Premio Letterario Internazionale Feudo di MaidaEdizioni del PremioBandi e AvvisiGalleria FotograficaContattiAssociazione Culturale La Lanterna ONLUS
Il Premio

La giuria

La giuria del Premio si articola su due livelli.
La giuria di selezione, costituita da un comitato di lettura scelto tra studiosi ed intellettuali  presenti in loco e che varia nella composizione di anno in anno, provvede ad esaminare tutte le opere pervenute ed a scegliere una rosa di libri finalisti per ognuna delle quattro sezioni in cui si articola il Premio.
La Giuria del premio, presieduta dal sen. prof. Luigi M. Lombardi Satriani, in seconda battuta, esamina la rosa dei testi  selezionati, proclama il vincitore di ognuna delle quattro sezioni , il vincitore del Premio della Giuria intitolato ad Enzo Iuffrida ed il premio per il miglior reportage.
Quando le condizioni lo consentono, ai testi selezionati viene assegnato il Premio selezione. 

La Giuria del Premio
Presidente:
Sen. prof. Luigi M. Lombardi Satriani (Titolare di Etnologia Un. La Sapienza  Roma);
Segretario:
Prof. Leopardi Greto Ciriaco (Docente di Materie letterarie);
Prof.ssa Laura Faranda (Cattedra di Etnologia III Un. La Sapienza Roma);
Prof.ssa Rossana M. Caira (Cattedra di Letteratura italiana Un. Lumsa Roma);
Prof.ssa Maria Grazia Bianco (Cattedra di Letteratura cristiana antica Un. Lumsa Roma);
Avv. Stefania Vasta Iuffrida (Presidente Ass. cult. La Lanterna).

Giuria di selezione  Premio 2008:
Antonio Bagnato, docente di Storia e Filosofia, coordinatore sez. Saggistica
Natale Colafati, docente di Filosofia teoretica, coord. sez. Letterat. religiosa
Salvatore Speziale, doc. di Storia dei Paesi islamici Univers. Me\ Rc, coord.  sez. Culture mediterranee
Mauro Vasta, scrittore, coordinatore sezione  Narrativa
Lucia Bellassai, scrittrice
Rita Cervadoro, dirigente scolastico
Vincenzo Canonaco, giornalista
Filippo D'Andrea, membro dell'Associazione teologica italiana
M.Rosanna De Luca, docente di Materie letterarie
Costanza Falvo D'Urso, docente di Materie letterarie
Teobaldo Guzzo, Dirigente scolastico\ Giornalistica
Carlo Magno, Dirigente scolastico
Giuseppe Masi, docente (a contratto) UNICAL
Pina Mete, docente di Materie letterarie
Franco Papitto, giornalista
Anna Sciallis, docente di Scienze matematiche
Davide Vespier, giornalista
Vincenzo Villella, storico

Vincitori dell'edizione 2008

Calamini

Cosimo

Poco più di niente

Garzanti

2008 Narrativa

Ciconte

Vincenzo

Storia criminale

Rubbettino

2008

Saggistica

 

Gatto

Danilo

Suonare la tradizione

Rubbettino

2007 Reportage

Imposimato        Provvisionato

Doveva morire

Chiarelettere

2008 Saggistica

Petricioli

Marta

Oltre il mito

Bruno Mondadori

2007

Cult. Med.

 

Fusaschi

Michela

Corporalmente corretto

Meltemi

2007 Giuria

Tanzarella

Sergio

Gli anni difficili

Il pozzo di Giacobbe

2007

Lett. Relig.

 

Riferimenti biografici

Michela  FUSASCHI, vincitrice Premio della Giuria "Enzo Iuffrida"

Insegna Antropologia culturale e sociale presso la Facoltà de Lettere dell’Università Roma Tre. Da anni è impegnata in attività di ricerca in Africa sub – sahariana, in Ruanda e in Italia sui temi delle migrazioni, dell’antropologia politica e dell’identità, anche in riferimento alle questioni del corpo e del genere.   Fra le sue pubblicazioni, Hutu – Tutsi. Alle radici del genocidio ruandese  (2000) è stato insignito del Premio Iglesias, xxxv ed. Nel 2006 il volume I segni sul corpo. Per un’antropologia delle modificazioni dei genitali femminili (2003) ha vinto il Premio Amelia Rosselli, Sessione speciale per i diritti umani.

Cosimo CALAMINI, vincitore del Premio Narrativa 

nasce a Firenze nel 1975. Si laurea in Lettere e Filosofia. Nel 2003 è tra i finalisti del Premio Solinas per soggetti cinematografici con l’opera Mandovò. Nel 2004 si diploma in sceneggiatura presso il Centro sperimentale di cinematografia. Lavora a Roma come sceneggiatore cinematografico e come autore di documentari per La7, History Channel, Studio Universal e Rai 3. Questo è il suo primo romanzo.

Sergio  TANZARELLA , vincitore del premio di Letteratura religiosa                                                                                                                                                                                è docente straordinario di Storia della Chiesa presso la Facoltà teologica dell’Italia meridionale (sez. San Luigi) dove dirige l’Istituto di Storia del Cristianesimo.                 Tra le sue pubblicazioni: Chiesa e società nel secolo XX (Roma 1993); La purificazione della memoria: il compito della storia tra oblio e revisionismi (Bologna 2001). Ha curato – tra l’altro- l’edizione italiana di A. Harnack, Militia Christi (Palermo 2004) e i volumi: Tra Cristo e Ghandi. L’insegnamento di Lanza del Vasto: alle radici della non violenza (Cinisello Balsamo 2003); Giovanni Paolo II, So che voi ci siete. Venticinque anni di magistero all’Azione cattolica 1978 – 2003 (Roma 2003); Giudei o Cristiani? Quando nasce il Cristianesimo? (Trapani 2005). Dirige, per le edizioni L’Epos, la collana “Il Pellicano – studi e testi di storia del cristianesimo” e, per le edizioni “Il Pozzo di Giacobbe, la collana “Oi christianoi – Nuovi studi sul cristianesimo nella storia”.


Motivazione dei premi

Sandro Provvisionato \ Ferdinando Imposimato, Doveva morire, Chiarelettere 2008, covincitore della sezione Saggistica.

