Premio Letterario 2008

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Anno 2008

Specchio della storia: le migrazioni mediterranee da nord a sud[1]

Gli italiani in Egitto

La comunità italiana in Egitto al culmine della sua presenza, alla fine degli anni Venti del XX secolo, ammontava a 60–70 mila unità. Gli italiani avevano cominciato a emigrare in Egitto all’inizio del XIX secolo per ragioni politiche. Dopo la sconfitta di Napoleone e il fallimento dei primi moti rivoluzionari del 1820–1821 e 1831, un primo gruppo di italiani arrivò in Egitto per sfuggire alla restaurazione dei vecchi regimi e alla persecuzione politica. Lo stesso accadde nel 1849 dopo la sconfitta nella prima guerra di indipendenza.

A questo primo gruppo appartenevano molti giovani, studenti e professionisti, che cominciarono a collaborare ai progetti di modernizzazione del governo di Mohammed Ali. Come ingegneri e architetti, medici e ufficiali, o come semplici artigiani e operai, essi contribuirono alla nascita dell’esercito egiziano, alla ricostruzione delle città, all’organizzazione del sistema postale e del catasto. Bastino due esempi: all’inizio del XIX secolo un architetto italiano costruì la piazza dei consoli ad Alessandria e alla fine del secolo un professore dell’Università italiana fu invitato a riorganizzare il sistema finanziario dell’Egitto.

Da questo primo gruppo di emigranti deriva una delle caratteristiche della comunità: la presenza di numerose logge massoniche italiane, che all’inizio del XX secolo erano ben 11 nella sola Alessandria. La ragione di questo fenomeno è da ricercare nelle organizzazioni segrete presenti in Italia e nel sistema capitolare vigente in Egitto.

Un’altra caratteristica che merita di essere sottolineata è la presenza tra gli italiani di una forte componente ebraica. Se in Italia gli ebrei erano meno dell’uno per cento della popolazione in Egitto rappresentavano circa il dieci per cento. Le leggi razziali del 1938 danneggiarono gravemente la comunità privandola del contributo ebraico alle istituzioni benefiche.

La seconda ondata migratoria fu essenzialmente di natura economica e iniziò alla fine del XIX secolo e continuò fino agli anni successivi alla prima guerra mondiale. In questo periodo, insieme a una maggioranza di persone oneste, molti avventurieri raggiunsero l’Egitto creando problemi alle autorità consolari italiane. Oltre a lavorare nell’industria delle costruzioni o come impiegati nella Compagnia del Canale, i nuovi emigranti aprirono negozi, ristoranti, alberghi e iniziarono a lavorare come impiegati presso le imprese italiane e straniere. Negli anni Venti la maggior parte degli italiani erano impiegati di alto o basso livello. Al livello più alto c’erano i professori dell’Università del Cairo e i giudici dei tribunali.

A causa del sistema capitolare i rapporti con la madre patria non erano interrotti e molti giovani presero parte alla prima guerra mondiale. Solo i pochi ricchi e gli impiegati delle istituzioni nazionali tornavano in Italia per le vacanze. Gli altri restavano in Egitto dove guadagnavano il doppio di quanto avrebbero guadagnato in Italia, non pagavano tasse, ed erano assistiti dalle società di beneficenza locali.

Dal punto di vista politico, la comunità, dopo una prima resistenza, fu quasi completamente fascistizzata. D’altra parte le capitolazioni rendevano possibile l’espulsione degli elementi indesiderati come accadde, ad esempio, a coloro che negli anni Venti organizzarono i primi scioperi dei tipografi e dei tranvieri o appoggiavano il movimento nazionalista egiziano. Una situazione completamente diversa da quella degli altri paesi di emigrazione anche in nord Africa.

Marta Petricioli

[1] Quasi tutti i contributi raccolti quest’anno, per esigenze tipografiche, erano stati pubblicati in forma molto ridotta. In questa occasione li presentiamo nella forma integrale inizialmente inviataci dagli autori.

Processi migratori nel Mediterraneo

Il Mediterraneo è tornato ad essere il laboratorio d’Europa e dei paesi terzi, luogo paradigmatico dove hanno luogo macro–processi che hanno sconvolto e sconvolgono il suo l’equilibrio. L’impatto destrutturante della globalizzazione economico–finanziaria e quello della rivoluzione dell’informazione e della comunicazione incidono radicalmente sia sulle società della riva nord che su quelle della riva sud di questo mare: dall’economia alla demografia, dalla sociologia all’antropologia culturale, dall’ecologia allo sviluppo sostenibile.

