Premio Letterario 2011

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Anno 2011

L’anno che viviamo, il tempo che verrà

 

Il 2011 segna una doppia ricorrenza. Una che tocca l’intimo del nostro spirito associativo, i 15 anni del Premio letterario Feudo di Maida e della sua brochure; l’altra che segna l’intimo della nostra coscienza collettiva, i 150 anni dell’Unità del paese. L’una e l’altra ci spingono a seguire due paralleli percorsi a ritroso nella nostra memoria per ripensare e rilanciare il nostro futuro come associazione e come cittadini italiani.

Certamente, 15 anni di storia possono sembrare pochi rispetto ad altri premi, ad altre manifestazioni, ad altre più prestigiose periodiche pubblicazioni. Eppure, quanti successi, quante difficoltà, quanti entusiasmi, quanti ricordi, volti, sorrisi, emozioni! Quanti splendidi cammei incastonati nelle pagine della nostra brochure siglati da studiosi locali, nazionali e internazionali: un vero e proprio caleidoscopio di argomenti, personaggi e problemi con al centro, sempre, la Calabria e il Mediterraneo!

Se è praticamente impossibile ricordare qui tutti gli oltre cento autori che hanno collaborato – ci proponiamo di farlo con una edizione collettanea di tutti i 15 anni di contributi – è invece possibile ricordare i temi trattati: il territorio, le personalità laiche e religiose, l’identità storica, le relazioni mediterranee, la santità, la donna, la pace e la guerra, integrazione e intercultura, la battaglia di Maida, San Francesco di Paola, l’emigrazione verso l’Africa, l’immigrazione dall’Africa e, infine, l’Unità del paese.

Su quest’ultimo tema abbiamo voluto soffermarci anche quest’anno, proprio perché l’ abbiamo ritenuto di importanza chiave per la memoria storica collettiva e per il futuro del nostro giovane paese. La risposta sentita, ricca e immediata conferma pienamente i nostri intendimenti. Differenziandosi nettamente dai contributi precedenti, quelli di quest’anno toccano una gamma di tematiche di sicuro appeal: dal forte accostamento tra i briganti e i “bantiten” del periodo della resistenza del Di Bella alle mire sulla Sicilia attraverso la corrispondenza manoscritta di Napoleone esaminata da Currò; dalla rigogliosa stampa calabrese postunitaria, densa di speranze ma anche di spirito critico sintetizzata da Criniti all’estenuante salasso migratorio maidese messo in luce da Paone per tutto il periodo unitario; dalla cruenta sconfitta della battaglia delle Grazie del 1848 tra i borbonici del Nunziante e i rivoltosi dello Stocco, tratteggiata da Gullo, al contributo e alle pene sofferte dei volontari albanesi di Vena per le imprese militari di Calabria, redatto da Giordano; dall’adesione di patrioti curinghesi alle imprese garibaldine di Monteleone ai ritratti di due delle più importanti figure del Risorgimento dell’Italia meridionale, Carlo Pisacane e il già nominato Francesco Stocco, dipinti rispettivamente da Cannataro e Guzzo.

Anche se 150 anni sono decisamente pochi per un paese, le nostre antiche carte trasudano letteralmente di storie, di ideali, di slanci e di sacrifici che, in momenti difficili, come quelli in cui viviamo, possono servirci da monito, da stimolo e da guida. E se il premio e questa brochure vanno sempre avanti nonostante le difficoltà, che anche il nostro Stato vada avanti nonostante tutto e, forse, malgrado se stesso!

Salvatore Speziale

 

Giuseppe Garibaldi tra Briganti e Banditen

 

Giuseppe Garibaldi, il più grande guerriero italiano degli ultimi secoli e uno dei più grandi di tutti i tempi, indica nel brigante il combattente che incarna il decoro e l’onore militare del soldato italiano. L’eroe dei due mondi conosce bene il potere e la rivolta contro il potere; sa che quando la sete di giustizia e l’amore della libertà spingono all’insurrezione – contadino senza terra o sfruttato dai mille mestieri di una città ostile – il nome che gli tocca è quello di brigante. Il potere e chi lo detiene lo bollano così come nemico. Un nemico al quale non dare tregua e per il quale non c’è pietà. Neanche dopo la morte. Il popolo degli oppressi, dei senza terra e senza pane, degli esclusi, dei senza diritti dà altri giudizi e opera in maniera opposta.

