Premio Letterario 1997-1998-1999

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Anno 1997

I paesi del “Feudo di Maida”

Il Premio e il “Feudo di Maida”[1]

Il Premio Letterario Internazionale “Feudo di Maida” nasce quest’anno con l’intento di perseguire le finalità di promozione culturale che l’associazione “La Lanterna” ha posto alla base del suo atto costitutivo.

Il titolo “Feudo di Maida”, oltre a richiamare distintamente un determinato periodo storico, intende anche circoscrivere un’area geografica, l’ex feudo che, attraversando l’istmo di Marcellinara, comprendeva gli attuali comuni di Cortale, Jacurso, Maida, San Pietro a Maida e Curinga.

Il premio intende offrirsi come occasione per rivalutare questo territorio mortificato dalla lunga ondata migratoria e dal forte impoverimento umano e culturale, che ne è conseguito. Si propone, altresì, di risvegliare interessi e curiosità intellettuali nelle coscienze degli abitanti del territorio e di produrre forti stimoli e nuove opportunità di incontro e confronto assolutamente necessarie per recuperare ritardi e per avviare concreti momenti di crescita e di rinascita. Ovviamente, per il raggiungimento di questi obiettivi, si renderà necessario il coinvolgimento del maggior numero possibile di energie all’interno di una visione moderna delle problematiche, lontana da qualsiasi deleterio municipalismo e da chiusure campanilistiche, per riappropriarsi di un comune vissuto storico, della propria identità e di una rinnovata tensione morale e progettuale.

Pietro Gullo

[1]La prima versione degli scritti della brochure del 1997 è stata a cura da Leopardi Greto Ciriaco mentre la grafica è stata a cura di Antonio Spanò. Alla brochure hanno collaborato anche Salvatore Cartolano e Giovanni Iuffrida.

Cortale

Situata quasi al centro dell’istmo di Catanzaro, il punto più stretto tra lo Ionio e il Tirreno, Cortale occupa le prime pendici delle Serre. Il suo nome deve le sue origini alla parola greca “cortazo”, nel senso di “nutrire in stalla”, che in latino fu poi trasformato in “cohors-cohortis” e poi “cohortalis-cohortale”, nel significato di “recinto di animali”, segno evidente della sua antica attività pastorale.

Il primo insediamento testimoniato nell’area di Cortale è dato da un monastero basiliano dedicato a S. Michele e ai SS. Anagiri (Cosma e Damiano), edificato intorno all’anno 1070. Nel più antico documento rinvenuto, risalente al 1098, viene citato il nome di “Cortale” per indicare la contrada rurale prossima al convento sorta per via del territorio fertile e ricco di corsi d’acqua.

La sua struttura urbana è segnata profondamente dal sisma del 1783 e, in minor misura dal sisma del 1905. Il centro storico di impianto medievale, denominato “Basso” comprende la zona delle “Cinque fontane” e delle “Tre fontane”, sopravissute ai due terremoti, che ancora oggi testimoniano l’antico passato del paese. Dopo il terremoto del 1783 si costruì in una zona più alta del paese dove si estendevano le proprietà delle ricche famiglie dei Cefaly e dei Venuti. Fu così che nacque il rione che fu denominato “Donnafiori”, modellato dalla razionalità urbanistica tipica del Settecento.

Nel lungo corso dei secoli Cortale fu infeudata a molti signori: ai San Licet (dal 1272 al 1331); ai Marzano, conti di Squillace (fino al 1408); ai Caracciolo, conti di Nicastro (fino al 1560); ai Palma (fino al 1566); ai Carafa di Nocera (fino al 1604); ai Loffredo (fino al 1699); infine ai Ruffo di Bagnara che lo tennero fino all`eversione della feudalità nel 1806. Il 19 gennaio del 1807, con l`ordinamento amministrativo stabilito dai francesi Cortale fu elevata a rango di Università e compresa nel governo di Maida. Quattro anni dopo diventò Comune e fu assegnata al circondario di Maida. L’1 maggio del 1816, durante il periodo borbonico, diventò capoluogo di circondario con giurisdizione sui comuni di Jacurso, Vena e Caraffa.

Nel paese si trovano ancora numerose tracce del suo millenario passato. Nel quartiere “Basso” meritano di essere citate la Chiesa di S. Maria Cattolica, la Chiesa Matrice della Madonna dell`Assunta di stile barocco risale al Settecento e la Chiesa di S. Giovanni. All’interno delle chiese, oltre a numerosi affreschi è possibile ammirare alcune tele, che la tradizione attribuisce ad Andrea Cefaly “il vecchio”, pittore e patriota al seguito di Garibaldi, secondo il Placanica «forse il maggiore tra i pittori calabresi dell’Ottocento». Nella parte superiore del paese, “Donnafiori”, campeggia invece l’imponente palazzo della famiglia Cefaly, dall’elegante atrio interno, ricco di affreschi del grande maestro che rivelano il suo amore per la letterature e in particolare per Dante.

Il territorio cortalese, poi, alterna al dolce paesaggio montano di Parisi – con i suoi ristoranti rinomati – le sue recenti distese di ulivi sulle colline lungo il medio e basso corso del Pesipe, che hanno in buona parte soppiantato l’antica architettura agraria delle terrazze, già luoghi della diversificazione produttiva e della massimizzazione dell’uso della terra e del lavoro familiare: vite, ulivo, cereali, fagioli e castagne. 

Da segnalare, infine, la nascita di una piccola ma moderna azienda serica, che riesce a coprire l’intero ciclo della seta, dall’allevamento dei bachi, alla trattura, filatura e tessitura della preziosa fibra.

Domenico De Filippo

Jacurso

Il paese sorge esattamente al centro del punto più stretto della Calabria, là dove i terrazzamenti naturali, che scendono dal monte Contessa, diventano più tormentati, fino a precipitare, più in basso, in un profondo avvallamento attraversato dal torrente Pilla.

Il più antico documento in cui appare il suo nome, allo stato attuale delle ricerche, risale al 1485, data in cui Federico d’Aragona concesse i “capitoli” a Maida e ai suoi casali, tra i quali è appunto nominato «lo casale de Gecursi», un villaggio di pastori e contadini. Il toponimo, nei documenti del XVI secolo compare nelle forme “Jacorso” e “Jacursum”, derivanti dal personale Accursio, che è anche il nome di un santo greco, attestato nel XIII secolo.

Condivise le sorti di Maida, venendo assoggettata nel corso dei secoli quasi ai medesimi passaggi di proprietà: prima fu possedimento dei Caracciolo, conti di Nicastro, in seguito venne assegnata ai Di Palma e ai Carafa di Nocera, che ne conservarono il possesso fino all’inizio del Seicento. Tornò ai Caracciolo per un breve periodo, prima di essere concessa ai Loffredo, sotto la cui signoria rimase fino alla fine del XVII secolo. Gli ultimi feudatari furono i Ruffo di Bagnara che lo conservarono fino all’eversione della feudalità imposta dai francesi all’inizio del XIX secolo. Così Jacurso fu inserita dapprima, quale università, nel cosiddetto Governo di Maida e poi tra i comuni del circondario facente capo a questo centro. I Borboni, nel 1816, la trasferirono nel circondario di Cortale.

Il nucleo storico, denominato “Citatedha” è sopravvissuto solo in minima parte dal terribile terremoto del 1783. Esso pertanto riflette un universo urbano caratterizzato da episodi architettonici modesti ma comunque significativi.

Nel santuario dedicato alla Madonna della Salvazione, già romitorio carmelitano, viene conservata una pregevole statua lignea, risalente al 1852, detta “Madonna greca”. Ogni anno presso il santuario si celebra la festa omonima con una larga partecipazione di fedeli, i quali, in segno di devozione, offrono i caratteristici dolci chiamati “vuturedha”.

Secondo una cronaca locale, a metà del secolo XVII il casale era «habitato da foresti, e braccali homini travaglianti nella coltura dei campi, vigne, et altri affari». Un’economia agricolo–pastorale, dunque, che manterrà non lievi caratteri di continuità sino alla prima  

metà del Novecento, quando ancora il lavoro della terra si associava a quello dell’artigiano, di quanti producevano canestri e ceste di canne e salici, degli intagliatori del legno e dei conciatori di pelli. Le donne, in particolare, tessevano la seta, il lino, il cotone e la ginestra: produzioni che però non superavano i ristretti circuiti dell’autoconsumo o, al più, quelli del mercato locale. Ricca e rinomata, nei tempi più recenti, è diventata la produzione artigianale del gelato.

Maria Pingitore

Maida

Il territorio di Maida fu abitato dai tempi più remoti. Lo testimoniano le numerose grotte presenti nella zona, certamente abitate in epoche lontanissime e alcuni reperti scoperti nel litorale. Il rinvenimento in località Casella di utensili litici riferibili al Paleolitico inferiore arcaico (dai 700.000 ai 500.000 anni fa) attesta presso Maida la presenza di uno fra i più antichi insediamenti umani in Europa. La scoperta, inoltre, di numerosi reperti archeologici (materiale litico, ceramico, lastre sepolcrali, monete etc.) collocabili in un arco di tempo che, dal Neolitico, attraverso la civiltà delle tombe a fossa della prima età del ferro, arriva fino ai greci, ai romani ed ancora fino ai bizantini, i normanni, gli svevi e gli angioini, conferma il succedersi di popoli e culture che hanno reso questo territorio un vero crocevia di civiltà.

