Premio Letterario 2007

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Anno 2007

San Francesco di Paola: un calabrese per il mondo intero[1]

San Francesco di Paola, gigante della santità cristiana

 La ricorrenza del quinto centenario della morte di San Francesco di Paola, avvenuta il 2 aprile 1507, sta costituendo la felice occasione per riscoprire le Sue virtù e la Sua personalità: forte, umile e paziente. E ripensando, nel corso di questo fecondo anno celebrativo, che si concluderà il prossimo 2 aprile, la vita di questo gigante della santità cristiana, le popolazioni calabresi stanno imparando ad amarLo con nuovo impegno e con rinnovato ardore. Del resto non poteva, e non può essere diversamente per «il più calabrese dei santi, per il più santo dei calabresi». San Francesco di Paola è per davvero “il” Santo tra di noi, non semplicemente “un” santo tra di noi. E’ il Santo per eccellenza delle genti di Calabria. Rimane, dopo cinque secoli, con il suo messaggio di amore verso i poveri e gli indigenti, il Santo più attraente per l’uomo e la donna, che vivono questo incerto inizio di millennio. E’ il Santo più conosciuto, più popolare, più invocato. Non v’è, infatti, comune della Calabria, piccolo o grande che sia, che non nutra una particolare devozione per il Santo paolano, proclamato Patrono della Calabria da Papa Giovanni XXIII e, prima ancora, da Pio XII Patrono delle genti di mare.

«La devozione a San Francesco è radicata nella gente di Calabria, al punto che tanta parte della Sua fede passa attraverso la fiducia, la devozione, la preghiera rivolta a Lui. In molti, tale devozione è il segno forte della professione di fede e dell’appartenenza alla Chiesa». E’ questo un passaggio molto significativo del messaggio che i Vescovi della Calabria hanno rivolto alle loro Chiese in preparazione delle celebrazioni del quinto centenario. E sono proprio i dodici vescovi che ci aiutano a riscoprire San Francesco come il contemplativo, l’eremita accogliente, il penitente umile ed austero, il profeta di conversione, l’esempio del protagonismo. Cinque prospettive per ri–orientare la presenza dell’uomo e della donna nel contesto degli eventi del terzo millennio.

La contemplazione, innanzi tutto, che per San Francesco è stata «la corona di tutta la sua vita» e che si è tradotta «in quel sentimento di abbandono e di fiducia in Dio, che ancora oggi contraddistingue la spiritualità del nostro popolo». L’eremita accogliente, subito dopo, che mentre «cercava la solitudine per coltivare la comunione con Dio», si poneva, nel contesto del suo tempo, come «un uomo dalle innumerevoli sensibilità», le quali trovavano il loro apice nella charitas, cioè nell’amore con il quale affrontava uomini e cose, fatti ed eventi. Ancora: il penitente umile ed austero. «Educato già in famiglia a vivere sobriamente, si è accontentato del necessario per vivere, in controtendenza con la cultura della classe agiata del tempo». A seguire, il profeta di conversione «convinto nella sua professione di fede, coerente nella pratica quotidiana». Ed infine, un protagonista della storia del suo tempo, che non si tirava indietro dinnanzi agli avvenimenti, ma dava responsabilmente il suo contributo, anche quando poteva rimanere tranquillo nella pace del suo eremo.

Un bell’esempio questo lasciatoci da San Francesco di Paola che spinge anche noi ad essere protagonisti del nostro sviluppo. La regione oggi ha bisogno di persone generose e disinteressate, che sappiano farsi carico dei problemi della gente e risolverli nel contesto di una progettualità aperta a quella speranza, che tiene conto delle reali possibilità di sviluppo. Nel nome di San Francesco, allora, lo sviluppo della Calabria è affidato alle nostre mani, alle nostre capacità, al nostro impegno, alla nostra onestà intellettuale ed operativa.

Teobaldo Guzzo

[1] La brochure di quest’anno conteneva un messaggio di saluto del presidente dell’associazione culturale “La Lanterna”, Stefania Vasta Iuffrida, di cui si riprendono i tratti più salienti: «L’attenzione verso aree di interesse generale nulla toglie alla ricerca delle tradizioni della nostra terra, aldilà dei malumori della politica attuale, dell’assopimento intellettuale della comunità e della scarsa partecipazione sociale dei più, l’associazione si propone ogni anno di stimolare l’attenzione su temi di rilievo sociale e riscoprire la tradizione di un territorio dimenticato, memoria di un popolo orgoglioso ma bistrattato…  Ed è in questo spirito di riscoperta della tradizione, delle proprie origini, della propria cultura che il ricordo di Santo Fratello Ciccio lo Paolano, così era conosciuto in vita San Francesco di Paola, considerato dalla Chiesa cattolica il patrono della gente di mare, nel quinto centenario della morte, ci consente un percorso nel sacro che ci conduce per terre enigmatiche ed affascinanti».

San Francesco di Paola: dalla Calabria all’Europa, al Nuovo Mondo

Francesco di Paola, il figlio più illustre della Calabria, fondatore dell’Ordine dei Minimi, Patrono della Calabria e della gente di mare, è santo conosciuto, riverito, cercato, amato, la cui devozione e figura hanno oltrepassato i confini regionali, nazionali. Pur essendo eremita è stato sul palcoscenico del tempo e della storia, dinanzi all’attenzione degli uomini, piccoli e grandi, semplici e dotti, sudditi e potenti, in Italia e in Francia. Dopo la morte, il suo messaggio si è diffuso, attraverso la diffusione dell’ordine lungo cinque secoli. Francesco, con la sua vita e doni, proprio perché opera dello Spirito Santo, è un patrimonio che si propone come una autentica testimonianza evangelica ricca di valori umani e cristiani capaci di scuotere e incidere nella nostra società. Significativa è la coincidenza del quinto centenario della sua morte (1507–2007) con l’approvazione della IV Regola (26 luglio 1506) scritta da San Francesco per noi suoi frati.

