Premio Letterario 2001

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Anno 2001[1]

Santi di Calabria

Valenza culturale della santità

Nel concetto di cultura entrano a pieno titolo tutti i fenomeni antropologicamente rilevanti. A questi fenomeni appartiene certamente la dimensione religiosa dell’uomo.

Nella concezione cristiana la fede è dono di Dio e risposta dell’uomo. Essa si nutre della Parola del Signore, ma si fortifica con l’esempio di figure luminose come sono i santi. La santità, intesa come chiamata «alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità» è la vocazione della chiesa e di ogni cristiano.

Una delle dicotomie più laceranti di oggi è la separazione tra fede e vita. I santi, al contrario, hanno fatto sintesi tra fede e vita, dimostrando come la fede può diventare dinamismo intrinseco alla storia, incarnandosi nel contesto di ogni tempo e di ogni cultura, come lievito che li fermenta dal di dentro e che, senza identificarsi con nessuna cultura, ne costituisce l’orizzonte ultimo di senso.

[1] La brochure del 2001 si apriva con la motivazione del premio alla carriera attribuito ad Andrea Camilleri magistralmente redatta da Giuseppe Dall’Ongaro.

I santi hanno fatto e fanno cultura, introducendo modi di pensare e stili di vita conformi al Vangelo, in cui la carità e la speranza, impregnando di sé il presente, lo aprono al futuro, radicandolo nella memoria dell’evento salvifico in Cristo da cui scaturisce ogni novità autenticamente umana. La storia umana sperimenta, a livello personale e sociale, il male e, perfino, la barbarie. I santi sono “separati dal male” e, perciò, promotori di quei valori che rendono l’uomo più umano. Tutto ciò ha un’immediata valenza culturale e sociale.

I santi calabresi o vissuti in Calabria, con la loro ricchezza interiore, con la loro azione e con le opere che hanno creato, hanno inciso profondamente nella formazione dei valori strutturanti l’ethos calabrese, cioè quell’identità culturale, certo depredata dalla mafia, contaminata da apporti devianti di ieri e di oggi, ferita da tradimenti e da fughe, ma, tuttavia, dinamica e vitale, generatrice di storia con una sua precisa specificità.

Tutto ciò appare evidente nella prospettiva storica lunga, come nel caso di S. Nilo, S. Francesco di Paola o S. Bruno, ma anche in figure più vicine a noi, come nel caso del Beato Catanoso o di Don Mottola, solo per citare alcune delle figure qui ricordate.

La loro esemplarità straordinaria è un invito a riscoprire la santità come dimensione ordinaria della vita, attingendo la luce e la forza alla stessa fonte da cui loro l’attinsero. E’ la condizione per la creazione di un mondo riconciliato, divenendo così costruttori della pace e testimoni della speranza.

Natale Colafati

San Nilo da Rossano

Affascinante, dalla voce soavissima nel cantare le divine salmodie, intraprendente e fattivo in tutto ciò a cui si applicava, ma orfano dei genitori e di una guida spirituale. Questo è Nicola Maleinos nei primi decenni del secolo X, in una Rossano (dove era nato nel 910) che nel Tema bizantino di Calabria occupa una posizione strategica e civile notevole. Finché non irrompe l’ora della grazia: allora moglie e figlia, città e compagnie saranno piantate all’improvviso ed in modo irrevocabile per restare da solo con il “Solo”. Per oltre un decennio il Mercurion, la celebre eparchia monastica ai confini calabro–lucani, è cella e scenario di un impegnativo discernimento interiore e di una rigorosa applicazione eremitica. Preghiera, studio, trascrizione di codici greci in splendida e perfetta grafia, unitamente a penitenze inimitabili, segnano le giornate di questo tirocinio ascetico, che diventerà presto scuola per altri.

Discepolo di insigni maestri dello spirito, sarà riconosciuto ben presto, a sua volta, figura di riferimento di altri che cominciano a seguirlo: sono concittadini e di differenti classi sociali ma formati senza sconti da Nilo che, come ha cambiato nome, così comincia a cambiare dal profondo vite sinceramente attratte dall’Eterno. Stefano e Giorgio sono i novizi di una larga schiera, che progressivamente vorranno seguirlo e affidarsi alle sue cure. Non sono membri di un ghetto. Chi non vive vicino a Nilo, ma ne ha avuta l’eco di uomo eccezionale, tra curiosità e motivi d’interesse tra i più disparati – il desiderio per la vita consacrata, l’invocazione della salute, l’approfondimento di temi scritturistici ed etici – si reca da lui per conoscerlo e consultarlo. Sono personaggi di primo piano come l’Eunuco cubiculario dell’imperatore di Bisanzio o il giudice imperiale Eufrasio, il metropolita di Santa Severina e quello di Reggio e di tutta la Calabria Teofilatto, Leone il Domestico, il protospatario Nicola, lo stratilate Polieuto, con i seguiti che li accompagnano.

