Premio Letterario 2002

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Anno 2002

Donne del Mediterraneo[1]

[1] La brochure del 2002 si apriva con un intervento di Vincenzo Iuffrida che qui riportiamo integralmente: «Siamo giunti alla sesta edizione del Premio letterario e saggistico internazionale Feudo di Maida e alla pubblicazione della sesta brochure che annualmente inviamo con piacere ai vincitori, ai finalisti, alle autorità e ad un pubblico sempre più numeroso, come invito a presenziare alla nostra manifestazione e come spunto per riflettere e per discutere temi di sempre più ampio respiro e di sempre più stringente attualità. In occasione delle prime edizioni di questo lavoro abbiamo invitato alcuni studiosi a scrivere degli interventi che riuscissero, nel breve spazio di una sola pagina, a condensare un aspetto significativo della Calabria, e in particolare del territorio del Feudo di Maida, che chiarissero i motivi del radicamento di questo Premio nel territorio del Feudo, che mostrassero aspetti inediti o poco conosciuti di questa terra, che spingessero il lettore ad una riflessione sulle sue potenzialità. In seguito, con la quarta brochure, in coerenza con l’apertura mediterranea che il Premio stava promuovendo, abbiamo deciso di dilatare gli orizzonti tematici: la Calabria è stata posta al centro di una dialettica mediterranea e internazionale. I contributi di studiosi di altissimo livello internazionale, che hanno prodotto dei “cammei” inediti sulle intricate relazioni tra la Calabria e il Mediterraneo, ci hanno incoraggiato ad imboccare percorsi inconsueti e originali. L’anno scorso la brochure partiva dal mondo della religiosità calabrese per spaziare su tematiche di levatura universale. Quest’anno il contenuto degli interventi si lega per molti versi a quello delle ultime due edizioni. Il Mediterraneo, infatti, fa da sfondo alle vicende narrate, alle esperienze vissute, alle realtà analizzate che hanno come centro le donne, quelle di un’altra religione: l’Islam. Donne con le quali la nostra società si sta confrontando sempre più da vicino per via della crescente immigrazione e del crescente interesse verso altre realtà mediterranee. In quest’ottica abbiamo cercato studiosi di riconosciuto valore che sapessero suscitare interesse e interrogativi nelle coscienze di tutti. Ci auguriamo che l’intento sia stato raggiunto».

Una rassegna di studi sulle donne del Mediterraneo

Apre questa breve serie di preziosi contributi Salvatore Speziale, studioso di Storia del Mediterraneo. Il suo intervento, dal titolo Le donne e l’islam: campi di studi in fermento, offre una panoramica sui problemi di interpretazione più salienti e sulle tematiche più ricorrenti nel panorama bibliografico esistente. Un panorama che si arricchisce con straordinaria rapidità proprio in questi ultimi tempi, durante i quali la sete di conoscenza sul mondo musulmano ha raggiunto l’acme in Italia, con grande ritardo rispetto ad altri paesi europei quali la Francia e l’Inghilterra.

L’intervento di Annalisa Frisina, studiosa di processi interculturali, dal titolo Dialogo silenzioso, coglie uno degli aspetti più drammatici dell’essere donna in uno degli angoli del mondo più martoriati dalla guerra. Il dramma della donna palestinese di fronte alle continue distruzioni, alle continue manifestazioni di violenza e di sopraffazione viene rappresentato attraverso un dialogo tra una donna palestinese e una donna italiana. Il teatro del dialogo è Ramallah nel 2002: un luogo che recentemente ha acquistato la potenza del simbolo nella coscienza della collettività arabo–musulmana.

Ed è ancora la sopraffazione e la sofferenza il filo che collega il contributo di Frisina a quello di Mirella Galletti, docente di Storia del Vicino e Medio Oriente: Donne Curde. Donne che vengono fatte risaltare per il loro carattere, la loro bellezza, la loro presenza attiva nel tessuto sociale e politico di quel popolo costretto a vivere, o meglio a sopravvivere, diviso più stati (principalmente Iraq, Iran, Turchia e Siria) da barriere artificialmente costruite dall’uomo nel corso dello scorso secolo.

Le condizioni di vita delle donne musulmane legano insieme gli altri contributi di questa pubblicazione. Jolanda Guardi, docente di Lingua araba, tocca, con il suo intervento dal titolo Musulmane e femministe, alcuni temi di forte attualità: quello della diversità delle condizioni di vita della donna nei paesi del mondo musulmano, quello del suo margine di azione politica e culturale, e in particolare quello della possibilità di agire in funzione del riconoscimento di una maggiore equità di genere all’interno dell’islam.

La condizione della donna immigrata in Italia, il suo tentativo di mantenere i rapporti con il paese di provenienza, di documentare la propria esperienza quotidiana di migrante e di educare i propri figli al rispetto delle tradizioni sono al centro del contributo: Le donne immigrate egiziane al centro di un nuovo spazio televisuale: scambi culturali tra l’Europa e il Mondo Arabo. Si tratta dell’indagine di Paola Schellenbaum, antropologa culturale, che mette in luce un’operazione culturale che si avvale dell’utilizzo dei più moderni strumenti di comunicazione (videolettere in VHS, e–mail, trasmissioni televisive satellitari).