Tra i mutamenti impressionanti che hanno luogo in quest’area, ci limitiamo ad evidenziare due macro–processi: la demografia e le migrazioni, processi questi che sono causa ed effetto dell’inevitabile incontro–scontro delle persone migranti e delle loro culture. La minaccia della cosiddetta “bomba demografica”, in forza dell’abnorme differenziale di crescita delle popolazioni tra le due rive, è un dato di fatto; basta ricordare che negli anni Cinquanta la riva nord aveva i 2/3 dell’intera popolazione del bacino mentre oggi i rapporti si stanno rapidamente invertendo. Secondo le previsioni statistiche della World Bank e del CNRS di Parigi la situazione si capovolgerà radicalmente verso il 2025 se l’attuale trend demografico continuerà (uno scarso 3% al nord contro un 30–50% al sud), e il divario del livello di vita tra le due sponde crescerà. Di conseguenza il fenomeno delle migrazioni diventerà sempre più esponenziale nel Mediterraneo, confermando che esso è uno degli aspetti centrali della nostra civiltà postmoderna. E’ l’epoca di the people on the move: oltre 250 milioni nel mondo! E’ l’Europa della rivoluzione industriale che ha dato l’avvio a questi macroscopici processi migratori: ad esempio, oltre ottanta milioni d’europei sono emigrati negli altri continenti e sulle coste del Mediterraneo; tra cui l’emigrazione italiana è stato il caso più paradigmatico: nell’arco di un secolo (1876–1976) ha esportato oltre 28 milioni di emigranti. Oggi la storia si è capovolta: l’Europa è diventata terra d’immigrazione, includendo a partire dagli anni Settanta e Ottanta, anche i tradizionali paesi d’emigrazione come l’Italia, la Spagna, il Portogallo e Grecia. Le nostre società stanno diventando multietniche e multiculturali: nuovi simboli e segni s’impongono nella nostra realtà quotidiana, dalla parlata alla gastronomia, dalla foggia dell’abbigliamento alla way–of–life, insomma, incontri di culture, di religioni, di lingue diverse che sconvolgono la nostra quotidianità; e con essi nuove problematiche che ci interpellano e ci condizionano.

Non passa quasi giorno che sulle nostre coste sbarcano i disperati della speranza con tutto il loro carico di problemi e per noi e per loro, come ce li fanno vedere i mass media nella loro cruda immediatezza, suscitando i più disparati sentimenti che vanno dalla pietà alla xenofobia. Ma questi processi migratori ci devono far ricordare i nostri antenati che nell’Ottocento e all’inizio del Novecento facevano il percorso in senso inverso, diretti verso la vicina Tunisia o gli altri porti mediterranei alla disperata ricerca di un pezzo di pane e di speranza, come testimoniano i giornali e la documentazione dell’epoca. Allora come oggi, vi troviamo le stesse barche della disperazione e della speranza.

L’emigrazione è fisiologica, nessun muro o filo spinato la fermerà finché saranno i poveri ad andare verso il pane, e non viceversa! In quest’ottica forse noi dobbiamo chiederci: il Mediterraneo, di cui una costante caratteristica è stata la mobilità delle sue genti nei secoli, è sempre quell’espace–mouvement di civiltà e culture che dialogano ed interagiscono visto da Fernand Braudel o lo stiamo trasformando in un metaforico muro d’incomunicabilità dove si contrappongono pregiudizi, fondamentalismi e barriere d’ogni tipo?

Considerate le difficoltà politico–economiche operanti oggi in questo mare, bisogna puntare sul “dialogo interculturale” cui finora si è dato poca importanza per la reciproca ignoranza e i pregiudizi. Oggi si parla di confidence building measures: occorre realizzarle con la conoscenza e il dialogo tra culture e civiltà. Sono processi di apprendimento reciproco in tempi non brevi ma necessari, se si vuole creare un ecosistema di nuovi rapporti economici, politici e socioculturali nel Mediterraneo per sapere come dialogare gli uni con gli altri e quindi accettarsi, collaborare ed interagire nel rispetto delle proprie identità e valori. Proprio per contrastare la preoccupante affermazione di S. P. Huntington: «the next war will be a war between civilizations», si deve promuovere la reciproca conoscenza e comprensione tramite l’interculturalità: sviluppare i legami culturali e sociali esistenti tra le civiltà compresenti nel Mediterraneo e farle dialogare aldilà delle barriere etniche, culturali e religiose. Il dialogo euromediterraneo non è più un optional: è una necessità come dimostra la problematica realtà dell’immigrazione attorno a noi.

