Premio Letterario 2009

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Anno 2009

Specchio della storia: le migrazioni mediterranee da sud a nord

Il mondo in casa nostra: 103 nazioni e 191 lingue

Vederli per le vie, la mattina presto in attesa di essere caricati nei furgoni dai caporali, incontrarli agli incroci a mezzogiorno intenti a vendere solite mercanzie, guardarli camminare a braccetto di un anziano in un pomeriggio di sole, osservarli fin’anche la domenica sera dentro bazar illuminati da lanterne rosse, incrociarli a sera tarda, in luoghi isolati, in attesa di vendere il proprio corpo, imbattersene anche di notte ad un distributore di benzina, leggerli quotidianamente nelle pagine della cronaca nera, tutto ciò dà una vaga idea della presenza capillare, multietnica, multireligiosa degli immigrati in piccoli centri ed in grandi città d’Italia e della Calabria.

Basta la definizione “immigrati”, o “extracomunitari” per rendere la complessità e la diversità che Maida come tutti i comuni d’Italia, che la provincia di Catanzaro come le altre della regione, testimoniano ogni giorno? Semplificare significa appiattire i mille e mille “io” che ogni mattino si affacciano sulle nostre strade, in un generico “loro”, macchiato di un colore cupo e inquietante.

Contro quest’ottica azzerante bisogna ricordare che in Italia vivono immigrati provenienti da ben 103 nazioni diverse e parlanti ben 191 lingue. Certo, molti di loro sono extracomunitari: statunitensi, canadesi, marocchini, albanesi…; molti però provengono dall’UE: rumeni, polacchi, lituani, sloveni… Solo che prima di dare dell’“extracomunitario” al compagno di scuola canadese ci si pensa due volte, cosa che non avviene con il compagno rumeno. Il senso della parola si è trasformato diventando il simbolo di una barriera più dura da infrangere dei veri confini.

Chi e quanti sono allora gli immigrati? Una loro fotografia è fornita dai dati ufficiali dell’ISTAT, della Caritas Migrantes e del Ministero dell’Interno che comprendono: provenienza, dislocazione, età, sesso, religione e status. Purtroppo, essi si riferiscono solo agli immigrati residenti o già cittadini italiani ed escludono tutti i clandestini che cercano di vivere nel nostro paese.

Leggendo quelle statistiche si capisce che quel 6% circa d’immigrati rispetto alla popolazione totale ha senso solo se si fanno degli importanti distinguo. In Calabria, ad esempio, la percentuale d’immigrati ufficialmente registrati è intorno al 3%, ben più bassa di quella nazionale. Inoltre, mentre le presenze maggiori nel paese sono date da rumeni (15%), marocchini (11%) e albanesi (11%), le presenze più rilevanti in Calabria sono date da marocchini (25%), ucraini (13%) e albanesi (7%).

Nella provincia di Catanzaro, la situazione è diversa da quella delle altre province. Qui le comunità maggiori in ordine decrescente sono: marocchina, ucraina, polacca, rumena, senegalese, cinese e albanese. Ufficialmente sono meno di 10.000, ma il loro numero, si sa, è molto superiore. Di tutta la provincia gli immigrati prediligono il Lametino dove vivono più immigrati che nel capoluogo. Dopo Lamezia Terme e Catanzaro la loro presenza, in ordine decrescente, è registrata a: Gizzeria, Falerna, Sellia Marina, Soverato, Davoli, Botricello, Guardavalle, Montepaone, Maida e S. Pietro a Maida. Segno evidente che essi si distribuiscono dove il mercato del lavoro lo richiede, la fatica è maggiore e il guadagno è scarso.

«Tutto il mondo è paese», si dice, ma è bene aggiungere che ogni paese è un mondo a parte che racchiude un mondo intero. Ci si augura che i contributi che seguono aiutino a comprenderlo.

Salvatore Speziale

Immigrazione e Cittadinanza[1]

Facendo nostra l’affermazione di Cicerone in merito alla cittadinanza romana: «Universus hic mundus una civitas est communis deorum atque hominum estimanda» (questo mondo deve essere considerato come un’unica città comune agli dei e agli uomini), riteniamo che l’Unione Europea e quindi l’Italia la debbano assumere come principio nella gestione del problema “immigrazione”.

La rivoluzione dell’informazione e della comunicazione mette in contatto civiltà e culture “altre”, in un processo vorticoso che provoca scompensi e pregiudizi sul piano dei valori e dell’identità quando non si è sostenuti da una reale conoscenza dell’“Altro”. Da qui è facile che questo incontro–scontro di civiltà e culture si trasformi nel clash of civilisations, previsto da S. Huntington che si riferisce in primis alla situazione odierna della regione euro–mediterranea dove flussi migratori dal sud al nord hanno rimpiazzato le tradizionali correnti migratorie europee.

