Premio Letterario 2000

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Anno 2000

La Calabria e il Mediterraneo – il Mediterraneo e la Calabria

Dialettiche antiche e nuove: la Calabria e il Mediterraneo

Dopo i numerosi studi centrati sul territorio e sugli uomini della Calabria, che hanno contraddistinto le brochures di alcuni anni scorsi, gli scritti che seguono prendono in considerazione questa terra come centro di intricate dialettiche di respiro mediterraneo che scaturiscono dal passato, anche remoto, per riallacciarsi, a volte inaspettatamente, al presente.

Apre questa breve serie di contributi Michele Brondino, direttore dell’Enciclopedia del Mediterraneo, un tempo direttore dell’Istituto Italiano di cultura di Tunisi. Il suo intervento, incentrato sul Dialogo interculturale nel Mediterraneo, apre gli scenari più ampi per una analisi interdisciplinare e una riconsiderazione socio–politica dello spazio mediterraneo come spazio di interrelazioni volute o forzate tra “vicini di casa”. Uno spazio in cui la Calabria, insieme a tutte le regioni meridionali d’Italia, è tenuta a svolgere un ruolo di “cerniera tra civiltà”.

L’intervento di Yvonne Fracassetti Brondino, anche lei legata ad una pluriennale esperienza di vita culturale e diplomatica in Nordafrica, si lega al discorso di Brondino dal punto di vista squisitamente artistico. Nel panorama tanto ricco quanto poco conosciuto della produzione letteraria italiana nell’Africa mediterranea, l’autrice traccia in poche righe l’intensa e sentita interculturalità della “Piccola Sicilia” di un Cesare Luccio e della “Piccola Calabria” di un Niccolò Converti. Emigrazione, integrazione e multiculturalità: esempi del passato di straordinaria attualità.

E di un viaggio secolare da “emigrazione forzata” a “emigrazione voluta” della gente di Calabria tratta il breve contributo di Salvatore Speziale. Tanti anni di ricerca dedicati alle relazioni tra l’Europa mediterranea e il Maghreb viaggiando da una sponda all’altra del nostro grande lago. Dapprima, una storia ricca di pathos narra le vicende che legano i calabresi alla guerra dei corsari maghrebini come vittime e come artefici. Poi, quando gli equilibri mediterranei mutano, si racconta l’emigrazione verso la sponda sud del Mediterraneo vista dagli stessi calabresi come una vera e propria fonte di salvezza. Una fonte che viene spietatamente negata durante e dopo il secondo grande conflitto. La “Piccola Calabria” che muore insieme alla “Piccola Italia” dell’altra sponda.

Ma anche dall’altra parte del mare le trasformazioni si fanno sentire. Come i calabresi, gli italiani e gli europei, prima schiavi e corsari poi emigrati, giungevano in terra africana, così gli africani – ma anche gli asiatici – prima schiavi e corsari, adesso giungono in Calabria, in Italia e in Europa come emigrati. A questo tema di scottante attualità, le comunità musulmane in Calabria, è dedicato il contributo di Stefano Allievi, sociologo dell’Università di Pavia. Delle microrealtà che molti ignorano ma che si stanno evolvendo a vista d’occhio attorno a noi e in mezzo a noi. Comunità anche numerose che si integrano nel tessuto sociale, che accolgono nuovi adepti, che fanno da tramite tra il paese ricevente e quello di partenza.

Il breve saggio di Daniel Panzac, professore emerito dell’Università della Provenza, si colloca al posto giusto per spiegarci in poche righe il confronto plurisecolare tra i paesi barbareschi e l’Europa mediterranea. Al centro dell’analisi c’è un mondo in trasformazione. Le potenze corsare per secoli terrorizzano i cristiani del Mediterraneo e in particolare quelli più vicini alle basi di partenza: siciliani, calabresi e sardi. Ad un certo punto, favoriti dalla congiuntura politica, provano la carta del commercio internazionale. La fine delle guerre napoleoniche e la ripresa delle potenze europee rende vano lo sforzo e spinge le reggenze barbaresche ad un ultimo sussulto di corsa. Torna il pericolo che viene dal mare. Ma solo per poco. Gli equilibri tra le due sponde sono definitivamente mutati. E muteranno ancora.

E alla paura del mare, alla paura del nemico che viene dall’orizzonte è dedicato il contributo di Vincenzo Naymo, studioso dell’Università di Messina da anni attento alla storia della Calabria ed ai suoi molteplici rapporti con il mondo circostante. Grazie alla documentazione manoscritta ritrovata dipinge una società calabrese in Età moderna che, nonostante i palesi benefici ottenibili, fugge via dal mare e si ritrae all’interno del suo territorio arroccandosi in aree impervie e difficilmente raggiungibili dai corsari. La Calabria diventa così «una terra di mare con un mare ingombrante». Paradosso che ancora oggi, a distanza di secoli, si rivela nella sua interezza.

Questo difficile o meglio duplice rapporto con il mare, che si trasforma solo in parte negli ultimi secoli, è proprio un elemento distintivo della Calabria secondo Giuseppe Restifo, docente di Storia moderna dell’Università di Messina. E’ un elemento che la differenzia da altre regioni vicine ed allo stesso tempo l’accomuna ad altre regioni lontane del Mediterraneo. E, nelle parole dell’autore, il caso di Reggio Calabria, per tanti secoli refrattaria al vicinissimo mare riscoperto solo di recente, diventa emblematico di tutta o quasi la punta dello stivale che le sta dietro.

La Calabria, quasi circondata da questo “mare interno”, appendice di un continente, terra di confine tra tanti Mediterranei può, nelle parole di Saverio Di Bella, docente di Storia moderna dell’Università di Messina, mettere in crisi la visione cristallizzata dei rapporti internazionali e proporsi come un importante “ponte tra i popoli”. Un trait–d’union e non una trincea armata contro il nemico per un ripensamento globale del ruolo delle aree “marginali” nell’equilibrio Mediterraneo in Epoca Moderna.