Sempre la donna immigrata musulmana è al centro dell’intervento di un’altra antropologa, Ruba Salih, dal titolo Le donne migranti e la ridefinizione dello “spazio Mediterraneo”. In questo lavoro la visione del viaggio della donna musulmana dal sud al nord del Mediterraneo scardina la classica dicotomia fra tradizione, il sud, e modernità, il nord, per assumere un carattere transnazionale, per caratterizzarsi come sfida alle barriere e ai confini fisici e culturali che contraddistinguono i paesi intorno al Mediterraneo.

La prospettiva islamica sulla donna è il titolo del contributo di Ahmad ‘Abd al–Waliyy Vincenzo, responsabile giuridico della Comunità Religiosa Islamica Italiana. Il suo contributo presenta una visione della donna nell’islam lontana da quella più comunemente presentata dai mezzi di comunicazione di massa e da quella proposta dal radicalismo islamico. Il suo interesse risiede quindi anche nell’indicare la notevole varietà delle posizioni presenti nel mondo musulmano su una questione tanto delicata e dibattuta.

Porta invece ad una realtà solo in apparenza del tutto estranea a quella descritta negli interventi precedenti il contributo Donne d’Aspromonte di Domenico Gangemi. Lo sguardo dello scrittore riesce a cogliere e a denunciare in maniera inattesa e per questo densissima di significato due mondi: quello dell’Aspromonte e quello dell’Afghanistan. Le donne viste a Polsi, secondo le sue parole, «mi hanno fatto venire in mente il burka che copre carni, capelli e persino gli occhi delle afgane. Le donne viste a Polsi non lo indossano. Ugualmente, però, spiano il mondo da piccoli spiragli furtivi, hanno i ristretti orizzonti dell’occhio di un padrone… sono le eterne prigioniere di un sì…».

Leopardi Greto Ciriaco

Le donne e l’islam: campi di studi in fermento

Due motivi stanno alla base di una crescente domanda di conoscenza sul mondo dell’islam nel suo insieme e, in modo più pressante, sulle donne dell’islam: l’immigrazione e la guerra.

La crescente immigrazione musulmana in Europa e la “recente” migrazione in Italia, con il conseguente e inevitabile confronto diretto, in casa propria, con modelli di vita, costumi, abitudini, condizioni diverse, ha condotto e conduce ad atteggiamenti quanto mai dissimili. Si va dal rifiuto totale all’indifferenza e da questa all’apertura, alla volontà di dialogo. Da qui nasce una sentita necessità di conoscere e di farsi conoscere per favorire, nel migliore dei casi, l’“integrazione” o, nel peggiore dei casi, l’“assimilazione”, del nuovo arrivato e della nuova arrivata. D’altra parte, il perdurare e l’incancrenirsi di situazioni conflittuali, l’apertura di nuovi fronti di guerra, la globalizzazione del terrorismo e della lotta al terrorismo fa sì che lo sguardo dell’uomo si rivolga sempre più verso il mondo islamico per trovare soluzioni ad una serie di angosciosi interrogativi. Da qui nasce il forte desiderio di conoscere per capire “le ragioni degli altri” o, forse, solo per far capire meglio le proprie.

Tutto ciò ha impresso un’accelerazione straordinaria agli studi sul mondo islamico in Italia, con forte ritardo rispetto ad altri paesi europei quali la Francia e l’Inghilterra. Tutti gli aspetti sono al centro di questo nuovo slancio culturale: dalla religione alla politica (il passo è breve e necessario), dalla società all’economia, dalla lingua alla letteratura, dalla condizione dell’uomo a quella della donna. Contemporaneamente si assiste ad una straordinaria messe di pubblicazioni, un fenomeno per certi versi inquietante. La ricchezza dell’offerta editoriale dopo l’11 settembre e dopo l’attacco in Afghanistan è tale da destare parecchi dubbi sulla sua validità scientifica. L’11 settembre può essere considerato – nel breve periodo – uno spartiacque tra le pubblicazioni meditate e quelle dettate dalla prospettiva di facile guadagno. Le pubblicazioni sulle donne del mondo islamico sono uno specchio fedele della situazione generale cui si è accennato. Muovendoci con cautela in questa marea di scritti in tutte le lingue conosciute è possibile rintracciare alcuni fili rossi che legano strettamente tematiche e prospettive.

Quello che immediatamente viene messo in risalto dalla letteratura scientifica nel suo insieme è il concetto di “diversità”, da applicare a tutti gli ambiti e non solo all’universo femminile, in contrapposizione alla visione uniformante proposta dai media e da certe pubblicazioni “divulgative”. Accettare la diversità e la varietà della condizione della donna, nello spazio e nel tempo, è fondamentale per potersi avvicinare senza troppi pregiudizi all’universo femminile. Prendere coscienza delle trasformazioni, sia in direzione di una progressiva emancipazione femminile e sia in direzione di un brusco irrigidimento dei costumi e di una drastica riduzione della libertà personale, è un secondo punto importante da contrapporre alla visione della staticità e dell’immutabilità delle condizioni. In breve, la condizione della donna algerina – al di là dei tratti comuni – non può essere confusa, come spesso accade, con quella della donna saudita, né la condizione della donna iraniana prima della rivoluzione del 1979 può essere facilmente affiancata a quella del periodo successivo. Questioni scontate per gli “spartiacque” e i “confini” europei ma che tali non sono per gli “spartiacque” e i “confini” della sterminata Dar al–islam (la casa dell’islam) che va dall’America settentrionale e meridionale (dove si trovano stati con forte presenza musulmana, la Guyana e il Suriname), all’Indonesia (il più popoloso stato musulmano) e dall’Europa settentrionale all’Africa subequatoriale.