Il saggio riporta nel titolo  la conclusione di un’ indagine lunga trent’anni, che ha visto la celebrazione di  sei processi, un’infinità di istruttorie e tre commissioni d’inchiesta. Un’indagine che il giudice Imposimato, nella veste di giudice istruttore del tribunale di Roma, ha seguito sin dall’epoca del sequestro Moro,  così come ha riguardato il dr. Provvisionato membro del pool giornalistico dell’Ansa che ha seguito le varie fasi del sequestro nel loro svolgimento.

Gli atti, i documenti, le indagini, le conclusioni dell’uno diventano materia giornalistica dell’altro che provvede alla migliore stesura di avvenimenti e decisioni che riguardano uno dei periodi più oscuri ed insanguinati della storia d’Italia.

Le “convergenze parallele” che, secondo l’espressione di Moro, dovevano essere il binario su cui fare scorrere il “compromesso storico”,  l’accordo DC PCI, provocano la reazione di servizi segreti, gruppi terroristici, massoneria deviata, di menti occulte con i loro inconfessabili segreti che avviluppano il presidente democristiano in una tela di ragno facendo di lui una vittima predestinata.

Moro “doveva morire” sacrificato in nome di una  ragion di stato camuffata come principio della fermezza che aveva lo scopo di non alterare gli equilibri tra le due superpotenze e per una singolare convergenza di interessi che rendevano scomodo l’on. Moro alla parte conservatrice del suo partito, alla P2 di Licio Gelli, agli Stati Uniti di Kissinger, al KGB sovietico.

Il saggio si legge come un’avvincente romanzo giallo, come una spy story in cui si muovono personaggi e si ritrovano ambienti drammaticamente reali. Si svelano retroscena sconcertanti, si individuano le responsabilità di Andreotti e Cossiga, si possono esaminare copie di documenti originali a sostegno delle tesi esposte.  

Doveva morire risulta un testo appassionante, avvincente, di drammatica attualità e coraggioso, un importante contributo per la conoscenza della verità di uno dei più fitti misteri della storia dell’Italia repubblicana.
                                                                      Leopardi Greto Ciriaco

Marta Petricioli, Oltre il mito. L’Egitto degli Italiani (1917-1947),  Paravia Bruno Mondadori, Milano 2007

     Mentre sono ben note le vicende relative al taglio del canale di Suez e la conseguente presenza di molti Europei in Egitto, sono meno conosciute le vicende riguardanti il soggiorno degli Italiani nell’Egitto del XX secolo. Per questo, è importante l’analitico saggio di Marta Petricioli, Oltre il mito. L’Egitto degli Italiani (1917-1947) che ha consultato archivi che si sono mostrati una fonte preziosa, utile ad illustrare al lettore l’entità e le caratteristiche della colonia italiana nelle più diverse componenti. Ne deriva un affresco assai interessante, perfino imprevedibile che dimostra quanto poco sappiamo della vita quotidiana e delle vicende minute degli Italiani in Africa, anche nelle zone non direttamente colonizzate. La saggistica che abbiamo a nostra disposizione si è limitata a raccontare gli episodi più significativi dell’emigrazione italiana: dal taglio del canale, alla presenza di medici italiani e delle loro famiglie, alle tournée operistiche collegate alla fortunata rappresentazione dell’Aida.

Nel libro sono esaminate le diverse componenti sociali italiane, dalle categorie professionali di più alto livello, come quelle degli ingegneri, architetti e medici, a quelle degli artigiani e degli operai. La comunità italiana è analizzata attraverso le diverse attività artigianali, l’imprenditoria, l’assistenza sanitaria e la solidarietà degli emigrati nei confronti della madrepatria. Viene dato risalto al ruolo svolto dalle ditte italiane e dalla Camera di Commercio per l’Egitto e il Sudan; viene dedicato spazio all’istituzione di due banche italiane e alle vicende riguardanti le scuole italiane e la loro frequentazione. Si nota anche l’evoluzione sociale della comunità italiana durante il Novecento, e il tentativo da parte del governo mussoliniano di fascistizzare la colonia italiana in Egitto, mediante l’Istituto di Cultura, le scuole e la stampa. Un tentativo non pienamente riuscito, vista la redazione, da parte delle autorità italiane, di elenchi di sovversivi e antifascisti. Anche in Egitto e nella colonia italiana si avvertivano, negli anni Trenta, le inquietudini dell’Europa contemporanea; lo stesso Egitto e l’Africa in generale era al centro degli interessi di diversi stati europei. L’Egitto non appariva più soltanto una zona geograficamente strategica, caratterizzata da traffici marittimi importanti ma un paese che desiderava modernizzarsi, ragione per cui la presenza d’inglesi, francesi e italiani diveniva utile, se non indispensabile.

      Nel volume viene data importanza anche alla stampa in lingua italiana. Già dal 1917 venivano pubblicati quattro giornali italiani: il “Messaggero Egiziano”, “L’Imparziale”, il “Roma” e “La Gazzetta “. Durante la seconda guerra mondiale l’attività pubblicistica s’intensificò; venne pubblicato ad esempio “Il Giornale d’Oriente”, chiuso però rapidamente e sostituito, per pochi mesi nel ’41, da “Il Corriere d’Italia” . Furono pubblicati successivamente “Giustizia e Libertà” e “Fronte Unito”, diretto dalla scrittrice Fausta Cialente, i cui romanzi sono ispirati, in gran parte, alla società locale. Si tratta di un personaggio attivo nella vita culturale di Alessandria, moglie del musicista Enrico Terni e nota per l’azione politica svolta durante la seconda guerra mondiale; nel 1946, la scrittrice fondò “Il Mattino della Domenica”, un settimanale che incontrò l’ostilità degli Inglesi.

    Il volume, corredato da utili e ricchi allegati e da indici, si propone come interessante lettura per tutti coloro che hanno desiderio di conoscere meglio le vicende italiane in Egitto e soddisfa pienamente gli studiosi per la puntualità delle ricerche e l’esaustiva elaborazione dei dati.

