro relativa autonomia all’interno di eventi e di vicende da cui si sentivano estranei e lontani.

Vito Teti

I concordati nell’età della rivoluzione e della restaurazione

Sia durante il periodo napoleonico che in quello della restaurazione, i rapporti tra la Chiesa cattolica e gli Stati sono stati complicati, sostanziandosi in accordi di difficile preparazione, i cui contenuti non appaiono certo uniformi. Quanto la Santa Sede sottoscriveva nel concordato napoleonico non era ciò che pretendeva dagli Stati tedeschi o dal Regno di Napoli. Non che non avesse una linea politica uniforme – v’era una continuità anche sul piano personale come con il cardinale Consalvi – ma gli accordi di tipo concordatario dimostrarono tutta la loro duttilità e flessibilità adattandosi alle diverse circostanze politiche del momento.

Certo era più agevole un’intesa con gli Stati cattolici e con quelli monarchici, a conferma che i concordati sono espressione di regimi autoritari e di posizioni legittimiste e non certo frutto della rivoluzione. Con il mondo anglosassone, non solo perché protestante, era impensabile il ricorso a un tal tipo di accordo, che si rivelava difficile anche dove, come negli Stati tedeschi, la riforma era risultata maggioritaria. L’attività concordataria si interromperà quasi del tutto nella seconda metà del secolo XIX e riprenderà in Italia con il fascismo. In quel periodo non si rinvengono voci di enciclopedie sui concordati che non vengono nemmeno presi in considerazione dalla manualistica.

Al tempo del conflitto anglo–francese in Italia e della battaglia di Maida (1806), non era stato ancora sottoscritto il concordato del 1818 e non vigeva certo in quei territori il concordato con la Repubblica italiana del 1803. Il re borbonico era riparato in Sicilia lasciando un vuoto politico e militare che aveva consentito la presenza francese e quella inglese nei propri territori, e le divisioni stesse tra i calabresi, che si ritrovano infatti su entrambi i fronti. Il papa, tradizionale alleato dei Borboni, non poteva fare molto o articolare alcun intervento in loro favore né con i francesi né con gli inglesi. Siamo all’inizio del conflitto con l’Imperatore, già incoronato, e di lì a poco il papa diventerà suo prigioniero.

Tra gli insorti calabresi – ed è questa circostanza davvero singolare – vi sono dei preti come padre Michele Ala, cappuccino e capobanda che all’assedio di Amantea diceva messa sulle mura in faccia ai francesi, o come il sacerdote Giuseppe Papasodero di Centrache, capo degli insorti calabresi che, dopo una prima sconfitta, riuscì a togliere Maida ai francesi per un breve periodo proprio nel settembre 1806. Strane figure più di briganti che di sacerdoti, certamente senza alcun rapporto con la Santa Sede. I sentimenti filoborbonici erano comunque prevalenti non solo rispetto ai francesi ma anche agli stessi inglesi vincitori.

Mario Tedeschi

La missione civilizzatrice della colonizzazione europea e l’odierna frattura coloniale nel Mediterraneo: il caso francese

In un suo stimolante saggio Versant sud de la liberté. Essai sur l’emergence de l’individu dans le tiers–monde, l’egiziano Mahmoud Hussein (pseudomino di due autori: Bahgat Enaldi e Adel Refaat) ci prospetta un insieme di considerazioni circa les chances d’introdurre le libertà democratiche e la modernità nei paesi mediterranei del Vicino e Medio Oriente partendo dall’impresa napoleonica in Egitto nel 1798.

Così ci presenta la spedizione francese: «Momento in cui la storia cerca un’altra possibilità, un’altra prospettiva ai secoli dei Lumi, in cui essa abbozza il sogno, ben presto interrotto, di una conquista del mondo che non si riduca al suo asservimento ed assoggettamento, ma all’integrazione dell’Altro visto come possibile preludio alla sua emancipazione. Ecco il rendez–vous mancato di Napoleone con l’Egitto!».

Viene qui delineato il cruciale dilemma delle colonizzazioni di ieri e di oggi: sono processi di conquista come asservimento dell’Altro o di emancipazione dell’altro verso la modernità all’insegna dei valori della libertà, uguaglianza e della fraternità affermati dalla Rivoluzione francese con la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen?

In uno sguardo retrospettivo della storia coloniale europea nel Mediterraneo a partire dal XIX secolo, constatiamo che dalla complessa problematica della “missione civilizzatrice” di ieri si è passati a quella di oggi, spacciata come “ingerenza umanitaria”, cioè per dirla in parole povere, esportare la libertà e la democrazia con le armi.