Il brigante vive tra le sue fila come un pesce nell’acqua. Ne condivide i sogni, ne giustifica i delitti: sono la vendetta di chi non ha giustizia, sono la giustizia di chi è escluso dal governo dello stato e non accetta la confisca del diritto di essere uomo, intuito e vissuto come intangibile e inalienabile ben prima che i dotti ne codificassero il concetto. Garibaldi sa che ogni brigante, ribelle perché vindice di offese inflitte alla famiglia d’origine o al gruppo sociale di appartenenza, è un guerrigliero. E che un guerrigliero è un combattente che anticipa una rivoluzione, la precorre, la aspetta, ne diventa un soldato. Le doti di audacia, di astuzia, la padronanza del territorio, i legami con i concittadini, il coraggio temerario, il preferire la morte alla resa, la lotta alla quiete del sottomesso, la spada alle catene e il non contare i nemici che ha di fronte in battaglia; il sapere tener testa a un cavaliere nemico anche quando si combatte appiedato per la scelta di vivere tra forre e boschi è per Garibaldi la personificazione dell’eccellenza del fante. Anche perché il brigante si nutre di poco, e quel poco lo trova da sé quando non può fruire dell’aiuto della popolazione. È cioè un combattente veloce, frugale, coraggioso, resistente, forte, deciso. Quello che ci vuole in guerra per vincere e per difendere la propria terra e la propria libertà. Passano i decenni. Arriva l’8 settembre ‘43. Tutti a casa. Tranne coloro che per tetto scelgono le stelle, per letto le grotte o le baite di montagna, o le pietre e l’erba perché hanno preferito scegliere la lotta per la libertà, la guerra contro le viltà dei potenti in fuga e dei forti che occupano la patria. Ricevono un nome che dovrebbe bollarli con infamia: banditen.

Il potere nazi-fascista li condanna a morte e cerca di coprirli d’infamia criminalizzandoli. Il popolo li riconosce come i propri figli, i propri campioni, i propri paladini. Vivono come pesci nell’acqua. Anche i loro cadaveri rimangono insepolti, quando catturati vengono processati e uccisi. Popolazioni intere – Marzabotto per tutte – vengono sterminate per isolare i banditen. Guerriglieri, partigiani, senza paura e senza pietà verso il piede nemico che preme crudele e cinico, sul cuore della patria. Che appartiene al popolo. Foreste, montagne, burroni sono ancora il regno dei ribelli in attesa di vittoria.

Saverio Di Bella

 

La nuova stampa calabrese tra Risorgimento e Unità

 

Con il raggiungimento dell’Unità, la stampa calabrese, nonostante il diffuso analfabetismo caratterizzante il panorama regionale, assunse una sua spiccata rilevanza. Nel quadro di ritrovata libertà, difatti, i periodici diventarono l’unico strumento di formazione ed informazione di quella fascia di popolazione che, pur circoscritta, pesava (esercitando il ristretto diritto di voto) sulle scelte nazionali e su quelle amministrative.

A Cosenza nacquero Il Monitore Bruzio (1860), Il Calabrese (1861), soppresso nel 1844 già dopo la spedizione dei Bandiera, ripreso da Mariano Campagna, Luigi Valentini, Bonaventura Zumbini, Francesco Martire e Ferdinando Balsamo (tutti già ne Il Monitore Bruzio), Il Bruzio (1864) di Vincenzo Padula, Il Corriere di Calabria (1865) di Martire e La Libertà (1866) di Zumbini.

Anche Catanzaro conobbe un giornalismo legato ai grandi temi risorgimentali. La Media Calabria (fondata nel 1864 da Vincenzo Gallo Arcuri, Cristiano Garzya e Luigi Tamburini) fu l’organo della Società del Plebiscito e con La Calabria (1865, che sostenne il Consorzio nazionale e una sottoscrizione per la statua al D’Azeglio) e il Cittadino Calabrese (fondato nel 1864 da Vincenzo Bona, poi Il Nuovo Periodo) animò un intenso dibattito sui problemi dell’area centrale della regione, specie dinanzi all’imperversarvi del brigantaggio. La Luce Calabra (1869) si distinse invece per l’orientamento democratico del suo ideatore, Giuseppe Giampá (mazziniano e fondatore del movimento repubblicano catanzarese), patendo la censura già nelle prime uscite.