Rassegna stampa
da costruire



Albo d'oro

Vincitori “Albo d’oro” 2008

Classe I

Colelli Giulia, nata a serra San Bruno (VV)  il 15/06/1993

Liceo scientifico “G. Galilei” di Lamezia Terme (Cz)

Media: 9,00

Classe II

Moraca Giulia, nata a Soveria Mannelli (Cz) il 29/03/1993

Liceo ginnasio “F. Fiorentino” di Lamezia Terme (Cz)

Media: 9,00

Classe III

Fassari Alessia, nata a Catanzaro  il 27/8/1991,

Liceo ginnasio “F. Fiorentino” di Lamezia Terme (Cz)

Media: 9,11

Classe IV

Spadea Manuela, nata a Soverato (Cz), il 7/6/1990

Liceo scientifico “E. Majorana”  di Girifalco (Cz)

Media: 9,4

Classe  V

Talarico Giuseppe, nato a Maida (Cz) il 24/03/1989

Liceo scientifico  “G. Galilei” di Lamezia Terme (Cz)

Voto: 100/100 e lode

Media: 9,4

 

Saggi della brochure 2008

Da Nord a Sud e da Sud a Nord: spunti per un Mediterraneo della circolarità migratoria

 

Il fenomeno migratorio è presentato prettamente come frutto del mondo d’oggi, di un mondo spaccato in due dalla linea della ricchezza e della povertà, del benessere e del malessere, della democrazia e della tirannia e viene generalmente recepito come tale. Ciò spinge solo pochi a dubitare se la nostra memoria storica sia naturalmente corta, o volutamente selettiva dato che rivisita in modo spesso mitizzato, edulcorato e parziale solo le immagini, gli stereotipi e i topoi delle grandi migrazioni transoceaniche, o rivede con autocommiserazione le migrazioni verso il mitico “Nord”, e, infine, ricorda solo l’Italia povera e onesta, afflitta da mille miserie e mille sfortune, in cerca di lavoro duro ma ben fatto.

Innumerevoli cose sembrano volutamente cadute nell’oblio: ad esempio, il fatto che nei secoli l’Italia ha sempre costituito una meta da raggiungere per migliaia di profughi politici e di semplici coloni. Basta ricordare l’antica presenza greco-bizantina, che mantiene ancora vive le sue ricche tradizioni e la sua lingua, o la plurisecolare presenza albanese, che si perpetua nelle comunità arbreshe, per non parlare dei catalani di Alghero o dei liguri nell’isola di San Pietro e nella penisola di Sant’Antioco in Sardegna.

E’ una memoria, la nostra, che non conserva il ricordo della lunghissima presenza italiana, forzata e volontaria, in Africa, lasciando soltanto qualche traccia nostalgica della presenza coloniale in Libia e nel Corno d’Africa. Eppure, al di là del recente colonialismo, la presenza italiana in quelle terre è cospicua, duratura e fruttuosa. Vale la pena rammentare gli empori che veneziani, genovesi, amalfitani e pisani creano in vari punti del Mediterraneo: la Tabarca dei Lomellini di Genova e il fondaco dei veneziani a Costantinopoli ne sono validi esempi. Così come bisogna ricordare il numero sempre crescente di diplomatici, commercianti, viaggiatori, medici e sacerdoti che trascorrono buona parte della propria vita sull’altra sponda. Infine, non si devono dimenticare coloro che per motivi politici, giudiziari ed economici chiedono asilo in terra d’islam. Alcuni di essi, bistrattati in patria, diventano comandanti di flotte, bey, pascià.

Ciò che, però, va più evidenziato, è lo straordinario flusso migratorio di persone comuni che trovano vantaggioso migrare stagionalmente o stabilmente in terra musulmana, soprattutto dopo il trattato di Aix-la-Chapelle del 1819. Migliaia di siciliani, calabresi, veneti, sardi etc. cercano il loro paradiso o la loro via di fuga a Sud: pochi nel regno del Marocco, tanti nell’Algeria francese, tantissimi nel protettorato tunisino, alcuni nella reggenza di Tripoli (poi Libia), moltissimi in Egitto, diversi nel crescente fertile e parecchi nella regione di Istambul. Alcuni scendono più a Sud e cercano fortuna lungo le coste dell’Africa nera fino a raggiungere il Capo di Buona Speranza.

Nel corso di 150 anni, migliaia di italiani, viaggiando sulle navi della compagnia Rubattino, la stessa della spedizione dei Mille, trovano un modo più o meno dignitoso di vivere in Africa: agricoltori, pescatori, minatori, muratori, commercianti, avvocati, medici, infermieri… Contemporaneamente, le barche dei pescatori del Trapanese, che recentemente hanno favorito il flusso dei disperati verso Nord, trasportano poveri sventurati e profughi politici, fianco a fianco di ladri e assassini italiani verso Sud. La storia si ripete, solo che cambia più volte direzione e gli interventi raccolti in questa brochure devono farci ricordare, capire e riflettere su tutto questo.
                                                                              
Salvatore Speziale

Gli italiani in Egitto

La comunità italiana in Egitto al culmine della sua presenza, alla fine degli anni venti del XX secolo, ammontava a 60-70 mila unità. Gli italiani avevano cominciato a emigrare in Egitto all’inizio del XIX secolo per ragioni politiche. Dopo la sconfitta di Napoleone e il fallimento dei primi moti rivoluzionari del 1820-21 e 1831, un primo gruppo di italiani arrivò in Egitto per sfuggire alla restaurazione dei vecchi regimi e alla persecuzione politica. Lo stesso accadde nel 1849 dopo la sconfitta nella prima guerra di indipendenza.

A questo primo gruppo appartenevano molti giovani, studenti e professionisti, che cominciarono a collaborare ai progetti di modernizzazione del governo di Mohammed Ali. Come ingegneri e architetti, medici e ufficiali, o come semplici artigiani e operai, essi contribuirono alla nascita dell’esercito egiziano, alla ricostruzione delle città, all’organizzazione del sistema postale e del catasto. Bastino due esempi: all’inizio del XIX secolo un architetto italiano costruì la piazza dei consoli ad Alessandria e alla fine del secolo un professore dell’Università italiana fu invitato a riorganizzare il sistema finanziario dell’Egitto.

Da questo primo gruppo di emigranti deriva una delle caratteristiche della comunità: la presenza di numerose logge massoniche italiane, che all’inizio del XX secolo erano ben 11 nella sola Alessandria. La ragione di questo fenomeno è da ricercare nelle organizzazioni segrete presenti in Italia e nel sistema capitolare vigente in Egitto.