Nell’ottica della diversità e della trasformazione, la donna di fronte alle leggi e alle consuetudini proprie di ciascuno stato musulmano in un dato momento della sua storia è certamente uno dei temi più ricorrenti nelle pubblicazioni più significative. Come si sia evoluto il pensiero religioso musulmano sulla donna ed a che cosa abbia condotto nell’ultima metà del secolo scorso la deriva del radicalismo islamico in alcune regioni del mondo musulmano è un altro dei punti cruciali attorno al quale si incentra buona parte dell’attenzione di studiosi e lettori. Quali siano i margini di azione politica, economica e sociale della donna nei diversi paesi del mondo musulmano è anch’essa una domanda importante che richiede, come le altre, una risposta differenziata: donne che si realizzano nel mondo dell’imprenditoria e della politica, donne che insegnano clandestinamente ad altre donne con l’incubo di pene severe. Quali siano, infine, le costrizioni sociali strutturali che la donna subisce passivamente o accetta più o meno favorevolmente è un altro settore di studi ricco di lavori editi e di ricerche in corso. Tra i temi appartenenti a quest’ambito quello che ha sempre destato un grande interesse in Occidente è il tema del “velo”. Quanto sia rude coercizione e quanto sia spontanea accettazione, come sia il mondo attraverso il velo e come sia la donna di là del velo sono alcuni degli interrogativi più frequenti. A questo sentiamo il dovere di aggiungere: quale varietà di copricapi per la donna e per l’uomo esiste nel mondo musulmano? Mille e un velo e mille e un turbante, secondo un’espressione araba dal sapore antico. Quale varietà di uomini e di donne esiste nel mondo musulmano? A Voi la risposta.

Salvatore Speziale

Dialogo silenzioso

2002, Ramallah. Una manifestazione internazionale. Due donne si osservano. Una è palestinese, l’altra è italiana. Il loro dialogo resterà silenzioso.

(Fadwa)

Chi ci opprime?

Che cosa è questo peso che soffoca l’orizzonte? Cosa sono queste urla che vietano la pace?

Ho fame, mangerei il mondo.

I miei figli sono ancora vivi, alhambdulillah (grazie a Dio). Stanno lanciando ogni pietra di questo muro che cresce quotidianamente.

Chi ci opprime?

Cingolati rabbiosi vomitano macerie, città intere diventano prigioni, i campi divengono deserti…

Ho fame, mangerei il mondo che ci abbandona, ci giudica, ci aiuta, ci offende…

Riconosco l’ipocrisia e il dominio. Non curvo le spalle e non ringrazio chi mi ha rubato la casa e mi concede di fare una tenda nel mio giardino.

Mi ostino a ricordare che anch’io sono umana.

Sorella, mentre guardi il mio hijab (velo che copre la testa lasciando scoperto il volto) vedo i tuoi occhi riempirsi di ribellione e pietà.

Ho studiato, alhambdulillah. Sai, ho scelto mio marito, l’ho amato e… l’ho visto morire.

Chi ci opprime?

Vedo stranieri apparire e scomparire, marciare accanto a noi e poi… dimenticare?

(Maria)

Che cosa ci divide?

Ho raggiunto questa terra tremando, questa violenza è inaudita ed io mi sento complice.

Ho paura di perdere la mia umanità, di restare sola e disperata.

Che cosa ci divide?

Una folle corsa. Ma il mio corpo è vecchio e stanco, non può più illudersi.

Ho paura di morire inutilmente. Ho lottato, ho amato, ma ora che cosa resta?

Vestita come sono ti apparirò immodesta e ridicola.

Sai, senza colori mi spengo ed il caldo lo sopporto male.

Che cosa ci divide?

Vedo armi puntate verso di noi e già arriva il fumo negli occhi…

Annalisa Frisina

Donne curde

Il mito della relativa libertà delle donne curde ci è stato tramandato dagli scritti dei viaggiatori del passato. Prassi che ha fondamenta storiche in alcune aree del Kurdistan meridionale, in particolare a
Sulaimaniya in Iraq, dove vi sono tracce del matriarcato praticato nel passato.

Nei secoli scorsi i viaggiatori occidentali hanno spesso descritto la bellezza e la forza di carattere delle donne curde che hanno un ruolo di rilievo nella società curda come madre, compagna, capo politico e talora combattente. Danno una rappresentazione oleografica della donna curda, spesso in contrapposizione alla donna araba. In base a questo stereotipo la donna curda gode di una notevole libertà. Non è velata, può scegliere liberamente il suo sposo, gode della stima dei familiari, è una compagna fedele e devota, una collaboratrice preparata ed accorta, prende parte attiva a feste e danze. La donna che ne abbia la capacità ha talora avuto accesso a cariche e funzioni, allo stesso titolo dell’uomo. Alcune hanno acquisito una reale autorità, diventando capo tribù alla morte del marito.

Questa diversità, se confrontata alla posizione della donna presso altri gruppi etnici mediorientali, è da mettere in relazione, soprattutto nel passato, al nomadismo praticato dalle tribù curde ed alla struttura socio–economica che dovevano attivare tutte le forze produttive. Il ruolo della donna curda deve essere contestualizzato. Alcuni nazionalisti curdi hanno accentuato le affinità di usi e costumi tra donne curde ed europee, focalizzandosi su alcuni aspetti della vita quotidiana femminile e restringendo l’attenzione alle descrizioni di alcuni viaggiatori europei che avevano enfatizzato la libertà e le virtù morali delle amazzoni curde.