Fu quella breve conquista napoleonica un appuntamento mancato sia dal colonizzatore, sia dal colonizzato: l’incontro suscitò grandi attese da ambo le parti come attesta uno dei leader del mondo arabo mediterraneo che è in preda oggi al dramma della democrazia e della modernità esportate a livello globale, non più soltanto sulla punta delle baionette ma dalle armi tecnologiche della superpotenza americana.

Nel 1954 Nasser, infatti, scrive nel suo saggio–manifesto Filosofia della rivoluzione: «E venne la spedizione d’Egitto: la cortina crollò… nuove idee si diffusero tra noi, nuovi orizzonti fino allora sconosciuti sorsero davanti ai nostri sguardi… Fu così che, uscendo dal nostro isolamento, riprendemmo il contatto con l’Europa e il mondo civilizzato: era l’inizio della nostra rinascita!».

Ma come ben sappiamo, quell’incontro si tradusse per i popoli del sud in violenta colonizzazione territoriale, economica e culturale. E per il loro riscatto verso la liberta e democrazia fu necessario pagare un alto prezzo di sangue e sofferenze. Con ricadute che condizionano ancora oggi i rapporti postcoloniali in ogni campo dei paesi euromediterranei.

A cavallo dell’Ottocento e del Novecento si sviluppa tutta una corrente di studio europea sulla diversità delle razze che, riguardo al fenomeno della colonizzazione, porta ad una classificazione tra razze superiore e razze inferiori, processo questo che porterà alla creazione di un immaginario coloniale in cui ovviamente la razza superiore è quella europea.

Hannah Arendt nel suo saggio Le origini del totalitarismo, L’imperialismo, pone la nozione di razza come “chiave di volta” per interpretare l’imperialismo coloniale: «essa punta a dividere l’umanità in una razza di padroni e in una razza di schiavi, in benefattori e in cattivi, in uomini bianchi e uomini di colore» vanificando quindi quei valori e quei principi di democrazia, creando invece una frattura razziale e sociale che è l’asse portante della società coloniale. Frattura coloniale che, rimossa dalla memoria storica nell’era postcoloniale, riemerge oggi criticamente nelle società multietniche e multiculturali delle metropoli europee.

Nel caso francese, risulta evidente la contraddizione tra i valori democratici e universali della Repubblica e la pratica coloniale, che in generale non ha funzionato perché ha sempre prevalso “l’état d’exception” per il colonizzatore nelle varie parti dell’Empire français (per esempio, Le code de l’indigenat per l’Algeria).

E dalla parte dei popoli colonizzati, perché non ha funzionato “la missione civilizzatrice” della colonizzazione? Perché, riprendendo la riflessione di Nasser, le speranze dei popoli del sud di uscire dall’immobilismo politico, sociale e culturale tramite l’incontro con la modernità europea o meglio della cultura occidentale si sono tradotte invece in uno stallo costrittivo d’assoggettamento dove la libertà, la democrazia e il transfert delle conoscenze sono a senso unico ed egemonico e non lasciano spazio e voce alla differenza e alle diversità delle civiltà locali. E tanto più oggi con gli sconvolgenti processi tecnologici della globalizzazione delle culture dominanti come evidenzia storico tunisino M. Taalbi.

Oggi il tema della frattura coloniale inquieta le società postcoloniali delle ex potenze coloniali europee in varia misura, anche quella italiana. Il corso della storia postcoloniale ha riproposto la società coloniale, sotto nuovi aspetti e dati, non più nei paesi decolonizzati bensì nelle realtà sociali delle ex metropoli coloniali dove la politica d’integrazione è in crisi. Il macroscopico fenomeno dell’immigrazione, che ha riversato milioni di ex colonizzati in Europa, ha prodotto e produce processi dirompenti nelle nostre società.

Il caso francese è, a nostro parere, il più sintomatico e dirompente. Oggi la Francia della quinta repubblica è in preda ad un senso di smarrimento di fronte alla sua storia coloniale che, rimossa per decenni dall’immaginario sociale, interpella le varie componenti sociali della nazione dove oggi la memoria coloniale evoca fatti e scenari contrastanti ed ha messo in crisi il modello d’integrazione repubblicano.

Il caso francese è il segnale dello stato di malessere delle società europee che sono in varia misura bloccate in situazione postcoloniali. Le ex potenze coloniali europee che hanno contribuito ad esportare la civiltà europea al di là delle sue frontiere devono decolonizzare la propria storia ed istituzioni perché tutte subiscono sul proprio territorio oggi “il ritorno dell’impero”, cioè l’immaginario coloniale ed i popoli ex-colonizzati dell’immigrazione. Ecco uno dei compiti da fare per costruire una nuova Europa politica e sociale e non solo economica.