Questa regola riveste un carattere particolare perché è assolutamente originale rispetto alle altre generalmente adottate dagli altri istituti religiosi. San Francesco è stato un maestro di vita spirituale, che ha tracciato un cammino autonomo di spiritualità (vita quaresimale), una proposta originale e forte che richiama alla essenzialità, alla sobrietà, alla semplicità, ma soprattutto a una solidarietà e condivisione col povero e bisognoso; una conversione, riconciliazione con dio comporta conversione e riconciliazione con l’altro. Il nostro Santo con la sua vita, povera e penitente, è stato un richiamo operativo per tutti al Vangelo: coscienza evangelica per il suo tempo.

Gli anni passati da San Francesco in Francia (1483–1507) sono stati densi di avvenimenti riguardanti la vita della chiesa e dell’Europa politica del tempo. Per alcuni di questi avvenimenti il paolano ha giocato un ruolo veramente eccezionale: forte è stato il contributo alla riforma della chiesa. Ma non si può dimenticare l’impegno profuso per scongiurare la venuta dei turchi in Italia (1480–1482), o per impedire la discesa di Carlo VIII in Italia (1494), la scoperta dell’America. Per quest’ultimo avvenimento, bisogna notare che il primo vicario apostolico nel nuovo mondo, salpato con Cristoforo Colombo al suo secondo viaggio è stato lo spagnolo Bernardo Boyl, da alcuni anni aggregato al movimento eremitico di San Francesco, dopo averlo visitato a Tours, dove si era recato come ambasciatore presso Carlo VIII, per conto del suo re Ferdinando V.

Aveva un profondo senso sociale: prediligeva i poveri e i deboli; dinanzi ai potenti Ferrante d’Aragona, re di Napoli e Luigi XI in nome del Vangelo ha alzato la voce. Dire San Francesco di Paola è: dire Paola, Calabria, Sicilia, Regno di Napoli, Meridione, Ordine dei Minimi, frati illustri, conventi; dire devozione, fedeli (committenza) che hanno stimolato nel tempo il campo della cultura e arte (letteratura, musica, architettura, pittura, scultura: Giordano, Mattia Preti, Guido Reni, Murillo, Tintoretto, Lilli, Sassoferrato, Ribera, Tiepolo).

Il quinto centenario è momento propizio per entrare in quel flusso e movimento di persone che fin dall’inizio si sono lasciati coinvolgere dalla vita, dal messaggio e dalla spiritualità di questo grande uomo e santo: «accorreva da lui numerose genti da tutte le contrade». E come allora anche noi si possa sperimentare benefica la vicinanza e la compagnia dell’uomo di Dio, per essere a nostra volta segno di speranza per la nostra società.

 Vincenzo Arzente

San Francesco di Paola Maestro di vita spirituale

L’intento del presente scritto è quello di indicare alcune caratteristiche di San Francesco di Paola, colto nella dimensione della “paternità spirituale” esercitata verso i suoi religiosi e i fedeli laici.

1.La prima chiave per entrare nel cuore di Francesco di Paola come “maestro di vita spirituale”, è scritta dal suo discepolo anonimo: «austero con se stesso, era generoso e umano con gli altri». Dalla “pratica” di vita di Francesco di Paola è possibile ricavare una “teoria” che mira a realizzare un incontro autenticamente “spirituale” tra un discepolo, accolto nella sua concreta e particolarissima realtà, con “generosità” e “umanità”; da parte di chi, come Francesco, si impegna in una vita di effettiva “cura” per i valori dei quali intende farsi “maestro”. Nello stesso tempo, come ha bene osservato il Morosini, sul dono “naturale” della sua grande “umanità”, Francesco «costruisce la virtù teologale della carità nel suo aspetto orizzontale, cioè come apertura agli altri uomini» (G. Fiorini Morosini, Il carisma penitenziale di S. Francesco di Paola e dell’Ordine dei Minimi. Storia e spiritualità, Roma, 2000, p. 122).

2.V’è, poi, una seconda chiave che può aprirci il cuore di Francesco di Paola, nel suo concreto rapporto di maestro verso il discepolo. Apertasi la strada per farsi accogliere da una persona, Francesco ne leggeva il cuore. Un “dono” ricevuto dall’alto è la capacità di abituarsi a “leggere dentro” una persona, attraverso i segni diretti e indiretti che trasmette; non soltanto per riuscire a vedere la rettitudine di intenzione del discepolo, ma anche per scorgere ciò che egli stesso non è ancora in grado di conoscere in se stesso. Spesso Francesco vede veri e propri vizi radicati nel “cuore” dei suoi interlocutori, altre volte sono pensieri che rivelano imperfezioni meno gravi. Egli rivela l’“arte” di entrare con discrezione, ma con dolce forza, nell’intimo di un’anima, così da vederla come essa è agli occhi di Dio. Un’espressione ricorrente di Francesco si riferisce alla “purificazione della coscienza”, del “santuario” dove l’uomo incontra Dio.

3.Una terza chiave dell’“arte” di Francesco è l’accompagnamento spirituale. Francesco possiede la sensibilità di farsi prossimo per chi intraprende il viaggio all’interno di se stesso verso il Signore, lasciandosi coinvolgere da chiunque intravede in lui una persona in grado di aiutarlo a ricercare dio, senza distinzioni di classe sociale o religiosa, esercitando così la più alta “paternità spirituale”. Un anonimo francese scrisse: «Egli comincia a intrattenersi su quelle cose sante e divine da lui prima apprese alla scuola dello Spirito». Un “maestro” che comunica la propria esperienza spirituale coinvolgendo il discepolo in una esperienza vitale. I primi a godere della grazia di essere accompagnati spiritualmente furono i suoi compagni iniziali, per i quali dovette rivedere il suo primigenio disegno di coltivare la solitudine eremitica.