Soprattutto a partire dal 1975, anno della sconfitta del movimento nazionale curdo in Iraq, i mutamenti strutturali hanno modificato, se non sconvolto, le dinamiche familiari, economiche, politiche e sociali di 25–30 milioni di curdi. La famiglia, da parte integrante della tribù, diventa nucleare; il processo di urbanizzazione e di dispersione porta i curdi a contatto con nuovi elementi culturali e con modelli diversi di sviluppo. E anche il ruolo della donna si sta modificando da quando la repressione contro il nazionalismo curdo ha determinato lo scardinamento della società tradizionale e l’indebolimento della struttura tribale.

Negli anni Novanta la condizione della donna curda cambia in modo violento e radicale. Mancano analisi sulle dinamiche e sulla reale condizione femminile nella società curda, che affronta le misure repressive e violente attuate dal partito Ba’th in Iraq e dal governo turco. Ciò provoca il più vasto sconvolgimento demografico curdo con l’evacuazione dai villaggi, la deportazione massiccia della popolazione, la distruzione dell’economia tradizionale basata su agricoltura e pastorizia, e lo smantellamento della società patriarcale.

In Iraq almeno 4.500 villaggi curdi sono distrutti, 20.000 curdi uccisi dalle armi chimiche, 1,5 milioni di contadini vengono deportati. Le campagne sono cosparse di circa 15 milioni di mine al fine di non renderle idonee all’agricoltura e alla pastorizia. Dal 1974, la guerra di Baghdad contro i curdi ha fatto oltre 400.000 morti, di cui circa la metà “scomparsi” (182.000), ossia il 10% della popolazione curda irachena.

In Turchia la rivolta curda (1984–1999) ha causato oltre 30.000 morti, distrutto 3.000 villaggi, impoverito e reso più vulnerabile la vita dei curdi. Almeno tre milioni sono emigrati nelle metropoli curde e anatoliche. Ancor più che nel passato, le donne sono protagoniste e vittime della distruzione della società tradizionale curda. La decomposizione della società incentiva la fuga verso l’estero, in primis della classe professionale curda, e privando la società curda di gran parte della sua capacità di sviluppo.

Mirella Galletti

Musulmane e femministe

L’aspetto più inquietante nell’analisi delle società musulmane, in particolare quando si tratta di questioni di genere, è che si ritiene che società diversissime tra loro – basti pensare al fatto che l’islam si estende dal Marocco all’Indonesia – abbiano un atteggiamento unitario nel trattare le sfide poste dall’evolversi del corpo sociale. Pertanto, l’affermazione che esistono musulmane femministe provoca le reazioni più diverse, dall’incredulità allo scetticismo, passando raramente per l’interesse. Eppure questo movimento non formalizzato ma diffuso in tutti i paesi musulmani del mondo, opera da anni per portare una voce nuova, per proporre una nuova interpretazione del testo sacro e per incidere sugli uomini e le donne che ogni giorno si scontrano con letture tradizionali della cultura musulmana.

Il termine femminismo musulmano risale agli anni Novanta ed è stato utilizzato contemporaneamente in diversi contesti, in particolare l’Iran, l’Arabia Saudita e la Turchia (e anche questo dato dovrebbe far riflettere sull’immagine che si ha di questi paesi). Le accezioni sono ovviamente diverse e il campo semantico coperto dal vocabolo si è evoluto col tempo; oggi possiamo affermare che si identificano come musulmane femministe quelle donne – studiose e non – che svolgono ricerche sui testi e sulle pratiche tradizionali per riproporle scevre da un’interpretazione patriarcale. Il nodo della questione è, come d’altra parte è stato in Occidente, proprio la “trasmissione della cultura” in senso lato, da sempre in mano maschile e che ha quindi escluso automaticamente le donne dalla storia, indipendentemente da quanto affermato nel Corano. Le femministe musulmane, dunque, come primo obiettivo si pongono lo studio del Corano e delle tradizioni legate alla vita del Profeta con un approccio critico, considerando che il Corano è rivelazione ma non è Dio e che il Profeta è un modello non nel senso che se ne debbono seguire i singoli comportamenti in situazioni specifiche, bensì che bisogna condividere il suo stesso atteggiamento e coraggio nel condurre una vita dettata dalla fede. Quest’ultimo punto è continuamente sottolineato: le femministe musulmane non mettono in discussione la rivelazione, ma operano per veder riconosciuta una maggiore equità di genere all’interno dell’islam. Tale atteggiamento porta a ridiscutere anche l’applicazione della shari‘a, la legge religiosa, poiché anch’essa è considerata come produzione umana e perciò fallibile. Come da più parti sollecitato da diverso tempo, non solo dalla parte femminile della società musulmana, si richiede la “riapertura della porta dell’interpretazione”, ritenuta chiusa dall’XI secolo circa e che avrebbe fissato, una volta per sempre, l’interpretazione del testo. Ciò richiede, ovviamente, da parte di queste studiose un impegno intellettuale non indifferente; si pensi ad esempio al solo problema della lingua araba, veicolo indispensabile per una nuova ermeneutica e al fatto che queste nuove interpretazioni devono essere inattaccabili dal punto di vista del metodo.

Alcune esponenti del movimento superano anche la distinzione di genere; esse ritengono, infatti, che la lettura non patriarcale del Corano non sia legata al punto di vista di chi interpreta – in questo caso le donne e che il Corano è, pertanto, a–patriarcale in assoluto.