Il pianeta terra è divenuto il “villaggio globale” dove però democrazia rappresentativa, stato–nazione e cittadinanza sono in crisi. S’impone una rimessa in questione di questi concetti verso nuove visioni dell’uomo, considerato nella sua dimensione locale e planetaria.

Oggi si parla di una nova civitas per la costruzione della “Città dell’Uomo” a dimensione universale, un nuovo essere del cittadino che deve “pensare globalmente ed agire localmente” secondo un progetto di educazione politica che contempli una palingenesi dei nostri criteri democratici in crisi. «Ai nostri giorni – scrive H. Cox in La città secolare – la metropoli secolare costituisce, a un tempo, il modello della nostra convivenza e il simbolo della nostra concezione del mondo… Il mondo è divenuto compito e responsabilità dell’uomo: l’uomo contemporaneo è divenuto il cosmopolita, il mondo è divenuto la sua città e la sua città si è estesa fino a includere il mondo». Ecco perché è necessario rifondare il concetto di cittadinanza a misura planetaria, traducendolo nella prospettiva della piena humanitas dell’uomo nella grande comunità umana, evidenziato già nel 1967 nell’Enciclica Populorum progressio dove si prospetta lo “sviluppo umano integrale”.

S’impone perciò l’educazione alla cittadinanza responsabile come educazione finalizzata allo sviluppo della democrazia partecipativa, poiché costruire “la città dell’uomo” significa appunto partecipare alla vita della comunità intesa come luogo comune dei diritti e dei doveri garantiti a tutti e accettati liberamente e consapevolmente da tutti, dove ogni individuo, nel suo percorso formativo, ha il diritto–dovere di acquisire competenze sociali, relazionali e civiche. Emergono quindi nuove istanze di gestione delle diversità etnico–culturali, soprattutto nelle nostre società europee, divenute ormai multiculturali e multietniche. L’Europa deve aprirsi verso l’accoglienza solidale degli immigrati nella costruzione di nuove realtà sociali e politiche.

All’Europa e al Mediterraneo, antichi luoghi di scambi con l’Altro, tocca in particolare “inventare” nuove formule di convivenza, proporre modelli di interculturalità in grado di garantire una maggior armonizzazione della diversità culturale e una maggior giustizia e pace sociale, imparando e insegnando a costruire il rapporto con l’alterità. Nel saggio Razza e Cultura, Claude Lévy–Strauss afferma che ogni progresso umano è un coacervo di forze diverse che cercano una sintesi, mantenendo tuttavia le proprie diversità nell’apertura verso le altre culture. C’è quindi una domanda di fondo che tutti dovremmo porci: vogliamo noi offrire un futuro comune agli immigrati per costruirlo insieme in un’Italia multiculturale e multietnica, in marcia verso l’unità europea ed aperta al mondo? L’Italia del terzo millennio, terra d’immigrazione crescente, deve darsi politiche d’accoglienza e d’inserimento tali che i suoi cittadini immigrati si possano sentire parte viva della nuova comunità liberamente acquisita, consapevoli e responsabili dei diritti e dei doveri che la cittadinanza italiana, ispirata ai valori della Costituzione, richiede indistintamente a tutti i suoi abitanti nel quadro più ampio della costruenda cittadinanza europea.

Michele Brondino 

Immigrati e sicurezza[2]

L’immigrazione, prima di essere un problema, è un dato. Che ha le sue conseguenze positive: su una demografia pericolosamente squilibrata, sul mercato del lavoro (svolgendo lavori di cui c’è richiesta, sostenendo con i contributi il pagamento delle nostre pensioni e badando ai nostri vecchi che le percepiscono), sul prodotto interno lordo. E ha i suoi costi: culturali e sociali. Pagati dagli immigrati, in termini di sfruttamento, di difficoltà di inserimento, a volte di discriminazione e razzismo. E pagati dalla società: in termini di danni oggettivi (aumento dei reati, nuovi bisogni da soddisfare, o meglio vecchi bisogni di persone nuove), di paure soggettive, di trasformazioni sociali e di mentalità, che sono anch’esse difficili e costose. Costi che si traducono in conflitti e incomprensioni. Spesso transitorie, peraltro, e già vissute all’inverso ai tempi della nostra emigrazione: ma accorgersene presuppone una capacità di distanza critica che non appartiene all’emotività del presente.