4.Un’eco diretta del rapporto “maestro–discepolo” con riferimento alle caratteristiche del Superiore: «Et quoniam experientiae defectu illi, qui prius tentationis bella expertus non fuerit vel discipulum non se noverit, corectoris onus subire congregationisque fratrum curam suscipere non expedit» (IV Regula, cap. IX, 39). Il “Correttore”, ovvero il “Superiore minimo”, è innanzitutto il padre spirituale della comunità, il quale avendo fatto “esperienza” del “combattimento spirituale” diviene “maestro spirituale”, secondo la tradizione monastica, in particolare benedettina, e di quella ancora più antica dei Padri del deserto.

Bene si addice a Francesco la seguente affermazione: «Esistono saggi e uomini illuminati capaci con la loro sola presenza di risvegliare negli altri l’interiorità, a tal punto che il soggetto si trova improvvisamente messo di fronte a se stesso e viene sedotto dalla vita interiore. Così avviene a volte la conversione, cioè il rovesciamento dell’essere» (M.-M. Davy, L’uomo interiore e le sue metamorfosi, Milano, 1995, p. 83).

Leonardo Messinese

San Francesco di Paola e le origini bibliche della spiritualità quaresimale

San Francesco di Paola si è distinto nel suo tempo come colui che ha ripreso la prassi penitenziale degli antichi Padri del deserto: imitatore dei “Prisci Patres” (Alessandro VI, Ad fructus uberes; bolla di approvazione della Terza Regola). In Francia fu paragonato a S. Giovanni Battista (Processo Turonense, t. 3.6).

La sua ispirazione trova le sue radici nei quaranta giorni passati da Gesù nel deserto (Mt 4,1–11, e parr.) e nella tradizionale spiritualità quaresimale proposta dalla Chiesa, la quale anch’essa si richiama all’esperienza di Gesù nel deserto.

La vocazione eremitica porta Francesco a ritirarsi in solitudine per stare solo con Dio solo. E’ un atteggiamento di amore totale espresso con ascesi, povertà e penitenza radicali. Ogni esigenza è ridotta al minimo perché prevale solo il desiderio di amare Dio «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (cfr. Dt 6,4–5; Mc 12,28–34). E’ un modo di vivere con “maggiore penitenza” (cfr: IV Reg. 2) per esprimere e rafforzare la Carità verso Dio e verso il prossimo: la Charitas relativizza al massimo ogni altro tipo di bisogno. Tutto è concentrato sull’unico necessario: Dio. E’ la proposta di una vita sobria, semplice che oggi si contrapporrebbe al dilagante consumismo, rendendo l’uomo più aperto al trascendente e più disponibile verso il prossimo.

Il voto di “vita quaresimale”, lasciato da S. Francesco ai suoi frati, che consiste attualmente nell’astensione perpetua dalla carne, richiama tutto lo stile di vita che la Chiesa propone ai credenti durante il periodo di preparazione alla Pasqua: intensificare lo sforzo di conversione attraverso la preghiera, il digiuno–astinenza, e le opere di misericordia praticate in modo più forte. Tale stile è esteso a tutta quanta la vita. L’Ordine dei Minimi richiama il popolo di Dio, ogni uomo a considerare l’esistenza umana come una preparazione alla vita eterna. Come la quaresima annuale prepara alla Pasqua liturgica, così questa nostra vita è preparazione alla Pasqua ultima, all’ultimo “passaggio” con il quale Dio ci introdurrà nella pienezza della vita.

Lo stile di vita quaresimale è presentato come un progetto di vita che dà senso all’esistenza umana, orientando ogni scelta all’amore verso Dio ed il prossimo, portando l’uomo di oggi ad interrogarsi sul “senso” della propria vita, a considerare il valore della sofferenza, della morte e della stessa vita. Sono interrogativi che l’uomo di oggi evita, preferendo porre attenzione alle esigenze immediate, attuali, concentrarsi sul “qui” e “ora”: cosa mi interessa, di cosa ho bisogno adesso? Il riferimento al fine ultimo non è considerato.

La Carità che riempie il cuore di Francesco («chi è pieno di Carità, non può parlare se non di Carità», Anonimo, cap. VII) era fonte di serenità per sé e di consolazione per tutti coloro che lo incontravano: non c’era persona che si recasse da lui per chiedere consigli o per qualche afflizione, senza che tornasse confortato, lieto e soddisfatto per le risposte da lui ricevute… (Anonimo, cap. VII).

Pur vivendo un’ascesi radicale, egli era colmo di gioia, perché pieno della carità di Dio la quale produce serenità e pace, anche nelle avversità dell’esistenza.

La “Buona Notizia” del Regno di Dio («Il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al Vangelo», cfr. Mc 1,15), ha come conseguenza sia una intensa gioia (perché Dio ci ama, e nel suo amore, anche se siamo peccatori, non ci punisce, ma ci salva), che un impegno radicale di conversione–penitenza per rispondere e collaborare con l’amore di Dio.

Questo Amore realizza le scelte più totali e le rinunce più forti, perché a chi ama Dio tutto è possibile (cfr. Leone X, Excelsus Dominus, Bolla di canonizzazione di S. Francesco).

Francesco Santoro

San Francesco di Paola agli occhi del popolo calabrese

 La vita di S. Francesco di Paola – il futuro santo e il fondatore dell’ordine dei Minimi – si sviluppa tra Paola, dove nacque nel 1416, e Tours, dove si spense nel 1507. Canonizzato nel 1519 ed eletto patrono dei marinai nel 1943 ebbe già in vita onori e fama tra i potenti e tra gli umili. Voluto in Francia da Luigi XI, conobbe Carlo VIII e la vita di corte, ma non si lasciò mai incantare dagli orpelli e dall’oro; sapeva che la sofferenza e il dolore esistono dovunque, nei tuguri e nelle regge.

Non dimenticava però che Cristo cammina su questa terra sotto le vesti dei poveri, dei derelitti, dei carcerati, degli ultimi. E in essi ha cercato e trovato Dio e al loro fianco e al loro servizio ha vissuto. In un tempo di mutamenti epocali – basti ricordare la fine dell’impero di Bisanzio e la nascita dell’impero turco (1453), la scoperta delle Americhe (1492) l’inizio delle guerre tra Francia e Spagna per la supremazia in Italia, il Rinascimento etc. – e di superbia arrogante, difese i deboli dai forti, la giustizia dalla violenza, l’amore dall’odio.