La presenza a Maida del feudatario, della sua corte, di una moltitudine di religiosi di rito greco e latino, di una fiorente agricoltura, di un ricco artigianato, l’asserita testimonianza di attivi scambi commerciali, la presenza di intellettuali che intrattenevano rapporti con la capitale, ha fatto sì che nel passato Maida assumesse caratteristiche di progredita cittadina.

Dal XV secolo diventa padrone del feudo la famiglia Caracciolo che lo manterrà a lungo, tranne brevi pause, come alla morte di Ottino Caracciolo, quando il feudo diventa demanio regio per volere di re Ferdinando I d’Aragona. Questi concesse a Maida dei benefici ribaditi e ampliati dal figlio Federico, i cosiddetti “capitoli” in tema di commercio (esenzioni di tasse), di giustizia (estradizioni, requisizioni, corvè, indennizzi) e altri privilegi che favorirono lo sviluppo di Maida.

Successivamente il feudo fu venduto ai Loffredo, ma i Caracciolo continuavano a vantare diritti, specialmente sulle terre di Maida e Lacconia. La contesa venne risolta, tra il 1518 e il 1519, da re Carlo V a favore dei Loffredo.

Nel XVII secolo sono da rilevare i terremoti del 1638 e del 1659 ed il peggioramento della situazione economica dell’intera  area, che spinsero i feudatari a diversificare le attività economiche ed a creare canali irrigui, molini ed acquedotti.

Nel dicembre del 1691 il feudo fu acquistato dal cardinale Fabrizio Ruffo la cui famiglia mantenne il possesso fino al 1806. Durante questo lungo periodo di dominio dei Ruffo si registrarono alcuni importanti accadimenti. In primo luogo, il terribile terremoto del 1783 che produsse molti danni e vittime in tutti i paesi del circondario: caddero a Maida il castello, l’ospedale di San Pietro, il teatro, le mura cittadine e varie chiese. Durante il periodo napoleonico, nel 1799 i Ruffo dovettero intervenire a Maida per reprimere il movimento di rivolta originatosi a seguito della diffusione di idee illuministiche e giacobine. Qualche anno dopo, il 4 luglio1806, il territorio di Maida fu teatro di una battaglia tra francesi ed inglesi, risoltasi in favore di questi ultimi.
I nomi Maida Avenue e Maida Vale a Londra prendono origine da questa battaglia. Il ritorno dei Francesi a Napoli segna la fine del sistema feudale e Maida diventa capoluogo di un circondario che comprende tutti i territori dell’ex feudo.

Dopo l’Unità d’Italia, Maida visse gli stessi problemi economici e politici degli altri paesi del sud. La terra era nelle mani di pochi latifondisti e l’unica risorsa alternativa era un debole artigianato. Alla fine dell’Ottocento iniziò l’emigrazione che proseguì per tutto il Novecento, registrando due brevi interruzioni negli anni a cavallo della prima e seconda guerra mondiale.

Intorno al 1444, una piccola parte del contingente di soldati e di civili albanesi giunti in Calabria al seguito dell’esercito del nobile albanese Demetrio Reres in aiuto di Alfonso I d’Aragona, diede vita all’abitato di Vena, (Vjna in lingua albanese-arbëreshë), chiamata originariamente Calabritti oggi frazione del comune di Maida, che ancora conserva la lingua e le tradizioni originarie.

Visto dalla piana lametina su cui si affaccia, l’abitato antico ha la forma di un triangolo equilatero al vertice del quale torreggiano i ruderi del castello normanno–angioino ed alla cui base si slarga il nuovo insediamento abitativo che occupa i terreni, un tempo “giardini” del feudo.

Il tessuto urbano, con il suo intreccio di strade e viuzze medievali, è ricco di bei portali di pietra intagliata, di chiese, di conventi, di cappelle gentilizie che, sorti nelle varie epoche, confermano la testimonianza della millenaria storia dell’insediamento urbano.

Sulla chiesa basiliana di San Sebastiano sorge la Cattolica, dedicata a Santa Maria, che conserva il titolo di protopapale. Medievale è la chiesa di San Nicola de Latinis, dalla semplice ed elegante struttura interna.

Accanto al settore terziario e ad un artigianato prevalentemente collegato con l’edilizia, l’attività agricola più diffusa e fiorente risulta essere l’olivicoltura. I frantoi di Maida e di Vena, nei sei mesi di attività ogni due anni, superano, come produzione media, i cento quintali di olio al giorno.

Secondo lo storico Gaetano Boca, Vena, sorse su territori confiscati dal re a Luigi Caracciolo, conte di Nicastro e Signore di Maida e donati come ricompensa per la protezione e i servigi resi. Nel 1831, col decreto istitutivo dei Comuni e dei Circondari, si stabiliva il comune di Vena ma nel 1839 diventa frazione del comune di Maida. Tuttora abitata dai discendenti dei soldati albanesi, si è perso da secoli il rito greco-bizantino, ma si è mantenuta la lingua albanese, tratto essenziale della minoranza etnica, e rimangono i costumi tradizionali albanesi, simili a quelli di Caraffa di Catanzaro.

Leopardi Greto Ciriaco

San Pietro a Maida

Percorrendo da Maida in direzione sud l’ottocentesca strada provinciale, che offre interessanti scorci panoramici sul versante tirrenico, si giunge, in un alternarsi di valloncelli, fitti castagneti ed ulivi, all’abitato di San Pietro a Maida, che si sviluppa su un pianoro a 355 metri sul livello del mare, dominato dall’incantevole monte Contessa.

E’ documentato che la parte più a valle del suo territorio fu per lunghissimo tempo un’importante stazione del Paleolitico Inferiore Antico (700.000-500.000 anni fa). Centinaia di reperti litici, ritrovati attraverso una serie di scavi, a partire dal 1973, riportano, infatti, la San Pietro preistorica ad un’epoca del Quaternario, il Pleistocene, assegnandoli una posizione di primato nell’ambito della preistoria a livello nazionale.

Secondo le poche fonti storiche esistenti, il centro storico attuale si sarebbe sviluppato a partire da un antico villaggio di bonifica, sorto intorno al XV secolo, denominato, stando a Gabriele Barrio (1571), “Petreio” o “Petreium”. Alcune testimonianze inducono tuttavia a pensare ad origini più antiche e comunque contemporanee al primo insediamento della vicina Curinga, intorno al IX-X secolo. La nascita dell’insediamento potrebbe dunque essere legata al flusso di monaci che dal VII al X secolo si spingono verso l’occidente per l’incalzare dei musulmani, trasferendosi in Sicilia e poi in Calabria e facendo diventare il comprensorio lametino una delle aree a più alta densità di monasteri della Calabria. Proprio a San Pietro viene edificato il monastero basiliano intitolato a Santa Veneranda, i cui ruderi erano visibili, nell’omonima contrada, almeno fino al 1848.

Le prime fonti ufficiali comprovanti l’esistenza del casale di «Sancto Petro de Mayeda» risalgono al 1400. La popolazione del casale va progressivamente crescendo anche grazie alla particolare posizione geografica, lontana dalla costa e al riparo quindi sia dalla zona malarica che dalle scorrerie saracene.

Nel XV secolo è collocabile la costruzione della chiesa di San Nicola di Bari, mentre al secolo successivo risalgono la chiesa matrice di San Pietro, le chiese di San Giovanni Battista e di Santa Maria del Carmelo. A parte le abitazioni delle poche famiglie agiate, come i Votta e i Fabiani, le abitazioni del periodo sono “case terranee”, “catogi”, che si diramano dalla piazza pubblica e fanno da cornice alla chiesa ed al palazzo padronale. Nel XVIII secolo, periodo di espansione demografica, nascono i rioni denominati l’Hospitale, lo Travone o Gurnelle, la Piazza, la Gibia e la Fiumara dei mulini.

Sull’antico centro si abbattono le sciagure sismiche del 1638 e del 1783 (così come quello del 1905) che causano parecchie vittime oltre alla distruzione delle chiese e di gran parte dell’abitato.

Con il provvedimento del 19 Gennaio 1807, San Pietro, che conta circa 1300 abitanti, viene riconosciuto come Università autonoma, appartenente al distretto di Monteleone e denominato San Pietro a Maida. Il 4 maggio 1811, però, per effetto del decreto istitutivo di comuni e circondari, San Pietro a Maida diveniva comune dei circondario di Maida.

La geografia sociale della prima metà del XIX è caratterizzata sostanzialmente da agricoltori, ai quali si affiancano i lavoratori del tessile, seguiti da un numero limitato di artigiani. L’economia della zona non regge la competizione nazionale e internazionale a cavallo del XX secolo spingendo intere famiglie ad emigrare soprattutto nelle Americhe: Argentina e Stati Uniti.