In quest’ottica, il Mediterraneo può ripensare se stesso, riappropriarsi delle sue risorse umane e materiali, elaborare un paradigma intersocietale ed interculturale a misura delle sue diverse culture e civiltà, corroborato da una prassi interattiva tra persone e culture che tendono verso un progetto sociale di emancipazione e coabitazione democratica e di stato di diritto, verso un patto di nuova cittadinanza, memori del monito di F. Braudel: «Il Mediterraneo è ciò che ne fanno gli uomini».

Michele Brondino 

La prima emigrazione maghrebina in Italia (1917–1918)

Mentre dalla sponda meridionale alla sponda settentrionale del Mediterraneo l’emigrazione dei lavoratori in età contemporanea ha una storia piuttosto lunga – quasi secolare (soprattutto a partire dalla prima guerra mondiale) ad esempio in Francia –, l’Italia ha conosciuto solamente a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso il fenomeno nella sua dimensione continua. C’è stato tuttavia un episodio, che può essere definito come la prima emigrazione di lavoratori maghrebini in Italia, svoltosi negli anni 1917–1918, circoscritto nella sua dimensione temporale ma di non indifferente portata quantitativa (esso interessò più di cinquemila persone), che vide spostarsi dalla Libia verso le zone industriali italiane una manodopera “indigena” destinata a sostituire quella “nazionale” impegnata nel grande massacro della guerra di trincea ai sacri confini o negli altri teatri del conflitto.

Poco conosciuta o studiata, questa prima emigrazione fu voluta dagli organismi di governo italiani e coloniali, e aveva tra i suoi scopi non solamente quello di offrire, soprattutto alle industrie manifatturiere del nord, una manodopera a buon mercato e sottomessa – tra l’altro sottoposta alla legislazione di guerra e militarizzata –, ma anche di sottrarre alla colonia una quantità di diseredati potenzialmente pericolosi: come ebbe a dire il governatore Ameglio all’inizio dell’operazione, «tanti uomini si manderanno in Italia […] e tanti fucili di meno si avranno contro [in Libia]».

In poco più di un anno, dal luglio 1917 all’agosto 1918, giunsero in Italia 23 scaglioni di manodopera libica, per un totale di 5.480 uomini: circa 1.500 di essi provenivano dalla Libia orientale, mentre il resto, la maggior parte, partì dalla Tripolitania. Erano destinati quasi totalmente alle industrie della Liguria, del Piemonte e della Lombardia, ma alcuni scaglioni furono inviati al lavoro nei cantieri di Castellammare di Stabia, in Campania, e anche in Sicilia e in Calabria.

La documentazione che permette di ricostruire la vicenda non è molto ricca: alcune tabelle statistiche riprodotte in bollettini ufficiali di istituzioni governative, pochi carteggi d’archivio degli organi di controllo locale, soprattutto delle prefetture e degli uffici di polizia, qualche immagine fotografica… Non sono conosciuti documenti che permettano, se non di vedere, anche soltanto di intravedere la vicenda con gli occhi dei lavoratori che emigrarono dalla Libia. Una lontana eco della loro voce ci giunge attraverso il filtro dei funzionari di governo e delle società industriali che dovevano controllarli: sono spesso voci di malessere e di protesta (abuso di alcolici – forse l’unico strumento di evasione –, malcontento creato dall’obbligo del lavoro anche nei giorni di festa religiosa, dalla durezza del controllo e dalla poca libertà di spostamento…). Mancandoci la loro voce, e fino ad ora anche la voce dei lavoratori italiani che li avvicinarono, non sappiamo quali furono le relazioni che stabilirono con i loro compagni, soprattutto nelle fabbriche. Si può immaginare che le barriere di separazione fossero troppo alte, e che il tempo dell’esperienza fu troppo breve perché fosse possibile superarle o abbatterle: a parte quella del controllo militare e della residenza (una delle prime preoccupazioni delle autorità locali fu quella di tenerli lontani dalle donne italiane, per evitare a queste un contatto ritenuto «degradante»), la barriera della lingua fu probabilmente una delle più difficili da sormontare, come forse quelle della razza e della religione.