Ma non è questo il S. Francesco che vorrei ricordare. Mi piace di più il Francesco santo come era visto dal popolo calabrese, almeno fino a quando i calabresi erano un popolo di contadini dalla vita amara, dai sentimenti forti, dalle passioni travolgenti che sapeva che l’esistenza terrena avanza e si snoda tra Dio e il diavolo, le debolezze della carne e la forza dello spirito. Con i santi da invocare al momento opportuno o che vengono da soli quando meno te l’aspetti, mentre dormi, come Francesco di Paola che conosce bene il demonio e i calabresi ed ha la medicina giusta per entrambi.

Le sue legnate arrivavano nel sonno precise ed implacabili. Ti svegliavi madido di sudore e ti accorgevi che le bastonate le avevi solo sognate. Ma il volto del picchiatore implacabile non svaniva nel nulla, anzi. Il recupero della lucidità si accompagnava alla individuazione certa di chi ti aveva bastonato: era lui, Francesco di Paola il cui sorriso sornione e beffardo era stampato nell’immagine che lo raffigurava e che pendeva da un quadro inchiodato alla parete della tua stanza da letto. Immagine tradizionale col saio, i sandali, la barba, il bastone.

Perché S. Francesco di Paola, al mio paese, mena. Mena sui diavoli e mena sui peccatori. Il suo randello pieno di santo zelo rompe le corna di Belzebù, fa maturare la coscienza del peccato e nascere il rimorso nei peccatori. Come “u pistapaniculu” che separa i chicchi del granturco dal tutolo.

Perché il santo di Paola conosce bene i calabresi e la loro testa dura e sa che per cavare il bene che tengono dentro bisogna lavorarli bene, a lungo, con forza, pestarli con cura, come il grano con la mazza per ridurla in farina dalla quale fare il pane.

I calabresi sanno tutto su San Francesco, i suoi miracoli, le sue ire, le sue denunce. Sanno che attraversa il mare sul mantello, che mette il diavolo al servizio di Dio. Ma sanno soprattutto che spezza una moneta di fronte al Re e quella moneta sprizza sangue: il lavoro, lo sfruttamento, la pena, le lacrime di una vita di stenti e di tante morti per fame e tasse, tasse e fame.

Una vita di dolore e di pena che spinge a bestemmiare, a rubare, a uccidere, a cedere al demonio. E’ allora che arriva lui, in carne e ossa, col suo bastone terribile, ostinato e implacabile. Sorridente e paterno perché un cristiano prega e perdona perché i potenti e i prepotenti che rubano ai poveri persino il sangue sono già condannati dall’ira giustiziera di Dio e dai miracoli dei suoi santi.

Saverio Di Bella

La pedagogia di San Francesco da Paola[1]

Gli uomini di Dio mostrano come i valori umani autentici sono in perfetta armonia con i valori eterni finalizzati alla realizzazione piena ed integrale della persona. In questo breve scritto si rileveranno tracce di carattere pedagogico nell’azione e nella predicazione di frate Francesco di Paola.

La sua vita penitente ispira anche la sua pedagogia, il cui principio basilare non ha nulla da invidiare alla moderna pedagogia: «Non bisogna cercare l’umiliazione del colpevole, ma la correzione e conversione».

Parlare di una peculiare pedagogia, a proposito del Paolano, non deve sembrare una stentata preziosità; gli elementi che il Correttorio offre sono di notevole rilievo e non hanno nulla da invidiare – non sembri eccessiva l’affermazione – ai principi della moderna pedagogia.

–Gli educatori: “lucerne accese”. I correttori, potremmo dire nel contesto pedagogico gli educatori, sono definiti “lucerne accese”. Infatti, come lucerne ardenti si sforzino di offrire a tutti segni di luce. «La persona umana, di qualunque autorità sia rivestita, ha un limite insuperabile: la propria natura finita, che rende relativo ogni suo comportamento, ogni suo giudizio, ogni sua pretesa di verità, soprattutto nei confronti dell’altro, specialmente nel momento in cui un provvedimento o giudizio può decidere del destino della persona. Gli educatori nel correggere usino prudentemente la verga con la manna, l’olio con il vino, cioè la giustizia con la misericordia e viceversa; anzi useranno tanta misericordia da non dividere da essa la giustizia. Le punizioni non debbono essere mai il frutto dell’ira e della vendetta. La punizione non è mai fine a se stessa, ma solo mezzo per ottenere il cambiamento».

Il principio pedagogico è il cambiamento della persona: Francesco usa il termine evangelico di emendatio. Le punizioni sono sempre medicinali. L’esemplare luminosità che viene emanata dagli educatori significa il primato di comportamento e di testimonianza etica, nonché l’essere trasparenza pedagogica, libro aperto e leggibile rivolto agli educandi.

Per una pedagogia di umanizzazione. Il rapporto educativo di frate Francesco è posto in un contesto di bontà e di mitezza. Egli cercava di educare le persone ad avere il senso di Dio tra le vicende della vita, e a giudicare le medesime alla luce della fede. In una prospettiva cristiana si può parlare di pedagogia dell’Incarnazione. Nell’ottica antropologica di pedagogia di umanizzazione.

Emerge subito nelle Regole e nel Correttorio, scritti da Francesco di Paola, il grande rispetto per la persona umana. Il principio primo cui deve tendere l’azione pedagogica è per S. Francesco il cambiamento della persona. Un’annotazione che ritorna più volte in tutte le redazioni della regola e che nel correttorio assume, nell’annunciazione, la forma stessa di un assioma: “si deve ricercare l’emendazione e non l’afflizione dei confratelli”.

Il primato della persona nel campo pedagogico si sposa con il principio di uguaglianza. Cioè «non sono ammissibili preferenze o accezioni di persona, tuttavia la persona non è mai sacrificata alla legge». Il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato. Diceva Massimo D’Azeglio “Si può talvolta far cosa pienissimamente legale, ed essere al tempo stesso un solenne mascalzone”.

