Premio Letterario 1997

1

Anno 1997

I paesi del “Feudo di Maida”

Il Premio e il “Feudo di Maida”[1]

Il Premio Letterario Internazionale “Feudo di Maida” nasce quest’anno con l’intento di perseguire le finalità di promozione culturale che l’associazione “La Lanterna” ha posto alla base del suo atto costitutivo.

Il titolo “Feudo di Maida”, oltre a richiamare distintamente un determinato periodo storico, intende anche circoscrivere un’area geografica, l’ex feudo che, attraversando l’istmo di Marcellinara, comprendeva gli attuali comuni di Cortale, Jacurso, Maida, San Pietro a Maida e Curinga.

Il premio intende offrirsi come occasione per rivalutare questo territorio mortificato dalla lunga ondata migratoria e dal forte impoverimento umano e culturale, che ne è conseguito. Si propone, altresì, di risvegliare interessi e curiosità intellettuali nelle coscienze degli abitanti del territorio e di produrre forti stimoli e nuove opportunità di incontro e confronto assolutamente necessarie per recuperare ritardi e per avviare concreti momenti di crescita e di rinascita. Ovviamente, per il raggiungimento di questi obiettivi, si renderà necessario il coinvolgimento del maggior numero possibile di energie all’interno di una visione moderna delle problematiche, lontana da qualsiasi deleterio municipalismo e da chiusure campanilistiche, per riappropriarsi di un comune vissuto storico, della propria identità e di una rinnovata tensione morale e progettuale.

Pietro Gullo

[1]La prima versione degli scritti della brochure del 1997 è stata a cura da Leopardi Greto Ciriaco mentre la grafica è stata a cura di Antonio Spanò. Alla brochure hanno collaborato anche Salvatore Cartolano e Giovanni Iuffrida.

Cortale

Situata quasi al centro dell’istmo di Catanzaro, il punto più stretto tra lo Ionio e il Tirreno, Cortale occupa le prime pendici delle Serre. Il suo nome deve le sue origini alla parola greca “cortazo”, nel senso di “nutrire in stalla”, che in latino fu poi trasformato in “cohors-cohortis” e poi “cohortalis-cohortale”, nel significato di “recinto di animali”, segno evidente della sua antica attività pastorale.

Il primo insediamento testimoniato nell’area di Cortale è dato da un monastero basiliano dedicato a S. Michele e ai SS. Anagiri (Cosma e Damiano), edificato intorno all’anno 1070. Nel più antico documento rinvenuto, risalente al 1098, viene citato il nome di “Cortale” per indicare la contrada rurale prossima al convento sorta per via del territorio fertile e ricco di corsi d’acqua.

La sua struttura urbana è segnata profondamente dal sisma del 1783 e, in minor misura dal sisma del 1905. Il centro storico di impianto medievale, denominato “Basso” comprende la zona delle “Cinque fontane” e delle “Tre fontane”, sopravissute ai due terremoti, che ancora oggi testimoniano l’antico passato del paese. Dopo il terremoto del 1783 si costruì in una zona più alta del paese dove si estendevano le proprietà delle ricche famiglie dei Cefaly e dei Venuti. Fu così che nacque il rione che fu denominato “Donnafiori”, modellato dalla razionalità urbanistica tipica del Settecento.

Nel lungo corso dei secoli Cortale fu infeudata a molti signori: ai San Licet (dal 1272 al 1331); ai Marzano, conti di Squillace (fino al 1408); ai Caracciolo, conti di Nicastro (fino al 1560); ai Palma (fino al 1566); ai Carafa di Nocera (fino al 1604); ai Loffredo (fino al 1699); infine ai Ruffo di Bagnara che lo tennero fino all`eversione della feudalità nel 1806. Il 19 gennaio del 1807, con l`ordinamento amministrativo stabilito dai francesi Cortale fu elevata a rango di Università e compresa nel governo di Maida. Quattro anni dopo diventò Comune e fu assegnata al circondario di Maida. L’1 maggio del 1816, durante il periodo borbonico, diventò capoluogo di circondario con giurisdizione sui comuni di Jacurso, Vena e Caraffa.

Nel paese si trovano ancora numerose tracce del suo millenario passato. Nel quartiere “Basso” meritano di essere citate la Chiesa di S. Maria Cattolica, la Chiesa Matrice della Madonna dell`Assunta di stile barocco risale al Settecento e la Chiesa di S. Giovanni. All’interno delle chiese, oltre a numerosi affreschi è possibile ammirare alcune tele, che la tradizione attribuisce ad Andrea Cefaly “il vecchio”, pittore e patriota al seguito di Garibaldi, secondo il Placanica «forse il maggiore tra i pittori calabresi dell’Ottocento». Nella parte superiore del paese, “Donnafiori”, campeggia invece l’imponente palazzo della famiglia Cefaly, dall’elegante atrio interno, ricco di affreschi del grande maestro che rivelano il suo amore per la letterature e in particolare per Dante.

