Premio Letterario 2010

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Anno 2010

L’Unificazione italiana: nuovi scenari e prospettive

L’italiano: cemento dell’unità nazionale ieri ed oggi

La lingua italiana è stata uno dei fattori aggreganti, se non il principale, che ci ha uniti soprattutto con l’avvento della Repubblica nella riconquistata libertà e democrazia rappresentativa poiché essa è al contempo memoria storica e progetto in divenire della nostra società civile. E’ questo secondo l’assunto gramsciano che la lingua contiene «gli elementi di una concezione del mondo e della cultura del popolo che la parla»: è il sistema che contiene tutti i valori, le scelte, i meccanismi, i processi che portano alla formazione di una società e quindi di una nazione. Quale collante linguistico–letterario della frantumata realtà storico–politica e socio–culturale della penisola italiana dal “300, l’italiano da lingua delle élites colte s’impone all’avvento dell’unità, tra mille difficoltà (dalle scelte manzoniane all’approccio culturale del glottologo Graziadio Ascoli, fino alla politica linguistico–culturale del II dopoguerra), quale strumento di comunicazione dell’intera popolazione. Il miracolo socio–economico dell’Italia anni Cinquanta–Sessanta s’accompagna a quello linguistico–culturale sovente sotteso al primo: l’italiano sconosciuto a oltre i due terzi degli italiani diventa la lingua della nazione grazie alla “rivoluzione” dell’alfabetizzazione delle masse popolari (cfr. De Mauro T., La cultura degli italiani, Laterza, Roma-Bari, 2004). Ricordiamo qui solo due aspetti cruciali di questo sorprendente processo: i corsi CRACIS nelle scuole serali e tra le reclute dell’esercito, e la scuola serale della televisione; valga per tutti, il corso Non è mai troppo tardi di A. Manzi.

Oggi però, di fronte ai macroprocessi della globalizzazione, anche il nostro sistema Italia è in crisi, soprattutto dopo la fine della I Repubblica con Tangentopoli (1992–93). Lo sperato avvento della II Repubblica si trascina in una lunga transizione che ha generato fermenti antiunitari di cui il leghismo è l’espressione più ottusa, cui s’affiancano manifestazioni antipolitiche e populiste. All’Italia del “pensiero e azione” si contrappone la visione riduttiva dei dialetti e culture locali, che vanno invece percepiti quali vitali affluenti del grande fiume della lingua e cultura nazionale, come affermava il filologo B. Migliorini. L’attuale critica situazione italiana dovrebbe ispirarsi all’art. 5 della Costituzione: «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali». Ecco espresso lapidariamente il nostro comune progetto d’avvenire verso i valori nazionali, oggi allargatisi alla dimensione europea, nell’approfondimento stimolante delle molteplici radici delle nostre culture e parlate locali. Questo compito spetta a ognuno di noi, dal Capo dello Stato al semplice cittadino, tanto più oggi di fronte ai “nuovi italiani” dell’immigrazione. E in quest’ottica, vale sempre il monito gramsciano a proposito della lingua: «Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione della lingua significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare–nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale». Processo questo quanto mai urgente nell’attuale degrado della società nazionale, vista la pochezza politica, culturale e morale dei nostri governanti.

Michele Brondino

Cavour e l’Unità nazionale

Il bicentenario della nascita di Cavour – 10 agosto 2010 – è caduto in una congiuntura in cui ricorrono le manifestazioni celebrative in vista del centocinquantesimo anniversario dell’Unità nazionale. Eppure Cavour tra Gli uomini che fecero l’Italia – per riecheggiare il titolo di un fortunato libro di Giovanni Spadolini – è forse il più misconosciuto. Non sono mancati gli studi sul grande statista, primo – in ordine di importanza – Cavour e il suo tempo, l’opus magnum di Rosario Romeo. La responsabilità dell’offuscamento dell’opera di Cavour non è nemmeno ascrivibile soltanto alle strumentalizzazioni del processo unitario che caratterizzano il dibattito pubblico e alle requisitorie – tanto veementi quanto penosamente vacue – contro i protagonisti del Risorgimento che giungono da parte leghista, dai neoborbonici e, ancora, dai nostalgici del potere temporale della Chiesa.