L’immigrazione ha i suoi costi, dicevamo. Ma qualcuno ci guadagna. Gli immigrati che ce la fanno. Coloro che beneficiano del loro lavoro. Quelli che li sfruttano, speculando sul loro bisogno di casa o lavoro, o comprandone il corpo. E quelli che lucrano sulle paure che inducono. Tra questi, gli imprenditori politici della paura. Che, non a caso, sotto elezioni alzano la voce e moltiplicano le iniziative “esemplari”, tra ronde e delazioni. Il pacchetto sicurezza da poco approvato ne è la manifestazione più evidente, da offrire in pasto ad un elettorato ossessionato dalla sicurezza, ad opera degli stessi che poi gli offrono risposte pronte all’uso: inefficaci – ma che importa – ma facilmente spendibili ed incassabili come rendita elettorale immediata.

Il travestimento “culturale” di questo coacervo di barbarie legislativa è quanto meno concettualmente zoppicante: come quel «sì alla società multirazziale, no alla società multietnica» invocato da molti. Che, tradotto, vuol dire: pazienza se l’immigrato è negro o cinese – in ogni caso, purtroppo, non possiamo farci niente. L’importante è che non pretenda di essere alcunché che non sia culturalmente omologato; omologato a chi, visto che anche gli autoctoni sono tra loro molto diversi, è un problema ulteriore.

Tra le tante norme discutibili prodotte di recente, spicca quella sul respingimento degli immigrati. Problema annoso. Che improvvisamente, sotto elezioni, diventa merce da mettere in pasto ai cittadini opportunamente impauriti dagli stessi che poi offrono facili e illusorie soluzioni, travestite da sano pragmatismo.

L’immigrazione clandestina è un problema oggettivamente grave e non facilmente risolvibile. In Italia la percentuale di clandestini è più alta perché è più facile vivere clandestinamente, grazie al peso maggiore dell’economia in nero. Il primo problema è lì: e precede l’immigrazione, non la segue. Troppo facile, anche se elettoralmente comodo, scaricarlo sull’ultimo anello della catena.

Detto questo, c’è un evidente problema pratico. Che fare dei clandestini? Lasciarli sbarcare, si dice, non si può più. Dietro di loro c’è del resto un ignobile traffico, che è giusto voler stroncare, alla pari del traffico di droga e di armi. Qualcosa, quindi, bisogna fare. Ma siamo sicuri che l’unico modo per risolvere il problema sia il respingimento al limite delle acque territoriali? Cominciare dalla fine non è per nulla il metodo migliore. E ha delle conseguenze su di noi, prima ancora che sugli altri. Ci cambia, ci sporca, prima ancora di fermare loro. Dobbiamo costringerci a comprendere che bisogna fare un ulteriore passo in avanti, ed andarci ad occupare di quei paesi e di quei problemi. La soluzione del problema non sta nella chiusura, delle frontiere e delle coscienze, ma in una loro maggiore apertura: solo, in altro modo.

L’alternativa? Prepararci a mettere altri sacchi di sabbia alla porta, e a predisporre i nostri fucili, rimpinguando nel frattempo le nostre scorte. Non l’arrivo dei barbari, ma il nostro imbarbarimento, è già cominciato.

Stefano Allievi

Immigrati di seconda generazione: integrazione dei giovani e responsabilità degli adulti[3]

Degli immigrati in Italia si parla molto, più o meno con criterio, ma in maniera indifferenziata, per lo più, senza le necessarie distinzioni di età e di sesso, che pongono problematiche diverse. Sarebbe il caso di soffermarsi ad osservare, ad esempio, chi siano veramente quegli adolescenti che giungono nei Centri Territoriali Permanenti, scuole rivolte a studenti fuori dall’obbligo scolastico, per chiedere di conseguire la licenza media. Immigrati di seconda generazione, nati e cresciuti in Italia, provengono da esperienze di ripetuti fallimenti nella scuola ordinaria, nella quale gli ostacoli maggiori, ascoltando le loro storie, pare non derivino dalle possibili difficoltà linguistiche, che chi cresce e studia in una stessa comunità di parlanti riesce facilmente a superare, ma principalmente da tre fattori il cui livello di adeguamento determina il loro destino scolastico e non solo: la condizione socio culturale della famiglia d’origine, il livello di integrazione di questa nel nostro paese, l’accoglienza del gruppo dei pari.

Sebbene siano tanti gli immigrati seriamente preoccupati dell’istruzione dei figli, che riescono a seguire anche affidandoli ad insegnanti privati, tuttavia essi costituiscono solo una nicchia. Spesso in possesso di titoli di studi superiori, questi genitori sognano per i loro ragazzi una carriera scolastica e quindi professionale di successo, che possa conseguire quel riscatto sociale cui l’orgoglio ferito di immigrati “qualificati” ambisce più di ogni cosa.