Un’altra caratteristica che merita sottolineare è la presenza tra gli italiani di una forte componente ebraica. Se in Italia gli ebrei erano meno dell’uno per cento della popolazione in Egitto rappresentavano circa il dieci per cento. Le leggi razziali del 1938 danneggiarono gravemente la comunità privandola del contributo ebraico alle istituzioni benefiche.

La seconda ondata migratoria fu essenzialmente di natura economica e iniziò alla fine del XIX secolo e continuò fino agli anni successivi alla prima guerra mondiale. In questo periodo, insieme a una maggioranza di persone oneste, molti avventurieri raggiunsero l’Egitto creando problemi alle autorità consolari italiane. Oltre a lavorare nell’industria delle costruzioni o come impiegati nella compagnia del Canale, i nuovi emigranti aprirono negozi, ristoranti, alberghi e iniziarono a lavorare come impiegati presso le imprese italiane e straniere. Negli anni Venti la maggior parte degli italiani erano impiegati di alto o basso livello. Al livello più alto c’erano i professori dell’Università del Cairo e i giudici dei tribunali.

A causa del sistema capitolare i rapporti con la madre patria non erano interrotti e molti giovani presero parte alla prima guerra mondiale. Solo i pochi ricchi e gli impiegati delle istituzioni nazionali tornavano in Italia per le vacanze. Gli altri restavano in Egitto dove guadagnavano il doppio di quanto avrebbero guadagnato in Italia, non pagavano tasse, ed erano assistiti dalle società di beneficenza locali.

Dal punto di vista politico, la comunità, dopo una prima resistenza, fu quasi completamente fascistizzata. D’altra parte le capitolazioni rendevano possibile l’espulsione degli elementi indesiderati come accadde, ad esempio, a coloro che negli anni venti organizzarono i primi scioperi   dei tipografi e dei tranvieri o appoggiavano il movimento nazionalista egiziano. Una situazione completamente diversa da quella degli altri paesi di emigrazione anche in Nord Africa.

                                                                      Marta Petricioli


Processi migratori nel Mediterraneo

Il Mediterraneo è tornato ad essere il laboratorio d’Europa e dei paesi terzi.

Tra i mutamenti impressionanti che hanno luogo in quest’area, ci limitiamo ad evidenziare due macro-processi: la demografia e le migrazioni, processi questi che sono causa ed effetto dell’inevitabile incontro-scontro delle persone migranti e delle loro culture. La minaccia della cosiddetta “bomba demografica”, in forza dell’abnorme differenziale di crescita delle popolazioni tra le due rive, è un dato di fatto; basta ricordare che negli anni ‘50 la riva Nord aveva i 2/3 della popolazione del bacino mentre oggi i rapporti si stanno rapidamente invertendo. Di conseguenza il fenomeno delle migrazioni diventerà sempre più esponenziale nel Mediterraneo, confermando che esso è uno degli aspetti centrali della nostra civiltà postmoderna. E’ l’epoca di the people on the move: oltre 250 milioni nel mondo! É l’Europa della rivoluzione industriale che ha dato l’avvio a questi macroscopici processi migratori: ad esempio, oltre ottanta milioni d’europei sono emigrati negli altri continenti e sulle coste del Mediterraneo. L’emigrazione italiana è stato il caso più paradigmatico: nell’arco di un secolo (1876-1976) ha esportato oltre 28 milioni di emigranti. Oggi la storia si è capovolta: l’Europa è diventata terra d’immigrazione, includendo a partire dagli anni ’70 e ’80, anche i tradizionali paesi d’emigrazione (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia). Le nostre società stanno diventando multietniche e multiculturali: nuovi simboli e segni s’impongono nella quotidianità, dalla parlata alla gastronomia, dall’abbigliamento alla way-of-life, insomma, incontri di culture, di religioni, di lingue diverse che sconvolgono la nostra quotidianità; e con essi nuove problematiche che ci interpellano e ci condizionano.

Ogni giorno sulle nostre coste sbarcano i disperati della speranza con il loro carico di problemi e per noi e per loro, come ce li fanno vedere i mass media nella loro cruda immediatezza, suscitando i più disparati sentimenti che vanno dalla pietà alla xenofobia. Ma questi processi migratori ci devono far ricordare i nostri antenati che nell’800 e all’inizio del ‘900 facevano il percorso inverso, diretti verso i paesi mediterranei alla disperata ricerca di pane e di desideri. Allora come oggi, vi troviamo le stesse barche della disperazione e della speranza.

L’emigrazione è fisiologica, nessun muro o filo spinato la fermerà finché saranno i poveri ad andare verso il pane, e non viceversa! In quest’ottica forse noi dobbiamo chiederci: il Mediterraneo, di cui una costante caratteristica è stata la mobilità delle sue genti nei secoli, è sempre quell’espace- mouvement di civiltà e culture che dialogano ed interagiscono visto da F. Braudel o lo stiamo trasformando in un metaforico muro d’incomunicabilità dove si contrappongono pregiudizi, fondamentalismi e barriere d’ogni tipo?

Considerate le difficoltà politico-economiche operanti oggi in questo mare, bisogna puntare sul “dialogo interculturale” cui finora si è dato poca importanza per la reciproca ignoranza e i pregiudizi.  Oggi si parla di confidence building measures: occorre realizzarle con la conoscenza e il dialogo tra culture e civiltà. Sono processi di apprendimento reciproco in tempi non brevi ma necessari, se si vuole creare un ecosistema di nuovi rapporti economici, politici e socioculturali nel Mediterraneo, per sapere come dialogare gli uni con gli altri e quindi accettarsi, collaborare ed interagire nel rispetto delle proprie identità e valori. Proprio per contrastare la preoccupante affermazione di S. P. Huntington: the next war will be a war between civilizations, si deve promuovere la reciproca conoscenza e comprensione tramite. Il dialogo euromediterraneo non è più un optional: è una necessità come dimostra la problematica realtà dell’immigrazione attorno a noi.