Certamente il degrado del dibattito pubblico contribuisce a confondere i termini della questione, in un contesto in cui si registra lo svilimento del ruolo dello storico di professione a vantaggio di una pubblicistica priva di quell’outillage metodologico indispensabile all’attività di ricerca. Forse il limite maggiore, però, è individuabile nel fatto che la storiografia – quella italiana in particolare – dagli anni Ottanta si è concentrata quasi esclusivamente sulla storia sociale e degli apparati amministrativi degli stati preunitari ed ha trascurato la storia politica.

Ciò ha lasciato spazio alla riproposizione della screditata tesi di Denis Mack Smith secondo cui l’opera di Cavour avrebbe soffocato i fermenti democratici ed avrebbe dato luogo a uno stato unitario recante in nuce quei germi di autoritarismo poi emersi compiutamente nel ventennio fascista.

Solo parzialmente gli importanti studi sulle forme organizzative del movimento risorgimentale e sugli aspetti simbolici della cultura nazional–patriottica condotti nell’ultimo quindicennio da Alberto Mario Banti, Jean–Yves Frétigné e da altri ancora, hanno costituito un argine all’interpretazione teleologica di Mack Smith, peraltro reiterata da alcuni dei suoi epigoni sino a tempi assai recenti. Come hanno rilevato Gaetano Arfè e Walter Maturi, difettava in Mack Smith quella più matura capacità di inserire gli eventi italiani nel più ampio contesto internazionale.

Al contrario Rosario Romeo, pur essendo ben consapevole delle debolezze dell’edificio unitario proprio per la materia “fortemente eterogenea” con cui era stato costruito – come ribadiva in un’intervista a Guido Pescosolido apparsa nel marzo 1985 su «Mondoperaio» e ripubblicata in volume recentissimamente dalla casa editrice Le Lettere (Cavour, il suo e il nostro tempo) –, sottolineava l’inscindibilità in Cavour di «nazione e liberalismo», mentre «il fascismo nacque da una serie di cause strettamente legate alla prima guerra mondiale» e «germinò da tronchi politico–culturali chiaramente distinti da quello liberale».

Salvatore Bottari

La Nazione oltre confine: gli italiani in Tunisia

«After the red–rose–bordered hem» (dietro lo strascico di rose rosse orlato) scrive W.B. Yeats in una poesia dedicata all’Irlanda, raffigurando la nazione come un’elegante signora amata e rispettata. È indubbio che sentimenti analoghi abbiano animato anche i combattenti per l’unità d’Italia. L’evento, in effetti, fu salutato con esultanza persino oltre confine, come nella vicina Tunisia, all’epoca provincia ottomana.

La Tunisia, in realtà, non era stata affatto estranea alle vicende del Risorgimento italiano. Nella prima metà dell’Ottocento Tunisi era conosciuta come Parigi di Barberia o Versailles islamica per l’accoglienza concessa ai profughi mazziniani, e persino a Giuseppe Garibaldi nel 1834. A Tunisi gli operosi esuli politici fondarono un comitato della Giovine Italia e, in occasione dello sbarco dei Mille in Sicilia (11 maggio 1860), organizzarono una spedizione di armi per i picciotti.

Nondimeno, paradossalmente, la Tunisia ospitava anche quanti non erano disposti a sacrificare la vita per la patria. I renitenti alla leva erano, infatti, così numerosi nella Reggenza che nel solo mese di settembre del 1863 ne furono rimpatriati una cinquantina (rapporto del console Gambarotta, Tunisi 21/09/1863).