Michele Brondino

La battaglia di Maida nella storiografia europea

In un tempo nel quale le immagini rovesciano quotidianamente su spettatori perplessi o assuefatti i drammi della democrazia esportata, può persino tornare d’attualità la lontana battaglia di Maida nella quale, duecento anni fa, giusto il 6 luglio 1806, l’impero trionfante di allora (quello di Napoleone) si trovò di fronte l’inattesa e vittoriosa resistenza delle popolazioni locali (ed allora si trattava dei contadini calabresi). Le montagne che circondano Maida non apparivano del resto ai soldati napoleonici meno minacciose di quanto possano oggi apparire le vette dell’Afghanistan, e la solitudine bruciante di quei luoghi può, a due secoli di distanza, facilmente accostarsi alle poco ospitali regioni dell’Iraq odierno. Persino il meccanismo degli equilibri internazionali aiuta il gioco, certamente un po’ facile ma non infondato, delle comparazioni.

Perché se è vero che l’ostilità delle popolazioni fu un fattore decisivo nell’infliggere una umiliante sconfitta ad armate che fino a quel momento avevano spadroneggiato in mezza Europa, è altrettanto vero che senza l’appoggio che l’Inghilterra, acerrima nemica della Francia napoleonica, si affrettò a prestare agli insorti delle Calabrie non ci troveremmo qui oggi a concordare con chi, tra gli storici di questi due secoli, ha visto nella battaglia di Maida un tornante decisivo della storia dell’Europa napoleonica e della parte che in essa recitò l’Italia meridionale.

Fu, anzi, la nuova strategia adottata dagli inglesi a decidere le sorti della battaglia. Mentre le truppe francesi avanzavano in ordine serrato, pronte a sferrare le linee avversarie quasi per l’effetto stesso del loro procedere compatto, gli inglesi usarono la precisione del tiro di fanteria per seminare il panico e mettere rapidamente in fuga il nemico.

Lo scontro fu brevissimo: si cominciò a combattere alle nove del mattino e alle undici tutto era già finito, ma quel modello di comportamento sperimentato per la prima volta a Maida divenne poi a Waterloo la chiave di volta del successo di Wellington.

L’ombra gigantesca di Waterloo si allunga, dunque, sulla piccola Maida, così come su di essa si proietta l’ombra della Spagna, della resistenza accanita che gli spagnoli opposero qualche anno dopo a quello stesso Giuseppe Bonaparte che dal trono di Napoli si trasferiva su quello di Madrid e che ad essi, come già ai calabresi, apparve nelle vesti dell’invasore piuttosto che in quelle del liberatore. A Maida, d’altronde, è ancora solo il dubbio di una periferia lontana quello che in Spagna diventa un interrogativo conclamato e drammatico: che rapporto c’è tra la libertà (e la democrazia), nate dalla Grande Rivoluzione di Francia e la loro “esportazione” sulla punta delle baionette della Repubblica e dell’Impero?

Chi, tra i liberatori (o conquistatori) si aggira tra le vie del Cairo nei giorni della campagna d’Egitto, nelle campagne calabresi, nei giorni di Maida, tra i villaggi spagnoli più tardi ancora, racconta tutto lo smarrimento, l’orrore talvolta, della scoperta di un mondo in cui libertà e modernità si declinano, se mai si declinano, con parole estranee ed ostili. E nello stesso tempo questo spazio mediterraneo si sta trasformando sotto i loro occhi nel centro di un mondo nuovo che non è più quello della scoperta dell’America ma è già quello che ha al proprio orizzonte l’apertura del canale di Suez. Lo sanno bene gli inglesi che, inseguendo Napoleone, conquistano l’Egitto, occupano Malta, sbarcano nel luglio 1806 in Calabria, per ricordare all’Imperatore che il Mediterraneo non potrà mai essere un lago francese e per ricordare a noi, duecento anni dopo, quanto il nostro Mezzogiorno sia figlio di quelle antiche resistenze e dei quei modernissimi contesti internazionali.

Luigi Mascilli Migliorini

Rivoluzione e popolo tra consenso e rifiuto: libertà e baionette nel Mediterraneo (1789–1815)

Il ruolo dirompente della Rivoluzione francese, la sua capacità di smantellare l’Ancien régime e di creare una società di cittadini portatori di diritti inalienabili sono acquisite.

Esiste una capacità fondante della rivoluzione e dei suoi miti che ne spiega la carica demolitrice verso il passato.

La Rivoluzione non ha esitazioni o dubbi sul diritto di uccidere i tiranni e i loro servi. Basti rileggere La Marsigliese.

La rivoluzione può quindi essere esportata con la forza, marciare sulla punta delle baionette. Un credo che resta saldo anche quando le armate rivoluzionarie sono ormai armate imperiali e non sono più viste come armate liberatrici, ma come armate occupanti da molti popoli o da una parte maggioritaria di essi.