Vivi, comunque, risultano i rapporti con i figli del Popolo della Promessa e con quelli della Mezzaluna fertile: Domnolo Shabattai invano cerca di offrirgli la sua scienza medica per curarlo da una delle tante infermità – talora gravi – di cui soffre negli anni, ricevendone un diniego cortese ma fermo, indice eloquente della considerazione in cui tiene gli ebrei. In quanto ai seguaci del Profeta, i timori della loro ferocia devastatrice – già sperimentata da giovane dopo la celebre profezia del grande padre San Fantino, al Mercurion – si alterneranno con la stima dimostratagli da capi vicini o lontani come l’emiro di Palermo Abu el–Kasem.

Ha lasciato Rossano per seguire Dio, ma vi ritorna quando forte è invocato il suo aiuto o la pietà del cives lo spinge ad intervenire con la sua autorevolezza. Se il Magistros Niceforo Foca non sterminerà i temerari concittadini, che han prima costruito, poi distrutte le chelendie loro ordinate, lo si dovrà ad una raffinata diplomazia evangelica; se la notizia di un terribile terremoto lo fa accorrere trepido, alla scoperta che gli abitanti sono usciti indenni, si ritroverà in riconoscente preghiera dinanzi a quell’icona della Madre di Dio, davanti alla quale era stato portato e consacrato appena bambino dai pii genitori. Eppure non accetta di diventarne arcivescovo, né di fondarvi una chiesa ed un monastero. Lascerà, invece, per sempre la terra di Calabria per recarsi nell’altro impero, il Latino, dove longobardi, germani e romani saranno i nuovi popoli incontrati, soprattutto attraverso i loro capi. A Capua incontra il Principe Pandolfo Capodiferro, a Montecassino l’Abate Aligerno, a Vallelucio Sant’Alberto di Praga, a Gaeta i Duchi Giovanni III ed Emilia, a Roma il giovane Ottone III ed il Papa Gregorio V, inutilmente supplicati, questi ultimi, di avere pietà del monaco Filagato – anch’egli rossanese – caduto in disgrazia del partito pontificio che lo considera come antipapa – Giovanni XVI, il nome assunto – e lo perseguita con atroci e umilianti sevizie. Nilo non otterrà la grazia, ma cercherà di spingere al ravvedimento almeno l’imperatore. Le vie della vita l’hanno portato alle soglie della Città Eterna e a Grottaferrata, nel Tusculum di Cicerone, in un possedimento del principe Gregorio, su divina ispirazione della SS.ma Madre di Dio fissa la sua dimora, che diventerà il luogo del riposo eterno. E’ il 26 settembre del 1004, al tramonto: «…e con il sole tramontò il Sole», lapidariamente annota il devoto biografo, in quel celebrato testo dell’agiografia bizantina dell’XI secolo che con ampiezza di notizie e di particolari consegna ai posteri l’eredità di Nilo.

Bartolomeo – discepolo prediletto e, probabilmente autore della Vita Nili – svilupperà la lezione del Maestro. La Crypta ferrata si trasformerà in borgo e poi in suggestiva cittadina dei Castelli romani, sotto l’egida di solerti archimandriti egumeni e di cardinali commendatari. Resteranno, fedeli testimoni nei secoli, l’osservanza della regola monastica, l’amore per lo studio e per l’Oriente cristiano. Lo scisma del 1054 non reciderà questi legami con la patria dello spirito contemplativo. Né Nilo era rimasto da solo con il Solo. Evidenti segni dall’alto lo avevano quasi costretto a cambiare il suo stile eremitico in quello cenobico. Tutto ciò ancor oggi vive a prezioso anello di dialogo con le Chiese dell’Ortodossia. Una perla di grazia per continuare il fecondo pur se difficile cammino di dialogo tra Oriente e Occidente, nella Chiesa e nei mondi geografici del Mediterraneo, dell’Europa e del mondo, dove si ritrovano forti presenze e inalterate suggestive tradizioni, utili per insegnare a vivere nel rispetto e nelle integrazioni di civiltà per un futuro di pace e di serena convivenza.

 Francesco Milito

Un pellegrinaggio verso Dio.

Bruno di Colonia dalla Francia in Calabria

Il 6 ottobre 1101, come attestano senza incertezze le fonti dell’epoca, moriva in Calabria, nell’eremo di Santa Maria della Torre, Bruno di Colonia, già maestro e rettore della scuola della cattedrale di Reims ed iniziatore, sulle Alpi del Delfinato francese, dell’Ordine certosino. Bruno era, indubbiamente, uno degli uomini eminenti del suo tempo: intellettuale finissimo e dotto commentatore del Salterio, carico di onori e gloria per gli incarichi che ricopriva nella sede remense, aveva deciso, a un certo punto della sua vita, di separarsi dal mondo e di ritirarsi, con pochi compagni al suo fianco, in un deserto eremitico nel quale attendere unicamente alla contemplazione del Signore.