L’Eremita quando scrive che «a nessuno costituito in autorità è lecito umiliare e opprimere il fratello», sottolinea l’importanza del rispetto della persona.

Scrive Francesco di Paola nella Regola: «Tutti coloro che sono preposti al governo di quest’ordine dei Minimi non senza motivo vengono chiamati correttori: perché correggendo anzitutto se stessi, correggano i frati loro affidati, partecipando alla loro sofferenza (compassive), sicché piamente si rattristino (condoleant) per i difetti dei loro fratelli e cerchino insistentemente piuttosto la loro emendazione che la punizione».

Il commento di Morosini: «Non il freddo giudizio, quindi, di chi siede, giudice, ad analizzare il comportamento altrui in nome della legge, ma la partecipazione viva all’errore di chi sta di fronte non come condannato, ma come fratello, quindi parte di noi stessi – da redimere». Ma anche il valore della riabilitazione dell’errante viene sottolineato quando scrive che «si deve cercare l’emendazione, non l’afflizione del colpevole». Anticipa quel principio della distinzione tra errore ed errante che Giovanni XXIII mise in grande evidenza nella morale cattolica. Questo rende chiaro che ad ogni uomo bisogna dare fiducia, anche se ha sbagliato.

Sul piano pedagogico sappiamo che è di straordinaria importanza dare e ridare fiducia agli alunni che sbagliano consentendo loro di avere un’altra possibilità. Il perdono disciplinare unito però alla riparazione dei danni fatti a persone e cose. Dunque, perdono previa riparazione, ma che apra all’effettiva riconciliazione che avviene dalla cancellazione «interiore» dell’errore.

«Perdonatevi scambievolmente fino a dimenticare il torto ricevuto», scrive l’Asceta. «Il ricordo, infatti, della malizia dell’offesa è complemento di furore, è riserva di peccato, odio di giustizia, freccia arrugginita, veleno dell’anima, dispersione delle virtù, verme nella mente, distrazione della preghiera, lacerazione delle suppliche rivolte a Dio, alienazione della carità, chiodo fisso nell’anima, iniquità sempre desta, rimorso continuo, morte quotidiana. Siffatto vizio è su tutti gli altri tenebroso e detestabile. Allontanate, dunque, l’ira e spegnete il ricordo del torto ricevuto».

Un principio straordinario è la com–passione pedagogica in Francesco quando scrive che l’autorità «si rattristi per i difetti dei loro fratelli e cerchi insistentemente piuttosto la loro emendazione che la punizione».

Nella predicazione del Santo pedagogo possiamo estrapolare anche il concetto dell’auto–formazione, mediante lo studio e la cultura, come crescita dell’essere persona dell’educatore ed intellettuale. Scrive l’Eremita al teologo francese Jean Quintin: «Che poi vi rallegriate che io goda di uomini letterati e di studi, sappiate che non desidero altro se non di avere questi tali, purché all’investigazione degli studi sia uniti l’ardore dell’affetto e delle buone opere. E’ ciò che piace sommamente a Dio, perché l’uomo, attendendo alla perfezione di se stesso, per dottrina e buon esempio può essere utile a molti».

Pietro Baillebis, avvocato, dottore nelle arti e baccelliere in decreti della curia metropolitana di Tours che conobbe Francesco testimonia in maniera plastica la sua viva azione pedagogica affermando che egli aveva «parole ispirate, incoraggiando con esortazioni sante e illuminate, desunte da versetti dei salmi».

Una pedagogia ispirata che sa illuminare la vita delle persone, e l’Eremita calabrese modello per gli educatori chiamati ad essere “lucerne ardenti” che offrono “segni di luce”.

Filippo D’Andrea 

La comunicazione di San Francesco di Paola[2]

In premessa bisogna precisare che il termine “Comunicazione” deriva dal latino “comunicatio – communicare”, che significa “mettere in comune qualcosa”. Nel Medioevo questo termine era strettamente legato alla ritualità cristiana, intendendo l’idea di contatto durante la mensa eucaristica, nella quale il fedele entra in contatto fisico con il corpo sacramentale del Cristo. Tuttora si dice che si è “comunicato”, chi ha preso l’ostia consacrata.

La comunicazione è relazione con il prossimo. Si comunica attraverso la parola, il timbro della voce, la postura, l’atteggiamento e il contesto, tutti moduli comportamentali che creano modelli d’interazione. Ognuno di noi crea una serie di messaggi interpersonali che ci rende unici in relazione agli altri. Francesco di Paola aveva un modo di comunicare semplice, essenziale ma profondo e chiarificatore. Moltissimi fedeli si recavano da lui per avere dei consigli, che potessero sollevare il loro animo e quello dei loro cari sofferenti.

Interessante, tra altro, risulta il linguaggio della giustizia, quello espresso in particolare di fronte al potere sia ecclesiastico che politico. «Passando per Assisi – scrive un suo discepolo – si recò a Roma per visitarvi i luoghi santi. Ivi s’incontrò per caso con un Cardinale, che andava accompagnato da un grande corteo e con grande sfarzo di abiti. Con innocente disinvoltura Francesco gli disse: Gli Apostoli di Gesù Cristo non andavano con tanto lusso». Il Cardinale ponderando la grande fermezza con cui il giovinetto diceva queste parole, gli rispose dolcemente: «Figlio mio, non te ne scandalizzare. Se non facessimo così, la Chiesa scapiterebbe alquanto nella stima dei secolari».

Da questo racconto notiamo la disinvoltura con cui il giovane Francesco si rivolgeva ai potenti. La caratteristica più evidente è la sinteticità che crea nell’atto comunicativo un messaggio diretto e fermo, che sottolinea la sua sincera e disarmante fede in Cristo già in età giovane.