Il territorio cortalese, poi, alterna al dolce paesaggio montano di Parisi – con i suoi ristoranti rinomati – le sue recenti distese di ulivi sulle colline lungo il medio e basso corso del Pesipe, che hanno in buona parte soppiantato l’antica architettura agraria delle terrazze, già luoghi della diversificazione produttiva e della massimizzazione dell’uso della terra e del lavoro familiare: vite, ulivo, cereali, fagioli e castagne. 

Da segnalare, infine, la nascita di una piccola ma moderna azienda serica, che riesce a coprire l’intero ciclo della seta, dall’allevamento dei bachi, alla trattura, filatura e tessitura della preziosa fibra.

Domenico De Filippo

Jacurso

Il paese sorge esattamente al centro del punto più stretto della Calabria, là dove i terrazzamenti naturali, che scendono dal monte Contessa, diventano più tormentati, fino a precipitare, più in basso, in un profondo avvallamento attraversato dal torrente Pilla.

Il più antico documento in cui appare il suo nome, allo stato attuale delle ricerche, risale al 1485, data in cui Federico d’Aragona concesse i “capitoli” a Maida e ai suoi casali, tra i quali è appunto nominato «lo casale de Gecursi», un villaggio di pastori e contadini. Il toponimo, nei documenti del XVI secolo compare nelle forme “Jacorso” e “Jacursum”, derivanti dal personale Accursio, che è anche il nome di un santo greco, attestato nel XIII secolo.

Condivise le sorti di Maida, venendo assoggettata nel corso dei secoli quasi ai medesimi passaggi di proprietà: prima fu possedimento dei Caracciolo, conti di Nicastro, in seguito venne assegnata ai Di Palma e ai Carafa di Nocera, che ne conservarono il possesso fino all’inizio del Seicento. Tornò ai Caracciolo per un breve periodo, prima di essere concessa ai Loffredo, sotto la cui signoria rimase fino alla fine del XVII secolo. Gli ultimi feudatari furono i Ruffo di Bagnara che lo conservarono fino all’eversione della feudalità imposta dai francesi all’inizio del XIX secolo. Così Jacurso fu inserita dapprima, quale università, nel cosiddetto Governo di Maida e poi tra i comuni del circondario facente capo a questo centro. I Borboni, nel 1816, la trasferirono nel circondario di Cortale.

Il nucleo storico, denominato “Citatedha” è sopravvissuto solo in minima parte dal terribile terremoto del 1783. Esso pertanto riflette un universo urbano caratterizzato da episodi architettonici modesti ma comunque significativi.

Nel santuario dedicato alla Madonna della Salvazione, già romitorio carmelitano, viene conservata una pregevole statua lignea, risalente al 1852, detta “Madonna greca”. Ogni anno presso il santuario si celebra la festa omonima con una larga partecipazione di fedeli, i quali, in segno di devozione, offrono i caratteristici dolci chiamati “vuturedha”.

Secondo una cronaca locale, a metà del secolo XVII il casale era «habitato da foresti, e braccali homini travaglianti nella coltura dei campi, vigne, et altri affari». Un’economia agricolo–pastorale, dunque, che manterrà non lievi caratteri di continuità sino alla prima  

metà del Novecento, quando ancora il lavoro della terra si associava a quello dell’artigiano, di quanti producevano canestri e ceste di canne e salici, degli intagliatori del legno e dei conciatori di pelli. Le donne, in particolare, tessevano la seta, il lino, il cotone e la ginestra: produzioni che però non superavano i ristretti circuiti dell’autoconsumo o, al più, quelli del mercato locale. Ricca e rinomata, nei tempi più recenti, è diventata la produzione artigianale del gelato.

Maria Pingitore

Maida

Il territorio di Maida fu abitato dai tempi più remoti. Lo testimoniano le numerose grotte presenti nella zona, certamente abitate in epoche lontanissime e alcuni reperti scoperti nel litorale. Il rinvenimento in località Casella di utensili litici riferibili al Paleolitico inferiore arcaico (dai 700.000 ai 500.000 anni fa) attesta presso Maida la presenza di uno fra i più antichi insediamenti umani in Europa. La scoperta, inoltre, di numerosi reperti archeologici (materiale litico, ceramico, lastre sepolcrali, monete etc.) collocabili in un arco di tempo che, dal Neolitico, attraverso la civiltà delle tombe a fossa della prima età del ferro, arriva fino ai greci, ai romani ed ancora fino ai bizantini, i normanni, gli svevi e gli angioini, conferma il succedersi di popoli e culture che hanno reso questo territorio un vero crocevia di civiltà.