L’Italia unificata ambiva naturalmente a occupare un alto posto di prestigio accanto alle potenze europee, un posto di prestigio che la conquista di nuovi territori avrebbe senz’altro coronato. Di fatto, appena pochi anni dopo, approfittando di una situazione di instabilità nella Reggenza (la rivolta del 1864), il governo italiano predispose una spedizione militare proprio in Tunisia. Napoleone III, infatti, non sembrava affatto contrario a un’occupazione parziale del paese – a oriente del fiume Medjerda – da parte dell’Italia, in cambio della rinuncia alla soluzione della questione romana. L’atteggiamento ostile della Gran Bretagna fece recedere dalla progettata azione il governo italiano (De Leone E., La colonizzazione dell’Africa del nord, Cedam, Padova, 1957).

La rivalità con la Francia, che occupò la Tunisia nel 1881, fu una costante nella storia della comunità italiana che si arroccò nella fiera difesa dell’italianità, un’idea ambigua che rinvia tanto agli interessi economici quanto all’identità culturale. Attraverso la creazione di istituzioni a impronta nazionale (gli istituti scolastici, la Camera di commercio e arti, i teatri, la stampa con più di cento testate, etc.), la comunità italiana mantenne una solida identità nazionale in un paese prevalentemente arabo–musulmano sottoposto alla civilisation francese.

Per quanto sia ridotta numericamente, ancora ai giorni nostri, la comunità coltiva l’appartenenza nazionale attraverso, per esempio, la celebrazione di ricorrenze quali il bicentenario della nascita di Garibaldi (2007). Nel processo di ri–appropriazione della storia non mancano però accostamenti originali all’eroe del Risorgimento (Bettino Craxi e altri politici espatriati) che difficilmente raccolgono il consenso unanime della nazione.

Daniela Melfa 

Nuove e vecchie questioni sul cosiddetto “brigantaggio” nell’Italia postunitaria.

Nel quinquennio 1861–1865 nel Mezzogiorno italiano una drammatica lotta vide contrapposti l’esercito del Regno e i renitenti alla leva: contadini, miserabili e delinquenti, a volte organizzati e condotti da ex soldati borbonici o agenti pontifici. Le cause dell’insurrezione sono, com’è noto, imputabili in parte alla centenaria storia di arretratezza, miseria e ingiustizia cui furono soggette le masse contadine e il popolo minuto. Le aspettative destate dal passaggio di Garibaldi furono disilluse dal governo del nuovo Regno d’Italia; ulteriori disagi derivarono dalla promulgazione delle leggi piemontesi a tutto il territorio.

Queste leggi infrangevano secolari equilibri: la leva era del tutto sconosciuta ai siciliani; con l’introduzione del libero mercato fiorenti attività economiche non ressero alla competizione con le concorrenti del nord e l’abolizione del patrimonio ecclesiastico tolse ai lavoratori stagionali il lavoro legato alla gestione di chiese, conventi, ospedali. Queste e altre cause diedero origine alla lotta armata nell’ex Regno delle Due Sicilie, che qualcuno ha visto come una guerra civile, altri come una vera e propria rivoluzione contro uno stato invasore. Queste interpretazioni superano certamente la riduttiva definizione di “brigantaggio”, coniata da quei militari che non compresero le peculiarità del Mezzogiorno. Si tratta di studi che hanno reso dignità e giustizia a quei tanti disperati cui la storia non aveva dato un volto ma che, a volte, rivelano una scarsa contestualizzazione degli eventi. La condanna della brutale repressione include, in alcune di queste letture, la stessa scelta dell’unità italiana, che sarebbe stata attuata sulla violenza e la rapina delle popolazioni meridionali.

Si trascurano però, da questa prospettiva, i dati oggi in nostro possesso relativi al tentativo di costruzione di uno stato moderno ed efficiente nei primi decenni dell’unità italiana: i numeri relativi alla costruzione di strade, ponti, ferrovie nella sola Sicilia del 1861–76 indicano uno sforzo finanziario e organizzativo considerevole. Altri fondamentali provvedimenti furono la fondazione di camere di commercio, la costruzione o la ristrutturazione dei porti nelle principali città costiere, l’istituzione di scuole e d’istituti di assistenza, di ospedali, di una rete di poste e telegrafi efficiente, di un apparato fiscale capillare, necessario allo Stato per far fronte a tutte queste spese.