Un posto a parte, infine, merita il lavoro del giornalista Roberto Messina centrato sul rapporto viaggiatore-turista nel Mediterraneo. Un contributo quanto mai utile per riflettere sulle proporzioni sempre più massicce che il turismo sta assumendo nella società attuale e in Calabria in particolare: una società viaggiante che cerca l’incontro con la realtà esterna. Una riflessione su tale ricerca, spesso superficiale e rare volte seria e scevra di pregiudizi e banalità, può essere di particolare pregnanza per la realizzazione di un turismo sempre più intelligente e culturalmente valido.

Vincenzo Iuffrida

Per un dialogo interculturale nel Mediterraneo

Con la scomparsa dell’equilibrio bipolare USA–URSS e le sue inevitabili ricadute sui rapporti politico–economici a livello mondiale, il Mediterraneo è di nuovo nell’occhio del ciclone delle tensioni internazionali con inevitabili ricadute sul sistema Italia.

Dopo l’insuccesso del tentativo della Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione nel Mediterraneo (CSCM) degli inizi anni Novanta, promossa dall’Italia e dalla Spagna, e tenendo presente l’affermazione dell’UNESCO che «le guerre iniziano nella mente degli uomini», la situazione odierna del Mediterraneo, dove l’Italia svolge o dovrebbe svolgere un’azione di primo piano, pone il problema dell’analisi e della concezione dei rapporti in questo bacino dove s’incrociano molteplici relazioni: di spazio, di società, di religioni, di sistemi politici, economici e culturali.

Oggi il Mediterraneo è un focolaio di tensioni, definito dagli strateghi “una struttura conflittuale”. Ciò in forza della sua importanza strategica a più livelli:

  • livello geografico (mare trait d’union fra tre continenti e diverse realtà subregionali),
  • livello economico (forte concentrazione di materie prime, di capacità tecnologiche, di grandi mercati e di risorse umane),
  • livello politico (un insieme di sistemi ed alleanze politiche differenti, dominati dalla strategia del grande capitale internazionale e dall’egemonia americana),
  • livello socio–culturale (amalgama di società e culture contrastanti, oltre lo stridente gap demografico ed economico).

Nella presa delle decisioni politiche, economiche e culturali, s’impone l’importanza dei dati geografici e storici. Infatti, dopo la caduta delle tensioni Est–Ovest, il Mediterraneo è diventato “la nuova frontiera” tra mondo sviluppato e quello sottosviluppato, tra civiltà occidentale e civiltà “altre”, dove si è rivolto il nuovo dispiegamento della NATO di cui l’Italia è membro attivo. Questo apparato difensivo viene messo in opera per far fronte alle cosiddette “nuisances” provenienti dalle zone calde mediterranee, quali il macroscopico fenomeno delle tensioni balcaniche, delle migrazioni, del fondamentalismo islamico, etc.

Per contro i paesi della riva sud–orientale rivelano un senso di sfiducia e il timore di essere marginalizzati o peggio di essere costretti a sottostare a nuove forme di sfruttamento. E’ una delle aeree del globo dove gli squilibri tra capitale umano e risorse sono enormi, ma dove esistono pure profondi legami storici, scambi di economie e di civiltà radicati nella storia. In sintesi si può ben dire che il Mediterraneo è la cerniera dell’antinomia e della complementarità tra le sue rive. Siamo però convinti che gli antagonismi hanno lasciato rancori e ferite meno importanti degli incontri e dei contributi positivi nello spazio e nel tempo.

Considerate le difficoltà politico–economiche operanti oggi in questo mare, bisogna puntare sul “dialogo interculturale” cui finora si è dato poca importanza per la reciproca ignoranza e i pregiudizi, dialogo questo per la prima volta avviato dalla Conferenza euromediterranea di Barcellona del 1995, ma le cui grandi potenzialità non sono ancora state sfruttate. Oggi si parla di confidence building measures: occorre realizzarle con la conoscenza e il dialogo tra culture e civiltà. Sono processi di apprendimento reciproco in tempi non brevi ma necessari, se si vuole creare un ecosistema di nuovi rapporti nel Mediterraneo per sapere come dialogare gli uni con gli altri e quindi accettarsi e collaborare nel rispetto delle proprie identità. E qui deve essere valorizzato il ruolo di mediatore sociale e culturale delle regioni meridionali italiane in forza della loro secolare storia migratoria. Proprio per contrastare le preoccupante affermazione di S.P. Huntington: «the next war will be a war between civilizations», si deve promuovere la reciproca conoscenza e comprensione tramite l’interculturalità: sviluppare i legami culturali e sociali esistenti tra le civiltà compresenti nel Mediterraneo e farle dialogare aldilà delle barriere etniche, culturali e religiose.

Per contribuire a realizzare questa cooperazione culturale, occorre promuovere iniziative di base come la mobilità di scambio di studenti e docenti nell’aerea mediterranea (migliorando e potenziando ad esempio il programma Medcampus), la creazione di università, scuole di specializzazione e centri ricerca ad hoc; l’istituzione di cattedre transmediterranee di storia, di economia, di politica, d’ecologia, etc.; rinnovare i programmi delle scuole di base e secondarie con lo studio approfondito delle civiltà mediterranee, promuovere confronti e scambi tra sistemi educativi, previdenziali, etc.; utilizzare i fenomeni migratori quali mezzi di conoscenza reciproca con benefici interni ed esterni ai paesi interessati; organizzare festival culturali, mostre artistiche, progetti editoriali e multimediali, manifestazioni sportive ed altro ancora.

In questo ambito appare evidente la posizione strategica e le competenze delle nostre regioni meridionali quali naturali poli di politiche interculturali per affrontare il macroscopico fenomeno migratorio dalla riva sud verso l’Unione Europea sulla base delle loro secolari esperienze migratorie. Oggi la storia si è solo capovolta. L’Italia, in primis le regioni meridionali, debbono assumere e guidare la gestione dei flussi migratori e realizzare strutture d’accoglienza e d’integrazione in vista della formazione di una nuova società multietnica e multiculturale.