Come si può ben comprendere anche da questa breve esposizione la portata di tali correnti di pensiero è rivoluzionaria, non solo all’interno della società musulmana, ma anche al di fuori di essa. Una nuova ermeneutica del testo sacro, infatti, costringerebbe il mondo occidentale a rivedere completamente la propria immagine dell’altro e tale “revisione” avrebbe come conseguenza inevitabile il ripensare anche la propria identità.

Siamo convinte che ciò sia possibile e anche auspicabile, ma l’accettazione di una nuova lettura nell’islam non può avvenire che per consenso. Per questo il primo scopo delle femministe musulmane è quello di acquisire visibilità nei propri paesi e in Occidente e in questo senso desideriamo sia letto il nostro contributo.

Jolanda Guardi

Le donne immigrate egiziane al centro di un nuovo spazio televisuale[1]

Un nuovo campo di ricerca nel settore degli scambi interculturali tra l’Europa e il Mondo Arabo ha assunto maggiore importanza a partire dalla metà degli anni Novanta, sia sul piano delle esperienze quotidiane delle famiglie immigrate in Italia, sia sul fronte dell’industria dell’informazione e della comunicazione. Da quando sono stati siglati gli accordi di Schengen, attraversare fisicamente le frontiere è diventato sempre più difficile. L’impatto di queste politiche restrittive non agisce solo sul piano materiale ma anche su quello simbolico e psicologico, rendendo più restie le persone a viaggiare. Contemporaneamente, le opportunità offerte dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno favorito gli scambi tra nord e sud del Mediterraneo che hanno subito una riconfigurazione.

Gli anni Novanta hanno visto una proliferazione di nuovi canali satellitari, che hanno modellato il mediascape Euro–arabo in modo nuovo e la liberalizzazione in questo campo ha permesso scambi inediti con il coinvolgimento di diversi attori economici e sociali. Se all’inizio degli anni Novanta era ancora usuale per gli immigrati egiziani inviare videocassette con frammenti di telegiornale o con film in lingua araba (che era possibile affittare solo nelle grandi città italiane e in pochissimi posti, come nel negozio di videonoleggio di Mohammed aperto alla metà degli anni Ottanta a Milano), nel corso del decennio l’offerta televisiva si è diversificata con numerosi canali satellitari, rendendo gradatamente desueto il noleggio di videocassette con film e notiziari.

Lo spazio virtuale e televisuale (non strettamente televisivo) che si è andato così creando negli anni Novanta, ha avuto un duplice impatto: sui cittadini della società d’accoglienza, fruitori di telegiornali e notizie che smaterializzano sempre più l’immigrazione clandestina rendendola evento notiziabile in circostanze particolari; e sui migranti stessi, i quali utilizzano gli strumenti della comunicazione (videolettere in VHS, email, trasmissioni televisive satellitari) per riappropriarsi di quei momenti di scambio e di relazione con il paese di origine. Da una parte, allora, i confini nazionali diventano sempre più dei “teleconfini”. E’ infatti impossibile fissare la presenza concreta degli immigrati nelle aree di sbarco, essendo queste persone immediatamente prese in carico dalle forze dell’ordine. Quello che ci rimane sono immagini di notiziari che fissano, in modo cristallizzato e stereotipato, commenti e analisi sull’immigrazione contemporanea. Dall’altra parte, la necessità delle famiglie immigrate di mantenere i contatti con i parenti costantemente nel tempo, ha indotto a forme di autorganizzazione per l’invio di denaro, di pacchi, di regali che sono state gradatamente sostituite da società del settore privato che rendono possibile un recapito capillare dei beni spediti. Tra questi, troviamo le videocassette autoprodotte che permettono, in particolare alle donne, di gestire la costruzione di un vicinato virtuale dai confini labili e mutevoli. Consentono altresì di costruire nel tempo relazioni familiari transnazionali, inventando di continuo forme nuove di comunicazione.

Una delle prime volte in cui mi recai in visita da Mervat e Ibrahim (nomi inventati di una coppia egiziana emigrata a Milano alla metà degli anni Ottanta), la donna mi mostrò un album di fotografie nel tentativo di illustrare il suo racconto di situazioni di vita quotidiana, per introdurmi ai suoi parenti rimasti al Cairo e raccontare eventi significativi del suo passato. Nel corso delle conversazioni con le donne egiziane che ho intervistato nell’arco di quattro anni dal 1993, a Milano e al Cairo, mi è capitato spesso di guardare fotografie o video–lettere autoprodotte e talvolta girate dalle donne stesse. Un pretesto per ricordare o un ausilio per la memoria ma al contempo un modo di raccontare per immagini la propria esperienza migratoria. I video rappresentano anche un modo per insegnare la parentela e le relazioni con gli assenti: le video–lettere vengono ad assumere una valenza comunicativa e non solo di mera riproduzione. E’ proprio la rilettura attraverso le immagini delle esperienze fatte che permette alle donne di confrontarsi con il proprio passato, di comunicare con i parenti lontani e di esercitarsi in quell’arte dell’“abitare la distanza” che è propria della migrazione. Questo fornisce una visione prospettica sul proprio passato e sul proprio futuro.