La presenza a Maida del feudatario, della sua corte, di una moltitudine di religiosi di rito greco e latino, di una fiorente agricoltura, di un ricco artigianato, l’asserita testimonianza di attivi scambi commerciali, la presenza di intellettuali che intrattenevano rapporti con la capitale, ha fatto sì che nel passato Maida assumesse caratteristiche di progredita cittadina.

Dal XV secolo diventa padrone del feudo la famiglia Caracciolo che lo manterrà a lungo, tranne brevi pause, come alla morte di Ottino Caracciolo, quando il feudo diventa demanio regio per volere di re Ferdinando I d’Aragona. Questi concesse a Maida dei benefici ribaditi e ampliati dal figlio Federico, i cosiddetti “capitoli” in tema di commercio (esenzioni di tasse), di giustizia (estradizioni, requisizioni, corvè, indennizzi) e altri privilegi che favorirono lo sviluppo di Maida.

Successivamente il feudo fu venduto ai Loffredo, ma i Caracciolo continuavano a vantare diritti, specialmente sulle terre di Maida e Lacconia. La contesa venne risolta, tra il 1518 e il 1519, da re Carlo V a favore dei Loffredo.

Nel XVII secolo sono da rilevare i terremoti del 1638 e del 1659 ed il peggioramento della situazione economica dell’intera  area, che spinsero i feudatari a diversificare le attività economiche ed a creare canali irrigui, molini ed acquedotti.

Nel dicembre del 1691 il feudo fu acquistato dal cardinale Fabrizio Ruffo la cui famiglia mantenne il possesso fino al 1806. Durante questo lungo periodo di dominio dei Ruffo si registrarono alcuni importanti accadimenti. In primo luogo, il terribile terremoto del 1783 che produsse molti danni e vittime in tutti i paesi del circondario: caddero a Maida il castello, l’ospedale di San Pietro, il teatro, le mura cittadine e varie chiese. Durante il periodo napoleonico, nel 1799 i Ruffo dovettero intervenire a Maida per reprimere il movimento di rivolta originatosi a seguito della diffusione di idee illuministiche e giacobine. Qualche anno dopo, il 4 luglio1806, il territorio di Maida fu teatro di una battaglia tra francesi ed inglesi, risoltasi in favore di questi ultimi.
I nomi Maida Avenue e Maida Vale a Londra prendono origine da questa battaglia. Il ritorno dei Francesi a Napoli segna la fine del sistema feudale e Maida diventa capoluogo di un circondario che comprende tutti i territori dell’ex feudo.

Dopo l’Unità d’Italia, Maida visse gli stessi problemi economici e politici degli altri paesi del sud. La terra era nelle mani di pochi latifondisti e l’unica risorsa alternativa era un debole artigianato. Alla fine dell’Ottocento iniziò l’emigrazione che proseguì per tutto il Novecento, registrando due brevi interruzioni negli anni a cavallo della prima e seconda guerra mondiale.

Intorno al 1444, una piccola parte del contingente di soldati e di civili albanesi giunti in Calabria al seguito dell’esercito del nobile albanese Demetrio Reres in aiuto di Alfonso I d’Aragona, diede vita all’abitato di Vena, (Vjna in lingua albanese-arbëreshë), chiamata originariamente Calabritti oggi frazione del comune di Maida, che ancora conserva la lingua e le tradizioni originarie.

Visto dalla piana lametina su cui si affaccia, l’abitato antico ha la forma di un triangolo equilatero al vertice del quale torreggiano i ruderi del castello normanno–angioino ed alla cui base si slarga il nuovo insediamento abitativo che occupa i terreni, un tempo “giardini” del feudo.

Il tessuto urbano, con il suo intreccio di strade e viuzze medievali, è ricco di bei portali di pietra intagliata, di chiese, di conventi, di cappelle gentilizie che, sorti nelle varie epoche, confermano la testimonianza della millenaria storia dell’insediamento urbano.

Sulla chiesa basiliana di San Sebastiano sorge la Cattolica, dedicata a Santa Maria, che conserva il titolo di protopapale. Medievale è la chiesa di San Nicola de Latinis, dalla semplice ed elegante struttura interna.