Michele A. Brondino

Scrittori Italiani in Tunisia

La caratteristica della vita culturale e sociale della Tunisia a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento risiede sicuramente nel multiculturalismo e nella coabitazione delle razze e delle culture che s’impiantarono su un terreno fertile, da sempre terra di asilo e focolaio di scambi tra le civiltà mediterranee. La coabitazione tra le varie culture europee e la cultura locale fu vissuta ora sotto il segno dell’integrazione e dell’amalgama, ora sotto il segno della rivalità storica e dello scontro sociale. Il panorama della produzione culturale degli italiani in Tunisia, dalla stampa all’architettura, dalla pittura alla letteratura, dalla lingua alle tecniche artigianali, dimostra come ciò che unisce supera di gran lunga ciò che divide e come le regioni dell’Italia meridionale fungessero già allora da ponte tra le due rive del Mediterraneo.

Per quanto riguarda in particolare la vita intellettuale della Tunisia tra cultura araba, ebrea, maltese, francese e italiana, è interessante rilevare come lo sguardo dei letterati italiani, a differenza di quello francese per esempio, si soffermò essenzialmente, al di là delle rivendicazioni di tipo coloniale, sugli aspetti legati all’emigrazione, allo scambio etnico, alle lotte sociali.

Lo sguardo dell’emigrazione è quello di molti scrittori italiani in lingua italiana o francese, figli delle innumerevoli famiglie italiane giunte in Tunisia con le grandi ondate migratorie dalla fine dell’Ottocento in poi, provenienti dalle regioni meridionali soprattutto e che andarono ad ingrossare il proletariato e sottoproletariato tunisino alla ricerca di un posto al sole e di un pezzo di pane. Come non ricordare Francesco Santoliquido, Clarice Tartufari, Gastone Costa e Cesare Luccio in particolare in Cinq hommes devant la montagne o La Sicile à Tunis, che descrive fedelmente gli usi e costumi degli emigrati sardi, siciliani, calabresi, la loro tenacia, il senso dell’onore, le superstizioni, le feste, un vissuto quotidiano che spesso si sovrappone a quello dei tunisini, negli stessi quartieri, nelle stesse case parlando lo stesso sabir fatto di arabo, francese e dialetti italiani, e che dà talora origine ad agglomerati cittadini denominati la petite Sicile, la petite Calabre. Emigrazione, integrazione, identità etnica, gli stessi punti nodali che caratterizzano ancora oggi, anche se in senso inverso, i rapporti italo–maghrebini.

E proprio in forza di questa comunanza di vita, di ambiente e di lingua, fra i tanti poeti italiani che dissero in versi la loro appartenenza a due mondi, dai Canti dell’anima di Tommaso Papa ai Canti D’Africa della Menotti Corsini, si distingue la voce di Mario Scalesi con i suoi Poèmes d’un maudit. Figlio dell’ambiente degli emigrati siciliani, autodidatta nella lingua del colonizzatore, il francese, poeta del paesaggio fisico e umano di Tunisi dove nacque e visse, figura multiculturale per eccellenza, appartenente alle tre civiltà, poeta mediterraneo, la cui sensibilità e il cui lirismo guidarono la rivendicazione di una autentica letteratura nordafricana. Fu pure il poeta degli emarginati, degli sfruttati, dei «rassegnati, spossati dal lavoro», dei dannati della terra che ogni società secreta. Assecondò in questo, un altro grande filone della presenza italiana in Tunisia: la stampa italiana con le sue 121 testate dal 1838 al 1956 e, fra tante altre, la grande figura calabrese di Niccolò Converti (nato a Roseto Capo Spulico nel 1858 e morto a Tunisi nel 1939) che guidò la protesta sociale e la difesa dei più deboli, senza distinzione di razza, di cultura, di origine. Di professione medico filantropo (è uno dei fondatori dell’Ospedale Italiano di Tunisi), Converti esplicò un’instancabile attività di agitatore sociale e politico, di scrittore e di giornalista. Arrivato in Tunisia nel 1887, fondò ben sette giornali tra cui “L’Operaio” che è il primo giornale precursore della stampa di protesta sociale e sindacale in tutto il Maghreb.

La presenza italiana nel Nordafrica con figure come queste che seppero rompere il concetto monolitico di identità e far proprio il multiculturalismo della riva sud del Mediterraneo, costituisce un patrimonio comune importantissimo, bagaglio prezioso per le nuove generazioni e modello di interculturalità per una società multietnica. Nel momento in cui l’interculturalità viene considerata una delle competenze primarie per il cittadino del terzo millennio, l’Italia e in particolare le regioni meridionali, terre di secolari migrazioni, sappiano far tesoro di una storia antica e recente fatta d’intensi scambi con la riva sud.

Yvonne Fracassetti Brondino

Schiavi e corsari, esuli ed immigrati: calabresi in terra d’Africa

«Tunisi. Adì 3 maggio 1795. Paolo Rosso di S° Lucido in Calabria schiavo del Bey passò a miglior vita nell’ospedale de’ Padri Trinitarj munito de santi sacramenti consunto dalla vecchiaia. Il suo corpo fu sepolto in S. Ant° nel sepolcro degli schiavi».

Le parole di quest’atto parrocchiale e di migliaia di altri simili, sopravvissuti negli archivi delle chiese africane, suonano come un invito a scrivere pagine tormentate e dimenticate della storia dei calabresi, degli italiani e degli abitanti del Mediterraneo. Sarebbero pagine spesso poco gloriose, che parlerebbero di sopraffazione e di lavori forzati, di voglia di riscatto e di guadagnata libertà, per ricchi e per poveri, per uomini, donne e bambini. Migliaia e migliaia catturati nel corso dei secoli durante le numerosissime e cruente incursioni dei corsari: a Cetraro e a San Lucido (1534), a Reggio (1543), a Cariati (1544), a Palmi (1549), a Paola (1555), a Pallagorio (1604), a Nicotera (1638), a Stalettì (1644) e così via fino al XIX secolo. Sarebbero pagine anche ricche di personaggi avvolti nella leggenda: i “convertiti”, traghettati a forza o per proprio volere dall’una all’altra sponda non solo geografica ma anche religiosa. Per intenderci: i “convertiti” dei musulmani sono le stesse figure stigmatizzate come “traditori” e “rinnegati” dai cristiani.