Erano anni difficili per la Chiesa di Roma: la lotta per le investiture e i tentativi di riforma dei costumi del clero ne scuotevano le membra, provocando divisioni profonde al suo interno ma suscitando, contemporaneamente, un’ansia di rinnovamento spirituale che aveva trovato nel monachesimo la forza più consapevolmente catalizzatrice. A partire dagli inizi del X secolo, infatti, con la fondazione dell’abbazia di Cluny, cominciava a sorgere quel movimento monastico di “specialisti della contemplazione”, che, pur nella diversità delle scelte individuali e nelle differenti forme assunte da ciascuna esperienza, condivideva il comune obiettivo dell’unione con Dio nella preghiera. La Chaise–Dieu, Molesme, Grandmont, la Sauve–Majeure in Francia; Camaldoli, Fonte Avellana, Vallombrosa in Italia; Hirsau in Germania, sono i luoghi più noti in cui, nel tempo storico di Bruno di Colonia, uomini interamente dediti a Dio avevano edificato un deserto interiore del quale l’isolamento geografico degli eremi rappresentava la proiezione visibile ed esterna. Si tratta, come si diceva, di esperienze diverse, che in alcuni casi recuperavano aspetti dell’eremitismo antico, nel tentativo di dare forma ad un modello di vita ad imitazione della chiesa primitiva.

La prima Certosa nacque in Francia nel 1084 in un luogo – situato in mezzo alla foresta a 1.175 metri di altezza – detto Casalibus, per richiamare le capanne di tavole nelle quali si erano sistemati i primi compagni di San Bruno. E’ un luogo inospitale, isolato, povero, a cui si accede soprattutto per una stretta gola – La Cluse – racchiusa da due pareti rocciose. Alla scarsa generosità della natura circostante si accompagna l’asperità del clima. Spesso piove, d’inverno le nevicate sono così abbondanti che, nell’intera stagione, il manto nevoso supera i quattro metri d’altezza e la vallata rimane, talvolta isolata rispetto all’esterno. Una condizione difficile, ma una condizione adatta per chi vuole condurre vita eremitica lontano dai rumori del mondo, al riparo dalle agitazioni del secolo.

Rispetto alle forme monastiche coeve la spiritualità di San Bruno si orienta in maniera ancor più vigorosa verso la scelta eremitica, temperando, tuttavia, la sua austerità con l’introduzione di momenti di vita in comune che hanno il compito, al tempo stesso, di rendere meno “severa” la solitudine e di consentire ai monaci, quello scambio fraterno senza il quale rimarrebbero sconosciuti l’un l’altro. Questa prima esperienza dura sei anni, finché papa Urbano II – già suo allievo nella scuola di Reims – non chiama Bruno a Roma per farsi aiutare negli affari ecclesiastici. «Ma non potendo sopportare il tumulto e il modo di vivere della Curia – racconta l’importante Cronaca Magister – ardendo d’amore per la quiete e la solitudine perdute, lasciata la Curia ed anche l’Arcivescovado della Chiesa di Reggio, al quale era stato eletto per volontà del papa, si ritirò in un eremo della Calabria chiamato La Torre, e lì, riuniti in gran numero chierici e laici, realizzò il suo progetto di vita solitaria per il resto dei suoi giorni […]».

Dalla Francia, il pellegrinaggio di Bruno, nello spazio geografico e nella sua stessa anima, era, alla fine, approdato all’estremo lembo dell’Italia meridionale, dove, proseguendo il cammino del loro fondatore, ancora oggi i certosini sono testimonianza vivente della ricerca di Dio nel silenzio del deserto.

Tonino Ceravolo

«e lucemi dallato/il calavrese abate Giovacchino/di spirito profetico dotato»

Dante rileva icasticamente, attraverso le parole che fa pronunciare a Bonaventura da Bagnoregio (Dante, Paradiso XII, 139–141), la caratteristica più significativa di Gioacchino da Fiore. Personalità affascinante e controversa. Gioacchino godette di notevole fama per risonanza che ebbero la sua vita e il suo pensiero.

Non abbiamo notizie precise sui primi anni di vita dell’abate. Sappiamo che nacque a Celico (Cosenza) probabilmente intorno al 1130 e che si recò a Gerusalemme. Entrò nel monastero cistercense di Sambucina, presso Leuzzi, tra il 1150 e il 1155 e, successivamente fu ordinato sacerdote durante il suo soggiorno nell’abbazia di S. Maria di Corazzo, di cui fu abate dal 1177.

Abbiamo qualche notizia dei suoi spostamenti: pare che si sia recato a Veroli nel 1184 dal papa Lucio III per ottenere il permesso di incominciare a esporre per iscritto le sue dottrine. Il contemporaneo Luca da Cosenza, che ebbe modo di incontrare Gioacchino a Casamari, conferma questo particolare, considerato veritiero da uno dei maggiori studiosi dell’Abate, il Tondelli e negato dal Buonaiuti altro fondamentale studioso del monaco. A Casamari, Giacchino scrisse la Concordia Veteris et Novi Testamenti, il Psalterium decem chordarum, l’Expositio in Apocalypsim.

Entrato in conflitto con il suo Ordine, a causa dei suoi ideali di vita e delle sue dottrine, lasciò l’abbazia di Corazzo (c. 1191) e, dopo un soggiorno nell’eremo di Pietralata, fondò a San Giovanni in Fiore, una nuova congregazione che fu riconosciuta da Celestino III. A Costanza, nel 1195 e nel 1198, ottenne per la sua abbazia dei privilegi da Enrico IV; e questo nonostante fosse più vicino al Papato e ai Normanni.