Accanto al settore terziario e ad un artigianato prevalentemente collegato con l’edilizia, l’attività agricola più diffusa e fiorente risulta essere l’olivicoltura. I frantoi di Maida e di Vena, nei sei mesi di attività ogni due anni, superano, come produzione media, i cento quintali di olio al giorno.

Secondo lo storico Gaetano Boca, Vena, sorse su territori confiscati dal re a Luigi Caracciolo, conte di Nicastro e Signore di Maida e donati come ricompensa per la protezione e i servigi resi. Nel 1831, col decreto istitutivo dei Comuni e dei Circondari, si stabiliva il comune di Vena ma nel 1839 diventa frazione del comune di Maida. Tuttora abitata dai discendenti dei soldati albanesi, si è perso da secoli il rito greco-bizantino, ma si è mantenuta la lingua albanese, tratto essenziale della minoranza etnica, e rimangono i costumi tradizionali albanesi, simili a quelli di Caraffa di Catanzaro.

Leopardi Greto Ciriaco

San Pietro a Maida

Percorrendo da Maida in direzione sud l’ottocentesca strada provinciale, che offre interessanti scorci panoramici sul versante tirrenico, si giunge, in un alternarsi di valloncelli, fitti castagneti ed ulivi, all’abitato di San Pietro a Maida, che si sviluppa su un pianoro a 355 metri sul livello del mare, dominato dall’incantevole monte Contessa.

E’ documentato che la parte più a valle del suo territorio fu per lunghissimo tempo un’importante stazione del Paleolitico Inferiore Antico (700.000-500.000 anni fa). Centinaia di reperti litici, ritrovati attraverso una serie di scavi, a partire dal 1973, riportano, infatti, la San Pietro preistorica ad un’epoca del Quaternario, il Pleistocene, assegnandoli una posizione di primato nell’ambito della preistoria a livello nazionale.

Secondo le poche fonti storiche esistenti, il centro storico attuale si sarebbe sviluppato a partire da un antico villaggio di bonifica, sorto intorno al XV secolo, denominato, stando a Gabriele Barrio (1571), “Petreio” o “Petreium”. Alcune testimonianze inducono tuttavia a pensare ad origini più antiche e comunque contemporanee al primo insediamento della vicina Curinga, intorno al IX-X secolo. La nascita dell’insediamento potrebbe dunque essere legata al flusso di monaci che dal VII al X secolo si spingono verso l’occidente per l’incalzare dei musulmani, trasferendosi in Sicilia e poi in Calabria e facendo diventare il comprensorio lametino una delle aree a più alta densità di monasteri della Calabria. Proprio a San Pietro viene edificato il monastero basiliano intitolato a Santa Veneranda, i cui ruderi erano visibili, nell’omonima contrada, almeno fino al 1848.

Le prime fonti ufficiali comprovanti l’esistenza del casale di «Sancto Petro de Mayeda» risalgono al 1400. La popolazione del casale va progressivamente crescendo anche grazie alla particolare posizione geografica, lontana dalla costa e al riparo quindi sia dalla zona malarica che dalle scorrerie saracene.

Nel XV secolo è collocabile la costruzione della chiesa di San Nicola di Bari, mentre al secolo successivo risalgono la chiesa matrice di San Pietro, le chiese di San Giovanni Battista e di Santa Maria del Carmelo. A parte le abitazioni delle poche famiglie agiate, come i Votta e i Fabiani, le abitazioni del periodo sono “case terranee”, “catogi”, che si diramano dalla piazza pubblica e fanno da cornice alla chiesa ed al palazzo padronale. Nel XVIII secolo, periodo di espansione demografica, nascono i rioni denominati l’Hospitale, lo Travone o Gurnelle, la Piazza, la Gibia e la Fiumara dei mulini.

Sull’antico centro si abbattono le sciagure sismiche del 1638 e del 1783 (così come quello del 1905) che causano parecchie vittime oltre alla distruzione delle chiese e di gran parte dell’abitato.

Con il provvedimento del 19 Gennaio 1807, San Pietro, che conta circa 1300 abitanti, viene riconosciuto come Università autonoma, appartenente al distretto di Monteleone e denominato San Pietro a Maida. Il 4 maggio 1811, però, per effetto del decreto istitutivo di comuni e circondari, San Pietro a Maida diveniva comune dei circondario di Maida.

La geografia sociale della prima metà del XIX è caratterizzata sostanzialmente da agricoltori, ai quali si affiancano i lavoratori del tessile, seguiti da un numero limitato di artigiani. L’economia della zona non regge la competizione nazionale e internazionale a cavallo del XX secolo spingendo intere famiglie ad emigrare soprattutto nelle Americhe: Argentina e Stati Uniti.