Tra questi rinnegati molti e dei più noti sono calabresi. Come dimenticare, infatti, la figura di Uluj Ali, meglio noto come Ucciali il Calabrese, catturato durante un’incursione del XVI secolo lungo le coste della Calabria e diventato un fedele musulmano, un temutissimo raïs corsaro, un potentissimo pascià di Algeri. Come tacere, inoltre, la storia di vendetta di Giovanni Andrea Capria, barcaiolo di Nicotera che, per vendicare l’onore della figlia sedotta dal conte Ruffo, va a Tunisi, diventa presto un corsaro musulmano, e nel 1638 guida i tunisini all’assalto della città. Non trova l’odiato conte, trova però la pace e la morte. Come non menzionare, infine, la storia dell’incursione di Stalettì nel 1644, provocata anch’essa dall’astio di un calabrese nei confronti di un suo concittadino, reo di averlo offeso nell’onore.

Ma i tempi cambiano e nell’Ottocento, sotto la spinta dei moti risorgimentali, l’Africa settentrionale da luogo di detenzione diventa luogo d’esilio volontario per uomini politici scomodi e compromessi nella lotta contro il regime borbonico. Le pagine di questa storia potrebbero ritrarre volti di uomini noti e meno noti che trovano in Africa una terra accogliente dove vivere in attesa di tempi migliori, spesso per tutta la vita. Tra questi esuli calabresi si ricordano: Bernardo Caruso di Agnana, attivista politico; Giuseppe Guasto di Castrovillari, ex soldato; Francesco Chiantella di Reggio Calabria, calzolaio e rifugiato; infine, Giuseppe Sinopoli e Ignazio Cirillo di Catanzaro, esiliati anch’essi per motivi politici.

Ed i tempi cambiano ancora. Dall’immigrazione forzata si giunge all’immigrazione voluta, cercata spesso clandestinamente per scongiurare i più terribili dei nemici: la fame e la povertà. In questo capitolo di storia da narrare si passerebbe dal ritratto dello schiavo e del rifugiato politico all’affresco corale dei lavoratori che pian piano creano la loro fortuna nelle campagne e nelle città assolate dell’Africa. Basti pensare che dal 1876 al 1925 sono circa 26.000 i calabresi che ufficialmente si riversano in quel continente. In Tunisia, in Algeria ed in Egitto più che nel Marocco e nella stessa Libia italiana. E il flusso continua negli anni successivi.

Alcuni interrogativi sono inevitabili. Chi sono, ad esempio, quelle migliaia di calabresi, che insieme ad altre decine di migliaia di italiani, cercano l’“America” proprio in Africa? Come vivono in quella terra? Ce ne sono ancora? Sarebbe interessante ripercorrere la vita di questi contadini, pescatori, carpentieri e muratori, maestri, medici e avvocati che, come stagionali o come residenti, trovano un modo per sbarcare il lunario, per crearsi una piccola fortuna, per richiamare in quelle terre di lavoro parenti e amici, per sposarsi e far nascere altri “italiani d’Africa”. Solo pochi in proporzione al totale lasciano delle tracce. Tra tutti spicca la figura di Niccolò Converti di Roseto Capo Spulico, medico rinomato, animatore culturale e politico.

Quelle degli italiani in Africa nella prima metà del XX secolo sarebbero pagine di storia veramente entusiasmante. Ma dal conflitto mondiale in poi, le pagine diventerebbero un calvario doloroso da scrivere e da leggere. L’esproprio di gran parte dei beni voluto dai governi coloniali, l’internamento nei campi di concentramento, l’espulsione forzata per molti di loro… E, quindi, i ritorni disperati da clandestini dentro le stive dei pescherecci per ritrovare i propri cari, le rivendicazioni spesso e a tutt’oggi inascoltate. Una parte di storia quasi occultata e quanto mai ricca di umanità.

Così oggi, mentre si parla in modo così inquietante del fenomeno dell’immigrazione extra–comunitaria in Calabria, in Italia e in Europa, può essere salutare oltre che doveroso ricordare le tappe rimosse dalla nostra memoria collettiva per riscoprire legami sempre esistiti con l’altra sponda del Mediterraneo e per ripercorrere rotte sempre affollate di speranza e di disperazione in tutte le epoche della nostra storia. In un senso come nell’altro.

Salvatore Speziale

L’islam in Calabria

Questo contributo è il frammento significativo di un’opera che mira a presentare il quadro odierno della presenza dell’islam in tutta Italia. Un quadro realizzato grazie ad un lungo viaggio denso di ricerche e di incontri attraverso l’intera penisola: dalla Sicilia, la terra italiana più legata storicamente al mondo arabo, al Veneto e al Piemonte. Appena oltrepassato lo stretto di Messina, ho incontrato una realtà islamica ancora poco conosciuta e che merita sicuramente attenzione da parte degli studiosi come della gente del luogo.

Prima di parlare però dei nostri giorni è forse necessario ricordare che in Calabria non è mancata una presenza storica dell’islam. Oltre mille anni fa, nel 902, dopo aver scavalcato lo stretto di Messina, faceva, infatti, un trionfale, anche se effimero, ingresso a Reggio Calabria Ibrahim II, che sarebbe di lì a poco deceduto sotto le mura di Cosenza, durante il proseguimento della sua campagna militare, senza aver potuto dare una qualche stabilità alle sue conquiste in terraferma. Più tardi, nel 950, Reggio avrebbe avuto la sua prima, anche se altrettanto effimera, moschea. Nel 983 gli arabi, guidati da Sabir, dopo essere sbarcati a Sant’Eufemia, si diressero verso Maida e Tiriolo, facendo duemila prigionieri. E ancora nel 986, come scrive un cronista dell’epoca, «gli Arabi catturarono la santa città di Chiriaco e devastarono l’intera Calabria». Infine, nel 1020 assalirono nuovamente il castrum maidanum e lo distrussero.