Prima della sua morte, pare che abbia dettato una lettera, contenente il suo testamento spirituale, a Luca da Cosenza, conosciuta poi come Testamentum e considerata apocrifa da alcuni studiosi del suo pensiero. Morì nel 1202 nel monastero di S. Martino di Canale.

L’ordine gioachimita conobbe una notevole espansione e le reliquie di Gioacchino furono oggetto di venerazione; nel Concilio del Laterano del 1215 e in occasione del Protocollo di Anagni del 1255 le dottrine dell’Abate vennero condannate. In ogni caso, quando il Concilio Lateranense condannò la dottrina trinitaria, si limitò a censurare il De unitate seu essentia Trinitatis contro Pietro Lombardo; in questa occasione si ricordava che la condanna non riguardava l’ordine florense e che Gioacchino, anche nel suo testamento, ribadiva la sua sottomissione alla Chiesa.

Gioacchino, più che essere interessato alla metafisica e alla gnoseologia, si attestava su posizioni moralistiche assai diffuse in quegli anni; per questa ragione gli studiosi moderni (Buonaiuti in particolare) ritengono che Gioacchino non può essere considerato un eretico per la sua interpretazione del dogma trinitario. L’umanità si evolve, secondo Gioacchino, in tre tempi successivi corrispondenti alla triplice manifestazione della Trinità, per cui il Padre si manifesta nella prima età, il Figlio nella seconda, lo Spirito Santo nella terza, che sarebbe iniziata intorno al 1260 con la venuta dell’Anticristo, successivamente sconfitto così da realizzare l’amore universale tra gli uomini. I presagi della terza età, ormai imminente, possono essere individuati nel Vecchio e Nuovo Testamento.

La nascita di nuove abbazie, formatesi in relazione alla riforma cistercense, è direttamente legata alla diffusione del messaggio profetico gioachimita e alla necessità di una realizzazione di una vita monastica più attenta ai valori della spiritualità, lontana da qualsiasi prospettiva mondana. Quest’ultimo aspetto si ricollegherà al francescanesimo e in particolare agli “spirituali” dell’Ordine francescano, con i quali i seguaci di Gioacchino ebbero contatti. A questo proposito vanno ricordati Ubertino da Casale e Giovanni Olivi che insegnarono a S. Croce, a Firenze, dove Dante ebbe modo di conoscerli. Ubertino insegnò nel periodo in cui l’Alighieri iniziò ad occuparsi di filosofia (Convivio II, XII 7). Se deve essere negata una correlazione diretta tra Dante e il gioachimismo, non si può tacere l’interesse dell’Alighieri per il pauperismo spirituale. Il verso di Dante di spirito profetico dotato è riferito a quanto si raccontava di Gioacchino in ambiente florense perché il poeta non ebbe una conoscenza diretta delle opere di Gioacchino. A margine di questa considerazione, è necessario ricordare che il Liber figurarum, ripubblicato da L. Tondelli, la cui attribuzione a Gioacchino è fortemente contrastata, costituisce secondo il suo moderno editore (ma non per il Barbi e il Petrocchi) una fonte della Commedia.

Rossana Caira Lumetti

Francesco di Paola ed il suo messaggio sociale

Francesco è perenne forza che trascina: ha profuso senza sosta la sua carità in mezzo al popolo ammirato e devoto, ha impresso nella storia dell’umanità immagini testimonianti atti d’amore, incancellabili, compie il miracolo vivente che è forza visibile di rinascita delle conoscenze.

Il segreto di Francesco è la pace, quella sociale, anzitutto. Egli spiega la sua azione generosa nel sociale, preso da quel purissimo spirito francescano che assimila con la fresca innocenza del fanciullo quando dodicenne, portato per la sua scelta nel convento di S. Marco Argentano, diventa un francescano piccolo: un minore così piccolo da sentirsi “spontaneamente minimo”.

L’amore per le creature Francesco lo traduce in impiego di richiamo morale e civile ai potenti e di difesa dei deboli, per affermare la dignità assoluta della persona umana.

La forza della carità–amore è la molla della sua azione; l’amore–carità come vincolo di perfezione, secondo l’assunto paolino.

La santità nasce dall’amore e Francesco la fa sua divenendo presenza operante a rendere giustizia. Nel colloquio con Dio, macerandosi nella penitenza e nelle privazioni, riesce ad impossessarsi del mistero e del potere di Dio!

Figlio della povertà grama, nato in una realtà misera oberata di vessazioni, Francesco ama i deboli e la sua santità diventa socialità: l’attualità del Suo messaggio sta nella permanente freschezza della Sua lezione; la santità si manifesta nell’essere paladino di Giustizia ispirato da Dio, in un’epoca di prepotenza e di soprusi.

Vive nella forza prorompente della Carità: la Sua Carità è respiro universale che agogna e persegue un mondo di giustizia e di pace.

Da Paola a Paterno invia missive di fuoco al re di Napoli per condannare vessazioni regali e baronali e dissolutezze della corte proterva ed arbitraria, infiacchita da pigrizie e corruttele.