Reggio Calabria ebbe La Fata Morgana nel 1838, soppresso dopo i moti cosentini del ’44, ma il primo vero periodico unitario fu L’Amico della Libertà (1860) di Achille Canale. Su posizioni antigovernative furono L’amico della Verità (1867) diretto da Domenico Spanò Bolani e Bruno Rossi e L’Artigiano (1869), mentre accenti antistatali distinsero i periodici di Filippo Caprì, cattolico intransigente, fondatore, tra gli altri, de L’Albo Bibliografico e Albo Reggino (1864).

Animati da uno spirito a tratti messianico, i giornalisti calabresi, pur tra difficoltà economico-logistiche e spesso censurati, guidarono le improvvisate redazioni puntellando, non senza toni critici, il sentimento di partecipazione al nuovo Stato, coinvolgendo i lettori su questioni amministrative e nazionali, in un quadro che tra il 1890 e il 1915 avrebbe visto la nascita di ben 217 periodici calabresi. Dopo le restrizioni patite sotto i Borbone, il rigoglio di testate fu segno di volontà di riscatto per l’opinione pubblica della regione e se, in seguito, gran parte di quei periodici avrebbe assunto toni antigovernativi, quando non antistatali, ciò sarebbe dipeso proprio dalla frustrazione per il tradimento delle speranze riposte nell’Unità. Speranze ben vive nelle province calabre, già ricche di forze intellettuali che avrebbero trovato nelle redazioni dei giornali la loro palestra ideale.

Nicola Criniti

 

Lettere sulla Sicilia

 

1806, linguaggio scarno. Napoleone ha di fronte il Mediterraneo; il Mezzogiorno viene ad esserne inghiottito. Non esistono altre vie. L’idea è presto tormento: sistemare quanto dovuto a Napoli e alle porte del Regno, estendere la conquista, «surtout ne perdez pas un moment, […] pour tàcher d’enlever la Sicile». S’incrociano velieri inglesi diretti a Venezia. Bastimenti partono da Tolone verso Portici. L’inverno è alle spalle, gli spazi della negoziazione si sono chiusi, stagioni più miti non aspettano: si è nelle condizioni di puntare Messina. Napoleone sente di essere «maître de Naples et de la Sicile». La violenza piegherà qualunque sacca di resistenza: «J’attends de savoir […] le nombre de révoltés dont vous avez fait bonne justice. Faites fusiller […] des chefs des rebelles».

Si occupano allora le città e le campagne che si allungano dalla Sila all’Aspromonte. Il controllo della regione significherà presenza salda sullo Stretto. Ma il 1807 è «l’époque critique de mon armée de Naples», ed è inaccettabile pensare al nemico col piede ancora sul continente: «Mais, parbleu! Ne souffrez pas la honte d’avoir les Anglais à Reggio et à Scilla; c’est une ignominie sans égalè». Eppure l’entrata in guerra dello Zar a fianco di Bonaparte dirotta verso l’oceano buona parte dei britannici. È ora di agire. Raggiunta l’isola, sarà una formalità trarre il dado: «Cette expédition est fondée sur ce seul principe: avoir Scilla et le Phare». I movimenti di cavalleria, d’artiglieria, di marina sono regolati simmetricamente. Il Mediterraneo, del resto, freme: Zante, Corfù, Taranto, Costantinopoli non hanno pace. Il Tirreno vive di continui sussulti. Ma i francesi marciano ancora verso Sud: «Ce plan est calculé sur le principe que vous êtes maître de Scilla, le point plus important du monde». L’attesa diventa impaziente. Muovere verso Reggio: «Je compte que l’expédition […] réussira». 1808: l’ordine è finanziato. Milano e Firenze verseranno i denari necessari alla campagna. Il comando in Calabria, però, è sotto pressione.

I mesi scorrono, la reazione borbonica non si scompone: «Faites fortifier le fort de Scilla, car il n’est impossible que l’ennemi fasse des efforts pour reprendre ce point». Intanto, Giuseppe va a Madrid; Napoli accoglie Gioacchino. Tutto sembra doversi riscrivere da capo. Ma il re abbraccia la causa. L’immagine del Mediterraneo come trama di percorsi, di fantasie e principì rimane intatta. Murat è l’erede diretto della rivoluzione e di questa sensibilità. Così, se lo spettro delle incursioni corsare non si disperde, la stabilizzazione dell’Adriatico settentrionale dà nuovo vigore all’iniziativa: «la possession de Trieste sera d’un bon résultat pour ce qui regarde la Sicile, qui désormais n’aura plus aucun contact direct avec l’Autriche». E tuttavia, Gioacchino deve affrontare miseria, briganti, identità differenti. La materialità della resistenza e l’intransigenza del corso. Un urto che conferma la centralità dell’isola nella geopolitica di Bonaparte e, allo stesso tempo, il cedimento e le future divergenze: «Écrivez-lui qu’il a tort de parler ainsi de mes projets sans mon autorisation». La misura è colma: «je suis fort surpris».