Oggi, mille anni dopo, l’islam è tornato nella città e nella regione, dove conosce un precario, in termini di strutture, ma progressivamente stabilizzato divenire. Nelle città, come altrove. Qui in Calabria, infatti, come in altre regioni del sud, si sviluppa un islam particolare, pochissimo o per nulla conosciuto, completamente assente dal palcoscenico dei media. Un islam, oltre tutto, pressoché sconosciuto agli stessi gruppi islamici organizzati. Si tratta, infatti, di un gruppo di moschee tutte nate “dal basso”, senza spinte organizzative di qualsivoglia genere, senza apparenti legami con organizzazioni nazionali, e senza l’apporto di nessuna élite intellettuale, come potrebbero essere gli studenti musulmani o i convertiti. E quasi tutte sono nate in piccoli centri, al di fuori delle città principali e delle reti di collegamento e di transito – anche questa una genesi abbastanza insolita, peculiare, dato che l’islam europeo è soprattutto un fenomeno urbano.

Una moschea in particolare, situata in un piccolo centro costiero in provincia di Catanzaro, rappresenta una esperienza di un certo interesse, per molti versi atipica. La moschea l’ho trovata che era ormai sera, all’ora di ish, l’ultima delle cinque preghiere giornaliere che scandiscono la vita del musulmano praticante. Entrato in un cortile, su una strada isolata, mi sono ritrovato in un altro paese: ero in Marocco. Qui viveva, infatti, in vari appartamenti ma in sostanziale coabitazione, un gruppo di circa una ventina di marocchini: alcuni in famiglia, più un certo numero di singles, come lo sono in maggioranza gli immigrati maghrebini in Italia. Singles apparenti, per la verità: molti avevano mogli e figli in Marocco. Ma la peculiarità maggiore è che si trattava di immigrati molto ben inseriti, regolari e ben integrati, e che in parte erano in Italia anche da più di vent’anni. Qui, in questo paesino calabrese, avevano creato una sorta di “comune islamica”, una repubblica autonoma autogestita governata dalle scansioni temporali della preghiera: una situazione in cui, evidentemente, anche il controllo sociale e quello sulla moralità anche dei singoli è praticamente assoluto.

Sorprendente la visibile coesione del gruppo e l’autoconsapevolezza del proprio ruolo religioso, pur vissuto con un certo pudore, una certa modestia, e in atteggiamento di apertura. La moschea, infatti, non è “privata”, e d’estate, nella stagione turistica, con l’arrivo degli ambulanti veri e propri e dei lavoratori stagionali, la popolazione islamica aumenta sensibilmente e si diversifica per nazionalità, includendo anche somali, pakistani, senegalesi.

Stefano Allievi

I corsari barbareschi e l’Europa mediterranea 

Poche regioni del mondo hanno dato luogo a tante paure e a tanti malintesi quanto il Maghreb per gli Europei. Questi ultimi sono sempre più o meno convinti che, dall’inizio del XVI secolo fino al 1830, i corsari, senza fede e senza legge, usciti dai porti di Algeri, di Tunisi e di Tripoli, non hanno cessato di saccheggiare le coste europee, specie quelle più vicine al Maghreb, e di catturare i malcapitati battelli di commercio che si arrischiavano a navigare in questo mare. Non s’intende certo negare l’esistenza dei corsari. Tra l’altro, proprio il litorale della Sicilia e della Calabria, tratteggiato da secoli da numerose torri di guardia destinate a segnalare i temuti attacchi, offre ancora oggi una delle più significative testimonianze del concreto pericolo e del profondo clima di terrore in cui vivevano le popolazioni dell’intera Europa mediterranea. S’intende piuttosto affermare che le cose non erano così semplici come erano dipinte: terrore degli abitanti della sponda nord del Mediterraneo, questi corsari erano considerati nella sponda sud come dei valorosi guerrieri dell’islam; esisteva inoltre una corsa cristiana attiva ed efficace, la cui componente più celebre era l’Ordine di Malta e infine, nel corso di questi tre secoli, le cose si sono notevolmente evolute. Basandomi su una ricca documentazione sia maghrebina che europea, ho tentato di seguire l’evoluzione della corsa, di descrivere e di analizzare i suoi caratteri fondamentali. In seguito, sono stato colpito da un evento insolito e, fino ad oggi, sconosciuto: il tentativo dei corsari di abbandonare volontariamente la corsa a profitto del commercio marittimo. Per ultimo, ho cercato di sapere perché, e come, la corsa sia infine scomparsa.

L’apogeo della corsa si situa negli anni 1580–1660 ed è in quest’epoca che appaiono le torri di guardia e che la paura dei corsari si diffonde tra le popolazioni delle nostre coste, dalla Sicilia alle Baleari, dalla Calabria a Gibilterra. Dopo il 1660, gli stati europei ottengono, gli uni dopo gli altri, con la forza e/o con dei doni importanti, di vedere le loro coste e le loro navi rispettate dai corsari. Gli ultimi a firmare tali trattati di pace con le reggenze barbaresche furono i partecipanti alla battaglia di Lepanto: Venezia nel 1764–1765, infine Napoli nel 1799 e nel 1812 con Tunisi e nel 1816 con Tripoli. Così si comprende meglio perché verso il 1798–1816, il 60% delle navi catturate dagli algerini battono bandiera napoletana e, di riflesso, perché la maggior parte degli schiavi in terra maghrebina è formata di siciliani, calabresi, pugliesi e napoletani. Per i maghrebini, la corsa è certo un’azione di slancio religioso ma è anche, e soprattutto un affare commerciale. I carichi sono venduti e le navi catturate alimentano un prospero mercato di navi d’occasione dove gli europei stessi vengono a rifornirsi. Quanto agli sfortunati prigionieri cristiani, essi sono detenuti, senza eccessive brutalità, nell’attesa di essere riscattati al miglior prezzo. Ma bisogna ricordarsi che numerosi musulmani si trovavano, nello stesso momento, nei bagni di detenzione italiani, maltesi o spagnoli. Infine, la sola minaccia della corsa era sufficiente a spingere gli stati europei a versare delle somme notevoli nelle casse dei governanti maghrebini. Nel complesso, la corsa barbaresca era divenuto un racket prospero i cui benefici erano ripartiti tra i partecipanti secondo regole precise.