Un’esperienza analoga e contemporanea, ma di ben più vasta portata storica e di maggiore dimensione spaziale e temporale, stavano vivendo i lavoratori algerini che il governo francese aveva fatto emigrare verso le fabbriche della madrepatria per sostenere la produzione di guerra: tra questa prima avanguardia operaia maghrebina in Francia comincerà più tardi a germogliare l’idea della liberazione dal giogo coloniale e dell’indipendenza. Forse lo stesso sentimento, della possibile emancipazione da una o più schiavitù, avrebbe potuto nascere tra i lavoratori libici in Italia se fossero rimasti per un periodo più lungo (ricordiamo che tutti furono fatti tornare ai loro luoghi di origine entro i primi mesi del 1919). Più difficilmente avrebbero potuto sviluppare un sentimento di ammirazione per una disinteressata società superiore «che non pensa affatto allo sfruttamento delle colonie per depauperarle, ma invece […] vuole provvedere al miglioramento di esse» e che le avrebbe ammesse «a godere delle nostre conquiste nel campo del lavoro», come si legge in una relazione ministeriale… Ma sono illazioni, e non sappiamo nulla di storicamente preciso sull’esperienza dei lavoratori libici in Italia negli ultimi anni della prima guerra mondiale, né sugli eventuali sviluppi intellettuali e politici generati da questa esperienza tra coloro che la vissero.

Federico Cresti 

Mediterraneo: mobilità, identità, integrazione[1]

Il Mediterraneo è oggi un’area di frontiera estremamente complessa, frontiera di scambi, di squilibri, nel vortice della globalizzazione e della rivoluzione dell’informazione. Le ricadute di questa complessità in continua evoluzione si riassumono in tre parole chiave: mobilità, identità, integrazione.

La mobilità è l’elemento maggiormente sconvolgente. Perché non si tratta solo di mobilità delle persone nello spazio (oggi si valuta che 250 milioni di persone sono migranti nel mondo); ci sono, certo, le persone in cerca di un posto migliore al sole e che nessuno fermerà finché gli squilibri di sviluppo saranno cosi acuti, ma si aggiungono a questi migranti /emigrati che conoscevamo già, altri tipi di mobilità.

La mobilità professionale, gli emigrati colti, gli ingegneri, i chimici, gli informatici… che arrivano già formati, sempre più numerosi dall’India, dall’Est, e che hanno un’altra visione della loro integrazione, la mobilità legata al moltiplicarsi delle transazioni, al lavoro, al turismo di massa che ha sostituito quello di élite.

E quando non ci si muove fisicamente, c’è la mobilità virtuale: ci si sente e ci si vede da un estremo all’altro del mondo con modica spesa e senza limiti di tempo, si naviga su internet per conoscere realtà altre e frugare nell’informazione; per non parlare della mobilità del sapere che ci costringe, nelle scuole a rivedere i nostri metodi. E anche senza muoverci, né fisicamente né virtualmente, senza andare verso l’Altro, verso il diverso, è l’Altro che arriva. Lo spaesamento quindi è reciproco, quello di chi parte, quello di chi accoglie.

Ma questa mobilità, che da occasionale sta diventando essenziale, sta trasformando profondamente i cittadini del XXI secolo e tutti i rapporti infrapersonali. Siamo di fronte ad una mutazione antropologica.

Non c’è più tra individuo e territorio una linearità una volta indiscussa. Stiamo tutti, volenti o nolenti, anche se a livelli diversi, diventando nomadi, cioè spinti a spostarci in altri mondi, in altre culture. Dobbiamo ripensare il nostro rapporto al mondo locale e globale perché siamo condannati a vivere in una società mista, meticcia, al plurale.

Questa diversità culturale non può essere subita, va gestita. E lì inizia il difficile perché tutto o quasi resta da inventare. Vari approcci sono stati tentati negli ultimi decenni per gestire la diversità, da quando la mobilità era solo emigrazione.

Il modello anglo–sassone è il cosiddetto multiculturalismo, il quale garantisce la convivenza di vari gruppi etnici ma favorisce pure la formazione di ghetti che non sono altro che una giustapposizione, un allinearsi delle differenze sotto una pesante tutela normativa, senza giungere ad una forma di comunicazione in grado di risolvere le profonde disparità e le violenze che ne derivano.

La Francia invece, portatrice di altre tradizioni filosofiche e giuridiche (i Lumi, l’universalismo, la Repubblica) ha cercato di mettere in opera un approccio totalmente diverso. La convinzione che soltanto l’assimilazione degli emigrati ad un modello di civiltà nazionale, ritenuto universale, potesse funzionare, è stato severamente smentito dai risultati e dal fallimento della Repubblica che ha educato i figli dei suoi emigrati ai principi di Liberté, Egalité, Fraternité senza riuscire a garantirne l’applicazione e ad evitare la discriminazione (vedi la crisi delle banlieues).

Non si tratta più di integrare il diverso, si tratta ormai di trovare una sintesi di coabitazione.