Inoltre, la fragilità della congiuntura politica interna e del quadro internazionale rendevano urgente porre rimedio all’insicurezza imperante in molte contrade meridionali.

Ribaltando l’interrogativo, cambia la prospettiva e cadono molte delle critiche mosse alla Destra storica: se i borbonici ed i pontifici avessero vinto questa guerra e raccolto i frutti della vittoria, avrebbero quei contadini diventati briganti, ottenuto le terre e quelle migliori condizioni di vita a cui aspiravano?

Forse avrebbero ricevuto lo stesso premio che ebbe l’armata sanfedista a ricompensa per la lotta alla Repubblica Napoletana del 1799: il poter tornare all’ignoranza e al sonno della ragione.

Luca Platania

Briganti e stranieri nell’Italia postunitaria

Nell’ambito della letteratura e della storia della Calabria e dell’Italia meridionale postunitaria può essere certamente interessante mettere a confronto testi di scrittori stranieri dai quali il fenomeno del brigantaggio postunitario emerge attraverso la diaristica, i memoriali, note cronistiche o altro.

Il diario di Josè Borges è fra questi uno dei più rappresentativi. Al momento della cattura del generale spagnolo, cui segue la fucilazione nel dicembre del 1861, sono rinvenuti dei taccuini, in cui Borges aveva annotato i novanta giorni della sua avventura nel Meridione d’Italia, e dai quali traspare il vano tentativo di irreggimentare la truppa del famoso brigante Carmine Crocco per portare a termine l’impresa della riconquista del trono da parte della corte borbonica. I taccuini di Borges hanno fin da subito una notevole diffusione in quanto il famoso cronista di regime, lo svizzero francese Marc Monnier, li allega alla pubblicazione del suo libro Notizie storiche documentarie sul brigantaggio nelle province napoletane dai tempi di fra Diavolo sino ai nostri giorni aggiuntovi l’intero Giornale di Borges finora inedito pubblicato in francese ed in italiano nel 1862.

L’anno successivo lo stesso Monnier da alle stampe, in entrambe le lingue, La camorra, notizie storiche e documentate, in cui definisce la camorra una seconda forma delinquenziale rispetto al brigantaggio, prevalentemente urbana, ma ugualmente pericolosa. Nei testi relativi al brigantaggio Monnier, tenta di fornire un’analisi, con metodo scientifico, delle condizioni politiche sociali dell’Italia meridionale, retta dalla convinzione della legittimità della causa italiana, senza lasciarsi pervadere da pennellate romanzate come Alexandre Dumas. Il padre dei tre moschettieri, infatti, alle cronache brigantesche da ampio spazio nelle pagine del giornale postunitario l’Indipendente, riprendendo una tematica a lui già cara, in quanto briganti e masnadieri avevano già occupato le scene di molti dei suoi romanzi. Anche in quelle cronache, laddove si registra un tono paternalistico, traspare comunque la sua indiscussa indole di romanziere.

Un altro memoriale scritto da uno straniero che era andato di sua volontà ad ingrossare le fila dei briganti, è quello di Ludwig Richard Zimmermann, pubblicato a Berlino nel 1868 con il titolo Erinnerungen eines ehemaligen Briganten–Chefs, ovvero Memorie di un ex capo brigante. Lo scrittore tedesco fornisce una prospettiva di lettura diversa del fenomeno. Uno dei fini principali dell’autore, sembrerebbe quello di contrastare, attraverso la lettura del memoriale, quell’immagine truce e feroce del brigante trasmessa dai cronisti dell’epoca per diffondere un monito tra i lettori.