La vigorosa rinascita della corsa barbaresca nell’ultimo decennio del Settecento, dovuta agli sconvolgimenti della Rivoluzione francese, si arresta quasi completamente nel 1806. Per la prima volta nella loro storia, i battelli corsari si trasformano in pacifici cargo che sono accolti nei porti europei dove scaricano le loro merci. In un Mediterraneo totalmente impegnato nella guerra che regna tra francesi e inglesi, i maghrebini, sudditi ottomani come i greci, approfittano della loro neutralità per lanciarsi, con successo, nel trasporto e nel commercio marittimo. Il ritorno della pace nel 1814 gli è fatale giacché non hanno la forza di resistere al ritorno degli europei. Ridiventano dunque dei corsari, ma ormai è troppo tardi. Il Congresso di Vienna che aveva condannato la tratta dei neri verso l’America non poteva ammettere quella dei bianchi nel Mediterraneo. La squadra di Lord Exmouth bombarda Algeri nel 1816 e terrorizza Tunisi e Tripoli, e le poche incursioni corsare che si registrano negli anni successivi non contano più nulla e si arrestano, definitivamente, nel 1830. Finisce un’epopea.

Daniel Panzac (traduzione di Salvatore Speziale)

La paura del mare in Calabria nel Cinquecento[1]

Durante la prima metà del Cinquecento le autorità governative del Regno di Napoli commissionarono un’indagine statistica sulla popolazione di Grotteria, in quel tempo centro a capo di un’ampia contea che si estendeva lungo il versante ionico della Calabria Ulteriore. Un regio commissario si recò sul posto al fine di interrogare i parroci ed altri personaggi della città ritenuti attendibili, circa il tenore di vita ed i costumi degli abitanti grotteresi. Il provvedimento, di probabile ma non del tutto certa origine fiscale, avrebbe tratto giustificazione dalla necessità di verificare la presenza o meno di evasori o comunque l’esistenza di singoli casi di iniquo rapporto fra redditi e imposte. Si trattò di una vera e propria inchiesta sui fuochi della città per la quale furono verbalizzate migliaia di pagine, contenenti la minuziosa descrizione dello stato di ogni singola famiglia e individuo, vivente o di recente estinto. Di questa notevole, antica e rara documentazione è sopravvissuto soltanto un frammento di oltre 100 facciate, la cui edizione integrale sarà oggetto di altro studio. Qui mi limito a riferire che il frammento in questione, che è databile al periodo 1535–1540, è sufficiente ad abbozzare i contorni del tenore di vita, degli usi e dei costumi della società locale del tempo.

Fra i molteplici aspetti di una società complessa e articolata quale quella che emerge dall’analisi della documentazione, si ritrova presente in tutta la sua drammatica portata un elemento di certo prevedibile, considerata l’epoca, ma che non può lasciare indifferenti: la paura del mare. Il Mediterraneo, in cui la Calabria si ritrovava totalmente immersa, veniva percepito dai calabresi del Cinquecento come una vera e propria fonte di pericolo, a causa delle continue incursioni saracene cui la regione era oggetto da tempo.

[1] Quest’intervento è stato pubblicato nella brochure del 2000 in forma ridotta per esigenze tipografiche.

Abitare in un centro situato a notevole distanza dalla costa, quale Grotteria, costituiva certamente un vantaggio ma non garantiva assoluta protezione. Fra le descrizioni superstiti di fuochi ve ne sono circa una decina che trattano di famiglie spezzate per sempre da un rapimento di un congiunto. Ne trascrivo integralmente due in tutta la loro drammaticità:

«…Super 23 dixit che conosce Catharina, vidua de Angelo Belmonte, preso da Turchi ha(ve) circa XXV anni, secondo ha inteso dire da più persone et dalla preditta, la quale sempre l’ha conosciuta in habitu viduale, con una figlia femina schetta (nubile), povere, che se campano de loro fatiche…».

«…Super 142 dixit che conosce Cacea vidua de Alfonso Marando preso da Turchi ha(ve) circa X anni et non se recattò altramente né se n’è havuto più nova, et non lasciò altro che la preditta (Cacea), quale è sola, senza figli, povera che campa de soi fatiche. De causa scientie etc…».

Da questi due rari due passi traspare in modo crudo la sofferenza reale, tangibile dei calabresi direttamente colpiti dal fenomeno. Una sofferenza giorno per giorno acuita dalla fatale consapevolezza di non essere in condizione di pagare un riscatto (Cacea), e un dolore al quale non avrebbe potuto porre rimedio neppure l’immediata rassegnazione che aveva indotto Caterina ad indossare l’abito vedovile dopo il rapimento del marito.

Il timore del mare varcava i confini delle classi sociali accomunando chiunque. Certamente chi avesse goduto di una apprezzabile posizione economica avrebbe potuto garantirsi una maggiore incolumità ma la paura rimaneva diffusa dovunque. Il timore dei pericoli provenienti dal mare, infatti, aveva spinto alcuni esponenti dell’aristocrazia di Motta Gioiosa, oggi Gioiosa Ionica, un centro limitrofo più prossimo alla costa, ad acquistare una seconda casa nella più interna Grotteria: qui trascorrevano l’estate, stagione ritenuta a più alto rischio di scorrerie saracene a causa delle condizioni metereologiche favorevoli alla navigazione. Trascrivo il testo che narra di uno di questi casi:

«…Super 158 dixit che conosce Cola Giovanne Carella quale è cittatino della Motta Gioiosa dove have habitato et continuamente habita con sua moglie e fameglia; pure in la Grutteria veneno ad habitare in tempo d’estate per pagura delli Turchi. De causa scientie etc…».

Nonostante gli innumerevoli benefici dovuti alla sua presenza (traffici commerciali, pesca, aspetti climatici, etc.), il Mediterraneo percepito dai grotteresi del Cinquecento rimaneva comunque un mare invadente, pericoloso, un’entità da cui era bene stare lontani se si voleva vivere tranquilli. Il litorale e le acque erano frequentate solo da «esperti», dai professionisti del mare: i commercianti, i pescatori ed i militari: la gente comune evitava il mare. Le coste erano così destinate a rimanere disabitate ed i centri si mantenevano arroccati all’interno: il paradosso di una terra di mare con un mare ingombrante viene pienamente confermato dalle microstorie grotteresi.