La Rivoluzione esporta un’idea di società fondata sui diritti dell’uomo e del cittadino in quanto tali, e perciò scissi dai luoghi di nascita, dalle Patrie, dalle Nazioni. Conta l’appartenenza al genere umano che dà l’identità soggetto dei diritti.

È questa un’identità forte e che trova consensi al di fuori della Francia. Consensi e alleati.

Ma trova anche opposizioni feroci e indomabili figlie di un’identità alternativa che affonda le radici nel luogo di nascita, nella Patria e nell’appartenenza a un popolo, a una Nazione.

Che rifiuta a priori e comunque l’uso della forza e delle armi e del loro imperio presentati come liberazione.

Se si aggiunge: a) il laicismo della Rivoluzione e l’uso strumentale del fattore religioso come strumento di dominio sia da parte delle armate rivoluzionarie che di quelle napoleoniche; b) la fede forte e vera che animava alcuni popoli invasi, al di là di aspetti magico–religiosi e/o di vera e propria superstizione, si capirà la radicalità e la violenza delle guerre civili che insanguinarono il Mediterraneo in età rivoluzionaria e napoleonica.

Dal Regno di Napoli all’Egitto, da Malta alla Spagna eserciti contrapposti, popoli ribelli e armate francesi si contrapposero con una violenza inaudita.

Repressioni crudeli, insurrezioni violente, guerriglie implacabili unirono città e campagne e scrissero una storia alternativa a quella della rivoluzione.

Una storia che partiva dalla rivendicazione della propria identità territoriale, nazionale, religiosa e che della Rivoluzione francese faceva suo il diritto a insorgere.

A distanza di quasi due secoli sappiamo che i diritti universali sono sacri, inviolabili e intangibili. Ma sappiamo anche che questi diritti hanno radici nella identità territoriale e nazionale di ciascun uomo. Non esiste un uomo astratto, esiste un uomo che nasce in un luogo e fa parte di un popolo, per quanto piccoli possano essere quella terra e quel popolo. È da quella precisa identità che ne è il frutto che bisogna partire per fare propri i diritti universali. E i doveri universali.

Saverio Di Bella

Gli abusi feudali e le radici popolari della rivoluzione in Calabria

Il problema degli abusi feudali e della nascita di una sensibilità civile e giuridica che ha consentito di percepire e giudicare come abusi quelli che erano diritti feudali, rinvia alla evoluzione della cultura europea e in particolare alla cultura dell’illuminismo, che fa da base e da sfondo alla polemica sugli abusi.

A noi interessa ricostruire i filoni e i momenti politici che sanciscono storicamente l’abolizione della feudalità e dei diritti feudali. Debbo infatti precisare che, a mio modo di vedere, esiste un evidente strabismo nella storiografia italiana sulla questione. Mentre cioè è nota ed è esaltata l’influenza della Francia rivoluzionaria e le iniziative prese a Napoli dai sovrani napoleonici – Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat – per l’abolizione dei diritti feudali, non altrettanta notorietà e interesse ha suscitato l’analoga iniziativa dei Borboni che, ritiratisi in Sicilia, con la costituzione del 1812 hanno abolito anch’essi i diritti feudali.

L’articolo 12 della costituzione Siciliana del 1812 testualmente recita: «Con quel medesimo disinteresse, che il Braccio Militare ha sempre marcato nelle sue proposte, ha voluto e concluso, ed il parlamento ha stabilito, che non vi saranno più feudi; e tutte le terre si possederanno in Sicilia come in allodj, conservando però nelle rispettive famiglie, l’ordine di successione che attualmente si gode. Cesseranno ancora tutte le giurisdizioni Baronali; e quindi i Baroni saranno esenti da tutti i pesi, a cui sinora sono stati soggetti per tali diritti Feudali. Si aboliranno le investiture, rilevj, devoluzioni al Fisco, ed ogni altro peso inerente ai feudi, conservando però ogni famiglia i Titoli e le onorificenze. Placet regiae majestati».

È evidente il fatto che la Costituzione siciliana nasce anche per l’influenza esercitata dagli inglesi, alleati dei Borboni, sulla dinastia e su Ferdinando IV. Ci sono però anche da considerare le spinte che nei paesi governati dalle dinastie borboniche provenivano dalle élites illuministiche la cui cultura non era esclusivamente affascinata dal modello francese. Elites che anzi, in seguito e a causa della violenza della rivoluzione e degli eccessi rimproverati ai Giacobini, guardavano con estremo interesse e come modello all’Inghilterra.