In quest’ottica, il Mediterraneo può ripensare se stesso, riappropriarsi delle sue risorse umane e materiali, elaborare un paradigma intersocietale ed interculturale, corroborato da una prassi interattiva tra persone e culture che tendono verso un progetto sociale di emancipazione e coabitazione democratica e di stato di diritto, verso un patto di nuova cittadinanza, memori del monito di F. Braudel: “ Il Mediterraneo è ciò che ne fanno gli uomini”. 
                                                                        Michele Brondino

La prima emigrazione maghrebina in Italia (1917-1918)

Mentre dalla sponda meridionale alla sponda settentrionale del Mediterraneo l’emigrazione dei lavoratori in età contemporanea ha una storia piuttosto lunga – quasi secolare (soprattutto a partire dalla prima guerra mondiale) ad esempio in Francia –, l’Italia ha conosciuto solo a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso il fenomeno nella sua dimensione continua. C’è stato tuttavia un episodio, che può essere definito come la prima emigrazione di lavoratori maghrebini in Italia, svoltosi negli anni 1917-18, circoscritto nella sua dimensione temporale ma di non indifferente portata quantitativa (esso interessò più di 5.000 persone), che vide spostarsi dalla Libia verso le zone industriali italiane una manodopera ‘indigena’ destinata a sostituire quella ‘nazionale’ impegnata nel grande massacro della guerra.

Poco conosciuta, questa prima emigrazione fu voluta dagli organismi di governo italiani e coloniali, e aveva tra i suoi scopi non solamente quello di offrire, soprattutto alle industrie manifatturiere del nord, una manodopera a buon mercato e sottomessa, ma anche di sottrarre alla colonia una quantità di diseredati potenzialmente pericolosi: come ebbe a dire il governatore Ameglio all’inizio dell’operazione: «tanti uomini si manderanno in Italia […] e tanti fucili di meno si avranno contro [in Libia]».

Dal luglio 1917 all’agosto 1918, giunsero in Italia 23 scaglioni di manodopera libica, per un totale di 5.480 uomini: circa 1.500 provenivano dalla Libia orientale e il resto dalla Tripolitania. Erano destinati quasi totalmente alle industrie della Liguria, del Piemonte e della Lombardia, ma alcuni scaglioni furono inviati nei cantieri di Castellammare di Stabia, in Campania, e anche in Sicilia e in Calabria.

La documentazione che permette di ricostruire la vicenda non è molto ricca: alcune tabelle statistiche riprodotte in bollettini ufficiali di istituzioni governative, pochi carteggi d’archivio degli organi di controllo locale, soprattutto delle prefetture e degli uffici di polizia, qualche immagine fotografica… Non sono conosciuti documenti che permettano anche soltanto di intravedere la vicenda con gli occhi dei lavoratori libici. Una lontana eco della loro voce ci giunge attraverso il filtro dei funzionari di governo e delle società industriali che dovevano controllarli: sono spesso voci di malessere e di protesta (abuso di alcolici – forse l’unico strumento di evasione –, malcontento creato dall’obbligo del lavoro anche nei giorni di festa religiosa, dalla durezza del controllo e dalla poca libertà di spostamento…). Mancandoci la loro voce, e fino ad ora anche la voce dei lavoratori italiani che li avvicinarono, non sappiamo quali furono le relazioni che stabilirono con i loro compagni, soprattutto nelle fabbriche. Si può immaginare che le barriere di separazione fossero troppo alte, e che il tempo dell’esperienza fu troppo breve perché fosse possibile superarle: a parte quella del controllo militare e della residenza (una delle prime preoccupazioni delle autorità locali fu quella di tenerli lontani dalle donne italiane, per evitare a queste un contatto ritenuto «degradante»), la barriera della lingua fu probabilmente una delle più difficili da sormontare, come forse quelle della razza e della religione.

Un’esperienza analoga e contemporanea, ma di ben più vasta portata storica e di maggiore dimensione spaziale e temporale, stavano vivendo i lavoratori algerini che il governo francese aveva fatto emigrare verso le fabbriche della madrepatria per sostenere la produzione di guerra: tra questa prima avanguardia operaia maghrebina in Francia comincerà a germogliare l’idea della liberazione dal giogo coloniale e dell’indipendenza. Forse lo stesso sentimento, della possibile emancipazione da una o più schiavitù, avrebbe potuto nascere tra i lavoratori libici in Italia se fossero rimasti per un periodo più lungo. Ma sono illazioni, e non sappiamo nulla di storicamente preciso sull’esperienza di quei lavoratori libici, né sugli eventuali sviluppi intellettuali e politici generati da questa esperienza tra coloro che la vissero.                                   
                                                                              Federico Cresti


Mediterraneo: mobilità, identità, integrazione

Il Mediterraneo è un’area di frontiera estremamente complessa di scambi e di squilibri, nel vortice della globalizzazione e della rivoluzione dell’informazione. Le ricadute di questa complessità in continua evoluzione si riassumono in tre parole chiave: mobilità, identità, integrazione.

La mobilità è l’elemento più sconvolgente perchè non si tratta solo di mobilità di persone nello spazio (sono circa 250 milioni i migranti nel mondo) in cerca di vita migliore e che nessuno fermerà finché gli squilibri di sviluppo saranno cosi acuti, ma esistono altri tipi di mobilità. La mobilità professionale: gli emigrati colti, ingegneri, chimici, informatici…, che arrivano dall’India e dall’Est, e che hanno un’altra visione della loro integrazione; la mobilità legata al moltiplicarsi delle transazioni, al lavoro e al turismo di massa che ha sostituito quello di élite. La mobilità virtuale: ci si sente e ci si vede da un estremo all’altro del mondo con modica spesa e senza limiti di tempo, si naviga su internet per conoscere realtà altre e frugare nell’informazione. La mobilità del sapere: che ci costringe, nelle scuole, a rivedere i nostri metodi. E anche senza muoverci, senza andare verso l’Altro, è l’Altro che arriva. Lo spaesamento quindi è reciproco, quello di chi parte, quello di chi accoglie.

Ma questa mobilità, che da occasionale sta diventando essenziale, sta trasformando profondamente i cittadini del XXI secolo e tutti i rapporti infra personali. Siamo di fronte ad una mutazione antropologica. Non c’è più tra individuo e territorio una linearità una volta indiscussa. Stiamo tutti, volenti o nolenti, anche se a livelli diversi, diventando nomadi, cioè spinti a spostarci in altri mondi, in altre culture. Dobbiamo ripensare il nostro rapporto col mondo locale e globale perché siamo condannati a vivere in una società mista, meticcia, plurale.