Ma i ragazzi che giungono ai CTP non provengono da questi contesti; la maggior parte di loro, cinesi e bengalesi, arabi e indiani, ritrova tra le mura di casa un ambiente povero di stimoli nonché di quella attenzione famigliare che il più delle volte sa determinare l’applicazione e l’impegno nel giovane allievo. Arrivano con profonde ferite e qualche complesso dovuto in particolare a quella zona d’ombra, di confine, nella quale sentono di vivere, sbattuti tra due mondi che in ogni caso non riconoscono come del tutto propri. Per loro, difatti, il bilinguismo, la convivenza in se stessi di due universi culturali non riesce ad essere, come dovrebbe, una potenzialità, un punto di forza, un arricchimento sul piano umano ed intellettuale, bensì un ostacolo alla definizione di una identità. Così che la capacità di parlare più lingue non è veramente tale, giacché conoscono della lingua dei genitori solo il lessico familiare, molti di loro solo nella comprensione orale. Mentre i padri e le madri, specie cinesi, nonostante la permanenza nel nostro paese, non conoscono l’Italiano e usano i figli come le sole vie d’accesso alla decodificazione di un realtà esterna che in gran parte non accettano. Se poi è vero che, attraversando le ribellioni adolescenziali, questi ragazzi rifiutano provocatoriamente di parlare la lingua paterna, cambiano i loro nomi esotici con nomi italiani d’invenzione, si tingono i capelli e ricalcano visibilmente modelli occidentali del tutto sconosciuti in casa, come si comunicherà all’interno di queste famiglie? Cosa si diranno genitori e figli? E come? A questo, infine, si aggiunge l’abisso che li separa nella definizione del loro futuro; l’ansia del conservatorismo degli immigrati che vorrebbero trattenere i loro figli il più possibile sotto la sfera d’influenza di una tradizione che vedono dissolversi, senza essere abbastanza competenti e credibili per farlo, e il desiderio di chi in un’età delicata desidera omologarsi al gruppo soprattutto quando apparentemente meglio rappresentato e convincente. Ma non è solo la crisi dell’età, spesso ci si mettono anche diversi diffusi estremismi da parte degli adulti quando si tratta della vita affettiva e relazionale dei figli.

Quello dei matrimoni combinati e spesso tra parenti è prassi diffusa tra indiani e pakistani, bengalesi e cinesi, islamici ed indù, con serie ripercussioni nel rapporto con i figli, cui viene in molti casi proibito di partecipare alle feste di compleanno dei compagni di scuola o di frequentare liberamente amici ed amiche italiani. Certo fra le tante cicatrici che questi adolescenti si portano addosso c’è senz’altro anche quella procurata dalla brutalità di qualche coetaneo italiano insensato, da cui saranno stati canzonati, provocati, anche malmenati. Ma sebbene questo resti una triste costante tra giovani, arginabile tramite l’educazione e l’informazione, per altri versi è tipica di un’età evolutiva nella quale l’apparentamento coi pari troverà sempre qualche ostacolo, anche quando non si hanno genitori stranieri; dovrà farsi piuttosto premura delle madri, che in questi contesti di transizione sono punti di sutura insostituibili, comprendere come il miglior aiuto da offrire alla realizzazione innanzitutto esistenziale dei figli, sia la loro personale prioritaria integrazione.

 Davide Vespier 

L’immigrazione dal sud al nord 

Bisogna premettere che la migrazione in seno ai popoli è un fenomeno antico: sempre hanno avuto luogo nuovi insediamenti di gruppi etnici in cerca di esperienze varie o sospinti da motivazioni ambientali.

Anche oggi risulta in aumento l’immigrazione, dal sud, in particolare dall’Africa, verso l’Europa in vista di condizioni migliori di vita.

I barconi si sono susseguiti nel Mediterraneo dall’Albania e dalla Tunisia e tuttora si susseguono in partenza dalle coste libiche: molti sono approdati a Lampedusa.

Con la nuova legge si adottano – in verità in modo indiscriminato – i respingimenti; tuttavia i tentativi non mancano di poter toccare terre accoglienti in quanto la vita di somali, di eritrei e di altre popolazioni in patria è resa impossibile per l’estrema miseria o per i governi autoritari e liberticidi.

In Europa vige la “tolleranza zero” e in certa misura anche in Italia, verso i “diversi”, verso questi immigrati. Si dimentica che anche l’Italia è stata un popolo di emigranti.