Una disinvoltura giovanile che diventa con la maturità nettezza evangelica. E’ quanto si evidenzia nel suo atteggiamento di fronte al prelato inviato dal Papa per indagare sull’ortodossia di vita cristiana dell’Eremita di Paola fa testo in questa linea interpretativa. Quando il Canonico gli disse che solo un villano e rustico come frate Francesco poteva condurre una vita tanto austera. L’Eremita «se empio le mano de tizuni et brasa bene accensi et tendo dicto foco in mano se voltao a dicto Canonico dicendoli guardati se non fosi rustico non porria fare questo et li mostrava lo foco teneva in mano». Una frase breve, concisa, fortemente esplicativa: se non fossi “rustico” non potrei fare questo, ribalta in maniera plastica e decisa il concetto del prelato romano.

Di notevole importanza risulta il modo di Francesco di relazionarsi con il potere politico del tempo. Un esempio chiaro si ha ricordando il rapporto avuto con il re Luigi XI. Il re di Francia, ormai stanco di tutti gli inganni subiti da persone che si professavano sante e fedeli e non lo erano cercò di “tentare” in ogni modo l’Eremita per verificare la sua autenticità di uomo di Dio. Gli porse svariate volte in regalo oggetti preziosi e costosi, in oro e argento, ma Francesco li rifiutò sempre fino a quando all’ennesimo tentativo del Re, disse a voce alta, e «con un tono di voce come se si parlasse di sterco: “Sire restituite questi scudi d’oro a quelli che avete spogliato prima”».

Francesco non si preoccupa delle possibili conseguenze nel dire quella frase, è consapevole della sua veridicità e della confusione che genererà nella mente del sovrano. Ma quello che desidera è farlo riflettere sulle sue ingiustizie e sui valori realmente importanti della vita per la Vita Eterna. Si esprime con un periodo breve ed essenziale, unito coerentemente ad un atteggiamento di rifiuto verso quegli oggetti attrattivi.

Un episodio altrettanto significativo per la nostra analisi comunicologica è quello tramandato dalla tradizione e ripreso da P. Roberti: l’incontro di Francesco con il re di Napoli Ferrante d’Aragona. E’ la scena della moneta spezzata divenuta icona popolare del coraggio e del senso di giustizia dell’Eremita calabrese. Ferrante d’Aragona porge furbescamente un vassoio di monete d’oro al Poverello di Calabria, ma questi mentre spezza una delle monete da cui gronda sangue, pronuncia parole dure e di grande coraggio che resteranno nella memoria del popolo fino ai nostri giorni: «Ecco, il sangue dei tuoi sudditi che grida vendetta al cospetto di Dio!» Forse la risonanza che questo avvenimento ha avuto nell’animo della gente fu così forte che superò la necessità della documentazione scritta.

Il “linguaggio parlato” di frate Francesco viene fuori dal racconto dell’Anonimo e dai testimoni dei processi di canonizzazione. Esaminando attentamente gli scritti dall’Anonimo, si nota che l’Asceta calabrese parla di tutti con intenzioni positive, e non poteva essere diversamente da un uomo di Dio. La parola più presente nel suo lessico, e nella sua missione di vita, è “carità”. Utilizza le frasi “facciamo per carità”, “andiamo per carità” in tutte le sue azioni ed i suoi consigli. Sempre intese come invito alla preghiera, alla conversione e alla manifestazione della propria fede. Spesso questo concetto è accompagnato dalla frase “è la volontà di Dio”, come per sottolineare che i miracoli non sono azione di cui è soggetto, ma del Signore, e che lui, come umile frate, può semplicemente pregare. Nei Processi per la sua canonizzazione vengono riportate espressioni, che possono essere intese codice del suo atteggiamento spirituale, dette in situazione di richiesta di guarigione. Solo con il barone di Belmonte, che aveva una gravissima infezione alla gamba che nessun medico era riuscito a guarire, dice ripetutamente: «bisogna haver una grande fede al nostro Signore Jesu Cristo (…) Ser Jacobo habie fide grande al nostro Signor Jesu Cristo che spero nice donera la gratia», ed aggiunge ulteriormente «habbiati bona fede al Signore che ve fara la gratia…». Dunque, Francesco condivide la vita dei sofferenti, prega e spera con loro.

«Il Re di Napoli […] mandò un padrone di triremi con molti altri ad arrestare il buon Padre e condurlo alla sua presenza. […] Quando il suddetto padrone e i suoi dipendenti giunsero al nostro Convento di Paterno, dove era il buon Padre, quei Religiosi sgomenti, si recarono dal buon Padre, dicendogli: “Padre, scappate: vi cercano per arrestarvi e menarvi dal Re di Napoli!”. “Per Carità – rispose Francesco –; se questa è la volontà di Dio, mi prenderanno; se no nessuno ci potrà fare del male”. E si recò in chiesa. […] non riuscirono a scoprirlo. Eppure, egli era in chiesa, dove tante volte lo avevano cercato!».

Anche in questo episodio di pericolo e di forte tensione dei suoi confratelli, Francesco ha reagito, con parole di serenità e abbandono al volere di Dio; utilizzando, con tono calmo e pacato i paradigmi nominali: “Per carità” e “la volontà di Dio”.

Gli elementi essenziali con cui l’eremita tranquillizza i suoi frati, i fedeli, i malati e i sofferenti sono “carità”, la possibilità di una “grazia” divina, affidarsi tutto alla “volontà di Dio”, raccomandando al termine dei vari incontri di “essere un buon cristiano”.

“Il linguaggio scritto” di Frate Francesco si evidenzia nella Protoregola, nelle Regole e nelle Lettere.

Leggendo le Regole la prima cosa che emerge è che il linguaggio è “parlato”, ciò ne risulta che sono state prima dette, ovvero formulate oralmente, comunicate verbalmente e solo in un secondo momento scritte.

Un altro elemento da sottolineare, non scontato, è che l’eremita, in particolare nella Protoregola, utilizza il “noi” e non il “voi”. Infatti, sottolinea i sacrifici da praticare ed i comandamenti da osservare, includendo il suo impegno, identificandosi pienamente nella dimensione comunitaria del suo piccolo gruppo di fraticelli.