L’abitato si presenta oggi urbanisticamente compatto. Si distende intorno all’antica viabilità rurale delle pendici del Piano di Corda. Di un certo interesse è sicuramente l’articolazione del centro storico che contiene importanti testimonianze di archeologia industriale, quali i frantoi (i cosiddetti “trappeti”) che occupano vari siti dello spazio urbano senza un ordine definito. Attualmente, accanto ad un artigianato di supporto dell’attività edilizia, questo abitato conserva l’importante peculiarità di un centro agricolo inserito in una fitta trama di ulivi secolari. Un sito segnato dalla viabilità storica e dalla presenza di fiumare – particolarmente significativa è la “fiumara dei mulini” –, che hanno rappresentato, fino alla metà del XX secolo, il naturale complemento infrastrutturale dell’economia olearia.

Le chiese urbane di San Nicola di Bari e di San Pietro e San Giovanni Battista, oltre a quella rurale di Santa Maria del Monte Carmelo, costituiscono esempi di sobria eleganza particolarmente suggestivi ed apprezzabili.

Pietro Gullo

Curinga

Curinga sorge su di una collina circondata dagli ulivi, in una posizione panoramica e strategica straordinaria che domina tutta la Piana di Lamezia Terme. Proprio per la sua posizione e per la fertilità dei terreni adiacenti, Curinga diventa un insediamento frequentato fin dal periodo Neolitico, come testimoniano i numerosi ritrovamenti archeologici. Difatti, i primi aggregati umani nel territorio di Curinga sorgevano a sud dell’odierna Acconia nel corso del neolitico antico, all’epoca di Stentinello (prima metà del IV, forse V millennio a.C.), con finalità di sfruttamento delle risorse agricole e, inoltre, in funzione dello smistamento dell’ossidiana delle Lipari verso le regioni adriatiche della penisola.

Un ripostiglio monetale di stateri arcaici rinvenuto nell’area, documenta la sicura frequentazione della zona nei secoli della colonizzazione greca, quando il sito aveva l’appellativo di Lacconia.

Di un centro urbano di età romano imperiale resta, invece, un edificio termale contiguo all’abitato, ma facente parte forse di una grande villa monumentale del III-IV secolo d.C., con un “frigidarium” riutilizzato probabilmente ai fini di culto in epoca alto medievale.

Dopo lo spopolamento del sito nel periodo tardo antico e le distruzioni dell’VIII secolo, la vita rinasceva con la bizantina Lacconia. Vi giungevano, in un primo momento, dei profughi del Peloponneso, vi si stabilivano, in seguito, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, veterani armeni e traci ai quali si sommavano, infine, fuggiaschi dalla Sicilia e da Reggio. In concomitanza, la migrazione interna determinava sulle colline la nascita dell’insediamento di Curinga e degli altri centri che avrebbero gravitato intorno all’orbita di Maida.

Nell’area di Lacconia, risalenti all’ultimo periodo bizantino sono il monastero di San Nicola di Calabrice e Santa Maria di Canna, prima beneficio di San Parasceve di Maida, poi centro autonomo. Di epoca normanna è, invece, il monastero di Sant’Andrea. Sede di un protopapa fino al XIV secolo, Lacconia conosceva un incremento economico-demografico in epoca normanno–sveva. Vi si affermavano le culture agrumarie, la coltivazione della cannamele e la pesca del tonno a Mezza Praia, dove nel secolo XIV sarebbe stata eretta una torre di avvistamento e, forse nel XVII secolo, un “Palatium” del feudatario di Maida con la chiesa della Vergine.

Il “Castrum” di Lacconia sarebbe stato probabilmente trasformato pure nel XVII secolo nel palazzo della famiglia Loffredo; vi si riconosceva una torre attribuita all’ultimo periodo normanno e al tempo degli svevi. Un convento domenicano, di cui ci rimane una pregevole chiesa tardo gotica, vi veniva fondato forse alla fine del XV secolo. Documentato dal XII secolo in poi, anche Curinga aveva un “castrum”, forse corrispondente al “palatium” che fu dei principi Loffredo nel XVII secolo e della famiglia Ruffo nel XVIII secolo. Dei secoli bizantini è, infine, il monastero basiliano di Sant’Elia. Nel 1532 vi giungevano gli eremiti di Sant’Agostino e, infine, nel 1632 i padri carmelitani.

Sebastiano Augruso

 

premio prima edizione 1997

 

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Anno 1998

Uomini illustri del “Feudo di Maida”[1]

Padre Giovanni Giacomo Tagliaferro

(Fine Cinquecento – 26 ottobre 1635)

Originario di Corigliano, dove era nato negli ultimi decenni del Cinquecento, G. G. Tagliaferro ebbe in Curinga una vera e propria patria dell’anima. A Corigliano, nel convento carmelitano dell’Annunziata, aveva portato a termine i propri studi ed aveva ricevuto l’ordinazione presbiteriale. Padre Alfio Licandro, venuto da Catania in Calabria per portarvi la “Riforma di Monte Santo” o del “Primo istituto”, lo conobbe nel 1630 restando colpito dalla sua austerità di vita e dalla rigorosa osservanza. Si comprende allora il motivo per cui, due anni dopo, quando gli ultimi penitenti del monastero basiliano di Sant’Elia di Curinga, Giovanni Maria Spagnolo e Bernardo da Messina, prendevano l’abito carmelitano ed offrivano l’eremo alla Riforma, il Licandro vi inviava Padre Tagliaferro che del nuovo convento sarebbe stato il primo priore fino alla morte.

Era proprio, infatti, della “Riforma di Monte Santo” (come della più nota Riforma di Teresa d’Avila e Giovanni della Croce) l’ideale del ritorno allo spirito ascetico e mistico del Carmelo delle origini, oltre alla proiezione missionaria.

[1] La brochure di quest’anno si apriva con un messaggio di Franco Papitto, allora corrispondente da Bruxelles del quotidiano La Repubblica, sulla rinnovata attenzione verso gli interessi storici e linguistici in Calabria che si registra negli ultimi anni.

A Curinga il Tagliaferro si dedicava all’ampliamento dei locali del monastero di Sant’Elia che avrebbe dovuto rendersi capace di venti presenze circa. Qui, in un arco breve ma intenso di anni, Padre Giovanni Giacomo Tagliaferro visse la prospettiva eremitica, coniugando creativamente contemplazione e compassione, nell’attenzione intelligente dei segni dei tempi, quali erano quelli post–tridentini, in cui emergeva sempre più forte l’esigenza della diakonia ai poveri. Per la popolazione divenne un vero padre e costituì per essa un punto di riferimento nei bisogni materiali e spirituali.

In Curinga – sottolineano ancora le fonti – egli diede molti segni di santità. La sua opera riformatrice puntò contemporaneamente sul cambiamento delle strutture e su quello delle coscienze. «Al pari della Riforma dei monasteri fu quella dell’anima», come testimonia il Fiore. Il quale, proseguendo significativamente informa che ciò «…egli fece con esemplarità dei costumi e con la santità della vita». Gli scarni dati documentali non sono insufficienti per convincersi che le parole con cui sempre il Fiore conclude il profilo biografico del personaggio: «…gloriosamente finì in concetto di uomo santo nel suo convento di Curinga (26 ottobre 1635)». Non sono una retorica chiusa di rito, ma l’eco di un sentimento della presenza del Dio vivente nella vicenda terrena e nella morte di un uomo che la propria ricerca dell’Assoluto aveva sperimentato come occasione di solidale accompagnamento di una popolazione di Calabria in uno dei momenti più amari e più tragici della sua storia.

Sebastiano Augruso

Bartolomeo Romeo (1681–1757)[1]

Nacque a Maida nel 1681. Orfano di madre, rimase sotto la cura del genitore che, dopo dieci mesi di vedovanza, si dedicò allo stato chiesastico. Fu buon uomo di chiesa ma anche ottimo genitore, dedicandosi con molta cura all’educazione fisica, morale e letteraria del figlio.

Bartolomeo apprese le lettere greche, latine ed italiane e la filosofia aristotelica. A ventuno anni si trasferì a Napoli, capitale del Regno, dove studiò giurisprudenza avendo come docente Giambattista Vico. Si laureò in Diritto civile e canonico.

Ritornò a Maida dove sposò Caterina Fabiani dalla quale ebbe vari figli. Divenuto sindaco dei nobili, nel 1743 si trovò a gestire l’epoca funesta della peste. Creato un cordone sanitario, fu inflessibile nei confronti del Principe di Bagnara, Carlo Ruffo, il quale, per sfuggire l’epidemia, desiderava trasferirsi nella cittadina.

Romeo patì una lunga prigionia nel castello di Scilla ed in altre carceri della provincia. In queste penose disgrazie provò sollievo nello studio e nella poesia. Purtroppo molte sue opere andarono disperse ed altre distrutte perché la moglie, temendo che potessero essergli di danno, le diede alle fiamme.

Uscito dal carcere da innocente, per intercessione del viceré di Napoli e privo delle sue opere, non appena si riebbe da un colpo apoplettico si diede alla composizione di un poemetto in latino dal titolo: Bartholomei Romeo Patricii Maydani Meladonis libri duo. Poemation elegiacum, in quo Mayde ortum, stemma, statum, delicias et opes describuntur, et celebres suos cives memorantur.

Il poemetto si componeva di due libri composti rispettivamente di 276 e 295 distici. Ricco di notizie tratte da fonti archivistiche, il Romeo descriveva anche avvenimenti a lui contemporanei, come la visita fatta da Re Carlo III a Maida il 12 febbraio 1735, le risorse del territorio: la pesca del tonno, l’abbondanza della cacciagione ma anche la coltura dell’olivo, della vite e della canna da zucchero. Bartolomeo Romeo, conclude Vito Capalbi nella sua biografia, fu associato nel 1737 all’Arcadia con il nome di Filemono Depranio. Visse a lungo sempre dedicato alla letteratura e terminò i suoi giorni in Maida il 22 maggio 1757.