Tra l’altro l’Inghilterra era un modello di società certamente diverso rispetto a quella francese, ma era anche un modello avanzato sul piano politico ed economico perché il paese viveva la grandiosa stagione della rivoluzione industriale.

Né può essere casuale il fatto che l’altro re della famiglia dei Borboni, Ferdinando VII di Spagna, sempre nel 1812, possa vantare il sorgere di una Costituzione che nel Risorgimento sarà ritenuta un modello ambito.

Non voglio certo fare comparazioni tra le due Costituzioni del 1812. Ma una domanda la voglio porre: come mai a distanza di decenni pur avendo optato per la repubblica e non per la monarchia sabauda, ciò che i Borboni hanno fatto contro la feudalità non entra a fare parte della memoria collettiva dell’Italia Repubblicana?

I popolani che hanno difeso la propria città e la propria terra sono briganti ancora e non patrioti; gli intellettuali e un parlamento, quello siciliano, che hanno guardato all’Inghilterra come ispiratrice ed alleata sono confinati nell’oblio. È retorica la considerazione che ove si continuasse così, la storia del Mezzogiorno sarebbe ancora o criminalizzata o rimossa?

Carmelo Pellegrino

Le origini toponomastiche del nome Maida nella mappa urbana di Londra

«The origin of the name Maida is bizarre. The British fought a victorious battle in Maida, Italy in 1806. A pub called The Hero of Maida Vale opened on the Edgware Road, and the name caught on in a big way.

Maida Vale is a road in North–West London, and a district surrounding it. The road starts in Kilburn, near Kilburn High Road station as a continuation of Kilburn High Road. It goes South–East, past Maida Vale tube station, through the district known as Maida Vale. To the East is St John’s Wood and Lord’s Cricket Ground. When it meets St. John’s Wood Road, Maida Vale becomes the Edgware Road.

The district acquired its name from the Hero of Maida, a public house which opened on the Edgware Road soon after the Battle of Maida, 1806. The area is mostly residential, consisting of many large Edwardian Mansion Houses. It encompasses the Paddington basin, a junction of three canals with many houseboats. This area is also known as Little Venice.

In the late 19th and early 20th centuries, Maida Vale was a predominantly Jewish district, and the area contains the 1896 Spanish & Portuguese Synagogue.

Maida Vale is also home to a BBC Recording and Broadcast Studio, used primarily by BBC Radio 1. The studio was also home to John Peel’s Peel Sessions, a regular slot in which a current popular band would play a set exclusively for the show. The BBC Radiophonic Workshop was based here from 1958 until the Workshop was shut down in 1998. Their pioneering Delaware synthesizer took its name from the studio’s Delaware Road address.

Maida Vale tube station was opened on June 6th 1915, on the Bakerloo Line.

The great Victorian writer George Gissing celebrates this surrounding and neighbors of Great London in many of his romances and literary matters».

 

Le origini toponomastiche del nome Maida nella mappa urbana di Londra sono bizzarre. A Londra esistono tre località tributarie di questo toponimo calabrese: “Maida Vale”, “Maida Street” e “Maida Hill”. Tutte le denominazioni risalgono alla vittoriosa battaglia combattuta dalle truppe britanniche nella omonima località calabrese nel 1806. Un pub dove si riunivano i reduci e i militari che combatterono in quella battaglia fu intitolato subito dopo il ritorno delle truppe in patria agli “Eroi del Vallo di Maida”; il locale pubblico aperto su Edgware Road finì per dare fama a tutto il distretto, allora appartenente ai sobborghi del nord–ovest londinese, che successivamente per antonomasia fu conosciuto e denominato “Maida Vale”. Nel corso dell’Ottocento e del Novecento l’area era abitata da scrittori, artisti e pittori che avevano case e studi sulle chiatte nella zona paludosa dei sobborghi nord–occidentali conosciuta anche come Little Venice. In seguito divenne area residenziale con abitazioni in stile edoardiano. La popolazione fu caratterizzata in modo predominante da immigrati di origine latina, con una larga maggioranza di ebrei portoghesi e spagnoli (vi sono due importanti sinagoghe). Successivamente vi si stabilirono gli impianti radiofonici della BBC e i famosi studi di registrazione di Abbey Road ai tempi dei Beatles.

Lo scrittore vittoriano George Gissing, a cui questo contributo è dedicato, principale cantore dei sobborghi e della vita degli esclusi tra le periferie e i luoghi marginali della Grande Londra, presso i quali egli stesso visse e scrisse, celebra in più di un luogo della sua produzione letteraria la poesia e il fascino contraddittorio delle aree periferiche della Grande Londra che includono Maida Vale, mentre al suo profondo legame con la Calabria, di cui fu viaggiatore innamorato ed umanamente entusiasta, si deve l’invenzione dell’appellativo “Paparazzo” che oggi universalmente definisce la figura del fotoreporter scandalistico.