Questa diversità culturale non può essere subita, va gestita. E lì inizia il difficile perché tutto o quasi resta da inventare. Vari approcci sono stati tentati per gestire la diversità, da quando la mobilità era solo emigrazione. Il modello anglo-sassone del cosiddetto multiculturalismo, garantisce la convivenza di vari gruppi etnici, ma favorisce pure la formazione di ghetti, la giustapposizione delle differenze sotto una pesante tutela normativa, l’assenza di una forma di comunicazione in grado di risolvere le profonde disparità e le violenze che ne derivano. La Francia, portatrice di altre tradizioni filosofiche e giuridiche, ha cercato di mettere in opera un approccio opposto: ma la convinzione che solo l’assimilazione degli emigrati ad un modello di civiltà nazionale, ritenuto universale, potesse funzionare, è stato severamente smentito dai risultati e dal fallimento della Repubblica che ha educato i figli dei suoi emigrati ai principi di Liberté, Egalité, Fraternité senza riuscire a garantirne l’applicazione e ad evitare la discriminazione (vedi la crisi delle banlieues). Non si tratta più di integrare il diverso, si tratta ormai di trovare una sintesi di coabitazione.

Abbiamo bisogno di nuovi modelli, di nuove sintesi, di una nuova intelligenza dei rapporti con l’Altro. Dagli errori s’impara, ma anche dal ripensare concetti che credevamo fissi e che non lo sono più: primo fra tutti l’identità, alla quale inevitabilmente tentiamo di aggrapparci quando la diversità che ci circonda, sembra troppo aggressiva. Ma è proprio il considerare l’identità come perno il pericolo maggiore. Ogni identità, ogni cultura, è il risultato di una sedimentazione, dell’amalgama di più culture. L’Occidente ha inventato la modernità: questa straordinaria capacità di amalgamare in una cultura fatta sua, una miriade di apporti diversi, e di pensare la cultura in continua evoluzione. Oggi, è sempre l’Occidente ad aver messo in moto la globalizzazione tendente a creare un’economia di matrice che però non può escludere la libera circolazione degli uomini, dopo aver scatenato la libera circolazione delle merci, dei modelli, delle informazioni, delle culture.

Per questo stiamo vivendo una svolta epocale: la modernità è passata, la postmodernità va oltre e ci chiede di fare un altro salto: quello dell’interculturalità, quello dell’invenzione di nuove sintesi che facciano emergere una società in cui la rivoluzione della comunicazione sia al servizio della coabitazione, perché questo è il destino dell’umanità.
                                                                  Yvonne Fracassetti Brondino

Un sguardo sulla Piccola Sicilia di Tunisi

 

Aurelio De Montis, tranquillo direttore della tipografia tunisina Saliba, diventa lo scrittore Cesare Luccio il giorno in cui legge quell’insieme di quadretti della vita tunisina pubblicati con il titolo Le Prince Jaffar (1° ed. 1924, 2° ed. 1932), opera dello scrittore Georges Duhamel il quale non esita a malmenare gli italiani portatori “di pulci fameliche”. Da quel momento, tutti gli sforzi dello scrittore italo-tunisino saranno volti ad un unico obiettivo: riabilitare gli italiani agli occhi dei francesi. Il periodo storico in cui prende corpo la produzione letteraria di Cesare Luccio – gli anni trenta del Novecento – è attraversato dai primi sussulti che, con la seconda guerra mondiale, scompagineranno l’assetto sociale della Tunisia coloniale. Il decennio che ci interessa è socialmente strutturato secondo modalità che paiono ormai ben stabilizzate: da una parte i colonizzatori francesi che hanno da poco festeggiato i cinquant’anni dalla firma del Protettorato, dall’altra i tunisini colonizzati in cui serpeggiano e vanno via via prendendo forma le istanze indipendentistiche. Fra loro, nel complesso panorama sociale in cui si contano maltesi, greci, russi fra gli europei, e ebrei e musulmani fra gli autoctoni, domina il gruppo degli italiani in gran parte immigrati dal Sud Italia, che si lascia sempre più conquistare dalla tenace propaganda fascista. E’ proprio negli anni trenta che la question italienne si pone alle autorità francesi in termini di pericolo, vuoi per l’attività fascista sempre più ramificata e intensa, vuoi per il numero stesso degli italiani che a stento, proprio in quegli anni, si assesta appena al di sotto di quello dei francesi.

In questo particolare contesto si pone l’opera di Cesare Luccio. Con l’umiltà e la pazienza dell’artigiano, lo scrittore fa emergere un mondo di piccoli eroi della lotta quotidiana per la sopravvivenza. Grazie alla precisione etnografica che caratterizza la sua scrittura, si anima davanti ai nostri occhi il quartiere della Piccola Sicilia di Tunisi, con i suoi abitanti sempre a rischio di saltare il pasto, con le demolizioni e le trasformazioni del quartiere che obbligano a riformulare i propri progetti di vita. Ma prima degli stravolgimenti che daranno un volto moderno al quartiere con l’eliminazione di tutte quelle casupole così felicemente descritte da Luccio, prende vita tutto un brulichio di personaggi nelle novelle raccolte in La Sicile à Tunis (1934), strutturate in modo che le vite degli uni s’intreccino abilmente con quelle degli altri (è sufficiente infatti attraversare la strada per passare da una storia all’altra), quasi a sottolineare il comune destino di tutti gli abitanti del quartiere. Personaggi diversi per carattere e passato si ritrovano uniti dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza e da un forte senso dell’onore e del rispetto reciproco. Così tre famiglie non imparentate abitanti l’una accanto all’altra nello stesso patio inscenano abilmente la fuga di due fidanzati per evitare le spese della festa di nozze. O una famiglia benestante di pastai accoglie un orfanello che impara rapidamente il mestiere e sposa la figlia del suo benefattore. Non ci sono solo sofferenze nei racconti di Luccio, soprattutto negli ultimi apparsi nella rivista La Kahena dal 1935 al 1938. Ci sono i momenti di festa e i sogni come quello di Luciano Amato assolutamente intenzionato a far studiare il figlio maggiore e a questo obiettivo piega tutta la sua vita e quella della famiglia. O come quello di Leonida Baffi, professore di musica come il padre garibaldino, che condanna le figlie a interminabili lezioni di pianoforte nella vana speranza di farne delle virtuose. Tutto un mondo di uomini e donne con le loro tribù di bambini viene messo in scena senza compiacimenti pittoreschi ma con tratti precisi e delicati.