Recentemente ha suscitato panico la tragedia dei 73 uomini, tra eritrei e somali, finiti in mare per mancanza di soccorso, nonostante le invocazioni di aiuto. Così è come procurare la morte all’uomo, all’umanità. La Chiesa, alla luce del Vangelo, reclama il rispetto del diritto di questi “disperati che cercano asilo” ad essere accolti, valutando in seguito da parte dei Responsabili la loro situazione. È risaputo che il Vangelo esiga l’amore verso il prossimo, specialmente se ha bisogno di aiuto. Ogni persona è stata creata ad immagine di Dio e secondo il filosofo Rosmini «è diritto umano sussistente». Non può mancare in chi governa la responsabilità ma neanche può mancare la solidarietà.

Vincenzo Rimedio

Le catene dell’indifferenza

Il 29 giugno 2009 si è concluso l’anno Paolino, tempo dedicato a Paolo di Tarso che tutto il mondo riconosce come il primo e più eccezionale esempio di emigrante.

Uomo colto, cittadino romano, profondamente legato al suo mondo ebraico ma cresciuto anche a contatto della cultura greca, percorre migliaia di chilometri di strade che collegano i più distanti punti dell’Europa continentale all’Africa del nord e al Medioriente.

Con la fermezza che solo un profondo convincimento può dare, egli continua a “viaggiare” affrontando difficoltà ed avversità. Fu persino naufrago e, pensate un po’, fu proprio Malta ad accoglierlo ed aiutarlo a proseguire il suo “cammino”.

A chiunque, oggi, indipendentemente dalla propria fede religiosa, appare quasi stridente ricordare questi eventi in un momento storico in cui l’emigrante è visto quasi come un “nemico”. Proprio in questi giorni la possente voce dell’ONU in persona di Navi Pillay, Alto Commissario per i diritti umani, si alza al di sopra di beghe burocratiche e di rimbalzi di responsabilità tra le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo che tentano di nascondere la verità: l’immigrazione è una realtà ineluttabile e, per alcuni, scomoda.

L’ONU denuncia i respingimenti e le discriminazioni nei confronti degli immigrati; barche cariche di esseri umani vengono lasciati ad affrontare pericoli e morte come se fossero cariche di “rifiuti pericolosi”. Il diritto internazionale viene violato ma ancor più vengono violati i principi fondamentali dell’etica umana, il rispetto della vita e della dignità, che per molti e per molto tempo, hanno rappresentato lo scopo di una vita dedicata alla lotta all’uguaglianza e alla libertà.

Gli immigranti che giungono in terra italiana, o europea in genere, sono prigionieri; sì prigionieri della loro disperazione e della loro condizione di povertà o di perseguitati. In virtù di ciò l’atteggiamento delle autorità, ma prima ancora del semplice cittadino, deve essere di accoglienza. Certamente ogni comportamento illecito deve essere giustamente giudicato, ma prima di tutto viene l’uomo.

Se non teniamo conto di ciò, come potremmo alzare lo sguardo verso le acque del mare, senza pensare che possa diventare il baratro dove sprofonda ogni speranza di vita di migliaia di esseri umani?

Forse non tutti sanno che sorge, in terra di Lampedusa, un monumento dedicato ai migranti che hanno perso la vita in mare. Si tratta di una porta di ceramica realizzata da Mimmo Paladino, alta cinque metri e larga tre e vi sono rappresentati volti, mani, scodelle, pesci. E’ un doveroso riconoscimento dovuto alle loro sofferenze e il suo significato è consegnare alla memoria quest’ultimo ventennio che ha visto migliaia di migranti morire in mare in modo disumano nel tentativo di raggiungere l’Europa. Le cifre sono impressionanti: dal 1988 ad oggi[4] sono morte più 12.000 persone di cui più di 4.000 dispersi lungo le frontiere europee (Osservatorio sulle vittime dell’immigrazione).

Tutto ciò deve farci riflettere: il fenomeno della migrazione fa parte della nostra vita e tutti dobbiamo affrontarlo, ognuno per ciò che gli compete. Le autorità regolamentino e il cittadino accolga. L’Italia è un paese aperto ed ospitale che, nel corso degli anni, ha dato dimostrazione di grande civiltà (non dimentichiamo che la Puglia fu candidata al Premio Nobel della pace per l’esempio di alta civiltà nel periodo della grande emigrazione albanese).

L’Europa quella vera, civile e non solo politica, la costruiamo tutti noi, passo dopo passo, assumendoci la responsabilità di “Cittadino Europeo” perché questo è l’obiettivo che ci può assicurare un futuro democratico e libero.

Rosaria Mazza

Reggio Calabria: il sud che accoglie il sud

Il fenomeno migratorio che coinvolge uomini, donne e bambini provenienti da ogni parte del mondo, si configura oggi, essendo aumentato il divario tra nord e sud del mondo, come un flusso spontaneo da un sud sempre più povero, i cui confini si allargano progressivamente, e un nord opulento, le cui coordinate geografiche non sono più chiaramente definibili.