Ma i tempi stanno mutando. I dubbi scalzano le certezze. Napoleone cede alla rassegnazione. Quando Gioacchino prova la sorte, l’imperatore è già su posizioni diverse. Il Mediterraneo è un mare di speranze e di naufragi. Spettacolo terribile, drammatico e, nonostante tutto, grandioso.

Placido Currò

 

La battaglia delle Grazie – 27  giugno  1848

… quel fanciullo, consumate le munizioni, non si volle arrendere, ma si slanciò con il pugnale sguainato e si difese a tutt’uomo, fin quando un fendente di sciabola gli mozzò la testa e cadde sui cadaveri nemici…

Un flash. Un’icona. Un ricordo. Si gusta il sapore argomentativo della “Piccola vedetta lombarda”. Ma non è così. Di sicuro è un atto di vero eroismo, seppur disconosciuto: nella storiografia ufficiale sentir parlare di Risorgimento calabro è rarissimo. Eppure un Risorgimento calabro esiste. Ce lo dicono le numerose condanne a morte, le persecuzioni, i saccheggi e gli 84 secoli di carcere inflitti ai nostri patrioti; ce lo dice l’eroismo di uomini che si sono votati alla morte per amore della Patria; ce lo dice il sangue versato sui campi di battaglia; ce lo dice il grido straziato di quel fanciullo decapitato nella battaglia delle Grazie. Si, la battaglia delle Grazie, che per la mole dei soldati impegnati, 7.000 borbonici e 5.000 volontari, rappresenta un importante scontro bellico del Risorgimento italiano.

Correva l’anno 1848, quando sbarcava a Pizzo con 2.000 soldati, il generale borbonico Nunziante. Giungeva in Calabria, su ordine del re Ferdinando II per reprimere i turbamenti rivoluzionari che si erano diffusi in tutte le province, soprattutto nel nicastrese, dove gli sviluppi bellici ebbero una coerenza ed una consistenza più evidente, dove il movimento patriottico ebbe la fortuna di avere una sola guida, Francesco Stocco, e di ritrovarsi unito intorno alle idee mazziniane. Queste ultime erano ben radicate in tutto il distretto e in particolare nei territori dell’ex feudo di Maida, grazie al lavoro di alcune vendite carbonare, dal “Trionfo della Giustizia e della Libertà” di San Pietro a Maida alla “Perfetta Concordia” di Maida, e grazie anche all’impulso degli ufficiali dello Stocco: Bevilacqua, Aiello, Fabiani, De Vito, Cefaly e Boca.

Un simile afflato liberale facilitò il compito dello Stocco, che fu il primo a muoversi alla notizia dello sbarco. Nel giro di 48 ore il generale era già in marcia con migliaia di volontari verso Maida. Qui convenne anche la compagnia di San Pietro a Maida, con più di 100 volontari, guidati dal capitano Aiello e da Grassi. Trascorsi alcuni giorni, un contingente di 3.000 nazionali, guidato dal tenente Griffo, si trasferì al campo di Filadelfia. La battaglia ormai era vicina. Infatti, il 27 giugno il Nunziante con 4.000 uomini sferrò l’attacco presso il ponte delle Grazie, dove trovò lo Stocco con i suoi 400 volontari. Di lì a poche ore “… principiò la zuffa. Nella foresta sibilavano incessanti le bombe, schiantando i rami …”.

Gli insorti rispondevano al fuoco costringendo il Nunziante al ritiro. I patrioti, felici, inneggiavano al trionfo, quando purtroppo arrivò il maggiore Grosso. Lo Stocco, accerchiato, tentò di resistere, speranzoso dell’aiuto del Griffo. Ciò, purtroppo non avvenne, per cui lo Stocco fu costretto a rifugiarsi sulle alture di San Pietro a Maida. Terminava così la battaglia delle Grazie, con una sconfitta, certo, ma l’eroico slancio di quel pugno di volontari resta una pietra miliare del Risorgimento ed un fulgido esempio d’impegno a difesa della patria e degli ideali di libertà e di democrazia.