Ma Borges e Zimmermann non sono gli unici stranieri che riportano le loro esperienze vissute tra le truppe irregolari dei briganti. Emile Theodule De Christen, giovane colonnello alsaziano, volontario in difesa del Regno delle Due Sicilie ed in seguito prigioniero dei Piemontesi, pubblicherà nel 1866 in Francia, Journal de ma captivité suivi du récit d’une campagne dans les Abruzzes, tradotto in lingua italiana molto più tardi con il titolo Diario di un soldato borbonico nelle carceri italiane. In seguito ad un viaggio di piacere a Roma, decide di apportare il suo contributo a sostegno della causa di Francesco II e, dopo varie vicissitudini tra i briganti abruzzesi fra cui, capeggia il capobrigante Chiavone, si reca alla volta di Napoli dove viene arrestato come cospiratore. Condannato a dieci anni di prigione, De Christen viene rilasciato dopo solo due anni ed il suo diario, in cui racconta le angoscianti vicende delle carceri italiane, a volte tedioso da rendere poco interessante la lettura, è comunque una preziosa testimonianza del sistema penitenziario post–unitario.

Un altro diario di prigionia merita sicuramente di essere annoverato: quello redatto dall’inglese William J. C. Moens. Questa volta però la reclusione del protagonista avviene ad opera dei briganti e non dell’esercito. Durante il viaggio di nozze Moens e sua moglie si recano a Paestum in compagnia di un’altra coppia di inglesi nel 1865 ma il piacevole e romantico viaggio viene interrotto ben presto dal sequestro dell’uomo. Nel suo diario intitolato English Travellers and Italian Brigands edito a Londra nel 1866, lo sfortunato viaggiatore racconta la sua esperienza tra i briganti. Il tono dell’opera – diversamente da quanto si possa immaginare – non è quello drammatico di chi ha vissuto nel terrore, poiché Moens riporta tutto con freddezza scientifica, come se conducesse un’indagine sociologica. Egli descrive le fattezze dei suoi carcerieri e le loro interazioni quotidiane in modo tale che la natura “criminale” del brigante si attenui per lasciare il posto ad un’indole più umana e solidale.

La produzione dei testi redatti dagli stranieri nelle turbolente circostanze del primo periodo postunitario, così permeata di storia e cultura del sud Italia, costituisce senza dubbio un importante contributo per una lettura a più voci del fenomeno del brigantaggio nelle sue diverse espressioni, anche perché, oltre a validi riferimenti a fatti e personaggi storici, spiccano interessanti osservazioni di carattere sociologico.

Teresa Malara

Unità d’Italia e origini della mafia

1861: gli staterelli della penisola italiana raggiungono una tappa importante del processo risorgimentale di unificazione nazionale. Nasce (o rinasce dopo quasi un millennio) il Regno d’Italia: nel Meridione, il brigantaggio in parte è represso militarmente e in parte diventa arcipelago di associazioni mafiose. La repressione del banditismo (fenomeno extra–statuale e anti–statuale) appartiene alla storia; la metamorfosi del banditismo in mafia (fenomeno filo–statuale che diventa anti–statuale solo nei rari casi in cui esponenti dello Stato si oppongono alla seduzione e alle minacce) appartiene alla cronaca, sinora attuale, del Paese. Nel 1876 Franchetti, in esplorazione sociologica in Sicilia, intuisce l’essenziale e lo sa dire in maniera lapidaria: i mafiosi non sono disperati ai margini della società che attaccano le istituzioni, ma calcolatori assetati di potere e di denaro che vi si vogliono infiltrare per gestirle. Non sono avventurieri senza progetto strategico, ma «facinorosi della classe media». Quello che Franchetti vedeva con lucidità, contemporanei e successori hanno stentato a vederlo per circa un secolo: bisognerà attendere Mario Mineo prima, Umberto Santino dopo, per sentir parlare di “borghesia mafiosa” (non nel senso che tutti i borghesi siano mafiosi né che tutti i mafiosi siano borghesi, ma nel senso che l’“industria della violenza” nasce perché alcuni borghesi accettano di entrare in società con alcuni proletari desiderosi di imitarli).