Abbiamo bisogno di nuovi modelli, di nuove sintesi, di una nuova intelligenza dei rapporti con l’Altro. Dagli errori si impara, ma anche dal ripensare concetti che credevamo fissi e che non lo sono più: primo fra tutti l’identità, alla quale inevitabilmente tentiamo di aggrapparci quando la diversità che ci circonda, ci sembra troppo aggressiva. Ma è proprio il considerare l’identità come perno il pericolo maggiore. Ogni identità, come ogni cultura è il risultato di una sedimentazione, dell’amalgama di più culture. L’Occidente ha inventato la modernità: questa straordinaria capacità di amalgamare in una cultura fatta sua, una miriade di apporti diversi, e di pensare la cultura in continua evoluzione. Oggi, è sempre l’Occidente ad aver messo in moto la globalizzazione tendente a creare un’economia di matrice, la quale però non può escludere la libera circolazione degli uomini, dopo aver scatenato la libera circolazione delle merci, dei modelli, delle informazioni, delle culture.

Per questo stiamo vivendo una svolta epocale: la modernità è passata, la postmodernità va oltre e ci chiede di fare un altro salto: quello dell’interculturalità, quello dell’invenzione di nuove sintesi che facciano emergere una società in cui la rivoluzione della comunicazione sia al servizio della coabitazione, perché questo è il destino dell’umanità. Ma non sappiamo ancora fare coabitare le differenze, anzi i governi spesso ne esaltano i rischi per imporre la pace attraverso l’annientamento dell’Altro.

Fortunatamente le grandi organizzazioni internazionali hanno recepito il messaggio: nel 2005, l’UNESCO ha dichiarato la diversità culturale patrimonio dell’umanità e la Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale è stata firmata da quasi 200 paesi ad esclusione degli USA .

Bisogna però passare dalle parole e dalle dichiarazioni ufficiali ai fatti.

Tutto questo funzionerà se si capirà che l’interculturalità richiede che io mi rimetta in questione insieme all’altro, che non basta la conoscenza dell’altro, ma che serve interrogarsi pure sulla nostra identità, su i suoi valori irrinunciabili e sugli spazi di mediazione.

Il Mediterraneo, luogo per eccellenza di mediazione e di scambi, non può rischiare di non sapere coabitare con il diverso. Ci vuole buona volontà, generosità certo, ma i tempi della buona coscienza sono addirittura superati, ci vuole soprattutto intelligenza, perché non c’è scelta.

Yvonne Fracassetti Brondino

Un sguardo sulla Piccola Sicilia di Tunisi[2]

Aurelio De Montis, tranquillo direttore della tipografia tunisina Saliba, diventa lo scrittore Cesare Luccio il giorno in cui legge quell’insieme di quadretti della vita tunisina pubblicati con il titolo Le Prince Jaffar (1° ed. 1924, 2° ed. 1932), opera dello scrittore ed accademico di Francia Georges Duhamel il quale non esita a malmenare gli italiani portatori “di pulci fameliche”. Da quel momento, tutti gli sforzi dello scrittore italo–tunisino saranno volti ad un unico obiettivo: riabilitare gli italiani agli occhi dei francesi. Il periodo storico in cui prende corpo la parte più notevole della produzione letteraria di Cesare Luccio – gli anni Trenta del Novecento – è attraversato dai sussulti che, con la seconda guerra mondiale, scompagineranno l’assetto sociale della Tunisia coloniale. Il decennio che ci interessa è socialmente strutturato secondo modalità che paiono ormai ben stabilizzate: da una parte i colonizzatori francesi che hanno da poco festeggiato (1931) i cinquant’anni dalla firma del Protettorato, dall’altra i tunisini colonizzati in cui serpeggiano e vanno via via prendendo forma le istanze indipendentistiche. Fra loro, nel complesso panorama sociale in cui si contano maltesi, greci, russi fra gli europei ed ebrei e musulmani fra gli autoctoni, domina il gruppo degli italiani in gran parte immigrati dal sud Italia, che si lascia sempre più conquistare dalla tenace propaganda fascista. E’ proprio negli anni Trenta che la question italienne si pone alle autorità francesi in termini di pericolo, vuoi per l’attività fascista sempre più ramificata e intensa, vuoi per il numero stesso degli italiani che a stento, proprio in quegli anni, si assesta appena al di sotto di quello dei francesi.