Pietro Gullo

 

Gli albanesi di Vena di Maida ed il Risorgimento

 

Gli albanesi di Calabria condividevano gli ideali e i principi di libertà e uguaglianza che infervoravano gli animi dei patrioti risorgimentali. A questi aggiungevano motivazioni proprie.

Essi desideravano: migliori condizioni economiche e sociali (le terre loro assegnate erano le più povere); abrogare le disposizioni reali atte a disperdere la comunità albanese in agglomerati distanti tra loro al fine di distruggerne la potenzialità offensiva; opporsi efficacemente ai tentativi del papa di portare le comunità religiose bizantine ad abbracciare il rito latino; integrarsi con le popolazioni dei luoghi vicini e nello stesso tempo conservare la cultura, la lingua e le tradizioni nella consapevolezza che, non potendo costituire lo stato dell’Arberia, l’ideale più realistico era la creazione di uno stato unitario dove fossero rispettate le diversità dei popoli coinvolti.

Negli scontri, nelle rivolte, dove c’era da organizzare e da combattere, furono spesso presenti. Gli albanesi di Vena, agli ordini di Francesco Stocco diedero il loro contributo nei campi di Maida, di Filadelfia, di Nicastro, nello scontro alle Grazie, nella spedizione dei Mille, al Volturno.

Per le loro imprese furono condannati a lunghi anni di carcere. Questi i nomi e le imputazioni della gran Corte criminale di Catanzaro: Francesco Comità, sacerdote, Carlo Boca, proprietario, Giovanni e Giuseppe Saraceno, proprietari, accusati di provocazione, di reati contro la sicurezza dello Stato al fine di distruggere e cambiare il Governo e di attentati contro la sicurezza dello Stato con arruolamenti di bande armate; Domenico Peta fu Gaetano, di anni 28, accusato di attentato contro la sicurezza dello Stato, di ferimenti, di ingiurie, di percosse; Gaetano Boca, proprietario, di anni 32, accusato di attentati contro la sicurezza dello Stato con arruolamento in banda armata al fine di distruggere e cambiare il governo.

Quest’ultimo, capitano comandante la milizia agli ordini di Stocco, condusse al campo di Filadelfia una forza di circa 100 uomini che combatterono alle Grazie il 27 giugno del ’48 contro il generale Nunziante e il 27 agosto 1860 contro il generale Ghio.

Contro di loro la gran Corte criminale emise le seguenti condanne: oltre ad una malleveria di ducati 100 per tre anni e spese di giudizio, Comità, Saraceno e Peta furono condannati a 25 anni di ferri e Boca a 7 anni (forse per la giovane età). Le condanne ai venoti ammontavano complessivamente a 132 anni, 50 dei quali furono realmente scontati nel carcere di Santo Stefano sull’isola pontina di Ventotene.

Né gli anni di carcere, né le conseguenze sociali e le ripercussioni economiche li distolsero dal riprendere le armi ed a seguire Garibaldi nella spedizione dei Mille e sul Volturno. Qui, nel corso della battaglia, Garibaldi ebbe modo di verificare l’impeto guerriero dei discendenti di Scanderberg e li qualificò “prodi e valorosi”.

Dopo il favorevole esito plebiscitario, Vena, dal 1839 assegnata come frazione al comune di Maida, esultò alla proclamazione del Regno d’Italia. Nella toponomastica cittadina ancora oggi una via porta il nome di Umberto I e la piazza principale il nome di Vittorio Emanuele.

Giuseppe Giordano

 

Curinghesi nel Risorgimento italiano

 