Michelangelo Romeo

[1] Il contributo è stato pubblicato nella brochure del 2003.

John Stuart Conte di Maida (1759–1815)

Comandante delle forze terrestri di S.M. siciliana Ferdinando di Borbone, fu l’artefice della prima, grande vittoria terrestre che l’armata britannica riuscì a riportare contro quella napoleonica.

Lo scontro avvenne nella pianura di Maida compresa tra il mare, la riva sinistra del fiume Amato e le collinette soprastanti e si consumò nel volgere del mattino di venerdì 4 luglio 1806. Settemila francesi comandati dal generale Reynier, abbandonata la posizione favorevole, scesero incontro al fuoco di linea inglese. Subirono, dunque, una sconfitta catastrofica ed umiliante per poi disperdersi in direzione di Catanzaro e di Crotone dando spazio alle rivolte popolari antifrancesi in tutto il Meridione. A fine luglio gli inglesi presero anche «Crotone con tutti i numerosi suoi attrezzi e magazzini, e con 600 prigionieri», obbligando il Reynier a ritirarsi precipitosamente verso Taranto con ulteriore grave perdita di uomini e pezzi di artiglieria.

Nei due mesi successivi alla battaglia di Maida, lo Stuart ebbe la «consolazione di osservare la totale espulsione de’ Francesi dalle provincie». Tale merito gli valse il solenne encomio di Sua Maestà britannica ed il titolo di Conte di Maida di cui orgogliosamente si sarebbe fregiato in ogni suo documento. A Londra gli inglesi dedicarono a Maida un viale ed un quartiere e coniarono medaglie d’oro commemorative per i 13 comandanti di battaglione, accostando il nome di Maida a quelli di Crecy, Poitiers, Azincourt, vittorie decisive della storia d’Inghilterra.

Militare di forte personalità e di sprezzante fierezza, non capì e comunque non condivise la conduzione politica e militare delle operazioni, le tante beghe politiche e personali della corte e della regina “Charlotte”. Ecco perché avrebbe voluto lasciare il posto già all’indomani della battaglia e ritirarsi in Inghilterra. Nominato comandante generale in capo dell’armata britannica in Sicilia, collezionò i successi della presa di Procida e di Ischia che coronavano quelli già rifulsi a Yorktown, Valenciennes, Lincelles e Minorca, ma restituì l’alta decorazione dell’Ordine di San Gennaro che Re Ferdinando di Borbone gli aveva conferito nel 1810.

Nell’Archivio Borbone di Napoli, è conservata una sua lettera datata Messina, 13 marzo 1811, ultima attestazione della sua presenza nell’isola e una delle ultime della sua esistenza. L’Enciclopedia Treccani dice, infatti, che, nato nel 1759 nella colonia americana della Georgia, mori a Clifton nel 1815.

Resta da dire che nei giorni immediatamente successivi alla battaglia fissò nel palazzo Vitale di Maida la sede del quartier generale; due guardie scozzesi, con il caratteristico gonnellino, montavano la guardia ai lati del portone. Da qui, per smorzare l’odio antifrancese e salvaguardare la vita dei soldati in fuga, in data 7 luglio 1806, emise un magnanimo proclama che così chiudeva: «Per ogni soldato prigioniero, che condurrete all’Armata Britannica salvo e sano, vi prometto ducati sei, e per ogni uffiziale ducati venti di ricompensa».

Finita la battaglia e allontanatisi vincitori e vinti, rimasero a Maida i feriti di entrambe le parti, tutti curati ed assistiti dai medici e dalla popolazione. I registri dei morti di S.M. Cattolica di Maida attestano la sepoltura nella chiesa di un soldato polacco; l’archivio comunale conserva la richiesta di contributo del dottore Valente che utilizzò il corredo delle figlie per fare bende e fasce per i feriti. Ma questa è un’altra storia.

Leopardi Greto Ciriaco

Giovanni Cervadoro (1782–1835)[1]

Nacque a Maida il 25 agosto del 1782 da Francesco Cervadoro e Angela Lanatà. Il padre aveva ricoperto tra il 1773 ed il 1776 le più alte cariche cittadine: da Deputato ai Fatti Buoni (Opere di beneficenza), a Deputato all’Annona, a Sindaco del Popolo.

Giovanni Cervadoro studia in seminario e, terminato il suo corso di studio, viene ordinato sacerdote e quindi nominato Canonico della Collegiata di S. Maria, la più importante delle Chiese di Maida.

Animato da grande passione per la libertà e la democrazia, vede nella società segreta della Massoneria lo strumento utile per la realizzazione dei suoi ideali e giovanissimo vi aderisce.

Ardente e carismatico diventa l’animatore della Loggia “La Fratellanza Italiana”, fondata a Maida su ispirazione dell’abate Jerocades e di cui era segretario Luigi Fabiani, l’eroico patriota trucidato dalle bande reazionarie nel 1806.

Nel 1811 fonda una nuova loggia di rito scozzese che in onore all’antico nome di Maida, “Melania”, viene chiamata “I Filadelfi Melanici”, e con la quale tiene i contatti con tutti i patrioti della regione.

Nel 1820 introduce a Maida la Carboneria e diventa il Gran Maestro della vendita “I Conservatori della Libertà” ed il punto di riferimento dell’attività cospirativa di altre tre “vendite” a Maida e a S. Pietro a Maida, alle quali partecipava il fior fiore della gioventù maidese tant’è che in un rapporto della polizia del tempo si legge: «A Maida è carbonaro anche San Francesco».

Denunciato al Vescovo di Nicastro, malgrado il ricorso presentato dalla Municipalità di Maida, viene arrestato e condannato, mentre in segno di solidarietà ed a testimonianza della stima unanime di cui godeva il Canonico Cervadoro, Sindaco e Decurioni si dimettono dall’incarico.

Giovanni Cervadoro, infatti, non fu solo per Maida un ardente patriota, ma soprattutto un profondo democratico educatore. Si deve a lui la prima scuola pubblica, aperta a tutte le classi sociali, retta da “Stabilimenta” in cui in piena parità sono elencati i diritti ed i doveri dei discepoli e del professore, dove le pene corporali sono bandite e le piccole pene pecuniarie sono devolute in beneficenza. In questa scuola Giovanni Cervadoro insegnava ai giovani maidesi i grandi ideali di libertà ed uguaglianza e quell’amor di patria che negli anni successivi tanti onoreranno da patrioti e da soldati.

Francesco Cervadoro

[1] Il contributo è stato pubblicato nella brochure del 2003.

Andrea Cefaly (1827–1907)

Andrea Cefaly, nato a Cortale il 31 agosto 1827, fu pittore fecondo e geniale, fervente patriota e uomo politico animato da nobili ideali umani e sociali.

Appena ventenne, partecipò ai moti liberali del 1848 e combatté, nei pressi di Curinga, contro le truppe del generale Nunziante, inviato dal Borbone a reprimere i movimenti insurrezionali calabresi.

Nel 1860, all’annunzio dello sbarco di Garibaldi in Calabria, si mise alla testa di una falange di cortalesi e li condusse al campo di battaglia, ancora una volta nei pressi di Curinga, contro le truppe borboniche del generale Ghio. Col grado di capitano dei garibaldini seguì il generale della Camicie Rosse a Soveria Mannelli, fino alla battaglia del Volturno e all’assedio della fortezza borbonica di Capua.

Dopo essere stato consigliere provinciale dal 1871 al 1875, fu eletto deputato al parlamento nella XII e XIII legislatura (1876–1880), militando nelle file dell’estrema sinistra.

Dedicò ogni sua attività al bene della Calabria, con una lotta assai dura che sostenne con la parola, con gli scritti, ma soprattutto con alcuni suoi pregevolissimi dipinti, quali Modo di viaggiare in CalabriaLa Calabria senza stradeLa reazione della province meridionaliNotizie dall’America. Con queste ed altre opere, egli pose la sua arte al servizio di una causa di progresso e di civiltà umana, additando al governo i problemi della popolazione calabrese e mettendo in risalto le piaghe di una terra ignorata e oppressa. Altre sue opere sono ispirate a motivi patriottici, come La battaglia del Volturno (esposta alla Mostra d’Arte di Firenze nel 1861 ed acquistata da Vittorio Emanuele II), Bivacco di GaribaldiniGaribaldi ad AspromonteAllegoria patriotticaBruto che condanna i figli La morte di Spartaco.

La grandezza dell’artista assume, tuttavia, particolare rilievo in quei suoi dipinti che, non dominati da interessi politici e sociali, acquistano carattere di universalità, e sono veri capolavori, come La tradita, che si trova a Parigi, nel museo del Louvre, Il cavadentiPaesaggio silanoDanza albaneseLa morte di Raffaello, e numerosi altri, fra ritratti, soggetti sacri o raffiguranti personaggi e scene della Divina Commedia, che testimoniano la ricchezza e l’alta qualità del suo talento artistico.

Morì a Cortale il 2 aprile del 1907.