Un esempio di ciò è rappresentato da Reggio Calabria, città che ha ospitato, inizialmente in modo inconsapevole, una comunità islamica il cui nucleo iniziale proveniva dal Marocco (costituito essenzialmente da uomini) in cerca di lavoro e che, man mano radicatosi nel territorio, ha costituito una comunità che ha voluto invece consapevolmente costruire una propria storia in questa città. Infatti, grazie ai ricongiungimenti familiari, a Reggio è nato il Centro Culturale Islamico più grande della Calabria.

Oggi la comunità è composta da individui provenienti dal Nordafrica, principalmente dal Marocco. La città di Reggio rappresenta uno dei primi insediamenti di immigrati dove sono ormai presenti nuclei familiari di terza generazione. Tuttavia, nonostante l’elevata presenza numerica, la comunità islamica non ha sviluppato dei rapporti stabili con la società e le sue istituzioni. Gli immigrati vedono la città come un punto d’ingresso verso un nord più ricco ed organizzato, dove spesso sono attesi da parenti già inseriti nel mondo del lavoro. I luoghi d’incontro sono abitazioni private, la macelleria islamica, il Centro Culturale (al cui interno è stata ricavata una moschea), luoghi in cui gli immigrati tendono a perpetuare le abitudini e le tradizioni delle loro terre e della loro religione. Ma se questo è un dato importante, ancora di più lo è il fatto che con il tempo e con la convivenza quasi nessuno fra loro considera l’Italia, e dunque anche Reggio, un territorio ostile nei confronti della religione musulmana.

Dall’altro lato, la popolazione reggina non guarda gli immigrati musulmani con sospetto, anzi è mossa da sentimenti benevoli e da atteggiamenti mirati ad approfondire la conoscenza di una religione “altra”. Tuttavia, sono attestabili soltanto pochi casi di conversione all’islam. Questo succede perché il fenomeno migratorio non è più concepito come un qualcosa di temporaneo ed eccezionale, ma un cambiamento di vita radicale attraverso il quale non si perde la propria identità ma la si integra e la si completa dandole una connotazione e una giustificazione nel territorio in cui ci si ritrova a vivere.

Sempre di meno si considera che sia possibile l’applicazione integrale del diritto islamico in Italia, ma giustamente si chiede insistentemente che le legislazioni internazionali tengano conto delle esigenze giuridico–religiose delle comunità musulmane. A questo proposito mi piace concludere con le parole di Muhammad, un immigrato reggino, che ha colto il senso della civile convivenza attraverso questa sua opinione «seguo il diritto italiano e la religione islamica poiché quando si è in un paese diverso dal proprio devo rispettare sia le leggi che i miei doveri islamici senza problemi».

Maddalena Di Prima

L’immigrazione, un fiore di loto nella terra di Calabria

Nelle ultime settimane dalla Libia ottanta clandestini hanno tentato il viaggio della speranza su di un piccolo gommone. Cinque di loro ce l’hanno fatta. Per gli atri 75 il destino è stato più crudele: i loro corpi sono stati gettati dai compagni nel Mediterraneo, ormai un vasto e grande cimitero senza nomi e senza croci.

Questi sono solo gli ultimi protagonisti di una tragedia silenziosa e terribile che non conosce limiti. L’emigrazione dal sud del Mondo verso i Paesi dell’Europa occidentale è un fenomeno purtroppo che ha raggiunto numeri stratosferici. Basti ricordare che nel 2009 sono già 500 le persone che hanno perso la vita nel canale di Sicilia per la disperata, straziante e angosciosa ricerca di un futuro migliore. Nel 2008 erano state 1250. Dati resi ancora più atroci dal fatto che i numeri si riferiscono anche a donne incinte e bambini. E’ una vera e propria strage degli innocenti.

L’Italia dagli anni Novanta del secolo scorso in poi, è uno dei Paesi maggiormente colpiti dal fenomeno dell’immigrazione. Terra di emigrati prima, terra di immigrati adesso.

Il nostro Paese però, pur avendo ratificato molte convenzioni internazionali e recepito le relative direttive dell’Unione Europea, non possiede ancora una normativa organica condivisa da maggioranza e opposizione. Eppure per l’Italia, aperta alla globalizzazione e agli scambi internazionali, il tema dell’immigrazione rappresenta una delle materie centrali della politica nazionale.

Il diritto d’asilo, ad esempio, è uno dei principi fondativi della Repubblica Italiana perché garantito dall’articolo 10 della nostra Carta Costituzionale. Solo nel 2008 le richieste pervenute alle commissioni territoriali per il diritto d’asilo sono state 31.097. Solo 11.849 hanno avuto esito positivo sulle 21.933 richieste esaminate.