Possiamo aggiungere, anche, che il linguaggio scritto, utilizzato dall’Asceta calabrese nelle Regole, è molto descrittiva: impartisce istruzioni dettagliate e concrete sui compiti assegnati e sulle eventuali punizioni inflitte a chi, entrato nella sua congregazione, non si comporta fedelmente.

Dalla struttura comunicativa della Protoregola si evince il bilinguismo. Francesco di Paola utilizza, anche nello stesso periodo, frasi in latino ed in italiano. Il Latino è utilizzato come lingua per chiarire meglio i concetti espressi, riportando anche frasi dal Vangelo o dai Profeti. Forse l’Eremita pensa a destinatari ecclesiastici che, suppone, conoscano il latino e le Sacre Scritture. Infatti, le citazioni sono concetti, esempi, o esplicitazioni attraverso il testo biblico.

Nella comunicazione non conta solo il significato di quello che diciamo, ma anche i gesti, i movimenti, lo spirito e il trasporto che mettiamo nel dirlo. Frate Francesco comunicava molto anche con i silenzi. Spesso si isolava per lunghi periodi di digiuno e preghiera, senza parlare con nessuno, neanche con i suoi fratelli. Comunicava la sua intensa e umile fede in Dio. Infatti, la prima caratteristica della comunicazione è che non è possibile non attuarla. La testimonianza di Francesco trasmetteva emozione e un sentimento profondo di fede e abbandono nelle mani di Dio. E’ il “linguaggio del silenzio”, del silenzio contemplativo.

Chiara D’Andrea

L’orizzonte politico di San Francesco da Paola[3]

Ci si limiterà a rilevare solo alcune suggestioni di natura politica – intesa nel suo senso ampio di coscienza civica – trovabili nella testimonianza e spiritualità di frate Francesco di Paola, ritenute significative, nonostante siano passate oltre cinque secoli, per la vita politica contemporanea.

La giustizia principio primo della politica. «La giustizia è … quell’ordine in cui l’uomo può sussistere come persona», scrive Romano Guardini. Francesco di Paola testimoniò questo principio in diversi momenti. Forse il più alto, come narra la tradizione, quando davanti al re di Napoli, Ferrante d’Aragona, spezzò la moneta che gli era stata offerta dicendo: «Questo è il sangue dei poveri che grida vendetta al cospetto di Dio». E in una lettera del 1447 scrive: «Guai a chi regge e mal regge, guai ai Ministri dei tiranni e alle tirannie, guai ai Ministri di giustizia, che è ordinato loro di amministrare la giustizia e invece fanno il contrario».

Un paolano si recò da Francesco per la guarigione di un terribile ed insistente mal di schiena e l’Eremita colse l’occasione per esortarlo a perseguire non solo i propri interessi con l’attività lavorativa, al punto da danneggiare gli altri, ma a tenere presente la giustizia, e quindi a calmare il suo atteggiamento egoistico e predatorio. Il valore sociale del lavoro e dell’impresa.

Il re Carlo VIII aveva acquistato un pezzo di terra a Tours per farvi costruire un convento per Francesco ed suoi i frati. Il venditore un giorno andò a trovare il frate calabrese, il quale gli domandò con insistenza se fosse stato soddisfatto dalla somma datagli dal re. Racconta questo episodio lo stesso venditore. Un fatto che testimonia l’alto senso della giustizia che alberga nell’animo dell’Asceta calabrese. Francesco si rivolge al re di Francia Luigi XI con grande coraggio: «Maestà restituite questi scudi d’oro a quelli che avete spogliati prima».

Carità e verità fondamenti della legalità pubblica. In frate Francesco è forte il senso di saggia giustizia dell’Autorità politica ed il senso della cosa pubblica. E in una sua lettera, in cui si sposano verità e giustizia, scrive: «Io non dico che debbano essere evase le tasse alla maestà del re, perché sarebbe frode. Vorrei però che la discrezione si accompagni alla pietà e che la santa carità fosse presente nei ministri dello Stato, e non la malvagità, che usano continuamente verso i poveri: vedove, orfani, storpi e altri miserabili». L’Eremita per un verso presenta il senso della cosa pubblica per la sua contrarietà all’evasione fiscale, per l’altro pone la saggezza come principio base della giustizia dell’amministrazione politica.

In un certo senso Francesco dice: il discernimento sapiente dei politici e della pubblica amministrazione rafforza nei cittadini il senso della legge e dello Stato. Nella realtà qualche volta si spaccia con astuzia il legalismo per legalità, cercando di nascondere corruzione e soprusi verso i deboli, i senza–protettori, chi non ha santi in paradiso. Sono i metodi che fanno diventare favori i diritti. Sistema che origina clientele e quindi servilismo collettivo, sottomissione del territorio ai poteri reali, ridimensionamento della libertà e svilimento della dignità dell’uomo.

–La partecipazione politica. Il valore della partecipazione si evidenzia sia nel suo periodo calabrese, che in quello francese. Frate Francesco partecipa ai problemi quotidiani, sociali, familiari della gente calabrese, vessata dall’esosità tributaria del re di Napoli, a cui si univano i soprusi dei baroni. Egli alza la voce a difesa della gente indifesa. La sua partecipazione è verso singoli, famiglie, società nel suo complesso. Esprime la capacità di convincere a partecipare alla costruzione dei luoghi di culto e dei conventi che diventano riferimenti sociali di solidarietà materiale e morale, a partire da Paola e Paterno.

Ma anche la sua stessa scelta di vita eremitica è stata convincente al punto da attrarre alla condivisione tanti giovani come lui, formando il primo nucleo di eremitismo condiviso al romitorio di Paola. Circa 10–12 ragazzi che lo seguirono con entusiasmo nell’avventura dello spirito nel silenzio della collina di Paola.

In Francia la sua partecipazione è sul piano della diplomazia internazionale. I pontefici e Ferrante d’Aragona incaricano Francesco di risolvere rilevanti questioni politiche con il re di Francia Luigi XI. Problemi politici e diplomatici, fino a riguardare i rapporti tra le nazioni e la pace in Europa vedono la partecipazione di Francesco, con estrema discrezione, ma con grande finezza unite ad una dimensione spirituale unica. I suoi frequenti incontri con Luigi XI e poi Carlo VIII, con gli uomini della corte, erano certamente di significato religioso ma toccavano inevitabilmente problemi aperti e difficili della gestione del potere politico.