Raffaele Barilà

Un medico d’altri tempi: Antonio Catalano di San Pietro a Maida (1860–1951)

Nato a Francavilla Angitola il 31 agosto dell’anno 1860, svolse per oltre mezzo secolo a San Pietro a Maida l’attività di medico, mediando la solida cultura scientifica con le sue immense doti di umanità e altruismo.

A San Pietro a Maida la sua presenza fu attiva in ogni campo del sociale. Fu medico condotto dapprima e ufficiale sanitario in seguito, sempre instancabile tutore della salute sia fisica che morale della sua gente, immancabilmente pronto ad offrire il suo aiuto a chi ne avesse bisogno. Non a caso soleva ripetere una frase che meglio di qualsiasi altra rende il carattere e l’atteggiamento di Antonio Catalano nei confronti della sua professione e della sua gente: «Quella del medico è una missione, come quella del prete».

Questi alti ideali egli trasfuse anche nella sua attività di amministratore pubblico, palesando sensibilità ed impegno e prodigandosi in ogni maniera e circostanza per la soluzione dei numerosi e complessi problemi incontrati dalla comunità maidese. A suo merito vanno ascritte tra l’altro, una serie di opere quali: la costruzione dell’edificio scolastico, la ristrutturazione della sede municipale, il restauro della facciata della chiesa abbaziale e l’affidamento alle religiose dell’asilo infantile P.A. Sgrò, di cui fu uno dei benefattori assieme alla moglie Francesca Vocatello.

Encomiabile maestro di vita, icona dell’operosità cristiana, rifulse per l’evangelico amore con cui si prodigò verso i giovani ai quali dedicò sempre tutte le attenzioni possibili, al fine di suscitare in loro nobili sentimenti e solidi principi etici e morali.

Fu anche ideatore e presidente della lega dei reduci combattenti “Cesare Battisti”, che ebbe come scopo precipuo quello di mantenere sempre vivo lo spirito patriottico nonché di rispondere ai bisogni delle famiglie disagiate a causa di malattie o di povertà.

Tra i soci del sodalizio, in numero di trenta, doveva alitare sempre lo spirito di fratellanza e di aiuto reciproco: «come si era stati uniti in trincea di fronte al barbaro nemico, tra il rombo dei cannoni e la pioggia di bombe degli aereoplani, così anche in pace, ritornati in famiglia, doveva continuare quello spirito di corpo, di disciplina e di abnegazione, che aveva determinato il trionfo delle nostre armi con lo strepitoso successo di Vittorio Veneto».

Di lui restano anche diverse opere letterarie e scientifiche: le prime sono rivelatrici della sua alta cultura umanistica (commento al “De Officis” di Cicerone; commento su “Pier delle vigne” di Dante Alighieri), le altre sono strettamente legate a situazioni concrete di natura socio-medico-sanitaria: il colera (Il colera in rapporto alla scienza ed al governo); il carbonchio (Le cure delle affezioni carbonchiose con le iniezioni endovenose ed endospleniche); l’igiene (I microorganismi patogeni in rapporto all’igiene ed alle affezioni ed alla terapia).

Particolarmente incisiva ed importante fu poi la sua costante attività di missionario per limitare i danni della malaria, autentico flagello endemico, che ebbe il suo epicentro proprio nella piana lametina, provocando migliaia di morti e paralizzando per diversi decenni tutte le attività lavorative, in primis quelle agricole, con gravissime ripercussioni su tutta l’economia territoriale e regionale.

Concluse la sua vita il 25 giugno del 1951 lasciando un vuoto incolmabile nella gente che lo aveva amato.

Pietro Gullo

Giovan Battista Dattilo (1868–1954)

Nacque a Jacurso, in provincia di Catanzaro, il 12 dicembre 1868, ultimo di dieci figli, e rimase orfano all’età di un anno. Completate le elementari, non poté proseguire gli studi per aiutare la madre, Caterina Quattrocchi, nella gestione della rivendita di sali e tabacchi.

A vent’anni partì per la leva militare vivendo sulla sua pelle ed anche illustrando in un diario il dramma dei giovani, costretti ad abbandonare per tre anni le famiglie ed il lavoro e prospettò modifiche all’organizzazione della ferma stessa. Si congedò con il grado di sergente e riprese gli studi, esortato da un amico magistrato. Trovò in se stesso un potenziale volitivo eccezionale che gli consentì, da autodidatta, di conseguire la licenza ginnasiale a Vibo e quella liceale al Galluppi di Catanzaro. S’iscrisse quindi alla facoltà di Giurisprudenza di Napoli laureandosi con il massimo dei voti. Superato il concorso, entrò nei ruoli dei magistrati di tribunale. Alla fine della prima guerra mondiale, ricoprì l’incarico di presidente di varie commissioni arbitrali dirimendo controversie di carattere agrario nel territorio dei Castelli Romani, con un equilibrio che valse ad evitare l’insorgere di conflitti tra ex combattenti, che reclamavano l’assegnazione delle terre incolte, ed i relativi proprietari. Successivamente, espletato il servizio di giudice presso il tribunale di Roma, fu destinato a Trapani con le funzioni di Procuratore del Re per debellare la delinquenza mafiosa. Promosso, fu trasferito a Roma quale Presidente di sezione di quel tribunale ed in tale città continuò a svolgere la sua carriera fino al grado di magistrato della Corte suprema di Cassazione.

Negli anni successivi continuò ad esercitare l’attività di carattere giuridico come Presidente della Commissione legale dell’Ente comunale di assistenza di Roma e come Presidente della Guardia ostetrica della stessa città.

Nota distintiva della vita di Giovan Battista Dattilo fu la vocazione ad aiutare i bisognosi ed i poveri, specie se si trattava dei suoi compaesani, nutrendo per il suo paese sentimenti di profondo legame affettivo e di nostalgia. Fu lui a risolvere la secolare controversia tra il Comune di Jacurso ed il Principe Pignatelli per i terreni della montagna Contessa.

Morto a Roma il 19 dicembre 1954, lasciò scritto agli eredi di destinare una somma a favore delle famiglie più povere di Jacurso dove volle essere sepolto vicino ai suoi cari ed alla sua gente.

Pietro Dastoli

premio 1998

premio 1998 - 2

 

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Anno 1999

La piana di Santa Eufemia e il Lametino tra preistoria e storia[1]

La più antica frequentazione umana della Piana di Sant’Eufemia–Lamezia

Quella che è oggi la strozzatura delimitata dai mari Ionio e Tirreno e quindi dai due golfi di Squillace e di Sant’Eufemia–Lamezia costituiva un bacino tettonico sprofondato, occupato, ancora alla fine del Pliocene, da un largo braccio di mare. Successivamente, durante il Pleistocene (Quaternario), si assiste ad un progressivo e lento sollevamento, in atto ancora oggi, e quindi alla colmata della zona, risultato della combinazione delle azioni del mare e delle acque continentali. Tale processo ha dato luogo, in tempi e attraverso processi geologici diversificati, alla attuale conformazione del bacino del Corace a Est e all’ampia Piana di Lamezia a Ovest, corrispondente in gran parte al corso medio e basso dell’Amato. Il modellamento della Piana è durato diversi milioni di anni, attraverso un intenso terrazzamento sia marino che fluviale i cui processi, data la complessità dei fattori in campo, non sono sempre identificabili dal punto di vista cronologico. E’ bene precisare, quando si affronta il discorso sul Paleolitico, che ci si trova di fronte a tempi lunghissimi e che non può essere applicata in nessun modo la comune idea di continuità, che appartiene alla storia piuttosto che alla preistoria. E’, infatti, solo casuale che un unico sito, quello di Casella di Maida, testimoni per la nostra zona la presenza dell’uomo paleolitico, in momenti lontanissimi tra loro. Nel corso del Pleistocene, intorno a 700.000–500.000 anni da oggi è documentata la prima frequentazione umana dell’area. A Casella, la ricerca di superficie ed in seguito lo scavo sistematico di una porzione di deposito ha chiarito gli eventi geologici succedutisi nell’area ed ha permesso di identificare tipologicamente una industria del Paleolitico inferiore arcaico costituita da più di 400 strumenti (choppers e chopping tools, strumenti su scheggia), una campionatura dei quali è oggi esposta nel Museo archeologico lametino. Un gruppo di paleolitici, in numero di diverse decine di individui, sicuramente del tipo Homo Erectus, dovettero dunque scegliere di stazionare nel sito, allora a pochi metri dal mare, in un ambiente di tipo deltizio e che con ogni probabilità doveva consentire sia la raccolta di vegetali spontanei, sia la caccia di mammiferi di grossa e di media taglia. La presenza dell’uomo in questa zona abbastanza circoscritta della Piana è poi documentata dal rinvenimento in superficie di strumenti appartenenti al medesimo orizzonte culturale in prossimità di Casella ed in altre aree limitrofe.

Diverse centinaia di migliaia di anni separano questo evento da un’altra stazione preistorica, documentata sempre a Casella e frutto di ricerche di superficie, databile intorno ai 35.000–30.000 anni da oggi. L’industria, anch’essa visibile presso il Museo archeologico lametino, denota un processo di transizione verso forme e tipi più specializzati, fase tipica dei complessi iniziali del Paleolitico superiore di Facies Ulluzziana (la denominazione deriva dalla Baia di Uluzzo, nel Salento, Grotta del Cavallo).