In questo particolare contesto si pone l’opera di Cesare Luccio, animata dalla necessità costante di testimoniare la vita di un gruppo sociale tenuto a debita distanza dalla cultura egemone. Come dirà alcuni anni più tardi Mouloud Feraoun, «si on assume cette tâche d’écrire, ce ne doit être qu’avec crainte et respect, par devoir, respect pour son semblable, crainte de lui nuire en le défigurant; espoir surtout de le comprendre, de le faire connaître et aimer, de plaider pour la commune condition». E’ con questo stesso spirito che Luccio, inconsapevole precursore di quella letteratura etnografica che fiorirà alcuni decenni dopo, affronta la scrittura. Con l’umiltà e la pazienza dell’artigiano, lo scrittore fa emergere un mondo di piccoli eroi della lotta quotidiana per la sopravvivenza. Grazie alla precisione etnografica che caratterizza quella scrittura, si anima davanti ai nostri occhi il quartiere della Piccola Sicilia di Tunisi («Cinq mille siciliens pauvres y vivaient entre eux dans des maisons basses, surchauffées ou humides suivant les saisons, habitant à trois ou quatre familles dans des patios d’autant de pièces réunies par une cour commune donnant sur la rue…», Une Vendetta, in La Kahena, Ag.–sett. 1937, p. 12), con i suoi abitanti sempre a rischio di saltare il pasto («Un vendredi l’épicier refusa tout crédit; Donna Sarina, habituée à ces taquineries de la vie, s’en fut avec Clorinda dans les champs de Mélassine et le soir elle porta sur la table une grande marmite d’herbes bouillies», Paolo, fils de Luciano Amato, in La Kahena, aprile 1935, p. 4); con le demolizioni e le trasformazioni del quartiere che obbligano a riformulare i propri progetti di vita come fa il barbiere don Totò che trasforma il buio negozietto in lavanderia («… un jour, au mépris de la dignité masculine, il vendit les deux fauteuils et céda la boutique à sa femme qui accrocha à la porte une petite ardoise d’enfant sur laquelle elle avait écrit simplement: Blanchisserie du Bonheur», La Blanchisserie du Bonheur, in La Kahena, dic. 1936, p. 11). Ma prima degli stravolgimenti che daranno un volto moderno al quartiere con l’eliminazione di tutte quelle casupole così felicemente descritte da Luccio, prende vita tutto un brulichio di personaggi nelle novelle raccolte in La Sicile à Tunis (1934), strutturate in modo che le vite degli uni s’intreccino abilmente con quelle degli altri (è sufficiente infatti attraversare la strada per passare da una storia all’altra), quasi a sottolineare il comune destino di tutti gli abitanti del quartiere. Personaggi diversi per carattere e passato si ritrovano uniti dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza e da un forte senso dell’onore e del rispetto reciproco. Così tre famiglie non imparentate abitanti l’una accanto all’altra nello stesso patio inscenano abilmente la fuga di due fidanzati per evitare le spese della festa di nozze (Carruzzedda). O una famiglia benestante di pastai accoglie un orfanello che impara rapidamente il mestiere e sposa la figlia del suo benefattore (Peppe u Fissa). Non ci sono solo sofferenze nei racconti di Luccio, soprattutto negli ultimi apparsi nella rivista La Kahena dal 1935 al 1938. Ci sono i momenti di festa («Vers 9 heures, les pianos mécaniques sortirent de chez le loueur et s’égrenèrent dans le quartier; le patio des Miccicchè étant de tous les environs le plus vaste et le mieux dallé, c’est chez eux que depuis plusieurs années, quand il faisait beau le samedi soir, la jeunesse se réunissait pour valser», Une Vendetta, p. 13). Ci sono anche i sogni come quello di Luciano Amato assolutamente intenzionato a far studiare il figlio maggiore e a questo obiettivo piega tutta la sua vita e quella della famiglia (Paolo, fils de Luciano Amato). C’è Leonida Baffi, professore di musica come il padre garibaldino, che condanna le figlie a noiose e interminabili lezioni di pianoforte nella vana speranza di farne delle virtuose (Le triste destin de Leonida Baffi, in La Kahena, maggio–giugno 1938).

Tutto un mondo di uomini e donne con le loro tribù di bambini viene messo in scena senza compiacimenti pittoreschi ma con tratti precisi e delicati. Accanto alla descrizione fotografica della quotidianità, sono abilmente messe in risalto le sfumature psicologiche che danno forza al carattere dei personaggi. Da Donna Sarina, disperata per le scelte incongrue del marito ma a lui sottomessa (Paolo, fils de Luciano Amato) ai bambini discoli di don Totò che risolvono alla loro maniera una delicata questione di vicinato (La Blanchisserie du Bonheur), dal vecchio e rassegnato don Michele beffato dalla vita per l’ennesima volta (La dernière farce) alla giovane Filomena che si vendica astutamente di un poliziotto troppo zelante (Une Vendetta), da Clorinda, sposa ossessionata dal tradimento del marito (L’Opera di li Pupi) al giovane Nardo, angosciato dai sintomi di una misteriosa malattia (La malaria de Nardo): sfilano davanti ai nostri occhi uomini e donne con le loro tribolazioni e le loro lotte quotidiane. Nonostante l’umiltà con cui Luccio si pone, la sua opera rimane fondamentale nel contesto della letteratura italo–tunisina, non solo per la piacevole lettura, ma proprio perché riesce a dare spessore ad uno spaccato di vita reale altrimenti destinato all’oblio.