L’abitato si presenta oggi urbanisticamente compatto. Si distende intorno all’antica viabilità rurale delle pendici del Piano di Corda. Di un certo interesse è sicuramente l’articolazione del centro storico che contiene importanti testimonianze di archeologia industriale, quali i frantoi (i cosiddetti “trappeti”) che occupano vari siti dello spazio urbano senza un ordine definito. Attualmente, accanto ad un artigianato di supporto dell’attività edilizia, questo abitato conserva l’importante peculiarità di un centro agricolo inserito in una fitta trama di ulivi secolari. Un sito segnato dalla viabilità storica e dalla presenza di fiumare – particolarmente significativa è la “fiumara dei mulini” –, che hanno rappresentato, fino alla metà del XX secolo, il naturale complemento infrastrutturale dell’economia olearia.

Le chiese urbane di San Nicola di Bari e di San Pietro e San Giovanni Battista, oltre a quella rurale di Santa Maria del Monte Carmelo, costituiscono esempi di sobria eleganza particolarmente suggestivi ed apprezzabili.

Pietro Gullo

Curinga

Curinga sorge su di una collina circondata dagli ulivi, in una posizione panoramica e strategica straordinaria che domina tutta la Piana di Lamezia Terme. Proprio per la sua posizione e per la fertilità dei terreni adiacenti, Curinga diventa un insediamento frequentato fin dal periodo Neolitico, come testimoniano i numerosi ritrovamenti archeologici. Difatti, i primi aggregati umani nel territorio di Curinga sorgevano a sud dell’odierna Acconia nel corso del neolitico antico, all’epoca di Stentinello (prima metà del IV, forse V millennio a.C.), con finalità di sfruttamento delle risorse agricole e, inoltre, in funzione dello smistamento dell’ossidiana delle Lipari verso le regioni adriatiche della penisola.

Un ripostiglio monetale di stateri arcaici rinvenuto nell’area, documenta la sicura frequentazione della zona nei secoli della colonizzazione greca, quando il sito aveva l’appellativo di Lacconia.

Di un centro urbano di età romano imperiale resta, invece, un edificio termale contiguo all’abitato, ma facente parte forse di una grande villa monumentale del III-IV secolo d.C., con un “frigidarium” riutilizzato probabilmente ai fini di culto in epoca alto medievale.

Dopo lo spopolamento del sito nel periodo tardo antico e le distruzioni dell’VIII secolo, la vita rinasceva con la bizantina Lacconia. Vi giungevano, in un primo momento, dei profughi del Peloponneso, vi si stabilivano, in seguito, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, veterani armeni e traci ai quali si sommavano, infine, fuggiaschi dalla Sicilia e da Reggio. In concomitanza, la migrazione interna determinava sulle colline la nascita dell’insediamento di Curinga e degli altri centri che avrebbero gravitato intorno all’orbita di Maida.

Nell’area di Lacconia, risalenti all’ultimo periodo bizantino sono il monastero di San Nicola di Calabrice e Santa Maria di Canna, prima beneficio di San Parasceve di Maida, poi centro autonomo. Di epoca normanna è, invece, il monastero di Sant’Andrea. Sede di un protopapa fino al XIV secolo, Lacconia conosceva un incremento economico-demografico in epoca normanno–sveva. Vi si affermavano le culture agrumarie, la coltivazione della cannamele e la pesca del tonno a Mezza Praia, dove nel secolo XIV sarebbe stata eretta una torre di avvistamento e, forse nel XVII secolo, un “Palatium” del feudatario di Maida con la chiesa della Vergine.

Il “Castrum” di Lacconia sarebbe stato probabilmente trasformato pure nel XVII secolo nel palazzo della famiglia Loffredo; vi si riconosceva una torre attribuita all’ultimo periodo normanno e al tempo degli svevi. Un convento domenicano, di cui ci rimane una pregevole chiesa tardo gotica, vi veniva fondato forse alla fine del XV secolo. Documentato dal XII secolo in poi, anche Curinga aveva un “castrum”, forse corrispondente al “palatium” che fu dei principi Loffredo nel XVII secolo e della famiglia Ruffo nel XVIII secolo. Dei secoli bizantini è, infine, il monastero basiliano di Sant’Elia. Nel 1532 vi giungevano gli eremiti di Sant’Agostino e, infine, nel 1632 i padri carmelitani.

Sebastiano Augruso

 

premio prima edizione 1997

 

 

 

 

                                        

 

 

Nessun commento ancora

Lascia una risposta