Vincenzo Naymo

Volti diversi di una Calabria mediterranea[1]

Ci sono due Calabrie in rapporto con il Mediterraneo: una in relazione diretta, quella del mare, dei Greci, dei Romani, dei Bizantini, degli Arabi, degli Spagnoli e infine dei clandestini albanesi; l’altra in relazione indiretta, per analogia al Mediterraneo delle montagne, dei pastori, dei boschi, quella dei Bruzi, dei Calabresi, insomma, che non hanno mai visto il mare. Partiamo da questi ultimi, che appaiono i più distanti dal rapporto mediterraneo; appaiono appunto, perché forse non siamo abituati a pensare al Mediterraneo come un susseguirsi di montagne “pendule” sul mare, ma che da questo si ritraggono e in ogni caso lo rimuovono.

Per quanto “stretta e lunga” la regione calabrese ha albergato nel suo seno popoli di pastori, di gente di montagna, che se il mare vedeva, lo guardava dalle lontane cime della Sila, del Pollino, dell’Aspromonte e delle Serre. Quella gente dell’arrière–pays, dell’entroterra, delle colline e delle montagne, non è dissimile da quella che abita le montagne dei Balcani, quelle libanesi, le anatoliche, le spagnole, come ci ha insegnato mezzo secolo fa il grande rinnovatore della storia Fernand Braudel. Genti che non si conoscono affatto fra di loro, ma che hanno movenze e comportamenti molto simili, e un rapporto indiretto, molto indiretto col mare.

Ma in Calabria, in età moderna, addirittura una città di mare come Reggio Calabria deve aspettare il 1783 per vedere abbattute le mura che la dividono e la allontanano dal mare: per secoli, dopo l’avvio greco, era vissuta volgendo le spalle al mare, chiusa al richiamo delle sue sirene persino visivamente. Non tutti i terremoti vengono soltanto per nuocere: quello del XVIII secolo riaprì vista, polmoni e navigazione ai reggini (e ancora di più a scillesi e bagnaroti), messi di fronte al mare senza ostacoli materiali, senza guerre sante da dover combattere e a probabili schiavitù dei “turchi”.

Una storia interessante, quella particolare di Reggio Calabria: dal 1783 la città si è andata aprendo sempre più verso il mare, prima col porto ottocentesco, poi con il lungomare novecentesco, infine con il nuovo lungomare dell’inizio del XXI secolo. Dopo più di due millenni  di vita, quindi, la città ha rivisto se stessa, ha ripensato il suo rapporto con il mare, ha intessuto un nuovo dialogo con l’ambiente che la circonda: la montagna che preme da una parte, il mare che la bagna dall’altra e poi l’altra terra, la Sicilia.

La storia di Reggio Calabria diventa quindi emblematica del rapporto ambivalente con il Mediterraneo che l’intera sua regione sembra vivere. Il suo passaggio da città rivolta all’entroterra a città rivolta al mare rispecchia la chiusura e l’assenza di comunicazioni marittime che ha caratterizzato per gran parte dell’età moderna e contemporanea il resto della regione e che solo di recente si sta decisamente trasformando.

Bisogna aggiungere però che il sito reggino sullo Stretto è particolarissimo rispetto al resto della Calabria: fu scelto da Apollo, divinamente oracolante a Delfi, per la congiunzione di mare, terra, acque di fiumi, luminosità, cieli e per una femmina che s’avvinghia a un maschio, una vite ad un fico, sulle rive del sacro fiume Apsia (oggi lo chiamiamo Calopinace). Quella connotazione sacrale del sito mediterraneo è stata il fondamento di una città della Calabria che da ventisette secoli resiste a tutto, una città che ha sposato quel sito e ha mantenuto la sua fedeltà plurisecolare malgrado catastrofi d’ogni genere, momenti difficilissimi in cui altri sposi si sarebbero lasciati. In quel luogo fermarono il loro moto verso l’Ovest i calcidesi avventurosi, mescolandosi a chi già prima l’abitava: non era un deserto e mai lo diventerà, alimentato com’è dal soffio del Mediterraneo. Reggio, Crotone, Tropea, Lamezia: sono i punti di “invasione” mediterranea della Calabria, piattaforme girevoli non solo di uomini e merci, ma anche di idee.

Giuseppe Restifo

[1] Questo contributo è stato presentato nel 2000 in forma più sintetica per motivi di spazio.

Il rapporto Calabria/Mediterraneo in Epoca moderna

La Calabria è, ancora oggi, considerata marginale e periferica, senza peso e senza storia rispetto alle altre regioni italiane. Il giudizio non cambia ove l’orizzonte si allarghi alle regioni del Mediterraneo e si tenti di costruire una comparazione basandosi sulle conoscenze diffuse e quindi sulle idee e sulle immagini che si hanno come frutto di tradizionali saperi. Questo immaginario collettivo ha certamente radici e cause nelle vicende della Regione; ma è, con altrettanta certezza, il frutto di una serie di pregiudizi reciprocamente rafforzati nel tempo fino a costituire un cliché.

Rompere questo cliché, abbattere un luogo comune deleterio e dannoso è una sfida degna per un uomo che vuole volare alto. Come esemplificazione del fatto che la sfida si può vincere si consideri la realtà di razza e del peso di questi rapporti tra Calabria e Impero Turco sullo scorcio della seconda metà del Cinquecento e per il Seicento. Lepanto è alle spalle, la flotta ottomana viene ricostruita anche con l’aiuto di profughi meridionali e calabresi; a Costantinopoli vive e opera un quartiere abitato esclusivamente da calabresi e il più grande dei calabresi di quel tempo, un uomo straordinario a livello mondiale, Tommaso Campanella nella sua utopia rivoluzionaria, illustrata ne La città del sole, pensa di poter avere come alleati i Turchi contro il dominio spagnolo. Il solo ipotizzare tale soluzione utile alla vittoria costituisce una rivelazione e, quindi, la spia di una rivoluzione culturale: la Spagna cattolica con la sua Inquisizione e il nemico, la Turchia, col suo Impero capace anche di aperture e di tolleranze, è un braccio armato alleato per la libertà. E’ la libertà, si potrebbe dire provocatoriamente. Basta porsi per un solo attimo da questa prospettiva per vedere traballare e crollare certezze antiche, ricostruzioni famose per le quali il nemico è sempre il turco, il saraceno, feroce incarnazione del male, di ogni male. Gli altri, cioè noi, gli occidentali siamo buoni per antonomasia.