E’ tuttora viva la speranza che l’opera omnia di questo autore, i cui racconti sono ancora in parte sparpagliati fra le numerose riviste culturali tunisine degli anni Trenta, possa essere raccolta e pubblicata, oltre che tradotta in italiano.

Marinette Pendola

Non sappiamo dove andiamo, ma possiamo scoprire da dove veniamo

L’Unione Europea ha proclamato il 2008 “Anno dell’interculturalità” e sono state realizzate molte iniziative per promuovere un atteggiamento di maggiore apertura mentale nei confronti del cosiddetto “diverso”.

Il fenomeno dell’interculturalità, in effetti, nasce da un fenomeno ben più antico che è quello dell’emigrazione. Se riflettiamo, ci rendiamo conto che nel Mediterraneo si è sempre fatta intercultura sin dai tempi dei greci, sin da quando i flussi emigratori coinvolgevano paesi diversi e terre lontane. Il popolo italiano, come altri del bacino mediterraneo, è un popolo di emigranti e, ancora oggi avviene che le nostre “menti” migliori emigrino verso paesi che offrono condizioni e mezzi migliori per poter realizzare i loro progetti.

La nostra emigrazione ha raggiunto dimensioni enormi verso la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento ed ha coinvolto tutta la penisola, dal nord al sud. Bisogna, infatti, sfatare il luogo comune che vede come stereotipo l’emigrante meridionale: non è affatto così. Ci fu un periodo in cui la percentuale degli emigranti di origine veneta, ad esempio, era ben più alta di quella degli emigranti di origine meridionale. Ma di fronte alle difficoltà e alla solitudine tutto questo passava in secondo ordine; l’importante era cercare fortuna e, soprattutto, trovare “l’America”, concetto molto più vasto e complesso di quello legato solo al danaro. In realtà, ciò voleva dire trovare un’opportunità di vita migliore, riuscire a realizzare sogni ed ambizioni e aver riconosciuto rispetto e dignità.

Purtroppo non era sempre così. In America, ad esempio, dopo l’umiliante “selezione” tra coloro i quali godevano di buona salute e coloro i quali erano di salute cagionevole, e la prevista “quarantena”, si iniziava una vita che prevedeva lavori umili ed alloggi a dir poco indecenti. La strada della “riuscita” fu lunga e dolorosa e non tutti ce la fecero. Molti tra coloro che non trovarono fortuna, non tornarono più a casa, e di alcuni non se ne seppe più nulla. Tutto, tranne il fallimento e la disillusione, probabilmente pensavano quegli immigranti italiani appena arrivati e “parcheggiati” a bordo del piroscafo sotto l’ombra falsamente accogliente della Statua della Libertà, col timore di essere rispediti al proprio paese d’origine come “indesiderati”. Tutto, tranne la resa, e così arrivavano perfino a gettarsi nelle acque gelide davanti a Manatthan per lasciarsi morire e non dover ritornare.

Triste è la storia degli emigranti italiani ma, in tutta coscienza, possiamo affermare con certezza che quella dei nostri immigrati sia diversa? La memoria storica serve e ci aiuta ad essere migliori. Non dimentichiamolo. E proprio per non dimenticare, l’associazione culturale Vivarium ha voluto rappresentare in teatro questo fenomeno, sottolineando soprattutto ciò che l’emigrazione implica per coloro i quali, ieri come oggi, sono costretti a lasciare la propria terra per affrontare l’ignoto. La sera del 12 luglio 2008 a Pentadattilo si è realizzato un piccolo miracolo. La platea, silenziosa ed attenta, ha “vissuto”, in maniera corale, l’emozione e la fatica di quegli uomini che rappresentano il nostro passato ma anche il nostro presente. La musica, le immagini, le danze e le voci hanno dato corpo a quel fenomeno che solitamente viene presentato in conferenze ed interviste. Tutto è apparso straordinariamente vero. Questo era l’intento dell’associazione: riflettere e rendersi conto che tutto ciò è talmente vicino a noi da indurci a ricordare come eravamo, a pensare che la storia si ripete e, quindi, alla necessità di essere più aperti e rispettosi nei confronti dei nuovi emigranti.