L’ambiente in cui vive questo secondo gruppo di paleolitici risulta ovviamente molto modificato rispetto a quello descritto in precedenza. Durante tutto il Pleistocene Medio e Superiore gli effetti delle glaciazioni e della conseguente oscillazione della temperatura, hanno ormai modificato la morfologia del territorio ed il mare, grazie al progressivo sollevamento, è ormai arretrato di qualche chilometro. Non abbiamo indizi riguardanti la flora e alla fauna, ma possiamo immaginare che gli “uluzziani” di Casella continuassero a raccogliere vegetali e a dare la caccia a mammiferi di media e piccola taglia, come il cervo, il bisonte, il cavallo, il cinghiale, la capra selvatica e numerosi micromammiferi.

Sviluppata è ormai l’organizzazione sociale ed il tipo di stazionamento in capanne e accampamenti abitati da gruppi numerosi di individui. Come per le industrie, anche dal punto di vista antropologico questa fase iniziale del Paleolitico Superiore risulta essere di transizione: è molto probabile che tipi umani diversi, il più antico Neanderthal ed il più recente Cro–Magnon, siano per un certo periodo coesistiti, come non è da escludere che sia stato quest’ultimo la causa dell’estinzione dei neandertaliani.

Antonio Milano

[1] La brochure di quest’anno era preceduta da una lettera aperta di Vincenzo Iuffrida indirizzata alle maggiori autorità politiche, amministrative e universitarie affinché si dotasse la provincia di Catanzaro di una Facoltà di Scienze umanistiche allo scopo di arricchire «l’offerta delle possibilità di studio per i giovani, riproponendo quelle opportunità che per i loro antenati, fino ai primi anni del Novecento, era rappresentata dall’Accademia Letteraria».

Il Neolitico

Sono sempre più numerose le notizie di rinvenimenti, dovuti ad appassionati ricercatori, che vanno ad arricchire le già cospicui conoscenze sul Neolitico della piana e dei primi rilievi e contrafforti prospicienti lungo il versante meridionale del medio e basso corso del fiume Amato. L’ambito geografico comprende la Piana di Curinga e di Acconia, una delle aree meglio indagate in Italia meridionale (ricerche di Ammerman), le cui evidenze costituiscono un importante riferimento per la comprensione delle vicende culturali del periodo.

Le testimonianze più antiche sono caratterizzate dall’aspetto culturale di Stentinello. Le datazioni radiocarboniche ottenute nella zona attestano che tale aspetto è presente sin dall’inizio del V millennio A.C., quindi già in un momento alquanto antico del Neolitico meridionale, per perdurare fino ai primi secoli del millennio successivo. Oltre che alla lunga frequentazione dell’area, l’alta densità degli insediamenti scoperti fa pensare alle vantaggiose condizioni che l’ambiente potesse offrire.

In alcuni insediamenti della Piana di Acconia sono state verificate capanne a pianta quadrangolare. Erano costituite da un’intelaiatura di pali integrata con canniccio, come è possibile evincere dalle impronte lasciate di questi elementi sull’intonaco argilloso di tamponatura. I semi di orzo rilevati ci danno indicazioni su una delle possibili specie coltivate.

Il sito di Stentinello si distingue per una produzione ceramica ben caratterizzata. Se quella più ordinaria, decorata con semplici impressioni, si ricollega per diversi aspetti alla più ampia tradizione impressa del primo orizzonte del Neolitico meridionale, è la produzione della ceramica più fine che rende ragione dei tratti peculiari dello stile. Essa rappresenta, in effetti, uno dei più raffinati esiti del filone della ceramica impressa, basato su un complesso quanto barocco sistema decorativo, non di rado sottolineato da incrostazioni di sostanze coloranti, il cui effetto sintattico richiama curiosamente quello dei nostri centrini.

L’industria litica presenta un repertorio legato alle attività di base. Nell’area di Piana di Curinga, come più in generale sulla costa tirrenica calabrese, che costituisce una testa di ponte per le Eolie, è l’ossidiana di Lipari che costituisce di gran lunga il supporto più importante. La produzione è orientata soprattutto all’ottenimento di tratti di lama e piccole lame utilizzate ora come coltelli, elementi di falcetto, ora come raschiatoi. La grande qualità di questo materiale fa pensare come probabilmente potesse essere indirizzata non solo all’uso locale, ma ridistribuito in direzione del versante ionico e delle aree più settentrionali.

Nel Fondo Casella, non lontano dallo scalo di S. Pietro a Maida, la frequentazione si protrae nel Neolitico. Il tipo di decorazione della ceramica non esclude che la stazione sia stata frequentata nel periodo di Stentinello.

Frammenti ceramicidi tipo stentinelliano sono stati rinvenuti nei pressi di Girifalco (collezione Tolone, segnalazione Tucci). E’ un dato di rilievo in quanto nel periodo in questione le scelte insediamentali sembrano orientarsi soprattutto lungo le arie costiere, pericostiere e lungo i margini delle valli. La frequentazione di queste aree più interne, situate a maggiore altezza, potrebbe riflettere una maggiore diversificazione nelle attività economiche (maggiore incidenza della pastorizia rispetto all’agricoltura, forme di transumanza, particolare importanza delle attività venatorie, etc.).

Almeno in quattro dei siti ricognitivi nell’area di Piana di Curinga sono emersi elementi ceramici relazionabili con lo stile di Serra d’Alto. E’ uno stile anch’esso di lunga durata, interessando buona parte del IV millennio A.C. Attualmente i dati disponibili non danno migliori indicazioni circa il significato storico di queste presenze; se cioè siano elementi cui corrispondono veri livelli culturali in un mutato rapporto con il territorio (occupazione maggiormente sparsa e diversificata), o se siano, invece testimonianze di un artigianato pervenuto all’area da altri centri produttivi, quali prodotti di scambio, in ambito della stessa tradizione stentinelliana.

Alla penuria di elementi di Serra d’Alto nella Piana di Curinga corrisponde una frequentazione delle genti della cultura di Diana–Bellavista (fine IV–inizi III millennio A.C.) altrettanto intensa che nel periodo di Stentinello. Il suo affermarsi in Italia meridionale indica un notevole grado di omogeneità culturale cui corrisponde il massimo della diffusione dell’ossidiana di Lipari. Il repertorio ceramico comprende fogge corredate da particolari anse e prese “a rocchetto”, variamente conformate.

Particolare importanza assume il rituale funerario attestato, oltre che da singole tombe, da veri piccoli sepolcreti. Attualmente l’unica testimonianza in Calabria è rappresentata dalle tombe rinvenute nella contrada Caria di Girifalco, scavate alla fine del secolo scorso da Lucifero. I due vasi che erano a corredo della tomba II sono nel più antico stile Diana–Bellavista, mentre il vasetto bulbiforme che la Tomba I ha restituito insieme allo strumentario litico, foggia spesso correlata al rituale funerario, mostra avere i caratteri degli esiti finali dello stile di Serra d’Alto, che persiste ancora quando la cultura Diana–Bellavista si era pienamente affermata.

Giuseppe Nicoletti

Il Lametino antico e tardo–antico

Un ambiente naturale fatto di monti selvosi, di dolci colline e vallate verdeggianti solcate da innumerevoli torrenti. Un fiume, l’Amato, che raccoglie la maggior parte delle acque e che nel volgere dei millenni col suo corso via via disteso nella massa dei detriti alluvionali depositati ha dato forma e consistenza ad una pianura litoranea vasta e fertile. Un golfo ampio e profondo in corrispondenza della foce dell’Amato, che il gioco dei venti e delle correnti rendeva approdo pressoché obbligato di quanti solcavano con le loro primitive imbarcazioni le acque del basso Tirreno, cui il corso del fiume offriva una facile via di penetrazione verso l’interno, verso le aree montane retrostanti e soprattutto verso lo Ionio, oltre il breve istmo. Queste le ragioni di idoneità naturale all’insediamento umano che hanno favorito in ogni epoca lo sviluppo di comunità sui terrazzi quaternari del lametino. Non a caso, dunque, la tribù di Enotri che a partire dalla media età del bronzo aveva preso possesso della pianura, circondandola con i suoi villaggi in prossimità dei torrenti o degli affluenti dell’Amato dell’una e dell’altra sponda, era indicata dai Greci del VI secolo A.C. con la denominazione complessiva di Lametinoi, dal nome del fiume, come sottolinea l’autore che ne conserva memoria, lo storico–geografo Ecateo di Mileto.

Ai Lametini è probabilmente da riferire, oltre a cocciame sparso, anche l’antichissimo e cospicuo tesoretto di monete argentee di Sibari e di Corinto ritrovato nella frazione di Acquafredda, sulle alte pendici del monte S. Elia, lambito dal torrente Bagni. Una prova dei rapporti di scambio e di amicizia precocemente allacciati con le città greche deal regione, prima ancora che il territorio lametino diventasse esso stesso sede di un insediamento coloniale ad opera dei Crotoniati. La città greca che ci sorse prese il nome di Terina dalla sorgente e dalla ninfa relativa, preposte ad assicurare alla nuova comunità l’una l’elemento vitale, l’altra la necessaria protezione divina. Il rapido splendore raggiunto, frutto di intensa utilizzazione delle risorse del territorio di cui Terina assunse l’epinomia assoggettandone ed in qualche misura assorbendone la popolazione precedente, si riflette nell’accuratezza artistica della sua monetazione, come delle oreficerie del cosiddetto tesoro di Santa Eufemia, nonché nella serie minuziosa di prescrizioni contenute nella tabella testamentaria di un ricco terineo, restituita dall’area urbana.