E’ anche animatore di riforme sociali. Scrive al re: «Io non tralascio giorno alcuno senza pregare Dio per la santità di vostra maestà e di tutti i vostri buoni alli quali io desidero mille benedizioni sotto il vostro regno, il quale io vi prego di formare per l’integrità di vostra vita verso Dio, per la Giustizia verso i vostri soggetti, poiché questi sono le due colonne degli imperi e delle monarchie». Il richiamo a Dio ed alla giustizia!

La socialità del Suo messaggio è in questa aspirazione: in queste due parole si racchiude la linea del suo disegno per la società e si definisce, animata dal senso cristiano della carità. Dio e Giustizia sono gli “imperi” cui guarda Francesco. La socialità è la Sua “politica”, mentre l’architettura della Sua opera si sostanzia di cose comuni, di vita povera ed austera, di comunione con la gente, di fermezza e di fede.

In ciò si compendia la costruzione della coscienza nuova per poter rendere la realtà umana consona al valore del cielo, per santificare la vita di questo mondo. Fede, umiltà, carità si saldano armoniosamente in un equilibrio santificante.

Il popolo cristiano continua a credere in Francesco taumaturgo, fonte di speranza: è questo il segno indissolubile che la santità come aspirazione di pace è dentro l’interiorità più profonda e più vera di ogni creatura.

Francesco resta onda permanente di speranza per gli uomini che soffrono e credono, punto di saldatura tra il Medioevo del Mezzogiorno e le conquiste umane della contemporaneità.

Per questo Egli si innalza a simbolo e speranza di riscatto del sud del mondo; ed il riaccostarsi a Lui è salutare per l’anima inquieta ed inappagata dell’uomo di oggi, per sostanziarsi di valori eterni che appartengono alla persona–creatura di Dio.

Rosario Chiriano

Il beato Umile da Bisignano

E’ nato a Bisignano (Cosenza) il 26 agosto 1582. Al battesimo riceve il nome di Luca Antonio. Fin dalla fanciullezza vive una intensa vita di pietà partecipando alla Messa ed alla santa Comunione. Vive la sua vita nel duro lavoro dei campi e la sua meditazione prediletta è la passione del Signore. Si iscrive alla confraternita dell’Immacolata ed osserva fino allo scrupolo quanto viene indicato dagli ordinamenti. Vive il Vangelo alla lettera; dai processi canonici per la sua beatificazione abbiamo la testimonianza che, schiaffeggiato in pubblico, porge l’altra guancia. Vive con profonda partecipazione tutte le espressioni tipiche della pietà popolare e le porta ad un livello altissimo.

A diciotto anni sente viva nel suo cuore la chiamata di Dio alla vita religiosa; ma per difficoltà deve aspettare ben nove anni prima di realizzare il suo sogno.

Di fronte agli ostacoli aumenta il suo impegno vivendo con maggiore generosità la sua vita cristiana ed aumentando le austerità.

A ventisette anni finalmente riesce ad entrare nel convento delle pigne di Misuraca dei Frati Minori per il suo noviziato; la sua cattiva salute pone diverse perplessità per la sua accettazione alla professione religiosa come frate laico. Superate però tutte le difficoltà fa la sua professione religiosa il quattro settembre del 1610 assumendo il nome di fra Umile.

Egli rimane sempre analfabeta e viene ricordato come piuttosto tardo di ingegno, ma nonostante questi limiti gode di tanti doni soprannaturali; viene chiamato “il frate estatico” per le sue continue estasi che dopo il 1613 diventano pubbliche. I suoi superiori lo sottopongono a continue prove ed umiliazioni per assicurarsi che non vi siano inganni. Fra Umile supera tutto felicemente e così aumenta la sua fama di santità.

Mostra un’acutezza straordinaria anche in questioni di alta teologia di fronte ad insigni docenti di Cosenza e di Napoli. Il generale del suo ordine vuole la sua compagnia per la visita canonica ai Frati Minori della Calabria e della Sicilia. Gli stessi papi Gregorio XV e Urbano VIII lo chiamano a Roma ed amano intrattenersi con lui. Egli vive nella città eterna per diversi anni nel convento di S. Francesco a Ripa di Trastevere.

Nel 1628 chiede di potersi recare come missionario nei paesi non cristiani; gli viene negato il permesso ed egli continua la sua vita di semplice frate laico vivendo nell’orazione continua. Un giorno gli viene chiesto che cosa chiedesse a Dio in tante ore di orazione; egli risponde: «Io non faccio altro se non che dico a Dio: “Signore, perdonami i miei peccati e fa che io ti ami come sono obbligato ad amarti; e perdona i peccati a tutto il genere umano, e fa che tutti ti amino come sono obbligati ad amarti!”». A Gregorio XV confida che si ritiene un grande peccatore e domanda un luogo nel quale possa vivere nel più assoluto nascondimento.

Negli ultimi anni della sua vita ottiene di ritornare nella sua Calabria e a Bisignano, sua terra natale, muore il 26 novembre 1637. Viene beatificato da Leone XII nel 1882; si è in attesa della canonizzazione.