Per lunghissimi decenni, l’etichetta “mafia” è servita come passepartout: i governi nazionali l’hanno adoperato per bollare come barbari, incivili e anarchici gli oppositori; salvo, poi, a vedervi innocui residui di folclore locale ogni qual volta sono riusciti a patteggiare e a servirsi di loro e dei loro amici per ottenere voti. Sino ai nostri giorni: alcuni esponenti della maggioranza governativa possono dichiarare, di aver messo la mafia alle corde; altri che, se un mafioso resta tale e decide di non collaborare con la magistratura, è “un eroe”. E’ interessante notare che questa strumentalizzazione ideologico–politica della mafia, a seconda dei rapporti (conflittuali o solidali) fra classe dirigente nazionale e classi dirigenti regionali, sembra risalire ai primissimi tempi della storia unitaria italiana. Nel volume Della segreta e operosa associazione. Una setta all’origine della mafia (Sellerio, Palermo, 2000) Amelia Crisantino ricostruisce in che modo la mafia diventa – nell’immaginario collettivo – un’associazione segreta. Nel 1878 venne celebrato un processo contro l’associazione degli stuppagghieri di Monreale, accusati di delitti e reati vari. Il questore di Palermo si convince che questa associazione criminale esista e debba essere scoperta e debellata. Le indagini procedono dunque in una certa direzione, ma con i paraocchi: non ci si avvede, infatti, che la mafia esiste, senza identificarsi però con quattro delinquenti di provincia. Essa è piuttosto un sistema di potere costituito da ricchi possidenti, da rappresentanti del nuovo Stato unitario, da monsignori di curia e dai “guardiani delle acque” che gestiscono, per conto della “Mensa arcivescovile”, l’irrigazione degli agrumeti della Conca d’Oro.

Augusto Cavadi

La repubblica di Filadelfia (1870)

Represso il brigantaggio con ogni genere di rappresaglie e la criminalizzazione d’intere comunità, il malcontento delle popolazioni non scomparve poiché rimasero le cause che lo avevano determinato.

Un ultimo sussulto di protesta contadina e di opposizione al governo piemontese fu la repubblica di Filadelfia (1870). Nei giorni 6 e 7 maggio 1870 in un’ampia zona che abbracciava i comuni di Maida, Cortale, Curinga e Filadelfia e altri centri vicini dei distretti di Nicastro e di Monteleone, scoppiò un moto rivoluzionario con evidenti risvolti bakuninisti. Lo scopo era quello di instaurare la repubblica secondo l’ideale dell’Alleanza repubblicana universale, creata dal Mazzini, che aveva trovato rapida diffusione nell’Italia meridionale.

La rivolta fu organizzata, appunto, da uno di questi comitati, guidato dall’avvocato Giuseppe Giampà, già garibaldino, direttore del giornale d’ispirazione repubblicana “La luce calabra”, sottoposto a numerosi sequestri per l’arditezza delle sue idee contro il re e la monarchia. Capo supremo delle forze repubblicane col titolo di generale era il figlio di Garibaldi, Ricciotti, il cui operato, insieme a quello degli altri intellettuali mazziniani che guidarono il movimento, non fu certamente all’altezza della situazione.

La rivolta ebbe come epicentro Filadelfia, con massiccia partecipazione contadina e operaia. Abortì però sul nascere per il tempestivo intervento dell’esercito regio (8 maggio) che sparò anche contro gente inerme tra cui i fedeli che rientravano dalla messa mattutina celebrata nella chiesa di S. Teodoro. Ci furono dei feriti (tra cui 7 donne) e anche due morti: un muratore di 43 anni (Michele Serraino) e un contadino di 19 anni (Vincenzo Dastoli). Altri contadini furono arrestati insieme con il Giampà.

Si parlò immediatamente di tradimento di quei notabili locali di matrice garibaldina che avevano promesso il loro appoggio ma che si tirarono indietro appena compreso che lo spirito dell’insurrezione, proprio per la larga partecipazione contadina e operaia, avrebbe messo in discussione i loro consolidati interessi e soprattutto il diritto di proprietà, anche se nel proclama firmato da Giampà si sostenevano il rispetto e la conservazione dell’ordine, la tutela della libertà, dell’onore, della vita e della proprietà di ciascuno.