Uno splendore che si offusca appena a seguito della conquista bruzia della città poco dopo la metà del IV secolo A.C., che non intacca né la capacità monetaria (per quanto per lo più limitata a serie bronzee), né l’attività economica e commerciale (che appunto richiedeva l’emissione di numerario). Nonostante la limitazione delle sovranità, la vita in Terina sembra aver continuato a svolgersi secondo i modelli consueti, rafforzata sul piano demografico dall’apporto bruzio all’interno del tessuto urbano o nelle fattorie sparse su balze collinari costiere e lungo la valle dell’Amato, sin quando, verso la fine della Seconda guerra punica, per non lasciarla cadere intatta nelle mani dei Romani, Annibale non impose la distruzione della città, difficile da difendere per la sua posizione amena ma, ahimè, poco munita.

Della comunità di Terina si perdono così le tracce alla fine del III secolo A.C., ma gli insediamenti umani disseminati nel territorio e le relative attività produttive proseguono, via via riorganizzate in età tardo–repubblicana e imperiale dai nuovi proprietari delle terre secondo il modello romano delle villae. Queste erano delle vere e proprie aziende agricole di varia estensione, attrezzate per la lavorazione e la commercializzazione dei prodotti del suolo e del luogo, dotate anche di ambienti confortevoli e più o meno lussuosi per i periodici soggiorni dei padroni, ed anche per questo preferibilmente ubicate su ameni e panoramici terrazzi marini o lungo le principali vie di transito.

Probabilmente all’interno delle villae più grandi e meglio dislocate lungo tali percorsi andarono sorgendo in età tardo–antica i primi luoghi di culto cristiani, nuovi poli di aggregazione insediativa che, ristrutturandosi come comunità organizzate localmente, restituirono a poco a poco un assetto urbano al territorio. In età bizantina amministrazione civile e religiosa si concentrano nel sito ben difeso di Neòkastron, ma tutto il territorio lametino rimase disseminato di nuclei insediativi minori e di monasteri. L’abbazia benedettina divenne dopo il 1057 il monastero basiliano di Santa Eufemia e nel 1094 il vescovo latino Enrico mise termine alla connotazione greca della diocesi neocastrense: ma greche restarono o furono create altre strutture monastiche, come, ad esempio, quelle dei Santi Quaranta Martiri, di San Nicola de Flagiano, di Santa Maria di Carrà, di Santa Venere di Maida e dei Santi Anagiri di Cortale ed altre.

Giovanna De Sensi Sestito

Maida tra Medioevo ed Età moderna: alcune annotazioni

Dopo la riconquista bizantina della Calabria (IX sec.) anche Maida, o Mag(h)ida nella forma greca, dovette svolgere un ruolo di particolare rilievo nel controllo della via istmica, unitamente a Tiriolo e Nicastro. Ruolo che trova conferma anche dalla posizione assunta all’interno di quel quadro di riorganizzazione dei territori da poco conquistati operato dai normanni.

Il Kastron bizantino, ricordato talvolta dalle fonti come Castrum Maydanum, collocato in posizione elevata nel versante occidentale dell’altura, doveva essere munito di opere di fortificazione.

Anche se le imponenti trasformazioni edilizie che hanno interessato il centro storico, soprattutto in età contemporanea, hanno cancellato buona parte delle testimonianze antiche, non mancano elementi utili a ricostruire, sebbene in maniera non dettagliata l’impianto bizantino.

Per quanto riguarda le strutture abitative, la presenza di grotte, oramai ridotta a poche unità, nella zona ora detta La Portella e nota fino al Settecento come la contrada della Laura, testimonia l’esistenza di soluzioni edilizie già ampiamente attestate in coevi contesti calabresi quali Rosarno, Gerace e Santa Severina. Tali grotte si sviluppavano significativamente intorno all’area del Castello.

Da collegare sempre all’impianto bizantino sono le fosse (silos) di varie dimensioni scavate nella roccia, finalizzate alla conservazione delle scorte di grano. Tali fosse, riutilizzate e ampliate nel corso del tempo, erano ancora in uso nel secolo scorso.

Per quanto riguarda l’ambito religioso, un posto di particolare rilievo assume la chiesa dedicata a S. Sebastiano, un santo particolarmente caro alla Chiesa orientale. Si tratta di un edificio sacro, ancora per niente investigato, che racchiude nelle forme architettoniche innumerevoli indizi utili ad una sua più precisa collocazione cronologica e culturale. Accanto a questa chiesa, ed a quella con il titolo protopapale di S. Maria Cattolica, merita di essere ricordata quella scomparsa, ma pur sempre localizzabile, di S. Nicola dei Greci. Ad essa si aggiunge, a partire dall’età normanna e per le esigenze del culto cattolico, quella di S. Nicola de Latinis.

Durante il periodo bizantino fu grande l’interesse anche per le campagne. Il ritrovamento in tutto il territorio di Maida di numerose monete – tra le tante ne segnaliamo una dell’imperatore Giovanni Zimiskes (924–976) – lascia pensare all’esistenza di piccoli insediamenti finalizzati alla messa a coltura dei terreni. Un apporto notevole all’organizzazione del territorio venne inoltre garantito dalla presenza di alcuni centri monastici. Tra questi ricordiamo quelli di S. Pietro, di S. Elia e di S. Michele.

In Età normanna assumerà particolare importanza il monastero basiliano femminile di S. Veneranda, riccamente dotato dal conte Ruggero. Alcuni scavi eseguiti negli anni Cinquanta hanno evidenziato la sua estensione su di un terrazzo roccioso esistente fuori dalle mura di cinta di nord–ovest, in prossimità della Porta Vecchia.

Nonostante il ruolo di rilievo avuto da Maida in età bizantina e normanna, non si conserva nessun elemento di fortificazione riferibile a queste fasi, e le più antiche opere esistenti, quali ad esempio le mura di cinta presenti nel rione Le Costiere, devono essere riferite all’età angioina.

Nella seconda metà del XIII secolo, a seguito degli scontri in atto tra gli angioini e i partigiani degli svevi, vennero potenziate le strutture difensive calabresi. In tale contesto è da collocare la ricostruzione del castello di Maida ad opera del barone Egidio da Santoliceto, che ne aveva ricevuto il governo da Carlo d’Angiò unitamente ai casali di Cortale e Curinga.

A ricordo delle opere di difesa angioine rimangono, oltre alle citate mura di cinta, la torre circolare rasata presente a sud–est dell’abitato, ed una porzione di muratura messa in luce nel corso degli scavi condotti nel castello, nel 1994, dalla Soprintendenza archeologica.

Le pesanti distruzioni subite dal castello per eventi naturali e, soprattutto, per la realizzazione al suo interno di un ampio serbatoio idrico, poi demolito, non hanno consentito di documentare le più antiche fasi d’uso della sommità collinare. Di un certo interesse invece quanto rinvenuto negli ambienti esistenti all’interno delle monumentali strutture aragonesi supersiti. Una piccola fornace, sistemi di canalizzazione, piani pavimentali e materiali ceramici, danno testimonianza dell’utilizzo dell’area tra XVI e XX secolo e della sua trasformazione da castello in dimora signorile ed infine in carcere.

Ripercorrendo in sintesi le vicende storiche a partire dall’età angioina, occorre ricordare il passaggio del feudo di Maida, nel 1331, dai Santoliceto ai Marzano. Dopo un breve periodo di demanialità, agli inizi del Quattrocento, e fino alla metà del secolo, la città passò in mano alla potente famiglia dei Caracciolo.

Nel nuovo periodo di demanialità, sancito da Ferdinando d’Aragona, si collocano il miracolo operato nei pressi dell’abitato da San Francesco di Paola, il potenziamento difensivo e la concessione, da parte del futuro re Federico d’Aragona, di importanti privilegi alla comunità.

Mentre tra la fine del XV ed il XVI secolo si assiste ad un continuo avvicendamento di famiglie nobili, agli inizi del XVII secolo i diritti feudali vennero acquisiti da Marcantonio Loffredo che ottenne, nel 1605, il titolo di Principe di Maida. Durante il suo principato, e precisamente nel 1638, una forte scossa di terremoto provocò ingenti danni in tutta la Calabria centrale. Anche la sua residenza, il Castello di Maida, fu fortemente danneggiata. Significativo, è a tal proposito, quanto riporta una cronaca del tempo, sofferta narrazione degli effetti del sisma, e del crollo dell’emblema di un’epoca: «In Mayda cascò bona parte del Castello del Principe, buona parte della Chiesa matrice, et alcune poche case, fra le quali la mia».