Mauro Francesco Minervino

Marina borbonica e Rivoluzione

Si colloca fra il 1803 e il 1804 una “avventura”, ancora non molto studiata perché “soverchiata” dall’interesse per le vicende napoleoniche “continentali”, però sicuramente interessante per mettere a confronto la Marina borbonica non più con la Rivoluzione francese, ma con gli esiti di una rivoluzione precedente, quella americana. Proprio nel 1803 nel Mediterraneo s’aggira una piccola flotta con la bandiera statunitense, alla ricerca di una dimostrazione di forza nei confronti del pascià di Tripoli Yusuf Caramanli, che si era “permesso” di chiedere una discreta somma di denaro per non corseggiare contro le navi mercantili americane.

Al comando del commodoro Edward Preble, fu quindi spedita nel Mediterraneo una nuova squadra composta dalle navi Constitution (ammiraglia), Philadelphia, Argus, Siren, Nautilus, Vixen ed Enterprise. La flotta si aggirava non solo alla caccia dei bastimenti tripolini, ma anche in cerca di basi e rinforzi. A questo punto il Preble, approdato a Napoli, si rivolge nuovamente a Ferdinando IV. «La risposta del Borbone fu, questa volta, positiva: egli mise a disposizione degli americani 6 cannoniere, 2 bombarde e 96 marinai napoletani»; e inoltre concesse la possibilità di utilizzare i porti di Messina, Siracusa e Palermo come basi navali da cui lanciare operazioni contro la Reggenza tripolina.

Approfittando del sostegno offertogli dal re delle Due Sicilie, Preble basa la squadra a Siracusa. Qui non mancano però problemi e incidenti: per completare l’equipaggio, una fregata arriva a sequestrare la banda del Reggimento Valdemone salita a bordo per un concerto, mentre gli americani lamentano ogni genere di truffe da parte dei siracusani. A loro volta i franco–italiani, che occupano militarmente la Puglia, inviano armi e rifornimenti a Yusuf e loro agenti riescono a sabotare le munizioni della squadra americana depositate a Siracusa.

I contrattempi non mancano: dal 31 ottobre 1803 il capitano Bainbridge – «a child of adversity», come si autodefinirà – comandante della sfortunata fregata Philadelphia, dando la caccia a uno sciabecco nemico, la conduce a incagliarsi su un banco di scogli proprio davanti al porto di Tripoli. Lui e i suoi trecento uomini vengono fatti prigionieri e quindi – come si usa nel Mediterraneo – schiavi. Lo scacco era grave, un disonore per la marina americana; l’idea fu quella di far saltare con un colpo di mano la Philadelphia. Il «compito fu affidato al luogotenente Stefano Decatur, che preparò il colpo con molta cura, servendosi di un veliero tripolino catturato ed al quale fu dato il nome di Intrepid. Con cinque ufficiali e 62 uomini di equipaggio camuffati alla maltese, la piccola nave, pilotata da un messinese, certo Salvatore Catalano, riuscì il 17 febbraio 1804, sfidando i marosi, ad accostare la Philadelphia: con temerario coraggio gli americani abbordarono, dettero fuoco alla santa barbara, riuscendo poscia a porsi in salvo sull’Intrepid, che usciva dal porto miracolosamente sotto il violento fuoco rovesciatogli addosso dalle artiglierie della piazza».

Grazie alle informazioni – dice un’altra versione dei fatti – che comunque Bainbridge riusciva a far pervenire da Tripoli e alla «perizia del pilota palermitano Salvatore Catalano (poi divenuto capitano di vascello dell’US Navy) il 16 febbraio 1804 il tenente Stephen Decatur riuscì a entrare nel porto usando una nave tripolina catturata e alzando bandiera britannica, e a distruggere la Philadelphia. I fondali di Tripoli erano però troppo bassi per consentire alle fregate di avvicinarsi a distanza utile per il bombardamento: occorrevano le unità sottili di cui era dotata la marina borbonica e re Ferdinando ne concesse a nolo dieci (8 cannoniere e 2 bombardieri) con 96 marinai.

Furono proprio queste a conseguire l’unica vera vittoria americana: il 3 agosto attaccarono il porto, infliggendo a Yusuf la perdita di sei navi (tre affondate e tre catturate) e 122 uomini contro 13 americani e siciliani. I successivi attacchi del 7 e 24 agosto e del 3 e 4 settembre furono meno fortunati: saltarono in aria una delle cannoniere siciliane e un brulotto americano».