Il moto fallì per varie cause: approssimativa preparazione politica, equivoche intese con circoli ed esponenti filoborbonici, capi che non riuscirono a pervenire ad una chiara impostazione dell’azione. Tuttavia, anche se fallì sul piano pratico e pur rimanendo circoscritto nella sola zona di svolgimento, il moto repubblicano di Filadelfia contribuì certamente a scuotere la stagnante rassegnazione e a favorire una prima presa di coscienza del proprio ruolo da parte di operai e contadini, dopo secoli di passiva accettazione del proprio destino. Da questo punto di vista i tre giorni dell’effimera repubblica di Filadelfia non furono certamente, come sosteneva il generale Sacchi, un episodio di malandrinaggio mascherato da moto insurrezionale politico.

Vincenzo Villella

Il 1860 in Calabria: illusioni e delusioni 

Salvato il trono a Ferdinando IV nel 1799 con il Ruffo, e battutasi, tra il 1806 e il 1812, contro Giuseppe Bonaparte e Murat, la Calabria non ricevette segni di particolare riconoscenza; come del resto tutti i borbonici che, per il re, avevano perso beni e carriere. La convenzione di Casalanza, il compromesso con i murattiani, non rese questi fedeli alla monarchia, e scontentò gli altri. I Borbone protessero con la legge le terre di Chiesa arraffate sotto i francesi.

La Calabria – in utopia palingenetica, vecchio vizio: se piove, non apriamo lombrello, indiciamo convegni sul futuro clima – fornì a Garibaldi volontari per il fugace Esercito meridionale; e invano ne sperò restituito il demanio usurpato. Un secondo sbarco garibaldino in Calabria non incontrò i paciosi borbonici ma la buona mira di Pallavicini. Il regime unitario tutelò gli interessi del nord. E mentre Fazzari trasformava Mongiana in palazzo, la Calabria, da regione ad alta densità industriale, si avviò allattuale ultima d’Europa.

Anche noi avemmo gli insorti “ingiuriati” come briganti; e lo spagnolo Borjes, per assumere il comando delle bande, iniziò qui la breve e infelice avventura. Diversa e non opposta, la “repubblica” di Filadelfia. «Così ci governa chi venne tra noi col nome di padre? Le nostre donne non hanno più orecchini e anelli, perché una mano, che mai non si chiude, li ha tutti raccolti. I nostri figli coltivano i nostri poderi per un padrone che non conoscono, poiché tutti i nostri frutti sono degli uomini che vennero a salvarci, e su i tetti e nelle nostre porte si asside la miseria con le vesti lacere e sozze. […] a che mandare in esilio i nostri re, se dovevano visitare le nostre soglie uomini che si levarono quello che i re ci avevano lasciato?»: così si esprimeva Domenico Mauro, già incarcerato dai Borbone! Il paternoster dei liberali calabresi sotto la pressione degli ingenti tributi in dicembre 1867 è il lamento di Antonio Martino, pure lui ex detenuto. Un Bruzio Cleambico vergò per timore con pseudonimo parole durissime. E mastro Bruno, piange quando scrive «simu Taliani, gridamma lu Sessanta», ora che «cu’ pota si nda scappa a Nova Yorca».

Ma il meglio è: «…mi duole il constatare […]i che la sospirata unificazione dItalia, ahi, troppo più formale che sostanziale, non ha recato alcun profitto nei rami più importanti della convivenza calabrese; e in molti anzi imprimeva un regresso: come certo nell’agricoltura, nell’emigrazione, nella criminalità, nella proprietà, nell’economia, nella morbidità, nella nuzialità, nei morti precoci, nelle scuole; mentre i vantaggi più apparenti che reali, più di vernice che di sostanza, perché o precoci, o inadatti, o insufficienti come le ferrovie, le scuole, i giornali e le rappresentanze politiche divennero nuove fonti di disagio e di criminalità, accumulando a danno degli umili ed a profitto di troppo pochi gli inconvenienti della civiltà insieme a quelli della barbarie». Parole non di un “brigante”, ma di mostro sacro risorgimentale, Cesare Lombroso, quello dei crani misurati per mostrare che i meridionali siamo criminali, e bisognosi di liberazione piemontese.