Nonostante l’umiltà con cui Luccio si pone, la sua opera, non ancora raccolta in un unico corpus, rimane fondamentale nel contesto della letteratura italo-tunisina, non solo per la piacevole lettura, ma proprio perché riesce a dare spessore ad uno spaccato di vita reale altrimenti destinato all’oblio.
                                                                        Marinette Pendola

Non sappiamo dove andiamo, ma possiamo scoprire da dove veniamo

 

L'Unione Europea ha proclamato il 2008 “Anno dell'interculturalità” e sono state realizzate molte iniziative per promuovere un atteggiamento di maggiore apertura mentale nei confronti del cosiddetto "diverso".

Il fenomeno dell'interculturalità, in effetti, nasce da un fenomeno ben più antico che è quello dell'emigrazione. Se riflettiamo, ci rendiamo conto che nel Mediterraneo si è sempre fatto intercultura sin dai tempi dei greci, sin da quando i flussi emigratori coinvolgevano paesi diversi e terre lontane. Il popolo italiano, come altri del bacino mediterraneo, è un popolo di emigranti e, ancora oggi avviene che le nostre “menti” migliori emigrino verso paesi che offrono condizioni e mezzi migliori per poter realizzare i loro progetti.

La nostra emigrazione ha raggiunto dimensioni enormi verso la fine dell'800 e i primi del '900 ed ha coinvolto tutta la penisola, dal nord al sud. Bisogna, infatti, sfatare il luogo comune che vede come stereotipo l'emigrante meridionale: non è affatto così. Ci fu un periodo in cui la percentuale degli emigranti di origine veneta, ad esempio, era ben più alta di quella degli emigranti di origine meridionale. Ma di fronte alle difficoltà e alla solitudine tutto questo passava in secondo ordine; l'importante era cercare fortuna e, soprattutto, trovare "l'America", concetto molto più vasto e complesso di quello legato solo al danaro. In realtà, ciò voleva dire trovare un'opportunità di vita migliore, riuscire a realizzare sogni ed ambizioni e aver riconosciuto rispetto e dignità.

Purtroppo non era sempre così. In America, ad esempio, dopo l'umiliante "selezione" tra coloro i quali godevano di buona salute e coloro i quali erano di salute cagionevole, e la  prevista "quarantena", si iniziava una vita che prevedeva lavori umili ed alloggi a dir poco indecenti. La strada della "riuscita" fu lunga e dolorosa e non tutti ce la fecero. Molti tra coloro che non trovarono fortuna, non tornarono più a casa, e di alcuni non se ne seppe più nulla. Tutto, tranne il fallimento e la disillusione, probabilmente pensavano quegli immigranti italiani appena arrivati e 'parcheggiati' a bordo del piroscafo sotto l'ombra falsamente accogliente della Statua della Libertà, col timore di essere rispediti al proprio paese d'origine come ‘indesiderati'. Tutto, tranne la resa, e così arrivavano perfino a gettarsi nelle acque gelide davanti a Manatthan? per lasciarsi morire e non dover ritornare.

Triste è la storia degli emigranti italiani ma, in tutta coscienza, possiamo affermare con certezza che quella dei nostri immigrati sia diversa? La memoria storica serve e ci aiuta ad essere migliori. Non dimentichiamolo. E proprio per non dimenticare, l’associazione culturale VIVARIUM ha voluto rappresentare in teatro questo fenomeno, sottolineando soprattutto ciò che l’emigrazione implica per coloro i quali, ieri come oggi, sono costretti a lasciare la propria terra per affrontare l’ignoto. La sera del 12 luglio 2008  a Pentadattilo si è realizzato un piccolo miracolo. La platea, silenziosa ed attenta, ha “vissuto”, in maniera corale, l’emozione e la fatica di quegli uomini che rappresentano il nostro passato ma anche il nostro presente. La musica, le immagini, le danze e le voci hanno dato corpo a quel fenomeno che solitamente viene presentato in conferenze ed interviste. Tutto è apparso straordinariamente vero. Questo era l’intento dell’associazione: riflettere e rendersi conto che tutto ciò è talmente vicino a noi da indurci a ricordare come eravamo, a pensare che la storia si ripete e, quindi, alla necessità di essere più aperti e rispettosi nei confronti dei nuovi emigranti.

La strada dell’integrazione e dell’interculturalità è lunga e difficile. Cosa fare? La conoscenza e il rispetto della diversità deve essere la strada maestra, perché solo con il rispetto reciproco di usi e costumi diversi, al di dentro del sistema di leggi del paese ospitante, è possibile una pacifica convivenza e si può giungere ad un autentico stato di diritto dove la democrazia, quella vera, ha come obiettivo finale l’uomo.                                                                         
                                                                              
Rosaria Mazza


 

Migrazioni Mediterranee: tra diplomazia, religione e arte

 

La Calabria è figlia prediletta del Mediterraneo. Dalle sue coste sono partiti e ri-approdati  santi, condottieri, intellettuali, artisti. Senza timore, senza paura, ma con il cuore ricco di speranza. Perché il Mediterraneo è mare che non tradisce e non inganna.  E’ colmo di migrazioni. Tre fra tutti.

   Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, monaco, statista, intellettuale, nato a Squillace tra il 485 e il 490 e morto nel suo paese natale intorno al 583, attraversò il Mediterraneo per motivi di riconciliazione e di pace. «Modello di incontro culturale e di dialogo» lo ha definito Benedetto XVI nell’Udienza Generale del 12 marzo 2008. Da poco nell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace si è aperta, per volere di Mons. Antonio Ciliberti, l’istruttoria diocesana “de cultu recognoscendo”.per verificare se esistano gli elementi per elevarlo agli onori degli altari. Dalla terra di Calabria si recò a Costantinopoli. Era il 551 e la guerra gotica-bizantina per il dominio del suolo italico si faceva sempre più cruente. Eccellente diplomatico della corte gota, Cassiodoro volle incontrare di persona l’imperatore Giustiniano e la moglie Teodora per convincerli a deporre le armi. La storia andò poi diversamente. Cassiodoro decise di ritirarsi a vita privata, di tornare nella sua Squillace e condurre vita monastica.