La Calabria periferia, confine, trincea armata contro il nemico, sente la distorsione violenta che accettare quel ruolo, frutto di coartazione politica, comporta, sente che le aree di confine possono mettere in crisi un sistema e proporsi come “ponti” tra i popoli costringendo i governi a modificare strategie e valori. Credo ci siano motivi più che sufficienti per ripensare il rapporto Calabria/Mediterraneo in Epoca Moderna.

Saverio Di Bella 

Viaggiatori e turisti nel Mediterraneo ed oltre[1]

In un suo recente libro il sociologo francese Jean–Didier Urbain prova a gettare una nuova luce sul rapporto viaggiatore–turista in questo mondo contemporaneo diventato letteralmente una “società viaggiante” o, appunto, una “società di turisti”, di “homini peregrini“, di “xenomani” appassionati di ciò che è straniero, con il gusto della mobilità e della ricerca forsennata di novità. Una letteratura fin troppo nota e diffusa (da Sterne a Diderot, da Stendhal a Dumas, da Metraux a Kerouac) – scrive Urbain – ha finora generalmente esaltato le qualità del viaggiatore a discapito di quelle (tutte al negativo) del turista.

Il viaggiatore–scrittore, come un imperatore offeso, si è avvolto nella sua dignità di intellettuale e, lontano dalle “truppe turistiche”, non ha fatto mistero del suo disprezzo. Per lunghi anni ha rimproverato al turista l’introduzione di rapporti mercantili all’interno della disciplina nobilissima del Gran tour del Mediterraneo, la tendenza a degradare alcune pratiche vitali a sport e gioco, la “perversione” delle tradizioni e l’ottica lussuriosa ed egoistica che, ad esempio, nelle isole dei Mari del sud, ha finito per trasformare le danze rituali in esibizioni mercificate, maliziose ed impudiche.

Questo turista massificato raggiunte tutto. Fotografa tutto, reifica e racconta tutto, rende imitabile ed imitato il viaggio. Il viaggiatore vero, quello che per tanto tempo ha monopolizzato la profondità del mondo e il senso delle cose, e gettato lontano ed in splendida solitudine il suo sguardo unico sulla terra, si è dunque sentito togliere de facto questo privilegio da tanti sguardi multipli superficiali e curiosi: quelli di chi, secondo lui, non vanno verso le cose ma verso l’immagine delle cose, cioè verso cose del mondo ridotte al segno o al segnale. Il suo viaggiatore da romita, la sua ars peregrinandi, vengono disturbati, resi difficoltosi, impediti da una carovana sempre più affollata di passeggeri, e sempre meno disposta a vedere ciò che va visto del mondo rispetto a ciò che del mondo vien detto di vedere. Da tanta gente che, affidata all’organizzazione dei tours operator internazionali, si muove senza avventura e senza poesia in un circuito prestabilito e regolato drasticamente e senza scampo dal cosiddetto sight-seing: l’obbligo assoluto di fruire di un certo paesaggio, un certo monumento, una certa strada, un certo museo.

Secondo questo viaggiatore narciso e «in missione permanente per scovare, osservare, rispettare, preservare e salvare il mondo», il turista è solo uno spettatore passivo che finisce per banalizzare il mondo e profanare la gioia incommensurabile della scoperta geografica ed antropologica.

Ma anche queste idee del viaggiatore doc – chiarisce Urbain – sono appunto idee letterarie, e partono da una prospettiva che non fa i conti con la modernità e con cosa il turista e il turismo significano per la società contemporanea. Sono considerazioni che ignorano il fatto sostanziale che, se pure una differenza tra turista e viaggiatore persiste, questa può solo essere in grado, non di natura…

Qualunque cosa ne dicano le élites di ieri e di oggi, tra questi termini c’è in effetti una stretta “parentela”. Il turista, infatti, non è solo un girovago dalla vista corta o un nomade con i piedi piatti. Anche lui è un viaggiatore che non può rimanere sola espressione della massificazione delle vacanze. Anche lui ha contribuito a moltiplicare gli sguardi sul mondo nel quadro di una mobilità del tempo libero molto più vivace di una volta. Il turismo insomma è diventato un fenomeno della civilizzazione che ha generato un uomo nuovo: il turista, appunto, figlio del viaggiatore.

Questo processo letterario fatto al turismo va allora rivisto ed è già di fatto cominciato quando è nata la distinzione tra turista “cattivo” e turista “buono”. L’uno e l’altro, il turista buono e quello cattivo, hanno però in comune tante cose col viaggiatore di professione. Ed una in particolare. La necessità di fuga, di diserzione, di evasione; la voglia di rompere gli ormeggi, di comunicare, di raggiungere l’altrove, di dare fondo al nomadismo come straordinaria opportunità di decongelare l’identità, renderla problematica e aperta. E’ vero. Il turista in questa aspirazione va di fretta, e non fa caso ai suoi compagni di viaggio. Il viaggiatore (se mai ne esistono ancora) invece, si prende più tempo, perché porta con sé una patologia inguaribile: la cosiddetta sindrome di Armstrong, l’illusione del primo piede sulla luna, l’illusione di essere ancora il primo e l’unico a scoprire e ad inaugurare il mondo. Il turista, dunque, non è un idiota… E non ci tiene a rimanere semplice spettatore, parodia di un’esplorazione che non esplora niente. Ma anche se così fosse, è pur vero – come scrive Kuoni – che: «Se il Buddha di Sakhotai è immutabile, è il modo di vederlo che può cambiare. Se la Sfinge di Giza è immutabile, è il modo di vederla che può cambiare».

Roberto Messina

[1] Questo contributo è stato edito in forma ridotta nel 2000 per motivi di spazio.

 

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