La strada dell’integrazione e dell’interculturalità è lunga e difficile. Cosa fare? La conoscenza e il rispetto della diversità deve essere la strada maestra, perché solo con il rispetto reciproco di usi e costumi diversi, al di dentro del sistema di leggi del paese ospitante, è possibile una pacifica convivenza e si può giungere ad un autentico stato di diritto dove la democrazia, quella vera, ha come obiettivo finale l’uomo.

Rosaria Mazza 

Migrazioni Mediterranee: tra diplomazia, religione e arte

La Calabria è figlia prediletta del Mediterraneo. Dalle sue coste sono partiti e ri–approdati santi, condottieri, intellettuali, artisti. Senza timore, senza paura, ma con il cuore ricco di speranza. Perché il Mediterraneo è mare che non tradisce e non inganna. E’ colmo di migrazioni. Tre fra tutti.

Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, monaco, statista, intellettuale, nato a Squillace tra il 485 e il 490 e morto nel suo paese natale intorno al 583, attraversò il Mediterraneo per motivi di riconciliazione e di pace. «Modello di incontro culturale e di dialogo» lo ha definito Benedetto XVI nell’Udienza Generale del 12 marzo 2008. Da poco nell’Arcidiocesi di Catanzaro–Squillace si è aperta, per volere di Mons. Antonio Ciliberti, l’istruttoria diocesana De cultu recognoscendo per verificare se esistano gli elementi per elevarlo agli onori degli altari. Dalla terra di Calabria si recò a Costantinopoli. Era il 551 e la guerra gotica–bizantina per il dominio del suolo italico si faceva sempre più cruente. Eccellente diplomatico della corte gota, Cassiodoro volle incontrare di persona l’imperatore Giustiniano e la moglie Teodora per convincerli a deporre le armi. La storia andò poi diversamente. Cassiodoro decise di ritirarsi a vita privata, di tornare nella sua Squillace e condurre vita monastica.

Prodigioso poi è il passaggio di Francesco, il monachello di Paola, sullo Stretto che unisce la Calabria e la Sicilia. La storia vuole che Francesco, sprovvisto di denaro, avesse chiesto ad un certo Pietro Coloso, padrone di una barca carica di legname che stava per fare vela su Messina, di far salire lui e due suoi confratelli sull’imbarcazione. Il rifiuto fu netto: «Se non avete denaro da pagarmi io non ho barca da portarvi». Il santo non si scompose. Benedisse il mare, vi distese il mantello e issando il lembo superiore sul bastone, a mo’ di vela, vi salì sopra, riuscendo ad attraversare lo Stretto. Così il Mediterraneo è stato al centro di uno dei miracoli più sorprendenti di Francesco da Paola, che gli valsero la fama di taumaturgo e, una volta proclamato Santo, il titolo di “Patrono dei marinai”. Le acque del Mediterraneo quindi come un secondo lago Tiberiade, sulle acque del quale aveva, una quindicina di secoli prima, camminato il Divino Maestro, andando, così, incontro ai suoi apostoli.

Il Mediterraneo non solo luogo per sedare conflitti o strumento di azione divina salvifica, ma anche custode di arte e cultura.

Molti artisti tra le sue acque hanno trovato rifugio per cercare fortuna in terre non distanti dalle nostre. Uno per tutti Mattia Preti (1613–1699), il Cavaliere Calabrese come è stato soprannominato. Quella di Mattia Preti è la storia di un pittore che in Calabria non riusciva a trovare consenso intorno alla sua arte. Visse tra Napoli e Roma, finché, creato “Cavaliere di Grazia” dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, non decise nel 1661 di recarsi a La Valletta, proprio sulla piccola isola mediterranea. Ma la nostalgia tra il 1672 e il 1674 lo spinse nuovamente a Taverna. Il tempo di regalare qualche tela alla sua città e capire che in Calabria non ci sarebbe stato posto per la sua arte. A malincuore ripartì per la “sua” Malta, dove anni prima gli si erano aperte le porte dell’Europa e dove aveva trovato fortuna. Non farà più ritorno nella sua terra. Le sue spoglie mortali sono ancora oggi custodite in terra maltese. Bagnate da quel mare, quello stesso mare, che si infrange sulle spiagge lunghe e bianche della Calabria. Nostro vanto e nostra ricchezza.

Luigi Mariano Guzzo

[1] Questo contributo è stato pubblicato in forma ridotta nella brochure del 2008.

[2] Il testo è stato pubblicato in forma abbreviata nel 2008 per esigenze tipografiche.

 

premio 2008