Il 10 settembre, Preble passò le consegne a Barron e tornò in America, ma diversi siciliani e napoletani lo avrebbero seguito su quella rotta, a cominciare dal pilota Salvatore Catalano (per alcuni messinese, per altri palermitano, ma pur sempre siciliano). Lasciavano questi uomini la loro divisa borbonica per indossare quella della U.S. Navy, passando da una fedeltà monarchico–assolutista a una fedeltà federal–repubblicana.

Nel 1806, l’armata di Giuseppe Bonaparte procede all’occupazione dell’intera parte continentale dei possedimenti di Ferdinando, costretto per la seconda volta a rifugiarsi in Sicilia seguito da una piccola parte del suo esercito e da alcune unità della flotta. La Marina borbonica, a quel punto, è ridotta ad appena una ventina di legni, pochissimi dei quali di stazza medio–grande.

Giuseppe Restifo 

Contadini contro la Francia

Alla fine del XVIII secolo l’Europa stava affrontando importanti cambiamenti costituzionali, che coincisero con la crescente perdita di potere dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, ridotto al ruolo di semplice spettatore delle questioni politico–economiche del Mediterraneo.

Nel settembre 1797 Napoleone scriveva a Talleyrand: «Pourquoi ne nous emparerions–nous pas de l’île de Malte? Quatre cents Chevaliers et au plus un régiment de cinq cents hommes sont la seule défense de la Valette. Les habitants sont très portés pour nous et sont dégoûtés des Chevaliers qui ne peuvent plus vivre et meurent de faim. Je leur ai fait exprès confisquer tous leurs biens en Sicile». Ma Napoleone non rappresentava la soluzione. L’errore che egli commise fu quello di osare troppo e troppo in fretta. Egli rimase a Malta solo otto giorni ma furono giornate molto indaffarate, secondo Laferla, «it is certain that no one in the space of a few days attempted more, did more and upset more the Maltese more than he did». Dopo avere fatto razzie di tutto ciò che di valore era presente nei palazzi, negli Alberghi e negli altri edifici, e dimenticando volontariamente tutte le promesse fatte, Napoleone si interessò alle chiese: tutti gli oggetti di valore e le opere d’arte d’oro e d’argento furono fusi in lingotti. Troppo velocemente i francesi dimostrarono che era per loro più facile fare promesse piuttosto che mantenerle: le spose e i parenti a carico dei marinai e dei soldati che partirono con Napoleone per l’Egitto non ricevettero mai la paga promessa. Peraltro, dal momento che la Gran Bretagna controllava tutti i mari, l’esportazione del cotone dell’isola fu paralizzata, con conseguenze disastrose per gli agricoltori e per tutti i maltesi. La questione “religiosa” fece esplodere la rivolta dei contadini, stanchi dei soprusi e della mancanza di rispetto delle loro tradizioni e della loro identità cattolica.

Numerose sono le fonti archivistiche che testimoniano la crisi generale vissuta dall’arcipelago maltese e la “turbolenza” europea; tra queste non vanno trascurate le memorie e i diari dei due anni di resistenza anti–francese. Il diario di Franciscus Xaverius Baldacchino – membro della Congregazione di San Filippo Neri – pone in rilievo il costante stato di ansietà e terrore provato dai cittadini oppressi dai francesi.

Il blocco che seguì l’insurrezione del settembre 1798 comportò una vera “operazione di guerra” nazionale cui parteciparono migliaia di maltesi, sia attraverso l’arruolamento nei ventuno battaglioni che erano stati costituiti nella campagna, sia attraverso il prestito di somme di denaro per il mantenimento delle suddette forze armate. Altri, liberamente, prestarono i loro servizi a livello nazionale.

La rivolta della campagna cambiò radicalmente la situazione dell’isola. Era una “rivolta dal basso” che, ben presto si trasformava in un movimento interclassista, coinvolgendo artigiani, mercanti e gentiluomini, attraverso la quale la popolazione maltese tornava a scoprire il senso dell’autonomia locale e la gestione allargata del potere.

I drammatici eventi, che si scatenarono dopo il 2 settembre 1798, non furono un episodio isolato e non possono essere separati dalla complessiva e “durevole” vicenda storica del XIX e del XX secolo a Malta come a Maida. Piuttosto, nella prospettiva della longue durée, la rivolta costituì nella sua totalità “l’iniziale evento traumatico” che “agì da catalizzatore” per l’emergere del lungo e strutturale movimento nazionalista per l’indipendenza. «Quella che sembrava essere stata una protesta spontanea e rurale, quasi “primitiva”, si sviluppò ben presto in una rivolta armata, organizzata su scala nazionale». Con la rivolta detta “dei contadini” inizia il lungo, tormentato e contraddittorio rapporto dell’arcipelago con gli inglesi, rapporto destinato in breve a trasformarsi in vero e proprio dominio della grande potenza europea nei confronti di quelle piccole isole poste al centro del Mediterraneo.