Giuseppe Garibaldi sostò a Curinga fra il 28 e il 29 agosto 1860, ospite della famiglia Bevilacqua. La sosta fu determinata da ragioni di strategia militare: forse Garibaldi voleva evitare uno scontro con le truppe del generale Ghio, accampate a pochi chilometri di distanza dal bivio da cui si diparte, subito dopo il ponte sul torrente Turrina, la strada che dall’attuale ss 19 porta a Curinga. La deviazione per Curinga poteva poi servire a dare nuovo entusiasmo ai patrioti della zona. Appena il giorno prima, infatti, circa 500 uomini partiti da Curinga avevano tentato uno sfortunato attacco alle truppe borboniche nei pressi del ponte sul torrente La Grazia, più o meno nello stesso punto in cui il 27 giugno 1848 c’era stato uno scontro fra un gruppo di Nazionali e l’esercito borbonico. È il caso di ricordare che protagonista di quest’ultimo episodio era stato Francescantonio Bevilacqua, mentre alcuni suoi figli, in particolare Giacinto, avevano combattuto nel secondo scontro sulla Grazia. È lecito pensare che in casa Bevilacqua Garibaldi aveva buoni motivi per sentirsi in un ambiente fidato; e questo fa capire lo stato d’animo con cui il generale lasciò Curinga, indossando il “cappello conico dalle lunghe fettuccine di velluto” che aveva avuto da un contadino in cambio del suo.

Poco dopo la partenza di Garibaldi, si mosse da Curinga, guidato da due dei fratelli Bevilacqua, Giacinto e Bonaventura (entrambi con il grado di capitano), un gruppo di volontari che combatté nella battaglia del Volturno:

Calvieri Domenico (sergente),

Ceneviva Domenico, Ceneviva Domenico sr, Cirianni Tommaso, De Sando Antonio, Funaro Pietrantonio, Giampà Vincenzo, Lorusso Salvatore,

Marinaro Giuseppe, Monteleone Pietrantonio, Riccio Giov. Battista, Pizzonia Giuseppe, Santo Orlando, Senese Agostino, Sestito Vincenzo, Summa Bruno.

 

Manca, in questo elenco, che conosciamo grazie al lavoro di Gaetano Boca, il nome di Vincenzo Losco, il quale pure fu certamente tra i garibaldini. Tale assenza potrebbe spiegarsi con il fatto che Losco aveva raggiunto i Mille prima che questi sbarcassero in Calabria, dopo avere attraversato lo Stretto di Messina, come attestato da fonti orali che trovano conferma nell’epigrafe posta sulla tomba eretta nel cimitero di Curinga, per additare ai posteri la memoria di “un’anima eletta” che “la giovinezza consacrò alla patria/sospirando combattendo/nelle epiche/campagne garibaldine/da Milazzo a Mentana”. In sostanza, Losco non compare fra i volontari reclutati nel mese di settembre perché egli era già da tempo nell’armata garibaldina e probabilmente con essa continuò il suo viaggio verso Napoli. Il fatto che poi si sia ritrovato ancora a Mentana con Garibaldi indica un’adesione consapevole e matura ad un ideale si può ben definire ‘amore per la patria’.

E’ quasi certa la presenza a Curinga di un gruppo di persone che, ancora negli anni 80 del XIX secolo, avevano come riferimento le figure di Cavour, di Mazzini e di Garibaldi, come si evince dalla lettura degli atti della cerimonia commemorativa organizzata dal Comune dopo la morte di Garibaldi. Era sindaco, in quell’anno, Giacinto Bevilacqua, lo stesso che aveva guidato i volontari curinghesi al Volturno, dove si era conquistato i gradi di maggiore.

Pietro Monteleone

 

Carlo Pisacane e i federalisti del risorgimento

Napoletano, figlio cadetto dei duchi di San Giovanni, Pisacane nacque nel 1818 cioè al principio della restaurazione borbonica. Come tutti i rampolli dell’aristocrazia venne educato nell’Accademia della Nunziatella e all’interno del mondo dorato e compassato della corte borbonica, realtà che, ben presto, gli sembrò angusta e poco in linea con le sue aspirazioni culturali.

Di questo personaggio, fin ai primi degli anni 80’ del Novecento, fu pressoché ignorato lo spessore ideologico formatosi nei circoli parigini, laddove conobbe Blanc e soprattutto nella Londra in fermento per l’affermarsi del liberalismo egalitario della scuola di Manchester. Quelle idee di solidarietà internazionale per cui il benessere di un popolo era condizione di quello di un altro e la prospettiva di un superamento dello scontro tra le classi sostituito da un più proficuo confronto, rappresentavano, per Pisacane, la spinta per una nuova e definitiva rivoluzione nazionale. L’Italia, scriveva, era una terra dalle grandi tradizioni ma dalla poca coscienza degli errori del passato; la sua idea di rivoluzione era però così eroica, così sfrontatamente ideale che prescindeva da ogni preventivo intervento didattico a favore del popolo: il terrore e la speranza sarebbero stati i “maestri” della rivolta.