Un ruolo importante potrebbe essere svolto anche dalle regioni che, nell’ambito della loro potestà legislativa, avrebbero la possibilità di sostenere interventi di sostegno e di protezione per i rifugiati.

L’esempio virtuoso arriva dalla Calabria. Su proposta della Giunta, il Consiglio Regionale ha approvato all’unanimità, lo scorso 29 maggio, una legge sull’accoglienza per promuovere l’inserimento degli immigrati nel territorio e coniugarlo allo sviluppo sociale ed economico delle comunità locali.

Il provvedimento trova le sue radici nella positiva esperienza della Locride, in cui i rifugiati, a partire dagli anni Novanta del Novecento, hanno ripopolato borghi quasi desertici e abbandonati.

In molte piccole contrade ai piedi dell’Aspromonte la vita è ripresa, e l’economia pure, grazie alle attività agricole e artigianali svolte dalle nuove popolazioni.

Un vento rinnovatore e carico di fiducia è iniziato a soffiare sull’intera regione, grazie all’impegno di gente che sul gommone della speranza, tra le acque del Mediterraneo, non l’ha data vinta alla morte. O meglio, dalla morte questa gente è rinata. E con essa sta rinascendo, a piccoli passi, la Calabria.

Come un variopinto fiore di loto che splendidamente spunta dalla melmosa fanghiglia!

Luigi Mariano Guzzo

Aspetti linguistici del fenomeno migratorio dalla sponda sud alla sponda nord[5]

L’ondata migratoria che dalla sponda sud del Mediterraneo, arriva in Europa presenta, pur nella diversità delle nazionalità coinvolte (tunisina, marocchina, etc.), una indubbia unità linguistico–culturale. Gli immigrati provenienti da quest’area hanno infatti come comune denominatore la lingua araba, che è non solo la lingua ufficiale (cioè la lingua dell’amministrazione, dell’istruzione e dei media) dei loro paesi ma anche la lingua della cultura di cui sono portatori. E se relativamente alla lingua parlata e della comunicazione informale si possono distinguere, a seconda della regione di provenienza, varietà diverse (arabo marocchino, arabo tunisino, etc.) o addirittura lingue diverse (il berbero, per molti marocchini, ad esempio), la lingua scritta e della comunicazione formale è fondamentalmente una: sia nello spazio, che comprende tutto il Nordafrica e i paesi arabi del Vicino Oriente; sia nel tempo, andando dalla poesia preislamica ai romanzi contemporanei e passando per tutta la produzione scientifico–letteraria dell’epoca medievale e moderna, naturalmente con tutte le evoluzioni stilistiche e lessicali che ogni lingua conosce con il passare dei secoli.

L’apprendimento di questa lingua letteraria non avviene però in maniera spontanea (non è infatti la lingua materna di nessun parlante arabo) ma necessità di studio e quindi di un insegnamento strutturato all’interno delle istituzioni scolastiche: ma chi se ne dovrà fare carico? L’istituzione del paese di accoglienza, nell’ottica di garantire il diritto a non perdere la lingua e la cultura di origine? Oppure le istituzioni dei paesi di origine con l’apertura di scuole arabe? E in che modo? Attraverso insegnamenti extra–curriculari e opzionali riservati agli alunni arabofoni? Oppure attraverso insegnamenti curriculari che offrano la possibilità anche agli alunni italiani o di altre nazionalità di imparare l’arabo così come si imparano altre lingue straniere? Il dibattito è aperto in tutta Europa, con soluzioni e proposte differenti a seconda dei paesi.

Intanto l’interesse per la lingua e la cultura araba in Europa è in continua crescita e la richiesta di corsi di arabo in Italia è notevolmente aumentata: nelle Università si sono moltiplicati gli insegnamenti di Lingua e Letteratura araba, corsi di arabo sono stati istituiti in alcune scuole secondarie, nei centri di educazione degli adulti e nelle Università della terza età oltre che in istituti di lingue pubblici e privati o presso associazioni che operano nell’ambito dell’intercultura. Ciò ha portato anche alla pubblicazione di nuovi testi e manuali per imparare l’arabo, di diverso valore e utilità pratica, ma comunque sintomo della curiosità nei confronti di questa lingua e di questa cultura.

E il desiderio di conoscenza è il primo passo sulla via dell’eliminazione del pregiudizio e della paura del diverso, in vista della costruzione di rapporti di convivenza basati sul rispetto reciproco e sulla valorizzazione dell’altro.