Carmelina Gugliuzzo

Vecchie e nuove fedeltà. Alla ricerca di un ordine legittimante dopo la Rivoluzione di Maggio del 1810

Perché introdurre un case–study latinoamericano nell’analisi del contesto mediterraneo in età napoleonica? Forse, sarebbe meglio chiedersi sulla validità dell’intervento abbordando la questione dalla prospettiva geopolitica del momento, se si considera la portata dell’irruzione delle truppe francesi in Spagna, come un fenomeno senz’altro paragonabile agli sforzi compiuti sul fronte mediterraneo. Infatti, l’invasione napoleonica del 1808 colpiva molto di più che il centro nevralgico della monarchia spagnola. La stessa costituiva una unità culturale, linguistica e religiosa che abbracciava un insieme di regni compressi tra il Mediterraneo, il Pacifico e l’Atlantico. In questo modo, il breve interregno napoleonico, messe in crisi la legittimità del sistema istituzionale della monarchia borbonica innescando un processo irreversibile che avrebbe condotto allo sgretolamento di questa vastissima unità. L’obbiettivo di questo lavoro è quindi, quello di ricostruire l’impatto degli avvenimenti metropolitani a Buenos Aires –capitale del Vicereame del Río de la Plata–, dove nel mese di maggio del 1810 si aprì un processo rivoluzionario che condusse alla proclamazione dell’indipendenza dalla Spagna e dopo decenni alla nascita dello Stato argentino. La prospettiva scelta, privilegia l’aspetto centrale di tutta la vicenda, orbene la ricerca di un nuovo ordine legittimante in grado di rimpiazzare in piena legalità istituzionale al precedente. Tuttavia, l’impresa non solo rappresentò una sfida per gli attori politici del processo indipendentista. La stessa, aprì una serie di questioni fondamentali per la “storiografia patria” quando una volta ultimato il travagliato percorso di costruzione dello Stato, dovette in qualche modo giustificare la vocazione nazionale delle ex–colonie. Oggi, alla soglia del bicentenario della Rivoluzioni, la storiografia argentina grazie agli apporti rinnovatori della storia istituzionale, agli studi sull’analisi del discorso e ad una rilettura contestuale delle fonti, ha sfatato i grandi miti fondanti della Repubblica, ricollocando lo studio di tutto il processo nella sua vera dimensione. La stessa, ha evidenziato la forte carica teleologica che la tradizionale versione dei fatti presenta, all’anteporre alla costruzione del futuro stato elementi di identità nazionale e progetti di emancipazione, praticamente allora inesistenti.

Ma pur se la storiografia è riuscita ad affrontare ogni problematica con nuovi approcci metodologici, ancora sembra non trovare accordo sulla vera natura del processo: fu l’epopea di maggio una vera e propria rivoluzione? Da una prospettiva d’analisi ravvicinata, senz’altro essa significò una rottura col dispotismo borbonico e l’avvento di un nuovo ordine repubblicano, in netta sintonia con le nuove idee annunciate dalla Dichiarazione dei diritti dell’Uomo. Tuttavia, essa non significò un taglio netto con il passato. Come ben presto si scopre, la legittimazione del nuovo ordine si realizzò in pieno rispetto della tradizione giuridica coloniale, e le grandi trasformazioni proclamate dai lumi, dovranno aspettare la seconda metà del XIX secolo per vedere la sua realizzazione.

Adriana Porta

 

[1] Per questioni degli angusti limiti editoriali il canto popolare non venne pubblicato nella brochure dell’anno 2006 né in dialetto calabrese, né nella versione italiana.

[2] «Sono del paese di S. Nicola, lo sapete./ Di soprannome sono chiamato Colacchio./ Vorrei sapere di quale paese siete;/ vorrei essere un po’ rispettato./ “Voi ne avete salati e soppressate?”./ Ed io risposi: “Fate quello che volete, /La cassa è aperta e ve ne potete prendere”./ Mia moglie che stava raccolta, raccolta,/ Segno mi faceva da un angolo. / “Zitta, moglie mia, ché se si gira,/ Non ce la tira brutta una manata in volto!”./ Poi c’era uno con una sciabola,/ Sembrava il Commissario della guerra!/ “Zitta moglie mia, ché se si sbaglia,/ Ti fa cadere con la faccia a terra”./ Quando giunsero poi i Nazionali/ a me ne hanno inviato a non finire,/ ché le caldaie me le hanno svuotate./ Per mala sorte venivano da Cosenza».

 

premio 2006

premio 2006 - 2