Tre sono le trasformazioni più significative dal punto di vista dell’esperienza concreta dei migranti, soprattutto secondo la prospettiva delle donne:

  1. La possibilità di mantenere un contatto diretto con i famigliari di origine, necessità tanto più urgente quando la famiglia è all’inizio del ciclo migratorio o quando parte di essa ha deciso un ritorno temporaneo per questioni ritenute importanti (ad es. la scuola delle figlie femmine, il matrimonio, la malattia di un parente prossimo). A tessere la rete di relazioni familiari sono le donne che spesso hanno imparato rapidamente a utilizzare i videoregistratori, i canali satellitari o le videocamere necessarie a girare i film–ricordo.
  2. La possibilità di documentare e quindi di forgiare e “inventare” la propria esistenza quotidiana in Italia, pensata per immagini e suoni assemblati in modo da mostrare solo ciò che si vuole far vedere del paese di immigrazione e/o delle proprie condizioni di vita. Una nuova base di collaborazione con gli uomini è quindi necessaria nelle fasi del montaggio o nella scelta delle immagini, un affare più maschile. Questo ha un impatto diretto sulle relazioni di genere entro la famiglia.
  3. La possibilità di costruire assieme ai figli in tenera età un linguaggio familiare (spesso plurilingue), di insegnare loro la “grammatica” delle relazioni familiari che nelle famiglie mediorientali è così importante. Così facendo, la creazione di filmini autoprodotti, le videolettere, si inseriscono perfettamente in quella missione che ogni “buona madre” egiziana persegue: l’educazione dei figli nel rispetto degli anziani e dei famigliari più prossimi, soprattutto in occasione di eventi importanti che segnano il ciclo di vita dell’individuo e della famiglia: il sibuc (la festa del settimo giorno dalla nascita), il matrimonio, le visite ai parenti del venerdì, il mese del ramadhan e la cid el–kebir, per citarne alcune. Il divieto islamico di fotografare viene rispettato solo dai parenti più rigorosi e conservatori, e non sono infrequenti dibattiti familiari anche su questi aspetti, soprattutto quando le riprese avvengono, per es. alla rottura del digiuno durante il mese di ramadhan. Quando le video–lettere sono inviate dall’Egitto a Milano, spesso assieme a queste immagini vi sono registrazioni di telegiornali o di programmi televisivi, non solo perché la televisione è compagna fedele di molte occasioni conviviali, ma anche al fine di aggiungere un commento sonoro.

Pubblico e privato sono segnati da confini più labili di un tempo. Questa autoproduzione di materiale visuale convive nel nuovo mediascape euro–arabo non solo come momento “privato” di scambi intrafamiliari contrapposto alla produzione televisiva satellitare, bensì come forma attiva di costruzione della propria dieta mediale fatta di trasmissioni satellitari delle tv arabe, di programmi televisivi italiani, e di un “pacchetto personalizzato” di immagini pubbliche e private del proprio paese di origine o del paese di immigrazione.

Paola Schellenbaum

[1] Questo contributo è stato pubblicato in forma molto più sintetica nel 2002 per esigenze tipografiche.

Le donne migranti e la ridefinizione dello “spazio Mediterraneo”

Le vicende storiche, l’intensità dei flussi migratori contemporanei e la compressione spazio–tempo, tratto saliente di questa epoca, inducono a percepire il Mediterraneo come un’area geografica e culturale interconnessa dove tradizione e modernità convivono e coesistono in costante dialettica. Ciò nonostante, assistiamo al proliferare di rappresentazioni che tendono ad associare “tradizione” con la sponda sud e “modernità” con la sponda nord del Mediterraneo. Le donne migranti arabo–musulmane, in particolare, sono spesso al centro di queste rappresentazioni, descritte come protagoniste di un viaggio culturale e geografico dalla tradizione alla modernità. Non a caso, è sovente attorno al controllo dei comportamenti e dei corpi femminili che frontiere di comunità e culture sono simbolicamente disegnate. Le donne sono al centro delle aspettative di chi le vuole depositarie di una supposta “autenticità” culturale da conservare da una parte, o di chi le assume come icone e simboli del cambiamento e dell’adattamento culturale, dall’altra.

Nell’immaginario europeo, le donne musulmane che praticano o assumono simboli religiosi come parte della loro identità sono dipinte come vittime per eccellenza di una cultura patriarcale e misogina, e sono contrapposte alle donne secolarizzate che rifiutano connotazioni religiose o, più semplicemente, non le assumono come centrali nella definizione di sé, e rappresentate, quindi, come occidentalizzate. Poche sono le letture o le ricerche che enfatizzano i valori soggettivi o di genere e le rinegoziazioni di significato di pratiche culturali nell’elaborazione di nuovi e diversi percorsi di modernità. Altrettanto poche sono le interpretazioni che riconoscono che i processi di secolarizzazione non sono estranei alla sponda sud del Mediterraneo, ma sono stati e sono tuttora storicamente parte del vissuto socio–politico di quel mondo.

Il legame tra islam, tradizione e modernità, inoltre, e molto più complesso di quanto questa comune rappresentazione non lasci trasparire. Per esempio, donne che assumono l’islam come parte fondamentale della loro identità possono rifiutare aspetti tradizionali della loro cultura, vissuti come antitetici ad un progetto di modernità islamica, mentre donne che conducono vite secolarizzate possono essere interpreti di pratiche culturali tradizionali. Inoltre, nel caso delle donne migranti, piuttosto che essere in continuità con dinamiche culturali e identitarie del paese di origine, i processi di riscoperta e reinvenzione di pratiche e saperi religiosi si intensificano per molte nel contesto di accoglienza.