Barbara Airò

Migranti nel Mediterraneo e rispetto della dignità umana[6]

Mediterraneo è parola che evoca antiche suggestioni storiche, ma è pure parola che incupisce il cuore dell’uomo contemporaneo, gettandolo in uno stato di angosciosa tristezza. Riporta in mente avventure di mitici naviganti, Ulisse ed Enea tra tutti, e storie di feroci pirati e temuti corsari. Nitide rimangono le gesta di Scipione Cicala, imparentato con i Principi cinquecenteschi di Tiriolo, divenuto Sinan Capudan Pascià, e del contemporaneo Giovanni Dionigi Galeni “Occhialì” di Isola Capo Rizzuto. Ed ancora: il Mediterraneo ristora la mente ed il cuore quando narra di approdi felici lungo le coste dei Paesi del Vecchio Continente; smorza il sorriso quando registra egoismo, odio, intolleranza. Lo hanno conosciuto gli apostoli Pietro e Paolo e una folta schiera di santi missionari, impegnati a portare l’amore di Cristo negli sperduti villaggi afro–asiatici. Questo è il Mediterraneo, il Mare Nostrum per i Romani, il Mare di Mezzo per gli Arabi.

In effetti, il Mediterraneo è un mare racchiuso tra tre continenti, Europa, Africa e Asia. Attraverso lo Stretto di Gibilterra ha una porta aperta sull’Atlantico; il Bosforo lo collega al Mar Nero e dall’artificiale Canale di Suez raggiunge il Mar Rosso. Culla di antiche civiltà, ha legato il suo nome al clima e alla dieta. Le due locuzioni “clima mediterraneo” e “dieta mediterranea” sono grandemente utilizzate dal linguaggio comune. Con riferimento al clima, il Mediterraneo è un ottimo serbatoio termico; in relazione alle coltivazioni, l’olio, il vino e gli agrumi vengono raccomandati per una alimentazione sana, leggera, nutriente.

Mare piccolo, ma dal cuore grande. Una riserva d’acqua dai confini talvolta labili, ma sempre molto appetibili e ricercati. Un vero scrigno di popoli e di culture non sempre in dialogo tra di loro.

Ma il Mediterraneo è altro ancora. Dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, è solcato in lungo e in largo dalle rotte della migrazione clandestina. Rimane la “porta della speranza” per migliaia di uomini, donne e bambini che dall’Africa anelano di raggiungere l’Europa. Solo 275 chilometri separano la Libia da Pantelleria ed appena 113 chilometri la Tunisia da Lampedusa.

Migliaia di migranti, dicevamo, quasi tutti irregolari e clandestini. E sono noti gli sforzi fatti per accoglierli, perché almeno a parole tra il fenomeno migratorio e la dignità della persona umana c’è un nesso inscindibile, un rapporto interdipendente. Purtroppo non sempre tale rapporto viene tenuto in debita considerazione. I riflettori mediatici si annebbiano quando il Mediterraneo assume l’aspetto dell’arcigna matrigna, che travolge, nell’impeto delle onde, indifesi migranti e la speranza che si portano dietro. Il mare, si sa, pretende di essere solcato da navi e traghetti sicuri, giammai da imbarcazioni di fortuna, che non sempre riescono a concludere il viaggio.

Quanti sono gli annegati nel Mediterraneo? Oltre ottomila dal 1988 al 2007. Sono morti nel Canale di Sicilia tra la Libia, l’Egitto, la Tunisia, Malta e l’Italia o lungo le rotte che vanno dal Marocco e dall’Algeria verso la Spagna. Anche lo specchio d’acqua dell’Adriatico ha inghiottito centinaia di disperati provenienti dall’Albania diretti in Italia. Più di quattromila salme non sono state recuperate, senza che nessuno se ne sia curato più di tanto.

Che il loro sacrificio sia di monito per tutti. E’ giunta per davvero l’ora che la coscienza dell’uomo contemporaneo cominci a riconsiderare il rapporto tra il fenomeno migratorio ed il rispetto della dignità umana!

Teobaldo Guzzo

[1] Il contributo è stato inserito in forma abbreviata nella brochure del 2009.

[2] Questo contributo è stato pubblicato nella brochure in forma piuttosto ridotta per motivi di spazio.

[3] Questo contributo è stato pubblicato nella brochure in forma piuttosto ridotta per motivi di spazio.

[4] N.d.C. Il testo si riferisce all’anno 2009.

[5] Questo contributo non è stato pubblicato nella brochure di quell’anno in quanto è giunto al curatore oltre il tempo massimo per la stampa.

[6] Anche questo contributo è giunto fuori tempo massimo per la brochure e quindi viene edito per la prima volta.

 

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