La spedizione di Sapri e il suo tragico epilogo rappresentano l’aspetto più conosciuto della sua storia, il sistema federale quello più interessante e moderno.

La struttura portante del suo federalismo era comune a quella degli appartenenti al filone ed era costituita dalla consapevolezza che la storia d’Italia era sempre stata la storia delle sue città, la novità introdotta da Pisacane fu la trasposizione dal piano culturale a quello politico di questa consapevolezza. L’analisi rivelava un preciso piano politico di valorizzazione degli elementi positivi del passato della penisola senza dimenticare che all’interno di quelle realtà sopravvivevano i privilegi della borghesia che limitavano l’espressione del popolo intero.

Il suo modello si inseriva nell’ambito della questione nazionale che, negli ambienti della sinistra democratica, corrispondeva con la questione della libertà e dell’indipendenza dallo straniero. Tali presupposti non permettevano, al repubblicano Pisacane, di accettare alcun compromesso né con i murattiani, né con chi, come Ferrari, auspicava l’intervento diretto della Francia in favore della questione italiana. Nessuna contaminazione esterna doveva mortificare la storia della penisola cioè quella delle sue città. Quello di Pisacane fu dunque il primo progetto comunale dell’epoca. Lo schema appare oggi, certamente, poco maturo ed embrionale per via della mancanza di adeguate mediazioni istituzionali tra Stato e libera espressione popolare all’interno dei singoli comuni o per la totale mancanza della definizione di confini territoriali degli enti locali ma, di certo, resta un punto di riferimento essenziale per la moderna definizione dell’unità nazionale in questo paese.

Italia Cannataro

 

Maida, 150 anni di emigrazione

 

Quanti furono i meridionali che emigrarono tra il 1861, anno dell’unità, e il 1876, anno in cui il nuovo Stato pubblicò i primi risultati statistici nazionali? Le cifre oscillano, secondo gli studiosi, da 20 a 40 mila unità all’anno. Le statistiche ufficiali del periodo dal 1876 al 1890 mostrano che il primato dell’emigrazione apparteneva a tre regioni settentrionali (Veneto, Friuli Venezia Giulia e Piemonte) mentre gli emigrati di Calabria, Puglia e Basilicata non superavano il 12,9% del totale nazionale. Furono gli anni della “grande emigrazione”, furono gli anni in cui i maidesi scelsero come destinazione gli Stati uniti d’America e formarono una comunità nella cittadina di Ambler, in Pennsylvania.

Dal 1930 al 1997 le partenze si susseguono inarrestabili, una vera emorragia che sconvolge famiglie, società ed economia impoverendo Maida (compresa la frazione Vena): nell’arco di 67 anni, ben 5.206 cittadini, con una media di 80 unità l’anno. Una situazione identica ai paesi del circondario.

Dal 1930 al 1940, diminuisce l’emigrazione verso l’estero e verso gli Stati Uniti ed aumenta l’emigrazione verso altri comuni italiani. La tendenza rimane costante fino alla conclusione della seconda guerra mondiale e alla caduta del Fascismo.

Con la nascita della Repubblica, l’esodo, abbandonato parzialmente l’estero, ha come destinazione prevalente le regioni del triangolo industriale. Il numero delle partenze varia dalle poche decine alle 448 unità dell’anno 1953, e a tutt’oggi continua.

Gli anni che vanno dal 1953 al 1976 sono gli anni della seconda imponente ondata migratoria provocata dal forte dislivello economico tra il Nord ed il Sud del paese e tra il Sud e il Nord dell’Europa. Una media di centocinquanta concittadini l’anno saluta i parenti per avviarsi prevalentemente verso le regioni del Nord Italia. Alcuni addirittura scelgono l’Australia.

Dal 1965 al 1982, a ridosso del boom economico italiano, la Svizzera diventa oggetto di migrazioni di maidesi. Dai cantoni di Basilea e di Zurigo si calcola che siano transitati, in quel periodo, oltre 500 maidesi e molti vi si trovano tuttora.

La crisi petrolifera della metà degli anni 70 segna la fase di controtendenza del flusso migratorio. Da quegli anni, si verificano i primi modesti saldi positivi tra il numero di emigrati e di immigrati.

Mentre durante la “grande emigrazione“ l’esperienza migratoria servì ai contadini per acquistare la proprietà della terra, le più recenti ondate hanno mirato alla costruzione della casa, favorito l’acquisto dei beni di consumo e il miglioramento delle condizioni di vita della famiglia con particolare attenzione per l’istruzione dei figli.