Rappresentazioni meno essenzialiste e dicotomiche svelano percorsi culturali ed identitari molteplici, generati da un intricato intreccio tra identità di genere, generazione e classe sociale. Emerge così un quadro di grande eterogeneità e complessità fra le donne arabo–musulmane dove sono visibili identità plurali e svariate interpretazioni su islam, autenticità culturale, modernità e il rapporto tra loro.

Ma vi è anche un’altra dimensione che scardina la percezione dicotomica con cui si è soliti guardare alle due sponde del Mediterraneo ed è il carattere transnazionale della vita dei migranti. Rituali, cibi, oggetti e pratiche religiose che “viaggiano” da una sponda all’altra forgiano una crescente interconnessione tra luoghi e culture sfidando barriere e confini. Le due sponde del Mediterraneo si ricongiungono offrendo vite e rispondendo a desideri contrastanti ma complementari ed entrambi cruciali per la realizzazione di una piena costruzione di sé. Lavoro e denaro, e quindi capitale economico nel paese di emigrazione, riconoscimento sociale e, sovente, il sogno di progetti futuri e quindi capitale simbolico, nel paese di origine. Ma se le donne sono spesso le protagoniste della tessitura di ponti tra qui e lì, solo le prossime generazioni ci diranno se le sfide della doppia appartenenza saranno accolte. Se le frontiere che separano le due rive del Mediterraneo saranno sempre più porose o se, al contrario, barriere sempre più impenetrabili saranno erette.

Ruba Salih

La prospettiva islamica sulla donna

La donna è l’anima della società, così come è l’anima della famiglia: questo vale per tutte le civiltà che si sono succedute nella storia fino ai nostri giorni. Dibattere sul ruolo della donna equivale quindi a interrogarsi sull’anima stessa di un determinato popolo o nazione, così come mortificare la condizione femminile equivale a venir meno al rispetto per la stessa anima di un’intera civiltà. Proprio perché il mondo moderno si è sempre più ammalato sotto il profilo psichico, il dibattito sulla donna è diventato una parte integrante, e in un certo senso anche ossessiva, della cultura attuale.

Non è un caso quindi che la schematica contrapposizione tra Occidente e Oriente, che nell’ultimo decennio si è focalizzata nell’idea di uno scontro tra l’Occidente e Mondo islamico, venga letta anche come una contrapposizione tra due differenti modelli femminili: la “libertà” della donna occidentale, da una parte, l’“oppressione” di quella islamica, dall’altra. Si tratta ormai di schematizzazioni talmente consolidate da provocare una distorsione della percezione della realtà: inutile dire che per mantenere in vita tale prospettiva occorre sempre più spesso ricorrere a vere e proprie falsificazioni. Tale schema, infatti, rientra in un insieme di credenze che si sostengono le une con le altre e che non possono essere facilmente modificate, pena il crollo di un interno sistema di pensiero.

In realtà, come sarebbe facile da dimostrare, il mondo islamico è ben lungi dal poter essere ricondotto alle deliranti ideologie che i movimenti fondamentalisti vorrebbero far credere essere parte della religione. Non bisogna dimenticare che il fondamentalismo è un’ideologia politico–totalitaria nata all’inizio del XX secolo, ben tredici secoli dopo l’avvento della rivelazione islamica, con la quale si pone in netta antitesi. Paradossalmente si vorrebbe identificare l’islam con il fondamentalismo, nei confronti del quale esso è il più fiero baluardo.

Se vi è un messaggio peculiare dell’islam nei confronti della donna è quello che la sua “emancipazione” deve passare attraverso una liberazione spirituale da tutti i vincoli che impediscono e distraggono una donna dal raggiungimento di una piena “realizzazione”. L’uomo e la donna hanno, infatti, le medesime esigenze spirituali, anche se per realizzare le quali può essere necessario ricorrere a mezzi diversi: una società che non solo distrae continuamente dalla prospettiva religiosa, ma che limita in pratica le possibilità della donna di vivere pienamente la sua condizione di “madre”, è una società che in definitiva impedisce una piena libertà religiosa, al punto da chiudere la porta alla stessa possibilità di “realizzazione spirituale”. Secondo la dottrina islamica, infatti, le donne che raggiungono tale perfezione precederanno gli uomini nell’Altro mondo, come Maryam, la vergine madre di Gesù, o Fatima, la figlia del profeta Muhammad, così come hanno fatto in questo mondo, in cui sono state il collante delle comunità di credenti che a loro si sono rivolte come a vere e proprie madri spirituali (si veda l’appellativo di “madri dei credenti” delle mogli del Profeta). La donna vive la religione in maniera più “naturale” dell’uomo e la violenza, mentale e materiale, che si deve fare nei loro confronti per distorglierle dalla loro naturale propensione è in un certo senso maggiore di quella che si mette in atto nei confronti degli uomini: un mondo che vorrebbe ridurre le donne solo ad un “corpo”, che lo si voglia nascondere od ostentare, ha forse toccato il punto più basso dell’abbrutimento materialista.

Ieri come oggi, quindi, le società si misurano anche sul “rispetto” che esse portano nei confronti delle loro anime, vale a dire del loro elemento femminile: non si può portare rispetto verso tale anima se si nega completamente la prospettiva religiosa, intellettuale e simbolica che il ruolo della donna manifesta. La donna, poiché genera, è più vicina dell’uomo alla creazione divina, al mondo della natura: in Oriente come in Occidente la mancanza di rispetto per la natura interiore della donna è simmetrica e proporzionale alla mancanza di una tutela dei più elementari equilibri della nostra Terra.