Ulderico Nisticò 

La Calabria e l’Unità d’Italia

Centocinquanta anni e la storia di un’Italia finalmente unita: un viaggio nel tempo emozionante ed affascinante.

Siamo ad una ventina di chilometri da Reggio Calabria. Precisamente a Melito di Porto Salvo: 11.000 anime ed un passato leggendario. L’abitato si erge su una collina che dolcemente degrada verso lo Jonio: il punto più estremo dello stivale italiano. Le acque che toccano Melito sono scrigno geloso di ricordi e cimeli che segnarono non solo la vita della cittadina reggina, ma pure episodi gloriosi del nostro Paese. E così davanti a quel cristallino mare il presente si stringe al passato in un amplesso che pare non conoscere vincoli di sorta, temporali o spaziali. Perché spazio e tempo in quelle acque diventano un’evanescente illusione. Quest’anno (2010) il mare di Melito ha fatto un regalo all’Italia intera, all’Italia unita. Dalle sue acque è riaffiorato il relitto del piroscafo Torino con cui Garibaldi sbarcò in Calabria il 19 agosto 1860.

I Borboni in quegli anni non avevano il favore della popolazione locale. La monarchia appariva cieca rispetto ai reali problemi del paese. La rivoluzione francese e il dominio napoleonico, da un lato, la rivoluzione industriale, dall’altro, avevano cambiato ormai il corso della politica e dell’economia del vecchio continente. L’utopia della libertà, lo spirito democratico, il sentimento nazionalistico, l’ideale dell’uguaglianza rappresentavano tutti nuovi fattori che si erano affacciati sullo scenario europeo ed anche calabrese. Quando, dopo il governo francese, Ferdinando di Borbone ripristinò nel Meridione gli antichi privilegi feudali, ai borghesi e agli intellettuali non rimase che aderire ai movimenti carbonari, miranti a rovesciare le monarchie assolute e a garantire forme rappresentative di governo. Benedetto Musolino e Luigi Settembrini (calabrese di Pizzo, 1809 – 1885, il primo; napoletano, 1813 – 1876, il secondo, con un’esperienza di docenza a Catanzaro), sono soltanto due dei tanti illustri e importanti rivoluzionari, che in Calabria, con entusiasmo diffusero, le idee democratiche.

Quel 19 agosto quindi Garibaldi non ebbe alcun problema ad approdare a Melito. La monarchia borbonica non riuscì ad opporsi alle forze garibaldine che conquistavano la Calabria. Pochi mesi ancora e l’Italia fu davvero unita, sotto la monarchia dei Savoia, «per grazia di Dio e volontà della Nazione». E’ il 17 marzo 1861.

L’annessione della Calabria fu una delle pagine più importanti della storia della nostra regione. Sicuramente dopo la proclamazione del Regno ci furono notevoli difficoltà. Per gli errori commessi dai nuovi governanti piemontesi la Calabria ancora sta pagando un caro prezzo alla causa dell’Unità. Ma l’Italia unita è stata ed è la forza trainante di una rinascita culturale, prima ancora che industriale, del nostro paese e della nostra regione.

I centocinquant’anni dell’Unità d’Italia devono spronare noi calabresi a guardare il futuro con occhi di speranza e di fiducia. «Utta a fa juornu c’a notti è fatta», ci ricorda il poeta conterraneo Leonida Repaci. E’ vero: la notte, la nostra notte, contiene già, l’albore del nuovo giorno. In questa Italia unita!

Luigi Mariano Guzzo

 

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