La sobrietà per la civiltà del sufficiente. Frate Francesco vestiva un saio, si cibava di erbe crude e legumi bolliti, viveva in una grotta, una capanna, una celletta e dormiva su una pietra, oppure su un pagliericcio. Certamente la sua era scelta estrema di povertà, ma si potrebbe estrapolare da questa scelta così radicale un valore vivibile obiettivamente oggi, ed estremamente necessario: la sobrietà esistenziale. Il messaggio di questo rivoluzionario dello spirito del Quattrocento calabrese ed europeo, in una società con un notevole decadimento morale del clero e non solo, è di vivere nell’oggi un valore determinante per restare persona nella società dei consumi, del mercato, del superfluo. La sobrietà è difficilissimo da trasmettere soprattutto tra i giovani ma è indispensabile per il futuro. Se si parla di produzione e ambiente sostenibile, distribuzione mondiale delle ricchezze, diffusione nelle aree povere dei mezzi di produzione, si deve parlare di cultura ed educazione alla sobrietà, nell’orizzonte della civiltà del sufficiente come formulò uno degli uomini più illuminati del novecento, il gesuita P. Pedro Arrupe.

Radicale è frate Francesco quando indirizza nella Regola ai suoi frati: «Pertanto non tolleriamo che le nostre dimore suscitino ammirazione: tanto le case come le chiese siano modeste e umili, e tali che dappertutto risplenda la santa povertà».

Filippo D’Andrea

Martolilla e non D’Alessi il vero cognome di Francesco di Paola

Nell’anno delle celebrazioni per il quinto Centenario della morte è stato anche ricostruito il vero cognome di San Francesco di Paola. Sarebbe Martolilla e non D’Alessi, come spesso si è sentito dire.

La provocazione (se tale si può chiamare) arriva dalla stessa Curia Generalizia dell’Ordine dei Minimi, che nel Duemila ha dato alle stampe il volume di Giuseppe Fiorini Morosini, Superiore Generale, Il carisma penitenziale di San Francesco di Paola e dell’Ordine dei Minimi. Storia e spiritualità, nel quale è riportata la notizia della scoperta del nuovo cognome (pagine 16 e 17 e nota 52 del libro).

Padre Rocco Benvenuto, lo storico dell’Ordine dei Minimi, avrebbe infatti ipotizzato l’attribuzione al Santo del cognome Martolilla sulla base di un atto notarile rinvenuto nell’archivio del Santuario di Paola. Il notaio Andrea Marchese il 29 ottobre 1503 avrebbe rogato a Paola un atto con il quale «Brigida di Martolilla, figlia della defunta Vienna, –si legge nel volume di Morosini– dona al convento di Paola la quarta parte di un possedimento ubicato tra Torano e Lattarico». La donna altro non è che la sorella di San Francesco e viene indicata con il cognome di Martolilla. Di questo atto parla anche Giuseppe Perrimezzi in Vita San Francisci de Paula et dissertationibus illustrata (vol. II, diss. V, pag. 98–99), pubblicato nel 1707.

Anche nel processo di Cosenza quando si fa riferimento al papà di Francesco lo si indica con il cognome di Martolilla. Infatti, si legge che nella stessa terra di Paola è nato «Giacomo Martolillla, padre di frate Francesco».

Ma non solo. Anche nella bolla di canonizzazione, il padre di Francesco di Paola viene indicato con il cognome di Martolilla: «…Constat siquidem in Regno Neapolitano, inter Brutios et Lucanos, Paule oppidum situm esse quod itinere unius diei a Cusentia, illus provincie metropoli, distat; inde originem trait Iacobus Martolilla, illi proximum et castrum Folschaud, ubi nata est Vienna. Ex hoc matrimonio beatus Franciscus de Paula procreatur» («Si consta infatti che nel Regno Napoletano, fra i Calabresi e i Lucani, vi sia una città chiamata Paola che dista da Cosenza per un giorno di cammino; ivi ebbe i natali Giacomo Martolilla, non meno distante da Paola si trova Fuscaldo, ove nacque Vienna. Dal matrimonio di Giacomo e di Vienna nacque Francesco»).

Ora una domanda sorge spontanea: come mai a San Francesco di Paola venne attribuito il cognome D’Alessio? La risposta non è tanto semplice. Ma argomentando si arriva a qualche conclusione. L’unica cosa certa, infatti, è che il cognome D’Alessio sarebbe appartenuto al cognato di San Francesco (il marito della sorella Brigida), il cui figlio, Andrea D’Alessio, sarebbe stato mandato al servizio del re di Francia.

Comunque sia, il cognome Martolilla (trasformazione di Bartolillo, cioè figlio di Bartolo) i biografi del tempo già lo conoscevano. Il problema è che sarebbe stato ritenuto un soprannome utilizzato per distinguere il padre di San Francesco da un altro parente. Un errore quindi? Forse sì, forse no. Oggi si è pronti a cambiare gran parte delle biografie del Santo. Anche se qualcuno vi ha già provveduto. Basti pensare che su Wikipedia, l’enciclopedia libera più in voga su internet, il cognome del padre di Francesco non risulta erroneamente D’Alessi, ma correttamente Martolilla. Nell’era della comunicazione informatizzata bisogna stare al passo con i tempi. Non è vero?

Luigi Mariano Guzzo

[1] Questo contributo era stato edito in forma molto più ridotta per esigenze tipografiche.

[2] Nel 2007 questo contributo era stato edito in forma molto più ridotta per esigenze tipografiche.

[3] Questo intervento era stato escluso dalla brochure del 2007 sia perché arrivato fuori tempo massimo, sia perché la sua lunghezza esulava troppo dai ferrei limiti imposti, sia perché l’Autore aveva già inviato un altro pregiato intervento (cfr. supra).

 

premio 2007 - 1