Ahmad ‘Abd al–Waliyy Vincenzo

Donne d’Aspromonte

Francisca ci passava con l’olio, il rimedio più efficace per togliere il malocchio. Una prevenzione obbligatoria per la mia generazione, ragazzi nati quando ai nostri padri la guerra pesava molto più di quanto pesa un ricordo. Obbligatoria più che il vaccino contro il vaiolo di cui portiamo il marchio sul braccio. Ne rivedo i gesti: il segno della Croce, ripetuto tre volte, il lento roteare di una tazzina con acqua sul capo del “paziente”, tre gocce d’olio fatte cadere dall’alto scuotendo l’indice imbevuto. Mentre sillabava mute formule di scongiuro. Ripeteva il rito finché le gocce si stagliavano nette e distinte – prova del malocchio finalmente raccolto – piuttosto che allargarsi in luccicante dissolvenza.

Mia nonna, nel prendere possesso di un nuovo acquisto, come prima cosa si applicava per localizzare la fattura. Dannandosi anima e pensieri se non la trovava. Esserci doveva esserci per forza: a quel tempo non avevano una digestione facile i paesani nati pari, consideravano un’offesa del cielo che le fortune altrui non ristagnassero come ristagnavano le loro. Durante l’ispezione, pretendeva la sommessa presenza di tutte le donne della famiglia, i maschi ristretti dentro le mura di casa, un silenzio da tragedia e l’imbrunire su un cielo limpido fino all’ultimo orizzonte. Poi girava lenta la testa in tondo annusando l’aria. Finché centrava un punto e lì obbligava le ricerche. La fattura la trovò una volta sola: un limone infilzato di spilli nascosto sotto una tegola del casamento appena acquistato con cambiali da anchilosarsi la mano a furia di metterci le firme dell’impegno e che poi fecero ribollire per anni solo patate nella pentola sulla cucina a legna, tanto che non avrebbe fatto meraviglia vedersi germogliare la pianta dentro lo stomaco.

Credevo fossero solo ricordi ingialliti dal tempo, folklore da non disperdere perché patrimonio di tutti, ignoranza e credulità che luce elettrica e televisione avevano sgombrato e relegato in un passato irripetibile.

Il 2 settembre, però, al Santuario di Polsi, il prete officiante durante l’omelia ha ammonito le donne ad abbandonare le pratiche di superstizione e di stregoneria e a non ricorrere alle maghe nei momenti del bisogno e dello sconforto, ma alla chiesa. Lo ha ripetuto fino ad averne nausea.

Ho girato lo sguardo a cercare le donne, percorrendo la folla stipata ad ascoltar Messa. In tante m’è parso di riconoscere Francisca e mia nonna, lei nata nelle profondità dell’Ottocento. Eccole, sono loro, possono essere solo loro le peccatrici rimproverate. Ne odoro i pensieri ristagnanti. Trasudano dal loro aspetto, dai gesti, dagli abiti che indossano. Sono antiche. Nei volti, nei capelli intrecciati a corona attorno alla nuca, nei fazzoletti che concedono solo l’ovale del viso, nelle lunghe saie, nere di un dolore remoto, a cui hanno ormai fatto tanta abitudine da doversele trascinare fino al fondo. Più di una “coltiva” baffetti da far invidia a un giovincello e su cui mai passerà il rasoio, per la maggiore vergogna a mostrarsi senza.

Il tempo sembra aver saltato di netto un secolo. Mi hanno fatto venire in mente il burka che copre carni, capelli e persino gli occhi delle afgane. Le donne viste a Polsi non lo indossano. Ugualmente, però, spiano il mondo da piccoli spiragli furtivi, hanno i ristretti orizzonti dell’occhio di un padrone, i passi indirizzati con la verga. Sono le eterne prigioniere di un sì. E sono loro a praticare stregoneria, a rivolgersi alle maghe, magari dopo aver ascoltato Messa.

Ho ripensato a Francisca.

Vive gli ultimi fiati, vecchia e cadente, mille grinze che il cedere del sorriso non spiana. Ancora passa con l’olio. Giovani e vecchi, persino la figlia, medico che lavora in ospedale. E che si sottopone docile. Come per non scontentarla. Ma che, quando resta a lungo lontana dal paese, non rinuncia a farle recapitare un indumento appena smesso, perché compia su esso il rito.

Mia nonna invece è morta da tempo. Altre però, come già lei, cercano limoni infilzati di spilli sotto una tegola.

Questo mentre, intorno, pure lì a Polsi, il loro stesso mondo corre, si consuma frenetico, è pervaso di modernità, esagera di libertà, si muta di pelle. E le donne con esso. Disinibite, più libere, si fanno scivolare addosso l’antico, scelgono, recidono legami, si offrono a nuovi destini, avanzano lunghi passi verso la parità dei sessi.

Accanto, dure a morire più che la gramigna, deprimenti oasi, ristagnanti sacche di resistenza. Al paese di S., ma anche altrove, tutt’oggi si evitano gli auguri per la nascita di una figlia femmina ed è già progresso che ci si sforzi a un sorriso e non si estragga più il coltello se qualcuno si arrischia a farli.

Contrasti di una terra che non sa liberarsi del passato, che cammina lenta, a volte tanto da apparire immutabile. Finirà prima o poi. Ci penserà quel tempo per altre più veloce.

Domenico Gangemi

 

Premio 2002