Francesco Antonio Cuteri

I cognomi del Feudo di Maida

Questo sintetico contributo prende in esame dal punto di vista linguistico la zona dell’ex feudo di Maida e ne registra gli attuali cognomi, che permangono come relitti linguistici e nello stesso tempo documentano le origini e la microstoria comune di queste località. Difatti, essi sono per lo più peculiari della zona e riconducibili per i loro tratti arcaici, attraverso la mediazione del dialetto, al latino, al francese antico, all’arabo, allo spagnolo e, in modo più massiccio, al greco classico e bizantino. Notevole risulta l’apporto onomastico della comunità albanese, che ha dato il suo contributo anche con cognomi di formazione greca, che starebbero a testimoniare la presenza dei greci tra gli albanesi insediatisi in queste zone.

In questo contesto geografico, come in tutta la Calabria a sud di Tiriolo, d’importanza straordinaria per la formazione del lessico fu il contributo ellenico e l’onomastica e la toponomastica sono un’ulteriore conferma del lungo perdurare della lingua greca. Dai documenti notarili risulta che ancora alla fine della dominazione bizantina il greco era la lingua ufficiale e dominante nel territorio di Catanzaro e Reggio Calabria e la sua dispersione nella Calabria meridionale avvenne molto tardi e lentamente: cominciò nel secolo XI e ancora non è conclusa.

D’altra parte, poiché la formazione dei cognomi è databile tra l’ultimo Medioevo e l’inizio dell’Età moderna e la loro fissazione è rigida ed assoluta (l’immutabilità dei cognomi è sancita dalla legge), la loro storia si risolve in storia di fatti socioeconomici e geografico–antropici.

Già intorno all’Ottavo secolo i tria nomina latini erano stati sostituiti dal nome unico (forse per influenza del sistema onomastico greco) ma, per evitare la confusione che si creava per le frequenti ripetizioni (si vedano i nostri nomi propri), fu unito un ulteriore distintivo, che diventò ereditario a partire dalla fine del IX secolo, prima nelle famiglie nobili e più tardi nel ceto borghese ed infine presso i contadini. Questo divenne il nuovo cognome, che poteva avere diverse origini: 1) nome personale, 2) soprannome di vario tipo, 3) epiteto (etnico, toponimi, patronimico e matronimico nome di mestiere), 4) nome composto. I cognomi della nostra zona svelano in particolare le distinzioni semantiche comuni ma anche le antiche origini e l’apporto massiccio della civiltà greca: ad esempio i suffissi – “adi” ed “oni” dal greco “ades” ed “ones” tipici della Calabria meridionale e sconosciuti nel resto d’Italia sono molto frequenti (Ieradi, Zungrone) ed hanno valore patronimico.

Sono altre spie di un’estesa grecità: i suffissi “à” corrispondente al greco “as” (italiano “éto”) e “ace” (greco “akion”) presenti numerosi nella onomastica e toponomastica (Conace, Grecorace, Mellace). Ancora il suffisso “iti” (greco “ites”) applicato a nomi di luogo ha indicato la provenienza (Azzariti, Satraniti). Dall’indagine compiuta utilizzando l’elenco telefonico dei cinque Comuni del Feudo di Maida si è giunti alla conclusione (provvisoria) che la lingua greca ha lasciato le tracce più profonde, perché di molti cognomi è immediatamente riconoscibile l’etimologia; altri, pure se corrotti, sono riconducibili all’origine greca. E’ inoltre molto interessante notare che parecchi cognomi sono registrati in forma quasi identica nell’onomastica greca attuale.

La mappa odierna onomastica appare così configurata (si riportano pochi vocaboli a titolo d’esempio):

  1. Cognomi di derivazione latina: Aiello (agellus = piccolo campo), Ierardi (genitivo di Gerardo), Iuliano (da Giuliano).
  2. Cognomi di derivazione francese: Billotta (Bilotte), Ceravolo (incantatore di serpi), Gugliotta (ago), Iuffrida (Jaufré), Petitto (piccolo), Stranges (straniero).
  3. Cognomi di derivazione spagnola: Frustaglia (forse scartocci della spiga di granturco), Serrao (della serra), Zaccone (villano).
  4. Cognomi di derivazione araba: Ielapi/Ialapi (scudo), Vavalà (Abdullah = servo di Dio).
  5. Cognomi di derivazione greca: Arcuri (orsacchiotto), Barilà (barilaio), Cefaly (testa), Caccavari (calderaio), Chiefalo (testardo), Cannistrà (fabbricante di canestri), Calò (bello), Catozza (porcile), Chiriaco/Ciriaco (del signore), Conace (piccola culla), Cucé (chicco), Crisafulli (pianta d’oro), Dattilo (dito), Dastoli (maestro), Galati (latte), Lagani (ortaggi), Leuci (bianco), Melandro (uomo nero), Pluja/Pujia (venticello), Spanò (sbarbato), Zangara (calzolaio).
  6. Cognomi di derivazione albanese: Bubba, Braganò, Fruci, Nosdeo, Pallaria, Reto, Riga, Trino.
  7. Cognomi comuni e circoscritti alla zona e spesso derivati dal dialetto: Azzariti (da Azzaru, quartiere di Cortale), Ascone (sterile), Vatalaro (parolaio), Bardascino (ragazzo), Calvieri, Zarola, Zullo (masso), Muscimarro, Scamardi (insolente).

Marilena Pacileo

Sezione II

Santi, beati e martiri di Calabria 

La santità e la Calabria nella storia

Il fatto stesso che l’invito a scrivere sui santi, beati e martiri di Calabria e sulla figura di San Francesco di Paola abbia immediatamente ricevuto una calorosa accoglienza presso gli appassionati studiosi prevalentemente calabresi, specialisti di teologia, di storia delle religioni, di letteratura insieme ad appassionati cultori della propria terra, è la cartina di tornasole che fa comprendere almeno due aspetti legati non solo alla religiosità calabrese, ma anche più in ampio raggio, a quella mediterranea.

In primo luogo, questo vivo interesse è un chiaro segnale di quanto sia forte e sentito tra la gente di Calabria il sentimento religioso e l’aspetto devozionale rivolto ad alcune figure chiave della santità in generale e da quelle originatesi nella regione stessa, in particolare: San Francesco di Paola, San Gioacchino da Fiore, San Nilo da Rossano, per citarne alcuni. Un sentimento intenso e drammatico che lega intimamente il passato al presente, i santi del medioevo a quelle figure in odore di santità che nel passato prossimo, con Don Mottola, e fino ai nostri giorni, con Natuzza, hanno catalizzato il rapporto con la santità in questa terra.

In secondo luogo, lo scandaglio storiografico e la ricerca di fonti coeve, che si sono subito mostrati significativi elementi comuni delle ricerche raccolte, rivelano insieme ad un lodevole rigore filologico e ad una comprensibile ansia agiografica, un velato desiderio di radicare nel proprio territorio la presenza, il pensiero, l’operato, la vita di quei santi. Ricollegandosi alla prima sezione di questo volume, Il territorio, la sua memoria e la sua storia, viene spontaneo chiedersi se non sia altrettanto forte quanto il sentimento di devozione verso i santi e di rispetto verso i grandi uomini del passato, il desiderio di riscattare la propria terra rappresentandola attraverso una narrazione agiografica. Una forma di autorappresentazione in cui l’aspetto saliente è dato dalla “reciprocità” di sentimenti ricercata e sottolineata, nella relazione santo-territorio sviscerata in più contributi, come il seguente su Don Mottola, scritto per mano di Don Vincenzo Rimedio, già vescovo di Lamezia Terme: «Da sottolineare la sua “calabresità”. Testimonianze autorevoli presentano Don Mottola in questi termini: «è stato mosso da due amori, Gesù Cristo e la Calabria con la sua gente sofferente, ingiustamente umiliata per secoli». Un amore non retorico ma impegnato per la sua terra».

Un meccanismo di “riappropriazione” dei santi originari della Calabria o che in quella terra hanno vissuto e operato, di radicamento nel proprio territorio, di valorizzazione del proprio passato, che fa da contraltare, da un lato, alla condizione di degrado del presente e, dall’altro, alla portata universale dei loro messaggi. Quest’ultimo punto è evidente fin dai dieci contributi del primo nucleo del 2001, Santi di Calabria, ma ancora di più nei nove contributi del 2007, San Francesco di Paola: dalla Calabria all’Europa, al mondo, dedicati esclusivamente alla figura di San Francesco di Paola in commemorazione del quinto centenario della sua morte.

Un altro aspetto interessante che accomuna i testi raccolti è dato dall’esame, a volte molto puntuale e filologicamente attento, dei principi di fede e delle norme di comportamento, espressi da quelle stesse figure di santi, beati e martiri, da San Francesco di Paola, in particolare, al quale è dato maggiore spazio e risalto. Risulta subito palese lo sforzo di recupero e di attualizzazione di quei principi espressi in tempi certamente lontani, dal Medioevo all’Età moderna, che sembrano però trovare immediata collocazione nei vari campi del sociale, del pedagogico e del politico nei tempi nostri. Gli autori, anche in questo, rivelano l’esistenza un feedback ideale continuo che dal passato conduce al presente in una ricerca di nuovi-antichi punti fermi che purtroppo sembrano essere smarriti nella società in cui viviamo. Un tentativo, l’ennesimo, di guardare indietro non solo per comprendere il passato ma anche per ridefinire il presente, un tentativo di legare la dimensione locale a quella universale dei propri santi e della propria visione della santità.

premio 1999

premio 1999 - 1

 

 

 

 

 

 

 

                                        

 

 

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