Il beato Umile è un personaggio in profonda sintonia con la vita cristiana della gente comune che vive nelle angustie e nelle miserie della vita quotidiana, ma ha una grande sete di Dio e desidera sentire Dio vicino alla sua vita. La pietà cristiana ha profonde esigenze di idealità, di verità, di bontà, di virtù; tutto questo non in espressioni astratte ma ama incontrare i suoi ideali negli altri esseri umani, vissuti nelle miserie e sofferenze, che però sono state capaci di trasformare ogni esperienza umana in serena speranza. Dalla devozione a questi santi sorge nella pietà popolare un senso di gioia e di speranza che supera radicalmente il senso della sfortuna e del destino e li tramuta nella fede nella provvidenza di Dio in un senso vittorioso di speranza; è da questa gioia che nasce l’esigenza della festa in senso religioso. Il beato Umile è una finestra aperta verso il cielo dalla quale irrompe la luminosità dello splendore di Dio e della Pasqua del Signore.

Maffeo Pretto

Tommaso Campanella, filosofo e poeta rivoluzionario

Nel definire Tommaso Campanella filosofo e poeta rivoluzionario, bisogna prestare molta attenzione, poiché il termine rivoluzionario potrà assumere valore semantico bivalente. Non sono incline a trattare la qualifica di rivoluzionario spesso attribuita al Campanella per avere presumibilmente partecipato o organizzato moti politico–militari. Per chi scrive, Tommaso Campanella è un grande filosofo, promotore e innovatore della filosofia e della poesia. Se mi dovessi soffermare ad esaminare la presunta azione contro gli spagnoli, non potrei motivare la nuova fase di riflessione filosofica che suscitò tanto interesse nei responsabili della Chiesa di Roma e nell’elemento politico del tempo rappresentante il braccio destro del potere ecclesiale. Considero, invece, Tommaso Campanella rivoluzionario, perché aveva posto nel campo della riflessione filosofica due aspetti importanti, destinati ad influenzare la produzione filosofica, attribuendo a soggetto dell’una e dell’altro l’umano, conformemente alla valutazione avanzata, nei confronti dello stesso, dall’Umanesimo.

Tutto ciò implicava una conseguenza preoccupante nel campo dell’ortodossia cristiana per traslazione della riflessione dalla teologia all’ontologia. Queste fondamentali figure della filosofia ufficiale implicarono il processo, il metodo da deduttivo ad induttivo. L’autocoscienza non è la coscienza soggettiva, cioè l’anima secondo la visione teologica agostiniana. Possibilità conoscitiva elargita da Dio sin dal momento del concepimento dell’essere umano, con significazione della presenza del divino nell’uomo, il quale poteva procedere alla scoperta della verità mediante altro contributo divino che era la Grazia. L’autocoscienza detiene due fondamentali valori: possibilità di conoscenza di sé, soggettiva e conoscenza di sé oggettiva, la cui identificazione determina la conoscenza particolare e universale. Il soggetto conoscente non deve “entrare” solo in sé per scoprirvi il vero, ma deve volgere lo sguardo anche fuori di sé al mondo del fenomeno. A questo fine, è dotato dei mezzi necessari per conseguire la conoscenza totale: sensi e qualità primarie dell’autocoscienza: amore, sapere, potere. Queste qualità permettono al soggetto di stabilire rapporti costanti col mondo fenomenico e col mondo dello spirito, poiché questi elementi sono universali, in quanto presenti non solo in natura: senso–spirito, ma anche nel fondamento. Il processo, di conseguenza, implica un’attività dal particolare all’universale; dal mondo a Dio e dall’universale al particolare, da Dio al mondo. Senso e autocoscienza permettono al soggetto di realizzare una corretta sintesi conoscitiva generale: senso–autocoscienza–Dio e, di conseguenza: Dio–autocoscienza–senso.

Tutto ciò offendeva la dignità della teologia, propria della Patristica e della Scolastica, poiché la preminenza nel problema del conoscere era dell’ontologia, propria del pensiero aristotelico–campanelliano, facente tramite Telesio. La Chiesa cattolica non poteva tollerare o avallare quel capovolgimento di metodo e di concetto che permetteva o riconosceva all’uomo un’autonomia di giudizio, indipendentemente dal concetto di “grazia” e di “illuminazione”. Questi i motivi fondamentali per i quali l’autore di tanto misfatto doveva essere posto nelle condizioni di tacere. Ma questi sono anche i presupposti che permisero al Campanella di condizionare tutta la produzione filosofica successiva, in quanto presente nell’Empirismo, nel Razionalismo prima e nell’Idealismo dopo. Questi i fondamentali motivi, per cui Tommaso Campanella può essere considerato un grande rivoluzionario nel campo della filosofia.

E non fu di meno nel campo letterario, nel quale riuscì a compiere la sintesi totale dell’essere. Con la sua poesia, detta filosofica, condusse all’unità tutte le facoltà umane: senso, coscienza, razionalità, ragione, sentimento, creatività, fantasia e affettività. Il fattore fondante di tutte le facoltà umane è l’autocoscienza che è intesa come struttura in cui i valori s’incontrano, si qualificano e si integrano, divenendo pensiero sotto forma di concetti e di giudizi. Ecco perché Campanella potrebbe essere considerato il più importante poeta del suo tempo.