   Prodigioso poi è il passaggio di Francesco, il monachello di Paola, sullo Stretto che unisce la Calabria e la Sicilia. La storia vuole che Francesco, sprovvisto di denaro, avesse chiesto ad un certo Pietro Coloso, padrone di una barca carica di legname che stava per fare vela su Messina, di far salire lui e due suoi confratelli sull’imbarcazione. Il rifiuto fu netto: “Se non avete denaro da pagarmi io non ho barca da portarvi”. Il santo non si scompose. Benedisse il mare, vi distese il mantello e issando il lembo superiore sul bastone, a mo’ di vela, vi salì sopra, riuscendo ad attraversare lo Stretto. Così il Mediterraneo è stato al centro di uno dei miracoli più sorprendenti di Francesco da Paola, che  gli valsero la fama di taumaturgo e, una volta proclamato Santo, il titolo di “Patrono dei marinai”. Le acque del Mediterraneo quindi come un secondo lago Tiberiade, sulle acque del quale aveva, una quindicina di secoli prima, camminato il Divino Maestro, andando, così, incontro ai suoi apostoli.

   Il Mediterraneo non solo luogo per sedare conflitti o strumento di azione divina salvifica, ma anche custode di arte e cultura.

   Molti artisti tra le sue acque hanno trovato rifugio per cercare fortuna in terre non distanti dalle nostre. Uno per tutti Mattia Preti (1613-1699), il Cavaliere Calabrese come è stato soprannominato. Quella di Mattia Preti è la storia di un pittore che in Calabria non riusciva a trovare consenso intorno alla sua arte. Visse tra Napoli e Roma, finché, creato “Cavaliere di Grazia” dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, non decise nel 1661 di recarsi a La Valletta, proprio sulla piccola isola mediterranea. Ma la nostalgia tra il 1672 e il 1674 lo spinse nuovamente a Taverna. Il tempo di regalare qualche tela alla sua città e capire che in Calabria non ci sarebbe stato posto per la sua arte. A malincuore ripartì per la “sua” Malta, dove anni prima gli si erano aperte le porte dell’Europa e dove aveva trovato fortuna. Non farà più ritorno nella sua terra. Le sue spoglie mortali sono ancora oggi custodite in terra maltese. Bagnate da quel mare, quello stesso mare, che si infrange sulle spiagge lunghe e bianche della Calabria. Nostro vanto e nostra ricchezza.
                                                                  
Luigi Mariano Guzzo


 

Migranti nel Mediterraneo e rispetto della dignità umana

 

Mediterraneo è parola che evoca antiche suggestioni storiche, ma è pure parola che incupisce il cuore dell’uomo contemporaneo, gettandolo in uno stato di angosciosa tristezza. Riporta in mente avventure di mitici naviganti, Ulisse ed Enea tra tutti, e storie di feroci pirati e temuti corsari. Nitide rimangono le gesta di Scipione Cicala, imparentato con i Principi cinquecenteschi di Tiriolo, divenuto Sinan Capudan Pascià, e del contemporaneo Giovanni Dionigi Galeni “Occhialì” di Isola Capo Rizzuto. Ed ancora: il Mediterraneo ristora la mente ed il cuore quando narra di approdi felici lungo le coste dei Paesi del Vecchio Continente; smorza il sorriso quando registra egoismo, odio, intolleranza. Lo hanno conosciuto gli apostoli Pietro e Paolo e una folta schiera di santi missionari, impegnati a portare l’amore di Cristo negli sperduti villaggi afro-asiatici. Questo è il Mediterraneo, il Mare Nostrum per i Romani, il Mare di Mezzo per gli Arabi.

   In effetti, il Mediterraneo è un mare racchiuso tra tre continenti, Europa, Africa e Asia.  Attraverso lo Stretto di Gibilterra ha una porta aperta sull’Atlantico; il Bosforo lo collega al Mar Nero e dall’artificiale Canale di Suez raggiunge il Mar Rosso. Culla di antiche civiltà, ha legato il suo nome al clima e alla dieta. Le due locuzioni “clima mediterraneo” e “dieta mediterranea” sono grandemente utilizzate dal linguaggio comune. Con riferimento al clima, il Mediterraneo è un ottimo serbatoio termico; in relazione alle coltivazioni, l’olio, il vino e gli agrumi vengono raccomandati per una alimentazione sana, leggera, nutriente.

   Mare piccolo, ma dal cuore grande. Una riserva d’acqua dai confini talvolta labili, ma sempre molto appetibili e ricercati. Un vero scrigno di popoli e di culture non sempre in dialogo tra di loro.

   Ma il Mediterraneo è altro ancora. Dalla fine degli anni ottanta del secolo scorso, è solcato in lungo e in largo dalle rotte della migrazione clandestina. Rimane la “porta della speranza” per migliaia di uomini, donne e bambini che dall’Africa anelano di raggiungere l’Europa. 275 chilometri separano la Libia da Pantelleria ed appena 113 chilometri la Tunisia da Lampedusa.

   Migliaia di migranti, dicevamo, quasi tutti irregolari e clandestini. E sono noti gli sforzi fatti per accoglierli, perché almeno a parole tra il fenomeno migratorio e la dignità della persona umana c’è un nesso inscindibile, un rapporto interdipendente. Purtroppo non sempre tale rapporto viene tenuto in debita considerazione. I riflettori mediatici si annebbiano quando il Mediterraneo assume l’aspetto dell’arcigna matrigna, che travolge, nell’impeto delle onde, indifesi migranti e la speranza che si portano dietro. Il mare, si sa, pretende di essere solcato da navi e traghetti  sicuri, giammai da imbarcazioni di fortuna, che non sempre riescono a concludere il viaggio.

   Quanti sono gli annegati nel Mediterraneo? Oltre ottomila dal 1988 al 2007. Sono morti nel Canale di Sicilia tra la Libia, l’Egitto, la Tunisia, Malta e l’Italia o lungo le rotte che vanno dal Marocco e dall’Algeria verso la Spagna. Anche lo specchio d’acqua dell’Adriatico ha inghiottito centinaia di disperati provenienti dall’Albania diretti in Italia. Più di quattromila salme non sono state recuperate, senza che nessuno se ne sia curato più di tanto.

   Che il loro sacrificio sia di monito per tutti. E’ giunta per davvero l’ora che la coscienza dell’uomo contemporaneo cominci a riconsiderare il rapporto tra il fenomeno migratorio ed il rispetto della dignità umana!

                                                                                 Teobaldo Guzzo

 

 

 

 

 

           

 

           

 

 

 











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