Se furono gli individui e le famiglie, da un lato, e lo Stato dall’altro a ricavare beneficio dall’emigrazione, i costi più gravosi si riversarono invece sulle regioni di partenza e le comunità locali. Con la crisi economica mondiale degli ultimi anni, la situazione locale si è ulteriormente aggravata: l’agricoltura si regge con il contributo dei lavoratori extracomunitari mentre il piccolo commercio ha definitivamente ceduto il passo alla grande distribuzione. Il centro storico è un susseguirsi di serrande sprangate tanto che oggi Maida appare “deserta e vuota come un De Chirico metafisico”.

Salvatore Paone

 

Francesco Stocco, liberale e patriota

 

A volte il destino gioca strani scherzi. I genitori lo chiamano Francesco, in onore del futuro re delle Due Sicilie, Francesco I di Borbone, che addirittura, da padrino, a Messina, lo terrà pure a battesimo. Fedeltà alla famiglia Borbone? Nemmeno a parlarne. Dopo qualche anno trascorso alla corte di Napoli, la storia lo ricorda quale uno dei protagonisti indiscussi dell’impresa unitaria ed indipendentista.

Francesco Stocco nasce ad Adami di Decollatura il primo marzo 1806. La sua è una famiglia aristocratica e filo borbonica. Dopo aver studiato in collegio a Cosenza, i reali Borbone lo accolgono nella capitale partenopea come “cavallerizzo”. Ma Napoli è una città grande, foriera di idee e di pensieri. Francesco entra a contatto con la scuola del letterato Basilio Puoti, uomo dai forti ideali patriottici. Inoltre il giovane Stocco, vivendo a corte, si scontra con la faccia peggiore del regime borbonico: la prepotenza, la corruzione, la viltà. Matura una coscienza liberale e aderisce alla setta dei “Figlioli della Giovane Italia”, fondata da Benedetto Musolino. Tra la fine del 1847 e l’inizio dell’anno successivo, lo ritroviamo in carcere per avversione ai Borbone. Liberato, rientra in Calabria e partecipa ai moti della primavera del 1848, guidando l’insurrezione dell’Angitola contro le truppe borboniche, comandate dal generale Nunziante. I moti calabresi falliscono e il comandante Stocco è costretto a rifugiarsi prima a Malta, poi a Genova, successivamente a Nizza dove incontra Garibaldi. Ormai il dado è tratto! Nel 1860 anch’egli veste la giubba rossa delle truppe garibaldine e si prepara ad essere una delle figure di spicco della spedizione dei Mille. A Calatafimi è ferito ad un braccio. Garibaldi lo premia nominandolo colonnello brigadiere. Organizzando il corpo dei volontari garibaldini “Cacciatori della Sila”, Francesco Stocco avrà un ruolo determinante nella battaglia di Soveria Mannelli il 30 agosto 1860. Il disarmo delle truppe borboniche con la resa del generale Ghio di fatto aprirà ai Mille la strada verso Napoli.

Con la proclamazione del Regno d’Italia, Stocco entra nell’esercito regolare con il grado di maggiore generale e, messo a riposo nel 1862, viene eletto senatore per il collegio di Nicastro. Fa parte della commissione per redigere il primo elenco dei Mille sbarcati a Marsala l’11 maggio1860. Ben presto però lascia l’attività politica per ritirarsi a vita privata nella Villa della Majolina, tra Capo Suvero ed Amantea. Muore a Nicastro l’8 novembre del 1880 ed a tenere l’elogio funebre è un altro grande del risorgimento calabrese, il filosofo Francesco Fiorentino.

Catanzaro nel 1898 gli dedica un monumento con una statua, a dimensione d’uomo, opera di Giuseppe Scerbo, uno scultore che vive la passione per l’arte, ma che incarna l’ideale della patria. Collocato inizialmente in piazza Matteotti, il monumento nel 1939 fu trasferito nella piazzetta prospiciente l’ex Ospedale Militare, alla quale oggi ha dato il nome.

Il ricordo di Francesco Stocco non è una semplice nostalgia storica. Ma piuttosto serve, in questi centocinquant’anni di Unità d’Italia, a non dimenticare che la storia è inesorabilmente legata alle vicende di una Calabria che ha molto contributo alla formazione di un paese unito.

Luigi Mariano Guzzo

 

premio 2011