Giosué Salvatore Ciccia

Antonio Lombardi

Il Servo di Dio Antonio Lombardi nacque a Catanzaro il 13 dicembre 1898 da Nicola e Domenica Lombardi. Il padre, affermato uomo politico a livello nazionale, era vicino alle tendenze massoniche presenti in città. La madre era donna molto religiosa. Al termine degli studi liceali, si laureò in Legge a Roma vivendo in uno stato di indifferenza religiosa.

Una serie di avvenimenti, però, sul finire della sua giovinezza, ne segnarono definitivamente il percorso. Il primo episodio è legato ad una malattia cardiaca risalente agli anni 1926–1927, i cui postumi lo accompagnarono per tutta la vita. Durante la malattia e la convalescenza, ebbe modo di conoscere e di affezionarsi a Teresa Mussari, una giovane di modeste condizioni sociali, ma che nutriva una fede molto forte. Fu un’amicizia intensa che lo aiutò a ritrovare un genuino sentimento religioso. La morte improvvisa della giovane portò a compimento la svolta interiore del Lombardi che culminò nel 1932 in una piena adesione al Vangelo. In conseguenza di ciò abbandonò lo studio legale del padre.

Da allora si dedicò allo studio della storia della filosofia e si accostò anche alla tradizione filosofica e religiosa dell’Oriente. Il primo frutto di tale ricerca fu l’opera La critica delle metafisiche (Bardi, Roma, 1940), che lo fece conoscere a tutto il mondo filosofico. A questa prima fatica seguirono altri pregevoli studi. Nei suoi testi filosofici si trova una serrata critica di ogni forma di materialismo o di storicismo ed una forte difesa dei valori della trascendenza. La notorietà in campo filosofico crebbe a tal punto che i suoi interventi vennero accolti sull’Osservatore Romano. Nel suo epistolario figurano i nomi dei più illustri pensatori del tempo.

Molto vivace fu anche l’impegno in campo sociale. Partecipò alla vita dell’Azione cattolica diocesana, di cui fu nominato Presidente degli uomini nel 1941. Il principale obiettivo fu quello della formazione delle coscienze. Rimasero famosi i suoi cicli di conferenze sulla dottrina cristiana. Il forte desiderio di favorire la crescita culturale dei giovani si concretizzò nella creazione di un centro di ricerca detto Novum Studium. Si adoperò anche per la realizzazione di un periodico locale dal titolo L’idea cristiana.

Fu inoltre sempre attento a coniugare l’impegno culturale con l’attenzione agli ultimi. Durante il periodo fascista per la posizione di prestigio che godeva nella città aiutò molti che erano in difficoltà con il regime, pur essendo lui dichiaratamente antifascista. Progettò nel rione Bellavista di Catanzaro un ospizio per ciechi; si impegnò nella difesa coraggiosa dell’orfanotrofio cittadino; diede anche un consistente appoggio all’avvio dell’opera “In Charitate Cristi” (oggi “Fondazione Betania”).

La precoce morte, avvenuta il 6 agosto 1950, gli impedì di portare a termine i suoi progetti. Ma l’esemplarità e la santità furono subito avvertite dagli amici e dai conoscenti, i quali, il 9 maggio 1954, vollero ricordarlo con una pubblica manifestazione, durante la quale una lapide fu scoperta sul muro della casa paterna in Largo Sant’Angelo in Catanzaro.

Monsignor Antonio Cantisani, Arcivescovo di Catanzaro–Squillace, il 14 settembre 1999, con il parere favorevole dei vescovi della Regione Episcopale Calabra e il Nihil obstat della Santa Sede, ha introdotto la causa di canonizzazione del Servo di Dio Antonio Lombardi.

Armando Matteo

Il Beato Gaetano Catanoso, padre degli ultimi

Il beato Gaetano Catanoso (1879–1963) è nato e vissuto nella diocesi di Reggio Calabria, dove ha svolto il suo ministero sacerdotale a partire dalla realtà povera di Pentadattilo, rimanendovi per 17 anni. E’ stato qui che verosimilmente ha fatto le scelte che avrebbero improntato tutta la sua vita. Fu poi parroco della Candelora, svolgendo contemporaneamente il ministero di cappellano delle carceri e dell’ospedale, padre spirituale del seminario e di canonico penitenziere (confessore) della Cattedrale di Reggio Calabria, toccando con mano le realtà umane più degradate e sofferenti e meritando, per l’amore e la dedizione con cui l’ha fatto, il nome di padre degli ultimi, poiché ha sempre privilegiato i più deboli, i miseri e gli emarginati.

Questa paternità lo ha portato a fondare le Suore Veroniche, poiché aveva preso molto sul serio l’affermazione di Gesù che qualsiasi cosa avremmo fatto al più piccolo dei suoi fratelli, l’avremmo fatta a lui. Come la Veronica del Vangelo asciugò il volto insanguinato sulla via del Calvario, così P. Catanoso e le sue Suore Veroniche hanno asciugato e asciugano i volti insanguinati dei crocefissi della storia, lungo il loro calvario morale, spirituale e materiale, consolando le solitudini.

Umile e paziente, accoglieva tutti con un sorriso illuminante, ma non sono mancate prove ardue nella sua vita, come la delazione e la diffidenza. E’ stato derubato, minacciato, sputato e preso a sassate, ma con l’amore ed il perdono ha conquistato i suoi avversari. Gli uomini come lui, animati dalla mitezza e dalla forza evangelica, sono quelli che cambiano la storia, divenendo punto di riferimento anche dopo la loro morte.

Il Papa, Giovanni Paolo II, il 4 maggio 1997, ha detto: «Padre Gaetano Catanoso ha seguito Cristo sulla via della Croce, facendosi con lui vittima di espiazione per i peccati. Ripeteva spesso di voler essere il Cireneo che aiuta Cristo a portare la croce, gravosa più per i peccati che per il peso materiale del legno.

Vera immagine del Buon Pastore, egli si prodigò instancabilmente per il bene del gregge affidatogli dal Signore nella vita parrocchiale come nell’assistenza agli orfani ed agli ammalati, nel sostegno spirituale ai seminaristi ed ai giovani preti come nell’animazione delle Suore Veroniche del Volto Santo da lui fondate.

Nutrì e diffuse una grande devozione al Volto insanguinato e sfigurato di Cristo, che egli vedeva riflesso nel volto di ogni uomo sofferente. Tutti coloro che lo incontravano, percepivano nella sua persona il buon profumo di Cristo. Per questo amavano chiamarlo “padre”, e tale lo sentivamo realmente poiché egli era un segno eloquente della paternità di dio».

Gianni Latella

Francesco Mottola: l’amore per Cristo e per gli umili

Il servo di Dio Don Francesco Mottola è nato a Tropea il 3 gennaio 1901. All’età di dieci anni entrò a far parte del seminario diocesano dove rimase fino al compimento degli studi ginnasiali per recarsi successivamente a Catanzaro per il liceo e la teologia. Fu ordinato sacerdote il 5 aprile 1924.

Ebbe una vita sacerdotale intensa e feconda: per il suo impegno orientato alla santità, per la sua promozione culturale e per la fondazione degli Oblati e delle Oblate e delle Case della carità.

Da sottolineare la sua “calabresità”. Testimonianze autorevoli presentano Don Mottola in questi termini: «è stato mosso da due amori, Gesù Cristo e la Calabria con la sua gente sofferente, ingiustamente umiliata per secoli». Un amore non retorico ma impegnato per la sua terra.

Va rimarcata la sua personalità sotto il profilo sacerdotale e culturale: un sacerdote, Don Mottola, fedele al proprio ideale per il quale non ebbe soltanto l’entusiasmo degli inizi, anzi il suo entusiasmo, la sua passione per il sacerdozio ministeriale sono andati crescendo per la forte coscienza del binomio inscindibile tra santità e vita presbiteriale.

E’ stato della schiera privilegiata di quei preti che hanno coniugato il carisma del sacerdozio e la missione pastorale svolta in mezzo al popolo di Dio.

C’è un pensiero nel servo di Dio, una sua visione della storia, un patrimonio ideale e culturale attinto nello studio di San Paolo, di Sant’Agostino, di S. Tommaso, di Rosmini e del Magistero della Chiesa e reso sintesi del suo mondo interiore, della sua mente che si è espressa in scritti rilevanti come Itinerarium mentis, Faville della lampada e Diario dello spirito. Nell’Itinerarium mentis ne sono tracciati il cammino esistenziale e il traguardo ultimo: «è il fine che tutto avvalora: conoscere il tutto per il Tutto, amare tutto per il Tutto, servire tutti per il Tutto. E’ questa la ragione delle nostre azioni. E’ l’itinerario sacro di tutta la nostra vita povera e grande, di questa immensa grandezza: tutto per l’uomo ma l’uomo per Dio. Il resto fuori dalla nostra meta non ha valore, e perciò non ci appaga».

Vi affiora in questo brano l’umanesimo cristiano che comprende la centralità dell’uomo, la sua signoria sul creato e il primato di Dio, Alfa e Omega del cosmo e della storia.

E’ anche attuale il pensiero di Don Mottola, che richiama la posizione culturale di Emanuele Monier sulla persona, fatta risaltare nella sua accezione più compiuta dal cristianesimo.

Faville della lampada: è una raccolta di pensieri rivolti soprattutto alla famiglia oblata, mentre il Diario dello spirito rispecchia il cammino di un’anima protesa verso la santità sacerdotale. Il servo di Dio si è distinto nella ricerca di Cristo e nei riferimenti a Lui c’è come un pathos che lo coinvolge, che coinvolge la sua anima, la sua fede, la sua umanità.

«Cristo è tutto per noi»: quest’affermazione di Sant’Ambrogio la riporta nei suoi scritti ma soprattutto si impegna a viverlo nell’esperienza quotidiana. Il suo messaggio s’incentra sull’amore a Cristo, alla Chiesa, alla cultura e alla Calabria.

Vincenzo Rimedio

 

premio 2001

premio 2001 - 2